PRINCIPI DELLA CHIESA NEOTESTAMENTARIA: d. La Chiesa comunità dei salvati: l’esercizio dei doni e la crescita dei credenti

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Premessa

 

Prima di addentrarci nell’analisi particolare dei diversi doni che lo Spirito Santo trasmette ai credenti, è importante riflettere su cinque verità fondamentali che, in merito, il Nuovo Testamento propone alla nostra attenzione, dalla lettura di 1Corinzi 12:13, 27 (“Noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo… Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua”) e di 1Pietro 4:10 (“Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta al servizio degli altri”).

 

a) La nuova nascita introduce il credente nel corpo di Cristo, non per fare numero, ma per contribuire alla sua crescita e alla sua vita di organismo spirituale.

 

b) La grazia di Dio si manifesta anche per il servizio. Mentre per la salvezza la grazia è unica, espressa in un unico dono, quello del Signore Gesù, per il servizio la grazia di Dio è svariata, cioè si esprime attraverso una pluralità di forme e di contenuti.

 

c) Ogni credente ha ricevuto un dono dallo Spirito Santo. Come la grazia unica è offerta indistintamente a tutti gli uomini, così la grazia svariata è offerta indistintamente a tutti i credenti (notare il chiaro significato del pronome indefinito“ciascuno”, presente nei due testi sopra citati).

 

d) Ogni credente ha la possibilità di riconoscere il dono che ha ricevuto. Se ciò non fosse vero, sarebbe del tutto privo di significato l’appello di Pietro e di Paolo ad usare il dono che ciascuno “ha ricevuto” e a fare ognuno la propria parte.

 

e) Ogni credente è chiamato a mettere il proprio dono al servizio degli altri, in modo ch’esso porti frutto per la crescita della chiesa locale e per la gloria di Dio. Quest’attitudine di servizio dev’essere vissuta in modo altamente responsabile, perché il credente non gestisce una sua proprietà, ma amministra un bene che Dio gli ha donato nella sua grazia.

 

Queste cinque verità fanno apparire estremamente negativa l’attitudine di quei credenti che:

• dubitano di avere un qualsiasi dono (attenzione, perché dire: “Non ho nessun dono!” equivale a dire: “Dio è bugiardo”);

 

• non si preoccupano affatto di discernere il loro dono, lasciando che siano sempre e solo gli altri a servire (ma… la grazia di Dio per il servizio non ci è data per essere serviti; ci è data per servire!);

 

• non si impegnano ad esercitarlo e a curarlo, sotterrando il loro dono sotto la cattiva terra della loro pigrizia e della loro insensibilità verso i bisogni della Chiesa e verso la chiamata di Dio al servizio, chiamata che è rivolta a tutti i credenti, indistintamente, Giudei e Greci, schiavi e liberi, maschi e femmine.

 

Queste brevi considerazioni bastano a farci comprendere l’importanza di questo argomento, troppo spesso trascurato nella realtà delle nostre assemblee. Non è forse da ricercare, proprio in questo capitolo, la causa della sterilità di tante chiese locali, del rachitismo spirituale che affligge la vita di numerosi credenti e della situazione di stallo nella quale si trova, in tanti posti, la testimonianza dell’Evangelo?

 

 

Diversità dei doni spirituali

 

Prima di tutto riteniamo necessario precisare cosa sia un dono spirituale: è la capacità trasmessa da Dio ad ogni credente, individualmente, per consentirgli di servirlo e di contribuire attivamente alla vita del corpo di Cristo. In questa azione di grazia lo Spirito Santo è assolutamente sovrano, poiché dona “come egli vuole” (1Co 12:11).

È assolutamente importante imparare a non confondere le “capacità naturali” con “il dono dello Spirito Santo”.Pensiamo, ad esempio, all’apostolo Paolo. Come giovane Saulo, egli aveva una vasta cultura, notevoli capacità di decisione e di azione ed una vasta conoscenza degli scritti dell’Antico Testamento, eppure… cercava di distruggere la Chiesa! Dopo la sua conversione, egli ruppe completamente con il suo passato ed il Signore lo usò per la costruzione della Chiesa. La sua personalità fu crocifissa con Cristo e risultò, dopo la nuova nascita, completamente rinnovata: le sue capacità naturali non gli avrebbero mai consentito di fare quello che egli invece realizzò dopo avere conosciuto la grazia di Dio e dopo aver conosciuto la potenza dello Spirito nella sua vita.

Non dobbiamo stare in guardia soltanto contro il pericolo di confondere capacità naturali e doni dello Spirito, ma anche contro quello di accentrare tutta la nostra considerazione su uno o due doni solamente. Abbiamo già ricordato che la grazia di Dio è “svariata”, proprio perché numerose sono le funzioni vitali di un organismo vivente, qual’è il corpo di Cristo. Limitare l’azione dello Spirito, riducendola ad uno o due doni, rende praticamente inoperosi la maggior parte dei membri di una chiesa ed impedisce qualsiasi forma di crescita individuale e collettiva. Guardiamoci dunque dall’impoverire l’infinita ricchezza che il Nuovo Testamento ci presenta e dal porre dei limiti all’azione sovrana dello Spirito Santo.

La varietà e la ricchezza dei doni sono infatti realtà che devono essere conosciute, credute e vissute da una Chiesa che desideri veramente conoscere un tempo di risveglio e che desideri vivere la potenza dello Spirito Santo, così come la viveva la Chiesa neotestamentaria.

 

La varietà dei doni dello Spirito Santo ci viene presentata in almeno quattro testi del Nuovo Testamento, ai quali faremo ovviamente riferimento per descrivere gli aspetti fondamentali di ogni dono: Romani 12:6,8; 1Corinzi 12:8-10 e 28-30; Efesini 4:11 e 1Pietro 4:11. Ma è bene ricordare, come ci insegnano alcune esperienze della stessa Chiesa primitiva e della Chiesa nel corso della storia, che gli elenchi dei doni che troviamo in questi testi sono soprattutto rappresentativi, non necessariamente normativi o limitativi. Ad esempio, non si parla nel Nuovo Testamento del dono di “monitore” o di “monitrice”, ma è evidente che questo dono è ben rappresentato da quello di “dottore” o “insegnante” o, addirittura, da quello di “evangelista”.

 

 

DONI DATI AGLI UOMINI

(1Corinzi 12:8-10)

 

Parola di sapienza

 

La sua collocazione al primo posto fa capire l’importanza di questo dono. In esso possiamo vedere una disposizione fondamentale dello Spirito dell’uomo che, illuminato dallo Spirito Santo, diventa capace di comprendere i disegni di Dio, così come sono espressi nella sua Parola e, soprattutto, di comprendere la Persona di Gesù e il valore della sua Opera per l’uomo. Non possiamo dimenticare infatti che, proprio in Cristo, sono nascosti “tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Cl 2:3). Dedurre che il dono di sapienza non esiste più oggi, perché era un dono la cui necessità era limitata alla definizione del canone degli iscritti neotestamentari, significa andare piuttosto al di là di quanto la Scrittura dica e, soprattutto, significa privare la Chiesa di un dono che ancora oggi è estremamente necessario per la sua crescita.

 

 

Parola di conoscenza

 

Insieme alla “parola di sapienza” è un dono che appare come particolarmente necessario per l’insegnamento nella Chiesa locale. Infatti, esso comunica una visione chiara della dottrina biblica, unita alla rivelazione del significato di testi particolarmente difficili e alla capacità di fare accostamenti biblici che rendano chiari i testi oscuri.

Pensando alla conoscenza che Gesù aveva della Samaritana prima ancora d’incontrarla, a quella che lo Spirito diede ad Anania riguardo a Saulo da Tarso prima ancora di recarsi nella casa dove quest’ultimo era ospitato (At 9:11-12), a quella di Pietro che conobbe per lo Spirito l’arrivo dei tre uomini inviati da Cornelio (At 10:19), non possiamo sicuramente trascurare la possibilità che “la parola di conoscenza” abbia a che fare anche con conoscenze particolari che lo Spirito Santo può comunicare ai credenti, sempre per il bene della Chiesa e per il progresso dell’Evangelo. Ma il fatto che si parli di“parola” lega piuttosto questo dono all’insegnamento.

 

 

Fede

 

Il dono della fede ricordato da Paolo non ha nulla a che vedere con la fede che salva (Efesini 2:8-9), né con la fede frutto dello Spirito (Galati 5:22): realtà queste che interessano indistintamente tutti i credenti.

Qui si tratta piuttosto di un dono che consente di abbandonarsi in maniera straordinaria nella mano di Dio, nella propria vita di servizio ed in quella della Chiesa. Come, ad esempio, possiamo ricordare le diverse, quasi incredibili, esperienze di vita di un uomo di Dio quale fu George Müller il quale, commentando un giorno certe scelte coraggiose della propria vita scrisse:

“È piaciuto a Dio di darmi in alcuni casi qualcosa di molto simile al dono della fede, tanto che io potevo chiedere incondizionatamente ed attendere fiducioso la risposta”.

Ancora oggi la Chiesa ha bisogno di uomini di Dio che, rivestiti del dono della fede, sappiano sfidare l’apparentemente impossibile.

 

 

Guarigioni

 

Dio ha accordato delle guarigioni al suo popolo, non soltanto ai tempi della Chiesa neotestamentaria, ma in tutti i secoli e in tutti Paesi del mondo.

È un dono che, proprio per la sua evidenza spettacolare, ha costituito particolare motivo di tentazione e di degenerazione nella Chiesa di ogni tempo.

È bene precisare che questo dono consisteva nella capacità straordinaria data dallo Spirito Santo ad un credente di guarire direttamente, cioè di ordinare la guarigione trovandosi a tu per tu col malato, senza conoscere mai un insuccesso.

È altresì importante preservarci da alcuni pericoli insiti nella cattiva comprensione della natura delle guarigioni.

Innanzitutto, non dobbiamo credere che Dio guarisca sempre: mettere una simile idea in testa a credenti malati è una vera crudeltà. Come sappiamo da chiari esempi della Scrittura, talvolta Dio usa una nostra malattia per portarci a produrre dei frutti spirituali. L’apostolo Paolo che ha avuto questo dono di guarigioni, in diverse circostanze (Efeso, Malta…) non fu liberato dalla “scheggia nella carne” (2Co 12:7-10) che Dio volle usare per preservarlo dall’orgoglio.

In secondo luogo, dobbiamo evitare di pensare che Dio guarisca sempre nello stesso modo. Può sembrare superfluo mettere in guardia contro un simile pericolo, eppure sappiamo che in molti ambienti “evangelici” si è arrivati a dare un particolare valore alle forme fisse (imposizione delle mani ecc…), quasi che avesse più valore il rito che la fede.

In terzo luogo, è un errore credere che la guarigione dipenda dalla volontà del malato, fino ad arrivare al punto di accusare di scarsa fede il malato che non guarisce. Le guarigioni raccontate nella Bibbia sono sempre testimonianze della grazia di Dio e della sua sovranità.

Infine, è opportuno ricordare che non tutte le guarigioni straordinarie vengono da Dio e che per Dio la guarigione più urgente e necessaria per l’uomo non è quella del corpo, ma piuttosto quella dell’anima e dello spirito.

Concludendo questo argomento, desideriamo ricordare un comandamento di Dio, accompagnato da una promessa: comandamento e promessa che non sempre trovano fra noi la necessaria attenzione: “C’è qualcuno che è malato? Chiami gli anziani della Chiesa ed essi preghino per lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore: la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo ristabilirà: se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati” (Gm 5:14-15).

Questa indicazione di Giacomo mette in evidenza la strada normale indicata da Dio ai credenti malati che maturano nel loro spirito la convinzione di poter essere guariti.

Il testo biblico non ci propone, nella maniera più assoluta, niente di magico e neppure ci suggerisce una formula infallibile. Ma ci pone davanti ad una promessa di Dio e dobbiamo credere fermamente che, quando queste parole sono comprese ed applicate fedelmente, il Signore risponde davvero.

L’importante è rilevare che non è una cerimonia o un rito a ristabilire il malato, ma soltanto “la preghiera della fede”.Senza fede è inutile sperare in un intervento dello Spirito di Dio. Quest’atto deve essere quindi il frutto di una precisa convinzione, che porti il malato a richiedere l’unzione con l’olio agli anziani. Sarebbe disubbidire al Signore e disonorarlo cercare l’unzione così tanto per provare, quasi come ultima spiaggia alla ricerca della guarigione.

Ma, se Dio per il suo Spirito dà ad un fratello una precisa convinzione ed il dono della fede, gli anziani devono ubbidire. Anche perché, se la cosa è guidata da Dio, la stessa convinzione del fratello malato l’avranno gli anziani. Dio chiede ad entrambe le parti piena fiducia nella sua Parola.

 

 

Potenza di operare miracoli

 

Il dono dei miracoli, ben diverso da quello di guarigioni, si esprime attraverso manifestazioni di potenza soprannaturale(negli esempi neotestamentari della Chiesa nel libro degli Atti: esorcismi, resurrezione di morti, aperture delle porte del carcere, terremoti, neutralizzazione del veleno di serpenti).

Nella storia del popolo d’Israele vi furono due distinti periodi caratterizzati da miracoli: il tempo dell’Esodo e il tempo di Elia ed Eliseo. In seguito, dopo circa 400 anni, Dio interviene di nuovo per suggellare con dei miracoli il ministerio del suo Figlio Gesù e, infine, per suggellare la nascita della Chiesa. I miracoli sembrano chiaramente diminuire verso la fine dell’età apostolica. Ma ciò non deve indurci a conclusioni affrettate. Infatti, come Dio aveva ritirato i miracoli dopo l’ingresso d’Israele nella Terra Promessa e li aveva ridonati al tempo di Elia, così egli è Sovrano di accordarli come e quando vuole. Forse la Chiesa di oggi ha bisogno di essere più aperta alla possibilità d’interventi miracolosi provocati dallo Spirito Santo. Ma non dobbiamo dimenticare che i miracoli, frutto della potenza donata dallo Spirito, sono soltanto quelli che possono contribuire alla crescita della Chiesa e al progresso dell’Evangelo. Inoltre, è opportuno precisare che non possiamo legare i miracoli alla conversione. Ricordiamo che la sete di miracoli è la caratteristica di una “generazione malvagia ed adultera”(Lu 11:29) e che non sempre i miracoli hanno portato alla fede: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita” (Lu 16:31).

Non è fuori luogo ricordarci che il più grande di tutti i miracoli prodotti dalla potenza dello Spirito è incontestabilmente la nuova nascita di una creatura umana: è questo infatti il solo miracolo le cui benefiche conseguenze durano per l’eternità e che rappresenta il massimo della potenza di Dio, che in Cristo risusciterà il nostro corpo.

 

 

Discernimento degli spiriti

 

Generalmente si vede in questo dono una capacità soprannaturale di discernere se una manifestazione spirituale è di origine divina, umana o diabolica. Gli apostoli possedevano un dono simile, grazie al quale Pietro poté smascherare l’ipocrisia e l’inganno di Anania e Saffira (At 5:3) e i secondi fini di Simon Mago (At 8:20) e Paolo poté riconoscere l’influenza diabolica nel comportamento di Elima (At 13:10) e della serva di Filippi (At 16:17).

Un discernimento simile è prezioso e necessario, soprattutto in tempi nei quali si moltiplicano le contraffazioni e dobbiamo francamente riconoscere che, se la cristianità avesse compreso il valore e la necessità di questo dono, non si sarebbe smarrita nel suo cammino. Sappiamo infatti dagli scritti degli apostoli che, già nel primo secolo, degli spiriti seduttori si erano introdotti nella Chiesa, predicando un falso Evangelo e un falso Cristo. La mancanza di un discernimento degli spiriti, donato dallo Spirito Santo, fece cadere la teologia cristiana, prima, sotto l’influenza della filosofia greca, e poi sotto quella del paganesimo. Dottrine umane, superstizioni, manifestazioni tipicamente idolatre furono così mascherate dietro una terminologia apparentemente evangelica.

Ma anche oggi, forse più che mai, il popolo di Dio ha bisogno del dono del discernimento degli spiriti. Non soltanto perché le chiese corrono il rischio di lasciarsi sedurre dalle filosofie, ma anche perché si va verso una nuova prassi della vita cristiana che vede privilegiata l’autorità dell’esperienza rispetto a quella della Parola di Dio.

 

 

Diversità di lingua e

interpretazione delle lingue

 

È evidente che si tratta di due doni strettamente collegati fra di loro. Il dono delle lingue consiste nella capacità, data ovviamente dallo Spirito Santo, di parlare linguaggi che non sono mai stati precedentemente conosciuti o studiati da chi parla. Mentre per “interpretazione delle lingue” deve intendersi la facoltà di tradurre un linguaggio che non era mai stato conosciuto in precedenza.

Leggendo 1Corinzi 14:13 (“Chi parla in altra lingua, preghi di poter interpretare”), si comprende che questi due doni potevano trovarsi in una stessa persona.

Parlare di questi due doni è estremamente complesso, pensando soprattutto alla differenza di opinioni che si sono manifestate particolarmente in questi ultimi tempi. Addentrarci in un’analisi particolareggiata non sarebbe né possibile né opportuno, soprattutto perché finiremo col fare quello che la Parola di Dio ci raccomanda di non fare e cioè dare importanza primaria a ciò che in realtà è secondario.

In ogni modo, ci sono alcune considerazioni di principio che è necessario rilevare:

 

• le lingue erano un segno non per la Chiesa, ma per i Giudei increduli (1Co 14:20-22): in quest’ottica è giustificata l’opinione di chi lo ritiene un dono non più necessario oggi;

• considerare le lingue come un segno di maturità spirituale è biblicamente errato (i credenti di Corinto che ricercavano con passione questo dono sono definiti da Paolo “bambini in Cristo” e, per ben tre volte, “carnali”: 1Co 3:1-3);

• ancora più errato è considerarle come segno della presenza e del battesimo dello Spirito Santo; infatti, il dono delle lingue non è dato a tutti credenti, ma solo alcuni possono averlo (1Co 12:30);

• il dono delle lingue espone, più di ogni altro, a fenomeni di condizionamento psicologico, se non addirittura satanico (non va dimenticato che il parlare in lingue era un fenomeno ampiamente diffuso fra i pagani di Corinto ed è ancora frequente in numerose religioni orientali).

 

 

UOMINI DATI

ALLA CHIESA COME DONO (Efesini 4:11)

 

Nel testo sopra citato l’apostolo Paolo non ci parla più di doni accordati ai credenti dallo Spirito Santo, ma piuttosto di uomini che, da lui particolarmente dotati, si presentano con la loro vita, con le loro capacità, con il loro servizio come un autentico dono per la chiesa locale.

È evidente che Paolo stimi come essenziali questi cinque doni. Infatti, pur se è vero che una chiesa locale ha bisogno di conoscere la manifestazione di tutti i doni per la sua crescita armonica, è altrettanto vero che non può essere costituita e non può sopravvivere senza la presenza di questi cinque doni. Tanto per ricordare l’esempio di 1Corinzi 12 si può dire che un corpo può vivere senza un braccio o senza una gamba, ma non senza cuore, cervello, senza reni, senza fegato…

 

 

Apostoli

 

Secondo le caratteristiche dell’apostolo, indicate da Pietro in occasione della scelta del sostituto di Giuda (At 1:21-22), un discepolo di Gesù, per poter essere considerato apostolo, doveva: aver vissuto a fianco a fianco con Gesù, dal suo battesimo fino alla sua ascensione ed essere stato testimone della sua resurrezione. I dodici erano quindi testimoni oculari del ministerio, della morte e della resurrezione di Gesù. Considerando questo significato, nessun uomo oggi sulla terra può pretendere la qualifica di “apostolo”. In questo senso quindi non ci sono più apostoli. La loro testimonianza oculare infatti è stata scritta nei libri che formano il Nuovo Testamento e sono questi libri “il fondamento degli apostoli” sui quali deve fondarsi oggi la Chiesa.

Se invece alla parola “apostoli” diamo il significato generico di “messaggeri”, di “inviati” o di “missionari”, è chiaro che, in questo senso, ancora oggi la Chiesa può avere in dono dallo Spirito Santo degli apostoli: uomini capaci di aprire il cammino, perché mandati da Dio, e capaci di dare alla Chiesa e all’Evangelo nuove occasioni e nuove esperienze per crescere e progredire.

 

 

Profeti

 

Nel linguaggio comune, il nome “profeta” viene generalmente usato per indicare una persona capace di predire l’avvenire e non sarebbe onesto nascondere che i credenti sono stati condizionati in qualche modo da questo modo riduttivo di pensare.

In realtà, il compito del profeta di Dio non consiste necessariamente nel predire l’avvenire. La predizione di fatti futuri non è altro che un accessorio al messaggio principale che egli è chiamato da Dio a portare al popolo.

Il nome “profeta” significa letteralmente “porta-parola”, quindi il profeta, nel senso biblico, è colui che parla nel nome del Signore, che riferisce al popolo la parola esprimente la volontà del suo Dio.

È chiaro che, al tempo della Chiesa neotestamentaria, quando non era ancora formato il canone del Nuovo Testamento, questo dono aveva una straordinaria importanza. Poiché ora noi possediamo la Scrittura, che riteniamo giustamente la definitiva rivelazione di Dio, non abbiamo più bisogno di profeti che ci presentino rivelazioni dirette della volontà di Dio.

In questo senso quindi non ci sono più profeti oggi, così come non ci sono più apostoli.

Ma, se leggiamo con attenzione 1Corinzi 14, ci renderemo conto che il dono del profeta è anche qualcos’altro. Infatti, si parla in questo testo di “edificazione, esortazione, consolazione”, compiti evidentemente diversi da quelli indicati dal primo significato (vedi anche At 15:32). Nel Nuovo Testamento si parla diffusamente di profeti in questo senso (Atti 13:1…). Questo dono era sicuramente accordato dallo Spirito anche alle sorelle, come nel caso delle figlie di Filippo incontrate da Paolo a Cesarea (At 21:9) e anche nella vecchia alleanza, c’erano delle profetesse, come Anna (Lu 2:36-38).

Oggi, per noi che abbiamo già il canone completo delle Scritture, il compito del profeta consiste soprattutto nella meditazione e nell’interpretazione della Parola di Dio, condotte in modo da suscitare in tutti i credenti la crescita spirituale, la disciplina spirituale e la consolazione spirituale.

Egli non ha la responsabilità dello studio sistematico della Parola, quanto piuttosto quella di discernere i bisogni del momento, le crisi da risolvere, le piaghe da guarire, in modo da orientare tutta la chiesa nella direzione voluta da Dio.

 

 

Evangelisti

 

Evangelista significa letteralmente: “portatore di buone notizie”. Tutti i cristiani sono chiamati ad essere portatori di buone notizie e a diffondere il meraviglioso messaggio di salvezza che è l’Evangelo, ma non tutti possono farlo avendo un dono specifico dello Spirito. Ad alcuni credenti infatti Dio trasmette, per lo Spirito Santo, un dono particolare che si manifesta attraverso una capacità non comune di contattare le persone, attraverso l’autorevolezza del loro portamento e del loro linguaggio, attraverso la potenza persuaditrice della loro parola. L’evangelista può esercitare il suo ministerio sia in pubblico, attraverso la predicazione, che in privato, attraverso contatti a tu per tu. Lo Spirito gli dà la straordinaria facoltà di mettere le persone davanti alla loro responsabilità, realizzando il loro stato di creature perdute ed avendo una chiara visione dell’opera di Cristo, quale unica via di salvezza.

 

 

Pastori

 

Il pastore è l’uomo che riceve da Dio delle particolari capacità che gli consentono di prendersi cura dei suoi fratelli e delle sue sorelle nella fede. È un dono che qualifica in modo particolare il ministerio degli anziani (At 20:28; 1P 5:1-4), ma che non è loro attribuibile in maniera esclusiva. Sarebbe cioè un grave errore sia il pensare che in una chiesa locale vi sia un solo pastore, sia l’affermare che solo gli anziani possono essere pastori… Anzi una chiesa è benedetta proprio se, nel suo seno, ci sono molti credenti che lo Spirito Santo le ha donato come “pastori”.

In cosa consiste l’esercizio del dono di pastore? Quali compiti egli è chiamato a compiere da Dio?

Ci sono compiti ordinari, come sorvegliare, proteggere, mettere in guardia, nutrire…, e compiti straordinari, che si presentano soprattutto davanti a credenti spiritualmente travagliati e provati e davanti a credenti giovani nella fede che reclamano cure assidue e personali. Il pastore è il credente che, nella chiesa locale, lo Spirito Santo usa per ricondurre sul sentiero di una vita santa e fedele al Signore i membri che si sono smarriti, per proteggere i deboli, per incoraggiare gli incerti, per assicurare un sufficiente nutrimento spirituale ad ogni credente e per guarire coloro che sono spiritualmente malati, soprattutto se oppressi da attacchi di Satana. Il vero pastore, dotato di capacità dallo Spirito Santo è quindi costantemente interessato al benessere dei deboli, dei sofferenti, degli ammalati (sia spiritualmente che fisicamente) e si occupa in modo speciale della cura degli “agnelli” (Gv 21:15), cioè dei credenti giovani nella fede.

 

 

Dottori

 

Nel testo di Efesini 4:11 è evidente che i termini “pastori e dottori” sono intimamente legati fra di loro e c’è addirittura chi pensa che si tratti di un unico dono.

Abbiamo preferito considerare i due termini separatamente per comodità di studio, pur riconoscendo che un vero pastore non può esercitare il suo ministerio senza avere capacità d’insegnamento né, dall’altro canto, un vero dottore può insegnare efficacemente senza avere disposizione alla cura delle anime.

Il dottore è colui che ha ricevuto da Dio la facoltà di vedere, nel loro insieme, gli insegnamenti relativi ad un particolare libro o ad un particolare argomento della Scrittura. Il suo spirito è capace di coordinare numerosi testi biblici in modo da presentare un chiaro panorama biblico di ogni dottrina fondamentale.

Quindi, il lavoro del dottore consiste soprattutto nell’esporre con chiarezza e con vigore spirituale, libero da sterili intellettualismi, gli insegnamenti della Parola di Dio. Egli non svilupperà mai un semplice ragionamento intorno ad un testo, tanto per sviluppare le capacità intellettuali e la cultura biblica dei credenti. Il suo scopo dovrà essere piuttosto quello di rendere testimonianza di Gesù e di convincere lo spirito dei suoi uditori, attraverso la potenza della Parola di Dio.

Qualcuno ha sbrigativamente affermato che il dono di dottore è un dono essenzialmente “intellettuale”, mentre quello di pastore è un dono essenzialmente “spirituale”.

Questa distinzione non può essere in alcun modo legittimata biblicamente, perché l’intelletto può essere arricchito dalla sapienza dello spirito, ma ben difficilmente lo spirito sarà arricchito dalla sapienza dell’intelletto. E chiaro quindi che entrambi i doni sono specificatamente spirituali e la loro distinzione indica soltanto la loro complementarietà.

 

 

Lo scopo dell’esercizio dei doni

 

Il testo biblico di Efesini 4:11-12 è estremamente interessante.

Prima di tutto perché, come abbiamo visto, ci fa comprendere che gli uomini stessi sono dei doni per la chiesa: non soltanto l’azione dello Spirito che li qualifica per svolgere un servizio spirituale è un dono, ma sono un dono per la chiesa locale i servitori stessi che le sono stati dati dallo Spirito.

In secondo luogo, questo testo ci ha indicato i doni fondamentali per la nascita e la crescita di una chiesa locale.

Infine, in terzo luogo, esso ci indica lo scopo dell’esercizio dei doni attraverso tre momenti fissati in ordine logico:

• per il perfezionamento dei santi;

• in vista dell’opera del ministerio e

• dell’edificazione del corpo di Cristo (Ef 4:12).

È evidente che non ci troviamo davanti a tre scopi diversi ma ad un unico scopo, che si realizza in tre tappe.

Questi doni devono innanzitutto realizzare la qualificazione completa dei santi per le esigenze della loro vita cristiana. Soltanto quando essi saranno perfettamente equipaggiati e qualificati per svolgere il loro servizio, si potranno realizzare nella Chiesa i diversi ministeri e, di conseguenza, il corpo di Cristo potrà essere edificato.

Riassumendo: ci troviamo davanti ad un’opera di moltiplicazione condotta dallo Spirito Santo. Degli uomini particolarmente dotati sono donati alla Chiesa per realizzare la qualificazione “professionale” di tutti i credenti, in modo tale che ciascuno possa poi svolgere il ministerio che corrisponde al proprio dono: tutto questo realizzerà lo scopo (e la conseguenza) di edificare il corpo di Cristo.

 

 

DIVERSITÀ DEI MINISTERI

(Romani 12:7-8; 1Pietro 4:10-11)

 

L’apostolo Pietro fa una distinzione, dividendo i doni in due categorie: i doni di “chi parla” e i doni di “chi svolge un servizio” o un ministerio particolare. Non dobbiamo vederla come una distinzione riduttiva e non dobbiamo assolutamente concludere che chi parla non possa servire o che chi serve non debba parlare.

Piuttosto è una distinzione che arricchisce la varietà dei doni, mostrandoci come essi possano trovare il loro mezzo di espressione sia nella parola come nell’azione. Parlando di “ministeri”, quindi, intendiamo riferirci ai doni dello Spirito Santo che si esprimono attraverso l’azione.

Nell’indicare questi doni l’apostolo Pietro usa il verbo diaconèo, che appare numerose volte nel Nuovo Testamento insieme ai nomi diaconos e diaconia (rispettivamente = servitore e servizio). Questi termini vengono usati per indicare: il servizio a tavola (At 6:1), la raccolta di fondi (Ro 15:25 e 2Co 8:19), il servizio dei santi (1Co 16:15), ma anche per indicare l’annuncio della Parola di Dio (2Co 3:3). Ciò autorizzerebbe a credere nell’esistenza di un diaconato della Parola e di un diaconato dell’azione pratica e, per estensione, a pensare che tutti i credenti siano diaconi: diaconi (servitori) di Cristo, di Dio, della Chiesa. Ma, testi come quelli di Atti 6 e di 1Timoteo 3:8-10, fanno chiaramente pensare alla diaconia come ad un servizio pratico ben preciso, per svolgere il quale lo Spirito Santo conferiva dei doni specifici. Il fatto, comunque, che i diaconi fossero chiamati a svolgere un servizio essenzialmente pratico non impediva loro di dedicarsi anche a servizi di parola, come dimostrano chiaramente, nel libro di Atti, le benedette esperienze di Stefano e di Filippo. Inoltre, è bene chiarire che in nessun testo della Scrittura trova posto l’idea che il diaconato sia un ministerio gerarchicamente inferiore a quello di anziano o che costituisca una sorta di “trampolino di lancio o tappa obbligata” verso quest’ultimo. Cerchiamo ora di considerare alcuni dei doni dello Spirito Santo collegabili con il ministerio pratico dei diaconi.

 

 

Le assistenze

 

In 1Corinzi 12:28 l’apostolo Paolo menziona il dono “delle assistenze” (letteralmente: degli aiuti, dei soccorsi).

Questo dono può esprimersi in diversi aspetti pratici, necessari per la vita della chiesa locale, quali: l’amministrazione delle offerte (che non è solo una questione contabile, ma investe anche il discernimento degli interventi da attuare), l’occuparsi di problemi giuridici e amministrativi, il preoccuparsi di tutti i problemi di natura materiale dei credenti (vitto, vestiario, casa, lavoro, salute ecc…), gli interventi di riparazione, sistemazione e custodia dei locali della chiesa ecc…

 

 

La liberalità

 

“Chi dà, dia con semplicità”, scrive l’apostolo Paolo (Ro 12:8). Il dono spirituale della liberalità consiste nel desiderio intenso di donare e nella capacità di farlo secondo la volontà di Dio. C’è una liberalità normale, quella che vede impegnato ogni credente a donare al Signore una parte dei suoi beni in occasioni ricorrenti, ad esempio la domenica mattina durante il culto di adorazione. E c’è una liberalità straordinaria che è frutto del discernimento spirituale che alcuni credenti hanno in relazione ai bisogni di un certo servitore o di una certa opera, spesso senza neppure averne una conoscenza esplicita e diretta.

 

 

La presidenza

 

È un dono necessario, se non quando addirittura indispensabile, in alcuni incontri tra fratelli, anche nell’ambito della chiesa locale. Può essere indicato come la capacità che lo Spirito Santo dà di dirigere e condurre un’assemblea. È importante notare che l’apostolo Paolo, nell’elenco di Romani 12:6-8, gli assegna uno degli ultimi posti, dopo i doni di proclamazione e quelli di servizio. Questo sta ad indicare che a presidiare non deve essere necessariamente chiamato chi predica o chi insegna.

Il dono di presidenza è dotato dallo Spirito Santo di grande umiltà e di tatto. Chi presiede avrà inoltre la capacità di parlare il meno possibile, di dare agli altri il giusto valore, d’incoraggiare i timidi ad esprimersi, di frenare le personalità più invadenti, di fare una sintesi dei pareri espressi e di spingere a decisioni concrete.

 

 

Le opere di misericordia

 

Il misericordioso è colui che è stato toccato profondamente nel cuore dalla miseria altrui e ne fa una ragione di sofferenza propria, personale. Tutti i credenti dovrebbero essere sensibili alle sofferenze degli altri, ma è innegabile che nella chiesa locale vi sono persone che sono attirate e portate ad occuparsi di situazioni davanti alle quali altri si tirerebbero indietro e ciò non tanto per mancanza di volontà quanto piuttosto per mancanza di capacità. Questa disposizione ad occuparsi in modo veramente costruttivo e spirituale di malati, di vecchi, di diversabili, di paralitici, di persone in qualche modo oppresse e depresse, non è naturale nel cuore dell’uomo. Essa è chiaramente un dono di Dio. Tutte queste persone per diverse ragioni infelici, hanno bisogno di sentirsi amate e valorizzate e, proprio attraverso i credenti dotati dallo Spirito per esercitare questo dono, esse potranno conoscere e credere che Dio è “pietoso e misericordioso”.

 

 

Come esercitare i doni

(1Co 12:31-13:13; Ro 12:8 e 1Pi 4:11).

 

Nei testi sopra citati troviamo alcune indicazioni che possono avere un valore generale in relazione al modo con il quale ciascun credente è chiamato a ricercare ed esercitare il dono che lo Spirito Santo gli ha affidato per la crescita e l’edificazione della Chiesa.

• I doni devono essere esercitati “con la forza fornita da Dio”, quindi con attitudine di totale dipendenza dal Signore e dalle risorse che egli fornisce, mettendo da parte qualsiasi forma di affidamento nelle nostre capacità umane naturali.

• In ogni aspetto dell’esercizio del dono si deve avere in vista la gloria di Dio per mezzo di Gesù Cristo.

• Tre attitudini devono caratterizzare il lavoro del credente: “la semplicità”, “la diligenza” e “l’allegrezza”. Servire il Signore e i membri della nostra chiesa locale, mettendo in azione il dono che ci è stato dato, dev’essere un imperativo della nostra vita cristiana. Ma dev’essere un imperativo vissuto semplicemente, diligentemente e con allegrezza.

Sono tre espressioni, sulla qualità che il nostro servizio deve avere, così chiare che ogni commento sarebbe superfluo.

• Infine, il Signore ci indica “una via, che è la via per eccellenza”: una via che costituisce lo strumento, il metodo e la condizione della nostra ricerca del dono e del suo esercizio. Questa via è: L’AMORE.

L’amore, quello vero che viene da Dio, è il frutto più essenziale dello Spirito. L’amore non è uno dei doni dello Spirito, come a volte erroneamente si afferma. L’amore è l’anima che muove e rende operante ciascuno dei doni. Ciò che il sangue rappresenta per la vitalità di ciascun organo del nostro corpo fisico, l’amore lo rappresenta per ciascun membro del corpo di Cristo. Se il sangue cessa di circolare, il cervello più intelligente diventa del tutto inutile, così come perde la vitalità la mano più forte. Nello stesso modo l’esercizio di un qualsiasi dono, se non conosce la meravigliosa realtà della forza dell’amore di Cristo, diventa “un rame risonante, uno squillante cembalo, un nulla”: una realtà senza valore sia agli occhi di Dio che alla vita della Chiesa.

 

Testo preparato per l’incontro Anziani

1984, a cura di fratelli delle Assemblee di Anghiari, Città di Castello e Perugia