IL CALVINISMO ALLA LUCE DELLA PAROLA DI DIO 3. La totale depravazione umana

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 Introduzione

 

Iniziamo con il primo punto del cosiddetto TULIP (vedi nota su IL CRISTIANO n.1/2009 pag. 14): la totale depravazione umana (quindi la lettera “T”: Total Depravity). Citerò i testi biblici su cui questo punto è fondato per poi analizzarli più da vicino. Secondo il Calvinismo per depravazione umana si intende che l’essere umano sia del tutto storto, perverso, alterato e guasto. Questa natura corrotta ogni creatura umana la riceve in seguito alla caduta del peccato dei nostri progenitori che, tale e quale,, si riproduce in tutti gli esseri umani. Perciò:

 

 Il peccatore è privo d’amore per Dio (Gv 5:42, 2 Ti 3:4, Gv 3:19).

 

• Anche se il peccatore è dotato di una facoltà morale, essa è in disordine e contaminata (Tt 1:15, Ro 7:18, Ro 3:10-12).

 

• L’uomo è spiritualmente morto (Ef 2:1).

Perciò la conclusione è che l’uomo, essendo totalmente depravato non può assolutamente rispondere alla chiamata di Dio o convertirsi a lui senza essere prima rigenerato dallo Spirito Santo. Quindi prima vi è la fede che il Signore crea e successivamente la conversione.

 

Vi sono diverse cose che vanno analizzate ed altresì affermare obiettivamente che molte di esse hanno un chiaro riscontro biblico. Ma analizziamo i testi più da vicino.

 

 

L’uomo empio non ama il Signore

 

Nel Vangelo di Giovanni il Signore Gesù risponde ai Giudei con queste parole:

“Io non prendo gloria dagli uomini; ma so che non avete l’amore di Dio in voi” (Gv 5:41).

In queste parole il Signore Gesù è assolutamente chiaro: questi Giudei, rifiutando il Messia, dimostravano concretamente di non amare il Signore e di non essere dei Suoi figli.

L’apostolo Paolo a Timoteo, parlando degli ultimi tempi afferma che gli uomini “saranno amanti del piacere anziché di Dio”. È indubbio che tale considerazione sia vera.

L’empio non pensa certamente a rivolgersi al Signore o a cercare la volontà di Dio, anzi tutto il suo essere è incline a soddisfare le sue passioni e desideri.

Tutto ciò è sempre accaduto da quando Adamo è caduto nel peccato. È una costante che purtroppo i nostri occhi sono costretti a vedere tutti i giorni.

 

È opportuno ricordare anche l’affermazione di Gesù:

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3:12).

Anche questo è un passo assolutamente emblematico. La luce è venuta, il Signore Gesù si è mostrato, si è manifestato, si è rivelato, ma gli empi hanno preferito seguire le tenebre anziché il Signore.

Tutto ciò per un motivo molto semplice: le loro opere, le loro azioni erano malvagie ovvero rispettavano quella che era la loro natura. Ricordiamoci delle parole del Signore Gesù il quale disse che un albero cattivo non può fare frutti buoni (Lu 6:43).

 

Perciò possiamo affermare dalle Scritture che effettivamente per l’uomo non vi è la possibilità da solo di rivolgersi al Signore. Egli ne è incapace.

 

 

Lo stato di morte dell’uomo

 

Anche in questo caso la Parola di Dio è chiara. L’empio è visto come “morto nei suoi falli e peccati” dinanzi al Signore (Ef 2:1). Non vi è certamente modo di eludere questo principio.

A proposito della presunta giustizia dell’uomo, il salmista dichiara:

“Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno. Son dunque senza conoscenza questi malvagi, che divorano il mio popolo come se fosse pane, e non invocano Dio?” (Sl 53:3).

Da osservare che qui il salmista identifica gli ingiusti e gli stolti non in un “tutti” universale ma confinato a coloro che erano nemici del popolo d’Israele. Infatti si parla di “malvagi che divorano Israele” che vogliono il male del popolo di Dio.

 

Tuttavia Paolo estende il “tutti” in un senso universale quando cita questo salmo ed altre parole nel cap. 3 della lettera ai Romani. Nessuno si può definire giusto, per mezzo di proprie opere o perché vi è una qualche giustizia in lui, in quanto come è scritto:

“Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco, tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento” (Is 64:6)

Nessuno può assolutamente vantare una propria giustizia. Davanti a Dio l’uomo si trova effettivamente in una situazione di “morte” spirituale.

 

Come il Signore disse ad Adamo prima che egli cadesse:

“Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Ge 2:17), avvertimento che poi purtroppo si è tragicamente concretizzato.

Infatti la Scrittura ci presenta almeno due tipi di morte: fisica e spirituale. Ma dobbiamo domandarci: che correlazione esiste tra la morte fisica e quella spirituale? Possiamo fare lo stesso tipo di ragionamento parlando dell’uno e dell’altra?

Questa domanda è importante in quanto il Calvinismo sostiene che essendo l’uomo morto nei suoi falli e peccati è assolutamente insensibile e inerte a qualsiasi sollecitazione esterna.

Perciò vorrei evidenziare almeno due cose molto importanti:

 

• La morte spirituale implica che ci sia l’iniziativa provvidenziale del Signore.

 

• Di conseguenza l’uomo è realmente “inescusabile”.

 

Ora vedremo in che modo Iddio prende l’iniziativa.

 

 

Iddio ha messo nell’uomo una coscienza

 

Questa è una lezione molto importante da considerare. L’uomo si distingue dal resto della creazione, dagli animali e dalle piante proprio per il fatto che egli ha una coscienza, ovvero un lato morale caratterizzato da pensieri e da sentimenti.

 

• La coscienza accusa l’uomo (Gv 8:9). Questo è esattamente lo scopo della coscienza. Certamente l’empio cauterizza e calpesta la “voce” della sua coscienza, ma essa è un elemento talmente importante che rende l’uomo veramente inescusabile.

Ecco cosa leggiamo nel Vangelo di Giovanni:

“E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo” (Gv 8:7-8).

Il contesto è quello relativo al famoso episodio della donna colta in flagrante adulterio, una donna che secondo la legge doveva essere condannata a morte. Ma il Signore Gesù, potentemente, richiama gli accusatori della donna alla loro responsabilità ed al loro stato di peccato. È scritto chiaramente che essi “accusati dalla loro coscienza uscirono uno ad uno”.

Di certo non è sufficiente la coscienza per il ravvedimento, ma è un elemento importante che richiama l’uomo al suo stato di peccatore dinanzi a Dio

 

• La coscienza implica una legge che è scritta nel cuore dell’uomo (Ro 2:15).

Paolo ha scritto:

“Infatti quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a sé stessi; essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda”.

Paolo parla della relazione stretta esistente tra la legge ed il peccato. Ma è indiscusso che ancora prima che vi fosse la legge, l’uomo era comunque inescusabile per il fatto che la legge morale era scritta già nel suo cuore. Possiamo dire che la coscienza è una sorta di “freno” alla malvagità dell’uomo.

 

• L’empio ha contaminato la sua coscienza (Tt 1:15). Anche questo è un dato che dobbiamo tenere presente:

“Tutto è puro per quelli che sono puri; ma per i contaminati e gli increduli niente è puro; anzi, sia la loro mente sia la loro coscienza sono impure.

L’empio ha la mente ottenebrata e la coscienza impura, proprio per il fatto che egli vuole camminare nel peccato. Ma ciò non toglie che la coscienza svolga comunque il suo compito. Gli accusatori della donna adultera non è scritto che si ravvidero, ma sicuramente furono richiamati alla loro responsabilità.

 

• L’esempio di Giuda Iscariota (Mt 27:3).

Sicuramente Giuda Iscariota, il traditore del Signore Gesù, non si ravvide, anzi preferì suicidarsi anziché andare dal Maestro per chiedere perdono. È certamente un esempio negativo e su questo non ci sono dubbi.

Tuttavia il testo dichiara che egli “si pentì”. Certo, non era sufficiente, nel suo cuore non vi fu ravvedimento, né conversione, ma una sorta di pentimento sì, ovvero la consapevolezza di aver sbagliato e questo fu causato proprio dal richiamo della sua coscienza.

 

• La coscienza compunge il cuore (At 2:37).

Dopo il famoso discorso di Pietro, alcuni Giudei che erano presenti furono “compunti nel cuore”. Sebbene il testo non citi esplicitamente la loro coscienza, da quanto abbiamo detto, essi furono sicuramente richiamati alle loro responsabilità ed in più, a differenza degli accusatori di Giovanni 8, erano disponibili a fare tutto ciò che Pietro avrebbe loro detto. Essi non si erano ancora ravveduti, in quanto l’apostolo solo successivamente avrebbe rivolto loro l’invito: “Ravvedetevi”.

 

Quindi, l’elemento della coscienza è importante e vorrei ricordare che stiamo procedendo per tappe, con l’obiettivo di dimostrare il perché l’uomo è davvero inescusabile.

La domanda che ci dobbiamo porre è:

“È inescusabile perché Dio lo dice senza fornire nessuna prova di quest’affermazione, oppure perché la Parola di Dio ce ne indica realmente i motivi?”

 

 

Iddio ha messo nel cuore dell’uomo il pensiero dell’eternità

 

Anche questa è una lezione molto importante che traiamo dal libro dell’Ecclesiaste. dove è scritto:

“Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta” (Ec 3:11).

Questo significa che se l’uomo pensa e riflette sull’aldilà, sulla vita dopo la morte, sull’eternità, è proprio grazie a questo pensiero che non scaturisce da sé stesso, ma dal l Signore che lo ha introdotto nella sua mente.

Ecco anche il motivo per cui vi sono tantissime religioni che nel corso dei secoli e dei millenni, si sono succedute. In un modo o in un altro l’uomo, sbagliando impunemente, ha cercato di farsi un dio a propria immagine, ha seguito il “dio di questo mondo”, ha formulato tante teorie, tanti pensieri filosofici intorno all’eternità. Ma anche sbagliando, questo dimostra che l’uomo ha sempre avuto questo pensiero che lo porta a riflettere su ciò che è ultraterreno e sovrannaturale.

 

 

La testimonianza della creazione

 

La prima rivelazione che l’uomo viene a conoscere dal momento in cui apre le Scritture è quella del Dio Creatore. Il primo versetto della Bibbia è assolutamente chiaro “Nel principio Dio creò i cieli e la terra” (Ge 1:1). L’evoluzione e tutte le varie teorie che ne sono conseguite hanno cercato in tutti i modi di minare quest’importante verità e realtà che è davanti ad ogni uomo tutti i giorni. Infatti:

 

• La creazione parla delle qualità divine di Dio (Ro 1:19-20).

L’apostolo Paolo è assolutamente chiaro:

“Poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili”.

La creazione, seppure corrotta e contaminata parla della grandezza di Dio e della sua potenza. Ogni dettaglio riguardante le leggi chimiche e fisiche regolano l’universo parla della grandezza del Signore. Dio ha dato all’uomo perciò una testimonianza visibile reale e concreta che tutti i giorni ha l’occasione di contemplare.

 

• L’annuncio del vangelo eterno (Ap 14:7).

Nella Scrittura vi sono vari tipi di “vangeli” se consideriamo quella che è l’etimologia greca di questa parola; ovvero“buona o lieta notizia”. Ad esempio l’annuncio della nascita di Isacco a Abraamo e Sara è un “vangelo”, ovvero una buona notizia. Poi nel Nuovo Testamento si parla ad esempio di “evangelo del regno” e “evangelo della grazia” Ma nel testo di Apocalisse si parla di un vangelo eterno, ovvero di un annuncio, di una notizia che è valida per tutti i secoli, per tutte le età, il cui contenuto è assolutamente eloquente:

“Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le fonti delle acque”.

Come possiamo osservare, questo annuncio non parla di riscatto, né della croce del Signore Gesù, né del suo sangue, ma di quella rivelazione iniziale relativa al Dio Creatore. L’uomo è inescusabile anche per questa ulteriore prova tangibile dell’iniziativa di Dio nei suoi confronti.

 

 

La chiamata di Dio a ravvedimento

 

Proseguiamo con questo percorso a tappe che ci dimostra come tutti gli uomini sono inescusabili davanti a Dio e come tutti vengono posti nella medesima condizione. La Parola di Dio ora ci pone di fronte ad una chiara lezione ed intervento del Signore: Dio chiama a ravvedimento.

 

• Dio chiama a ravvedimento tutti quanti (Lu 5:32, Ro 2:4).

Non vi sono assolutamente distinzioni di sorta. Dio non fa favoritismi e questo è confermato da più passi della Scrittura (Gm 2:1, 1P 1:17). Nel Vangelo di Luca vengono registrate delle chiare parole del Signore Gesù Cristo:

“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento”.

Naturalmente coloro che si ritengono giusti e sani non hanno bisogno del medico. Per contro coloro che si riconoscono malati hanno sicuramente bisogno del medico. Il Signore Gesù mostra il centro della sua missione identificato in un preciso richiamo verso ogni uomo: il ravvedimento. Un ravvedimento che è sicuramente possibile ed efficace per mezzo dell’opera espiatoria che il Signore Gesù ha compiuto. Paolo ai Romani dichiara:

“Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento?”.

Come possiamo osservare il ravvedimento dell’uomo non è il frutto dei suoi sforzi, ma il risultato di una precisa iniziativa di Dio che con la sua bontà e amore spinge l’uomo a ravvedersi. Ma è chiaro che vi sia anche la responsabilità dell’uomo, il quale deve rispondere alla bontà del Signore. Non può e non deve continuare a disprezzare. Ma ciò che ora è importante sottolineare è che tale iniziativa Dio la rivolge a tutti quanti. Perché questo?

 

• Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati (Ez 33:11, 1 Ti 2:4, 2P 3:9).

Questo è un principio assolutamente importante che non possiamo assolutamente sottovalutare. La Scrittura a più riprese rivela che Dio non si compiace della morte dell’empio, anzi egli desidera la sua salvezza.

Come è scritto bel messaggio affidato da Dio al profeta Ezechiele:

“Di’ loro: «Com’è vero che io vivo», dice Dio, il Signore, «io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie! Perché morireste, o casa d’Israele?»” (Ez 33:11).

Il compiacimento di Dio si realizza nel momento in cui l’empio abbandona la strada del peccato per seguire quella della giustizia. Dio prova piacere quando l’empio si converte, quando cambia modo di pensare, modo di agire, desideri, pensieri per seguire lui, il Signore. Come abbiamo già accennato, questo processo non avviene in modo automatico, né tanto meno basandosi sugli sforzi dell’uomo, ma seguendo le “tappe” che già abbiamo visto e che continueremo ad analizzare. Tuttavia questo principio mina molto fortemente la teoria calvinista secondo cui Dio avrebbe operato delle selezioni. È vero che il testo è riferito direttamente al popolo d’Israele, ma nel Nuovo Testamento questo principio è applicato a tutti.

Infatti Paolo a Timoteo dichiara:

“Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1Ti 2:1-4).

Avremo modo di evidenziare in più occasioni la concezione dei calvinisti sul termine “tutti”, ad ogni modo, l’apostolo esprime un concetto assolutamente chiaro riprendendo quanto già detto in Ezechiele.

Perché Paolo esorta a pregare per “tutti gli uomini”? Tra l’altro si parla delle più disparate categorie di persone come i re, ovvero i governanti delle nazioni, ma più in generale per tutta l’umanità.

Perché questo?

Perché Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Nel greco abbiamo il verbo thelo che indica una volontà, un desiderio fino anche ad arrivare alla bramosia. Perciò potremmo benissimo tradurre che Dio “desidera ardentemente che tutti gli uomini siano salvati”.

Un passo del genere, con questa forza, mal si concilia con un Dio che seleziona solo alcuni a salvezza. I calvinisti con cui ho conversato mi hanno risposto che questo testo darebbe il via alla classica dottrina dell’universalità della salvezza, ma non è così. Infatti la salvezza dell’uomo, benché sia per grazia, ha bisogno della risposta dell’uomo, il quale viene messo in condizione da Dio di rispondere, come stiamo osservando.

Non solo ma anche Pietro dichiara:

“Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2P 3:9).

Ora, conoscendo la dottrina calvinista, viene spontanea una domanda.

Che senso avrebbe ritardare l’adempimento delle promesse di Dio se egli avesse già decretato chi va a salvezza e chi a perdizione?

Evidentemente, benché Dio conosca da sempre chi si convertirà, da chi non si convertirà, egli rende l’uomo ancora più responsabile, aumentando il tempo della sua pazienza.

Un esempio l’abbiamo in Genesi 6 quando ci si avvicina al diluvio. Noè avrebbe dovuto costruire un arca che non era solo per otto persone, ma per tutti coloro che, riconoscendosi nella propria malvagità e convertendosi al Signore, avessero deciso di entrare nell’imbarcazione, credendo in tal modo all’annuncio dato. Ecco perché Noè è definito “predicatore di giustizia” (2P 2:5).

 

• Dio prende l’iniziativa di cercare l’uomo (Ge 3:9, Mt 18:12, Lu 19:10).

Anche questo è un dato assolutamente importante. Infatti, l’uomo da solo non pensa minimamente al Signore, né ha intenzione di cercarlo. Ecco perché il Signore prende chiaramente l’iniziativa nel cercare l’uomo. Tale atteggiamento non è assolutamente da sottovalutare.

Quando Adamo cadde nel peccato, fu il Signore che prese l’iniziativa ed andò a cercare l’uomo :

“Dio il Signore chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto»” (Ge 3:9).

Non fu Adamo ad andare verso il Signore, ma fu l’Eterno che con amore e compassione andò verso Adamo. Fu solo allora che Adamo rispose all’interrogativo solenne del Signore “Dove sei?”.

La stessa domanda Dio la pone ad ogni essere umano, con forza e solennità divina.

Anche il Signore Gesù sottolinea la stessa lezione. Nel raccontare la parabola della pecora smarrita, egli parla del pastore che prende l’iniziativa per andare a cercarla:

“Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una di queste si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti per andare in cerca di quella smarrita? E se gli riesce di ritrovarla, in verità vi dico che egli si rallegra più per questa che per le novantanove che non si erano smarrite” (Mt 18:12-13).

Si parla di un pastore che ha un gregge di cento pecore. Una si smarrisce, ma il sentimento del pastore, l’amore che egli ha verso la sua pecora, lo porta ad andare a cercarla. Non è la pecora che cerca il pastore, ma il contrario.

Nel momento in cui egli la ritrova, vi è grande gioia,proprio per il principio visto prima: Dio vuole la salvezza dell’uomo.

Luca ci ricorda che il Signore Gesù precisò in modo lampante che lo scopo della sua missione era di cercare e di salvare colui che è perduto:

“Perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Lu 19:10).

È bello considerare che tali parole arrivano dopo il radicale cambiamento che Zaccheo dimostra. Perciò anche quest’iniziativa divina responsabilizza ogni essere umano.

 

• La Potenza del Vangelo di Dio (Ro 1:16).

Questo è un altro argomento che non può assolutamente essere ignorato. Il Vangelo di Dio, come dichiara Paolo è potenza di Dio:

“Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco, poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà»” (Ro 1:16).

Nel greco, il sostantivo “potenza” è reso con “dunamis”, la cui radice etimologica ci ricorda la nostra parola “dinamite”.

Non possiamo nemmeno immaginare quanto sia potente il Vangelo del Signore e benché sia vero che l’uomo è “morto nei suoi falli e peccati”, egli viene reso comunque responsabile, in quanto il Vangelo di Dio è potenza per scardinare il suo orgoglio.

Infatti è il Vangelo di Dio che rivela la sua giustizia ed il principio secondo cui “il giusto per fede vivrà”. Più avanti e nei prossimi articoli vedremo anche il concetto di “fede” nella Scrittura.

 

• L’opera di convinzione dello Spirito Santo (Gv 16:8).

Con quest’atto l’uomo viene reso definitivamente responsabile. È il Signore Gesù che sottolinea quest’importante verità quando parla dell’opera di convinzione dello Spirito:

“Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (Gv 16:9-11).

Ho avuto modo di confrontarmi con un fratello che aveva idee calviniste su questo testo. Mi faceva notare come il testo biblico precisa un’opera che lo Spirito porta sicuramente e termine ovvero convincere l’uomo. Infatti il testo non dice “cercherà di convincere o tenterà di convincere”, ma “convincerà”. Questa precisazione la sosteneva per suffragare la tesi secondo cui, in questo testo, la parola “mondo” non può essere intesa in senso globale ed universale, ma solo in specifico riferimento al “mondo” di coloro che credono nel Signore.

A parte il fatto che nell’analisi obiettiva del testo, nulla fa pensare ad un “mondo di coloro che credono nel Signore”, vi è un altro dato che è importante sottolineare.

Infatti il verbo greco elegcho non indica solo l’atto di convincere, ma più precisamente l’atto di accusare, di portare le prove della colpevolezza. Infatti questo verbo veniva usato spesso nei tribunali durante i processi.

 

Quindi l’opera dello Spirito, è quella di portare le prove inoppugnabili della colpevolezza dell’uomo e del suo bisogno della Grazia di Dio.

È chiaro che tale opera viene compiuta verso tutti quanti e non solo verso alcuni.