una macina al collo

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 È di qualche settimana fa la notizia del disegno di legge, predisposto dal ministro degli Interni, che prevede la schedatura di tutti i bambini rom presenti sul territorio italiano, attraverso la registrazione delle loro impronte digitali. L’obiettivo dichiarato è quello di proteggerli sottraendoli ai loro sfruttatori; se così fosse, se cioè tutti gli sfruttati (minori e non), per essere protetti, dovessero far registrare le loro impronte, avremmo in ogni città e paese degli “improntifici” sempre superaffollati! In realtà, nonostante le smentite di facciata, ci troviamo davanti ad un provvedimento di stampo razzista che evoca tragiche memorie non lontane. 
     A Napoli, in un sabato pomeriggio di luglio, quattro bambine rom non resistono alla tentazione di rinfrescarsi con un bagno in mare. Ma si trovano subito in difficoltà: non sanno nuotare, l’acqua è profonda, il mare mosso. Due di loro vengono tratte in salvo, le altre due non ce la fanno. È raccapricciante il racconto dei due bagnini soccorritori: parlano di persone che “continuano a prendere la tintarella, a fare il bagno, a mangiare gelati del tutto indifferenti ai due corpicini distesi sulla spiaggia a pochi metri da loro”! Lo stesso giorno a Roma un padre in collera picchia la sua piccola di quattro anni e la riduce in fin di vita. E… potrei continuare! Ogni giorno la cronaca ci parla di bambini violentati, sfruttati, rifiutati… 
     In questo quadro così triste e drammatico, i mass-media hanno inserito due dichiarazioni del papa che, pur se presentate con grande rilievo, sono oggettivamente di una banalità sconcertante. Infatti egli ha giudicato “gli abusi sessuali contro i minori incompatibili col sacerdozio” (quasi che fossero compatibili con altre professioni!?!) ed ha chiesto pubblicamente che i loro responsabili “siano assicurati alla giustizia” (come se i giudici avessero bisogno del suo nullaosta per entrare in azione, per di più dimenticando che il secolare colpevole silenzio della sua “chiesa”è stato rotto non da una spontanea e convinta confessione di peccato, ma dal clamore mediatico suscitato dagli scandali). 
     A quale fine è destinata una società che non sa avere cura dei suoi bambini, che li uccide prima ancora che vedano la luce del sole, che riduce al minimo la loro presenza perché giudicata non una benedizione ma un intralcio ai programmi familiari? Una società che non sa proteggerli, amarli, educarli, disciplinarli, che non sa rispondere ai loro bisogni più elementari? Una società nella quale “i grandi” ed “i forti” si approfittano dei “piccoli” e dei “deboli”? 
     Anche i discepoli di Gesù consideravano i bambini elemento di disturbo e “sgridavano” chi voleva che egli “li toccasse”. Le parole di Gesù sconvolsero il loro modo di pensare e di agire. A sconvolgerli non fu tanto l’ordine impartito con quelle parole: “Lasciate i bambini, non impedite che vengano da me” (Mt 19:14), ma soprattutto la motivazione: “… perché il regno dei cieli è per chi assomiglia a loro”. Già in precedenza Gesù “aveva chiamato a sé un bambino”, lo aveva messo in mezzo a loro ed aveva poi detto: “Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18:3). Tutti abbiamo bisogno di guardare ai bambini come modelli, per diventare come loro! Dobbiamo andare a Gesù con lo stesso atteggiamento di fiducia e di bisogno con cui loro si rivolgono ad un adulto. Ma, nello stesso tempo, dobbiamo accoglierli come li accolse Gesù edaprire loro le nostre braccia come le aprì Gesù. Oltre all’esortazione di Gesù, raccogliamo anche l’avvertimento rivolto a chi si comporta diversamente: “meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Mt 18:6). Chi scheda e discrimina, chi sfrutta e violenta, così come chi è indifferente e non accoglie, sentirà sul suo collo il giudizio di Dio ben più pesante di una macina!