COMMEMORAZIONI

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Una tragica realtà spesso affrontata con ironia

 

Ogni anno il calendario ci ripropone delle ricorrenze che vengono celebrate (per motivi differenti) con gioia o con tristezza. Fra quelle che vengono celebrate con gioia citeremo senz’altro il 25 e il 31 dicembre, il 6 gennaio, nonché la Pasqua. Naturalmente non possiamo citare le festività locali perché variano da regione a regione e spesse volte si tratta di festività riguardanti soltanto delle singole città.

 

Tornando invece alle ricorrenze celebrate a carattere nazionale, ce n’è una in particolare (forse la sola) che viene ricordata generalmente con solennità e con tanta tristezza, quella del 2 novembre, la “commemorazione dei defunti”, ed è facile capire perché viene ricordata con tanta mestizia.

Questa particolare “commemorazione” – come tutte le altre – ha un suo preciso rituale che – in questo caso – è incentrato particolarmente nell’andare al cimitero per “visitare” una persona cara, deporre dei fiori (costosi) sulla tomba ed eventualmente nell’assistere a un rito religioso sperando che “il caro estinto” ne tragga “qualche beneficio”. Ma da quello che la Bibbia afferma, dopo la morte si può solo “raccogliere” il frutto della propria “seminagione”, quindi nessuno può cambiare, modificare o migliorare il proprio stato dinanzi a Dio, neanche con delle accorate suppliche (vedi Lu 16:19-31).

 

Naturalmente sulla “commemorazione dei defunti” è stato detto e scritto tanto, e non solo in chiave estremamente “seria” (questo mi sembra ovvio) ma anche in chiave “tragi-comica”. Infatti per sdrammatizzare questo sofferto evento della vita umana, c’è chi ha ironizzato, come George Bernard Shaw (noto drammaturgo irlandese) che disse:

“Certo che le statistiche sulla morte sono realmente impressionanti: una persona su una muore”.

 

Altri, come Totò, hanno descritto la morte come qualcosa che annulla le distanze e “livella” le persone annullando gli strati sociali. Totò descrisse questo suo pensiero in maniera mirabile nella sua famosa poesia: “’A Livella” nella quale così immaginava una lite fra due defunti, il nobile e borioso Marchese Signore di Rovigo e di Belluno, e il povero Gennaro Esposito Netturbino:

“’A morte o’ ssaje ched’è?… è una livella. ‘Nu rre, ‘nu magistrato, ‘nu grand’ommo trasenno stu canciello ha fatt’’o punto c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme: tu nun t’he fatto ancora chistu cunto? Perciò, stamme a ssentì… nun fa’ ‘o restivo, suppuorteme vicino – che te ‘mporta? Sti pagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo ‘a morte!1

 

Naturalmente anche la scuola ha affrontato l’argomento riguardante la morte. Ce ne offre uno spaccato il divertentissimo libro scritto nel 1990 da Marcello D’Orta: “Io speriamo che me la cavo” nel quale raccoglie una sessantina di temi scritti da ragazzi delle scuole elementari di Arzano (NA).

In uno di questi temi – del quale trascrivo un paragrafo – un bambino racconta “Una visita al Camposanto” scrivendo:

“Prima di partire per Puceriale [il grande cimitero di Poggioreale, Napoli] ridevo sempre, a casa giocavo. Ma era il giorno dei morti, e mio padre mi aveva detto che io dovevo essere triste, perché era il giorno dei morti, e allora io l’ho fatto contento e sono diventato triste…”.

 

Il tema di un altro ragazzo citato nel suddetto libro e che tocca indirettamente l’argomento “defunti” lo trascrivo per intero – errori e inesattezze bibliche incluse – per la sua emblematica conclusione. Il titolo del tema è: “Quale, fra le tante parabole di Gesù, preferisci?”:

 

“Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio. Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi, fra capre, pastori e mucche. Ma Dio avrà tre porte. Una grandissima (che è l’Inferno), una media(che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso)Poi Dio dirà: «Fate silenzio tutti!» e poi li dividerà. A uno qua a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio lo vede. Le capre diranno che non hanno fatto niente di male, ma mentiscono. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Arzano si farà in mille pezzi. Il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. Ci sarà una confusione terribile, Marte scoppierà, le anime andranno e torneranno dalla terra per prendere il corpo, il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po ridono e un po piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle. Io speriamo che me la cavo”

 

Spero che non sia sfuggito il comportamento del primo ragazzino che, per accontentare il padre ed essendo con lui al cimitero, è diventato triste adeguandosi così a un cerimoniale non scritto ma dato per scontato, cioè che al cimitero bisogna avere una maschera di tristezza.

Il secondo ragazzino, invece, nel suo tema descrive una situazione che non lo vede realmente coinvolto (come il primo) e con la sua teorica, ma prudente e furbesca conclusione, lascia emergere un atteggiamento classico: quello cioè di giudicare e condannare le persone antipatiche o di malaffare (come il sindaco di Arzano e l’assessore) e – dall’altro lato – essere pronto a “salvare” le persone care o almeno simpatiche.

 

Nello stesso tempo, l’astuta e prudente conclusione espressa nel tema del secondo ragazzino: (“Io speriamo che me la cavo”), fa emergere anche un certo disagio comunea tutti quelli che “avvertono” in sé stessi che dopo la morte c’è qualcosa, ma sono tormentati perché non sanno (o non vogliono sapere) cos’è quel “qualcosa” e non sanno come affrontare quel “qualcosa”, e allora vivono in una sorta di speranzoso e logorante tormento evidenziato molto bene dalle parole di questo arguto ragazzino: “io… speriamo che me la cavo”… finché non giunge il proprio personale 2 Novembre!

 

 

L’uomo è morto e… muore!

 

Ma Dio non vuole che viviamo in una sorta di speranzoso, inutile e logorante tormento, quindi ci parla chiaramente ricordandoci innanzitutto che:

 

È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Eb 9:27).

 

Poi il Signore Dio ci ricorda che la morte – praticamente celebrata il 2 Novembre – è una conseguenza della nostra disubbidienza a lui. Infatti Dio aveva dato un chiaro comandamento all’uomo quando gli disse:

“Mangia pure liberamente del frutto d’ogni albero del giardino; ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai (Ge 2:16-17).

E l’uomo è morto; ce lo ricorda anche l’apostolo Paolo che così scriveva nella sua lettera ai Romani:

“Siccome per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, per mezzo del peccato è entrata la morte, e in questo modo la morte è passata su tutti gli uomini,perché tutti hanno peccato (Ro 5:12).

Questa tragica realtà, cioè che la morte passa su tutti gli uomini – senza guardare in faccia nessuno – ce la ricordano anche i numerosi cimiteri che traboccano di defunti, e non solo nelle grandi città.

 

Ma l’essere umano non muore solo fisicamente, bensì anche moralmente. Questo tipo di morte è sotto gli occhi di tutti e possiamo quasi toccarla con mano ogni qualvolta la cronaca nera – a volte con dovizia di particolari – entra nelle nostre case (tramite la TV, la radio o i giornali) per descriverci ingiustizie più o meno gravi, o per parlarci di omicidi, di furti e di rapine, di violenze su donne, su bambini, su persone indifese, o quando ci fa vedere gente che muore di fame, gente che viene massacrata in guerre o in atti terroristici, ecc. Il decadimento morale dell’essere umano somiglia sempre più a un tetro abisso senza fondo, ecco perché lo definisco: morte morale.

 

Ma quello che è ancora più grave è che l’uomo è morto soprattutto spiritualmente, e questa è la morte peggiore per l’essere umano, perché le sue ripercussioni su ogni singolo individuo sono eterne, senza tempo.

Naturalmente anche questo tipo di morte ha la sua origine nella caduta dell’uomo nel peccato. Infatti da quando Adamo ed Eva disubbidirono a Dio, furono scacciati dalla presenza di Dio, perciò vennero separati da lui:

“Il Signore Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden… Così egli [Dio] scacciò l’uomo… dal giardino d’Eden” (Ge 3: 23, 24).

Ma l’uomo non può vivere lontano da Dio, e questo concetto lo espresse molto bene Agostino d’Ippona quando scrisse:

“Nel cuore dell’uomo c’è un vuoto, e questo vuoto ha la «forma» di Dio… Tu [Dio] ci hai creati per te, e il cuor nostro è inquieto finché non trova il suo riposo in te (da “Le Confessioni”).

Da quando Dio ha dovuto scacciare l’uomo dall’Eden, gli esseri umani sono: morti [spiritualmente] nelle loro colpe e nei loro peccati” (Ef 2:1). Da allora gli uomini “sono privi [privati] della gloria di Dio” (Ro 3:23).

 

 

Come sarà il mio personale 2 novembre?

 

A questo punto però è d’obbligo porsi qualche domanda: qual è il futuro dei defunti?

Come sarà il mio personale “2 Novembre”?

La Bibbia risponde in maniera inequivocabile a queste domande, e il nostro futuro “2 Novembre” dipende dalla nostra scelta personale:

 

1. Il futuro dei defunti non credenti.

• “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente (Eb 10:31).

• Chi non crede [in Gesù] è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3:18).

• “Chi rifiuta di credere al Figlio [di Dio] non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui (Gv 3:36).

• “Se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco [inferno] (Ap 20:15), e nell’inferno…

• Saranno tormentati [insieme al Diavolo] giorno e notte, nei secoli dei secoli” (Ap 20:10).

 

2. Il futuro dei defunti credenti in Cristo.

Esso è meraviglioso perché la morte spirituale (ossia l’eterna separazione da Dio) per loro non esiste più, perché da Cristo Gesù hanno ricevuto la vita eterna, sono passati dalla morte alla vita.

Infatti Gesù disse:

• “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna [paradiso] e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Gv 5:24).

 “Chi crede in lui [Gesù] non è giudicato” (Gv 3:18).

• “Chi crede nel Figlio [Gesù] ha vita eterna (Gv 3:36), è stato salvato sia per il tempo presente che per l’eternità!!!

Di fronte alle lacrime di Marta (che piangeva la morte di suo fratello Lazzaro), Gesù dichiarò:

Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai” (Gv 11:25, 26).

 

Sin dal momento della morte fisica il credente va col Signore, infatti Gesù al criminale pentito che stava morendo su una croce a fianco a Lui, gli disse:

“In verità io ti dico che oggi tu sarai con me in paradiso (Lu. 23:43).

Gesù non gli disse che non avrebbe più sofferto, infatti quel criminale convertito a Cristo morì fra atroci spasmi, ma “le sofferenze del tempo presente non sono assolutamente paragonabili alla gloria che sarà manifestata a nostro riguardo” (Ro 8:18).

Il criminale che era crocifisso a fianco di Gesù, gli apostoli, i martiri cristiani e milioni di milioni di cristiani di ogni epoca, hanno affrontato indicibili sofferenze e anche la morte senza timore, perché sapevano dove andavano e cosa li attendeva.

E tu?

Sai qual è il tuo futuro dopo il tuo personale “2 Novembre”?

O vuoi comportarti come quel tizio che, leggendo queste parole su una lapide in un cimitero: “Fermati, o straniero che passi. Come tu sei, io sono stato. Come sono ora, presto lo sarai anche tu. Preparati a seguirmi”, così replicò: “Di seguirti non ho l’intenzione finché non so la tua destinazione”?!

Ora, allo scritto su di una lapide, si può rispondere in maniera più o meno arguta e andarsene con un’alzata di spalle pensando di avere così risolto il proprio spinoso problema.

In un tema si può scrivere “io… speriamo che me la cavo” e intanto attendere il proprio personale “2 Novembre” vivendo in una sorta di speranzoso, illusorio e logorante tormento. Oppure si può attendere il proprio “2 Novembre” ponendo la propria fede in Gesù che disse:

“In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita (Gv 5:24).

 

Una cosa comunque è certa: il Signore Dio nella sua Parola ci parla con estrema chiarezza ci ammonisce in questi termini:

 

Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; poiché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Quindi chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna (Ga 6:7, 8).


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1. Traduzione poesia di Totò: “A Livella”:
“La morte sai cos’è?… è una livella. Un Re, un magistrato, un grande uomo entrando attraverso questo cancello 
[del cimitero] si è reso conto che ha perso tutto, la vita e pure il nome: tu ancora non ti sei reso conto di questo? Perciò, stammi a sentire… non fare il restio, sopportami vicino [vicino di tomba] – che te ne importa? [che io sono netturbino e tu di sangue blu] Queste pagliacciate [la differenza di classe] le fanno solo i vivi: noi siamo seri… apparteniamo alla morte!”.