DIO: IL CREATORE L’UOMO: SUA CREATURA

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Il Signore è il Dio eterno e creatore

 

Dio è il creatore e la sua creazione ci testimonia della sua presenza e dei suoi attributi (vedi anche IL CRISTIANO n.1/gennaio 2009; pagg. 4-10). In Romani 1:20 è scritto, infatti, che “la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue”.

In queste parole la potenza di Dio viene definita “eterna” cioè senza un principio, mentre, quando si parla di “creazione del mondo” essa presenta un principio; è scritto infatti: “fin dalla creazione del mondo”.  

Quindi, quando leggiamo che “nel principio Dio creò i cieli e la terra” (Ge 1:1) dobbiamo sempre ricordarci che il “principio” di cui si parlacolloca nel tempo l’azione creatrice di Dio ma non è riferito all’esistenza di Dio. Prima di questo “principio”, fin dall’eternità, lui era presente, infatti, il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra” (Is 40:28).

Il Signore, in quanto eterno, non ha un principio e di conseguenza non avrà neanche una fine. Infatti lui stesso è il principio e la fine: “Io sono il primo e sono l’ultimo” (Is 44:6), “«Io sono l’alfa e l’omega» dice il Signore Dio” (Ap 1:8).

 

 

La domanda del Dio eterno e creatore alla sua creatura

 

Tra i numerosi messaggi che dipartono dalle prime parole della Scrittura per attraversarla poi tutta fino alla sua conclusione vi è anche quello che afferma che “il Signore è Dio eterno” colui che nella sua eternità “nel principio creò”. Quando“il Signore rispose a Giobbe” (Gb 38:1), un uomo, gli rivolse una domanda meravigliosa: “Dov’eri tu quando io fondavo la terra?” (Gb 38:4). Giobbe, come del resto nessun altro uomo, non era presente quando “Dio creò i cieli e la terra” in quanto “il Signore è Dio eterno, il creatore” mentre l’uomo conobbe l’esistenza proprio perché “Dio creò”(Ge 1:27).

Quindi il Signore, e non un uomo, le sue “mani” (Is 45:12), e non altre, hanno “spiegato i cieli” (Is 45:12) e nessun uomo (“Dov’eri tu quando io fondavo la terra?”) era lì ad aiutarlo o solamente a vederlo durante gli atti creativi che portano il suo nome, primo e unico nome di un lavoro meraviglioso, irriproducibile che è quello della sua creazione.

 

 

La risposta del mondo

 

L’ordine che ci presenta la Scrittura è chiaro: il Signore è “Dio eterno”, egli nella sua eternità “nel principio creò” e il sesto giorno “creò l’uomo”il quale, quindi, non era presente quando Dio fondava la terra.

Ma come ben sappiamo l’ordine che ci viene presentato nella Scrittura non è l’ordine con il quale ci confrontiamo ogni giorno della nostra vita “nel mondo” (Gv 17:11).

Viviamo, infatti, in una cultura e in una società che non trova alcuna difficoltà a farsi portatrice di messaggi più o meno espliciti i qualipropongono la figura dell’uomo al posto di quella di Dio.

Alla domanda rivolta all’uomo da parte di Dio, “Dove eri tu quando io fondavo la terra?”, la nostra cultura ha dato una risposta. Risposta ben individuabile nelle numerose spiegazioni, del tutto prive di fondamenti biblici, che ci vengono date riguardo a vari temi, quali per esempio l’origine della vita, le quali escludono totalmente Dio e anche, quando lo includono, lo relegano ad un ruolo, non certo suo, di spettatore inattivo e passivo nel tentativo, estremamente pericoloso ma purtroppo sempre più diffuso in molti ambienti, di conciliare due prospettive al fine di scendere ad un compromesso che non sia troppo scomodo per nessuna delle parti in causa ma che anzi sia elemento di accordo per proseguire insieme cammini i quali conducono ben lontano da quello di fedeltà e ubbidienza alla Parola di Dio.

La risposta della nostra cultura è stata data dimenticandosi, come scritto nella Parola, che Dio è colui che ha creato i cieli e la terra e che con le sue“mani” ha “spiegato i cieli” in quanto egli è “il primo e l’ultimo” e “prima di me” dice il Signore “nessun Dio fu formato, e dopo di me non ve ne sarà nessuno… da che fu il giorno, io sono (Is 43:10,13).

Non è quindi tanto concentrandoci sulla risposta che ha dato l’uomo alla domanda di Dio, “Dove eri tu quando io fondavo la terra?”, che possiamo rimanere saldi e svolgere il ruolo di testimoni di Dio nel mondo in cui viviamo. Per fare ciò dobbiamo concentrarci sulla risposta, contenuta nel testo biblico, che alcuni uomini di Dio diedero a tale domanda. Risposta che ben esprime la condizione dell’uomo davanti al “Dio eterno” ma anche il grande e unico bisogno presente nella vita delle sue creature: tornare al “Dio eterno, il Creatore”.

 

Solo in questo modo, non influenzati dalla cultura intorno a noi, potremo poi testimoniare quali sono i bisogni di un’umanità per natura mortale e lontana dal Creatore affermando che il Dio eterno vuole avere un rapporto personale con ogni sua creatura al fine di renderla partecipe dell’eternità con lui.

 

 

LA RISPOSTA

DI TRE UOMINI DI DIO

 

In silenzio e all’ascolto davanti al Dio eterno, creatore e sovrano

 

Colui al quale il Signore rivolse in modo diretto la domanda “dove eri tu quando io fondavo la terra?” fu GIOBBE. La domanda gli fu rivolta al termine delle numerose prove che aveva segnato la sua vita. Prima di questa domanda il Signore aveva detto a Giobbe: “Io ti farò delle domande e tu insegnami!” (Gb 38:3) affermazione alla quale segue una serie di domande tutte incentrate sul soggetto della creazione e della sovranità di Dio sul creato.

Con queste domande il Signore mostrò a Giobbe “la sua eterna potenza e divinità” che si vede “chiaramente fin dalla creazione del mondo”. Con la serie di domande che seguono la prima (“Dove eri tu quando io fondavo la terra?”), il Signore mostrò a Giobbe chi lui era: Il Dio eterno, creatore e sovrano. Gli mostrò cioè che l’uomo e Dio non sono sullo stesso piano: Dio è l’eterno, il creatore, il sovrano; l’uomo è la sua creatura colui che non vi era quando Dio nella sua eternità “nel principio creò”. Ma allo stesso tempo questo colloquio del Dio eterno con Giobbe mostrò anche tutto il desiderio del Signore di avere un rapporto di comunione intima e personale con la sua creatura.

Alla fine della serie di domande di Dio Giobbe disse al Signore “che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Gb 40:4). Non ci furono risposte da parte di Giobbe alle domande del Signore.

 Giobbe scelse la migliore risposta in quel momento: il silenzio. Il silenzio davanti al Dio eterno, creatore e sovrano, davanti a colui che non era sul suo stesso piano ma che allo stesso tempo desiderava avere con Giobbe un rapporto intimo e di comunione personale. Giobbe non rispose, non insegnò nulla a Dio ma si mise in silenzio davanti a Dio. Anzi alla fine Giobbe parlò ma non per insegnare a Dio, Giobbe parlò per ricevere insegnamenti da Dio dicendogli: “Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami!” (Gb 42:4).

 

Purtroppo l’esperienza di Giobbe non è esperienza comune nel mondo in cui viviamo, non troviamo certo messaggi come questo provenire dalla cultura che ci circonda. Il tentativo dell’uomo è stato da sempre quello di mettersi nello stesso piano di Dio, anzi, di prendere il posto di Dio (Ge 3). Così ecco che l’uomo della nostra cultura non è l’uomo che sceglie la via del silenzio davanti alle domande di Dio, non è l’uomo che ad un certo punto risponde ma per dire: “Ti farò delle domande e tu insegnami!”. L’uomo della nostra cultura pretende di insegnare a Dio, pretende di prendere il suo posto fornendo spiegazioni addirittura riguardo ad eventi ai quali non era presente: “Dove eri tu quando io fondavo la terra?”. Tutto ciò perché l’uomo non accetta di non essere sullo stesso piano di Dio, non accetta che Dio è l’eterno e noi le sue creature che necessitano di una sola cosa nella vita: ritornare a lui.

Giobbe aveva riconosciuto tutto ciò, infatti, l’uomo che si mise in silenzio all’ascolto del Signore era un uomo che nel mezzo della sua prova aveva avuto sempre comunque chiaro che Dio è l’eterno e che l’uomo a causa del peccato conoscerà una fine, ma che, se durante questa vita ripone la sua speranza in Dio, sarà partecipe dell’eternità con lui tanto che lo udiamo affermare:

“Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. Lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli di un altro; il mio cuore dal desiderio, mi si consuma!” (Gb 19:25-27).

È vero: non troviamo certo messaggi come questo provenire dalla cultura e dalla società che ci circonda ma abbiamo la Parola di Dio alla quale ogni giorno possiamo andare per ascoltare quello che veramente nutre e fortifica la nostra vita.

Condizionati e trasformati da quanto la Scrittura ci insegna, e non da quanto la cultura di questo mondo diffonde, ricordiamoci che Dio è l’eterno, il creatore, il sovrano, poniamoci in silenzio davanti a lui perché non abbiamo niente da insegnargli, come pretende di fare il mondo in cui viviamo, ma stiamo in silenzio e all’ascolto di quello che egli vuole insegnarci, facciamogli delle domande e ascoltiamo le sue risposte contenute nella sua Parola.

 

 

Prima che tutto fosse il Dio eterno e creatore già vi era

 

La domanda “Dove eri tu quando io fondavo la terra?” venne rivolta in modo diretto solamente a Giobbe ma come abbiamo visto questa domanda racchiude in sé un messaggio ben preciso: l’eternità di Dio il Creatore in confronto alla condizione dell’uomo, la sua creatura. Messaggio che in modi diversi nella forma, ma simili nella sostanza, venne posto di fronte a molti uomini di Dio tra i quali MOSÈ.

Nella profonda comunione che lo legava al Signore, Mosè aveva conosciuto uno degli innumerevoli attributi del Signore: l’eternità. Fu infatti in qualità di “Eterno” che il Signore si rivelò a Mosè (Es 3:1) quando gli disse: “Io sono colui che sono” (Es 3:14a), “Tale è il mio nome in eterno” (Es 3:15).

Mosè aveva ben chiaro chi era Dio, sapeva che egli è “l’eterno, il creatore”. Infatti rivolto al Signore disse: “Prima che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e l’universo anzi, da eternità in eternità, tu sei Dio” (Sl 90:2). Parole che ci ricordano che il nostro Dio è il creatore eterno perché prima che tutto fosse da lui creato il “Dio eterno” già era, “da eternità in eternità” egli è Dio.

Quindi Mosè, proprio lo stesso autore, che dietro la stessa ispirazione e guida divina aveva scritto che “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”,affermò anche “Prima che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e l’universo anzi, da eternità in eternità, tu sei Dio”.

Quale messaggio completo è contenuto nella Scrittura!

Il Dio che “Nel principio… creò i cieli e la terra” è lo stesso Dio che, prima di avere creato e formato “la terra e l’universo”, già vi era. Ecco quindi che alla domanda “Dove eri tu quando io fondavo la terra?” Mosè rispose: “Io non vi ero ma tu vi eri: da eternità in eternità, tu sei Dio”.

Ma Mosè aveva ben chiara anche quella che era la condizione dell’uomo di fronte a Dio. Infatti subito dopo quanto esaminato in precedenza ecco che affermò “Tu fai ritornare i mortali in polvere… finiamo i nostri anni come un soffio” (Sl 90:3, 9). Tali parole ben esprimono la condizione dell’uomo di fronte a Dio. L’uomo avrà una fine, la sua vita passa come un soffio.

Invece non è così per il Signore, egli è “Dio eterno, il creatore” colui al quale Mosè disse “mille anni sono ai tuoi occhi come il giorno di ieri che è passato, come un turno di guardia di notte” (Sl 90:4) come scritto anche dall’apostolo Pietro “Per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno” (1P 3:8). Eliu lo aveva affermato a Giobbe dicendo riguardo al Signore “incalcolabile è il numero dei suoi anni” (Gb 36:26).

Ma, come Giobbe, anche Mosè aveva ben chiaro il terzo elemento del messaggio che la Parola di Dio ci annuncia.

Mosè sapeva che il “Dio eterno, Creatore” desidera che ogni sua creatura, la cui vita passa come un “soffio”, ritorni a lui per godere le conseguenze meravigliose di questo rapporto ristabilito. Ecco infatti che Mosè proprio all’inizio del Salmo affermò: “Signore tu sei stato per noi un rifugio di età in età” (Sl 90:1). Queste parole ci descrivono quello che il Signore è stato da sempre per il popolo di Israele a nome del quel Mosè parlò.

Ecco quindi che gli uomini la cui vita passa come un soffio possono trovare “rifugio” in colui che da “eternità in eternità” è Dio, in colui che nel principio creò ogni cosa ma che prima ancora di questo principio già vi era.

Quale realtà meravigliosa ci pone davanti la Scrittura, realtà che non ci pone davanti la cultura del mondo!

Dio non è eterno, non è il creatore, Dio non vi era prima della creazione, se mai fosse il creatore deve essere stato creato da qualcuno o da qualcosa, se mai fosse eterno che ne faremmo di un Dio così distante dalla nostra condizione: questi sono solo alcuni dei messaggi che quotidianamente la cultura del mondo diffonde.

Ma la Scrittura parla chiaro e ci dice che Dio è il creatore, che da prima di questa creazione lui vi era, che l’uomo di fronte a lui non è che un soffio che passa ma che allo stesso tempo può trovare rifugio in lui per vedere cambiata la sua vita e la sua condizione.

Ognuno di noi può sperimentare quello che sperimentava il popolo di Israele e che è ben espresso nelle parole di Mosè che poco prima della sua morte parlando proprio al suo al popolo gli disse: “Il Dio eterno è il tuo rifugio; e sotto di te stanno le braccia eterne” (De 33:27).

Queste “braccia eterne” sono le braccia del “Dio eterno”, braccia pronte ad accogliere, salvare, prendere con sé, proteggere, sostenere ogni uomo, creatura di Dio, che riconosciuta la propria condizione davanti al Creatore eterno ritorna fra di esse per trovarvi “rifugio”, un rifugio eterno come le braccia di colui che è sempre pronto ad accoglierci e una volta che ci accolto ci tiene stretti a sé per l’eternità.

 

 

Riporre la speranza nel Dio eterno e creatore

 

Anche DAVIDE era un uomo che aveva ben compreso e vissuto quale era la corretta risposta alla domanda “Dove eri tu quando io fondavo la terra?”. Anche Davide aveva riconosciuto nella sua vita che il Signore Dio è l’Eterno e il Creatore, che l’uomo è la sua creatura che si trova su un piano diverso dal suo, ma che allo stesso tempo trova delle “braccia eterne” pronto ad accoglierlo.

Per guardare ad alcuni aspetti della figura di Davide in rapporto a tale messaggio vediamo innanzitutto quello che, non Davide, ma l’autore divinamente ispirato del Salmo 102 scrisse. Egli rivolto al Signore affermò: “Nel passato tu hai creato la terra e i cieli sono opera delle tue mani; essi periranno ma tu rimani; tutti quanti si consumeranno come un vestito; tu li cambierai come una veste e saranno cambiati. Ma tu sei sempre lo stesso e i tuoi anni non avranno mai fine” (Sl 102: 25-27).

Questa creazione finirà a causa del peccato che vi ha fatto il suo ingresso in Eden (Ge 3:6), essa non sta andando verso un miglioramento evolutivo ma verso un peggioramento distruttivo. Vi sarà, infatti, un giorno in cui “i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate” (2P 3:10). Vi sarà quindi una nuova creazione, non sottoposta al peccato, vi saranno “nuovi cieli e nuova terra nei quali abiti la giustizia” (2P 3:13). Ma nonostante ciò il Signore non si consumerà, non cambierà infatti lui è“sempre lo stesso” e come non ha avuto un “principio” così i suoi “anni non avranno mai fine”.

Davide era ben consapevole di tutto ciò ma era anche ben consapevole che mentre gli anni del Signore “non avranno mai fine” non è così per l’uomo. Infatti nel Salmo 39, disse al Signore: “Fammi conoscere la mia fine e quale sia la misura dei miei giorni. Fa che io sappia quanto sono fragile. Ecco, tu hai ridotto la mia esistenza alla durata di qualche palmo, la mia durata è come un nulla davanti a te; certo ogni uomo benché saldo in piedi non è che vanità. Certo l’uomo va e viene come un ombra” (Sl 39:4-6). Gli uomini hanno una “fine” mentre Dio è eterno, la loro vita terrena ha la “durata di qualche palmo” e al cospetto del Dio creatore eterno essi non sono altro che “vanità”, “un ombra” che passa, si dirigono tutti “in un medesimo luogo” in quanto “tutti ritornano alla polvere” (Ec 3:20). Infatti, peccando (Ge 3:6) l’uomo conobbe l’amara conseguenza di ciò: la morte, sia la morte spirituale che quella fisica come scritto “sei polvere e in polvere ritornerai” (Ge 3:19). Infatti la corruzione materiale (morte fisica) a cui è soggetta la creazione di Dio, uomo compreso, non è altro che conseguenza della corruzione spirituale (morte spirituale) a cui l’uomo si è dato quando invece che proseguire nella comunione con lui ha scelto la via del peccato e dell’indipendenza da lui.

Davide aveva ben chiara quella che era la condizione dell’uomo di fronte a Dio (Sl 39:4-6) ma non solo. Egli aveva anche ben compreso, di conseguenza, il vero bisogno della sua vita: ritornare al suo Creatore tanto che affermò: “E ora o Signore che aspetto? La mia speranza è in te” (Sl 39:7). La “speranza” di cui parla Davide è un’attesa fiduciosa e sicura di un qualcosa di futuro che ha anche profonde conseguenze nel presente nonostante dal punto di vista materiale la condizione di Davide rimanga come quella di un “ombra”. Ma proprio perché la condizione dell’uomo è senza speranza ecco che Davide riponendo la sua “speranza” in Dio, nonostante tutto, poteva guardare al futuro con attesa sicura e fiduciosa, cosa che condiziona anche il suo presente. Ciò fu possibile non per chi era Davide ma per chi è colui nel quale Davide ripose la sua “speranza”: Dio il Creatore e l’Eterno.

Purtroppo l’esperienza di Davide non è esperienza comune nel mondo in cui viviamo. Vi sono infatti tante persone che continuano ancora ad “aspettare” e piuttosto che riporre la propria “speranza” nel Creatore preferiscono vivere senza “speranza”, rifiutando, ma non solo, anche addirittura contestando l’unica loro speranza. Proprio l’uomo, nonostante la sua condizione è quella di chi “va e viene come un ombra”, continua a rifiutare e contestare “colui che l’ha formato” (Is 45:11) ma è scritto anche: “Guai a colui che contesta il suo creatore, egli, rottame tra i rottami di vasi di terra!” (Is 45:9). Come Davide nel Salmo 39 gli occhi dei figli di Dio sono occhi aperti sulla condizione di uomini al cospetto di Dio (Sl 39:4-6). Come Davide nel Salmo 39 coloro che appartengono al Signore affermano “E ora o Signore che aspetto? La mia speranza è in te” (Sl 39:7). Abbiamo intrapreso, e siamo chiamati ad intraprendere ogni giorno, il sentiero percorso da Davide così che i messaggi diffusi dalla cultura in cui viviamo, i quali raggiungono in un modo o in un altro la nostra vita, non ci confondano e non ci distraggano dai nostri veri obiettivi: crescere nella consacrazione e nel servizio verso colui nel quale abbiamo riposto la nostra speranza, cioè il Dio creatore ed eterno.

 

 

Quelli che sperano nel Dio eterno e creatore

 

Abbiamo iniziato questa riflessione con le parole contenute nel libro di Isaia le quali affermano che “Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra”. Parole che ci ricordano chi è il nostro Dio, l’eterno e il creatore, colui che a differenza dell’uomo “non si affatica e non si stanca” (Is 40:28)

Abbiamo poi sviluppato la riflessione attorno ad una domanda che l’Eterno rivolge all’uomo “Dov’eri tu quando io fondavo la terra?” infatti“Chi ha misurato le acque nel cavo della sua mano o preso le dimensioni del cielo con il palmo?” (Is 40:12). “Non avete riflettuto sulla fondazione della terra?” (Is 40:21), “Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose?” (Is 40:26) Il Signore fa queste domande per farsi conoscere dal suo popolo.

Abbiamo poi visto quale è la condizione dell’uomo che “va e viene come un ombra” in confronto al Dio eterno e creatore. Infatti “ogni carne è come l’erba e tutta la sua grazia è come il fiore del campo. L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba… I giovani si affaticano e si stancano i più forti vacillano e cadono” (Is 40:6-7, 30).

Abbiamo però concluso che il vero e unico bisogno della vita dell’uomo è quello di ritornare al Dio eterno e creatore, ritornare a rifugiarsi tra le “braccia eterne” riponendo la “speranza” in lui. La conseguenza di ciò è una comunione ritrovata della sua creatura con il Creatore, comunione che ha ripercussioni presenti e future infatti chi in questa terra ripone la speranza in lui diviene partecipe della sua eternità con lui che “dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano” (Is.40:31). Ecco chi sono quelli che sperano nell’Eterno: speranza che non può essere riposta nell’Eterno e Creatore se non per mezzo di Cristo Gesù infatti:

“Così parla Dio, il Signore che ha creato i cieli e li ha spiegati, che ha disteso la terra con tutto quello che essa produce, che da respiro al popolo che c’è sopra e lo spirito a quelli che vi camminano. Io il Signore ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni per aprire gli occhi dei ciechi, per fare uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre” (Is 42:6-7).

Dio, l’Eterno e il Creatore, ha mandato nel mondo Cristo Gesù quale “luce delle nazioni” al fine di fare uscire dalla prigione delle tenebre del peccato coloro che per mezzo del Figlio ripongono la speranza nel Padre, il Dio eterno e creatore. Colui che “così parla”, colui nelle cui “braccia eterne” attende, per poi custodirli in eterno, tutti coloro che ripongono la speranza in lui, il Dio eterno e creatore. Questo è il messaggio che tutti noi siamo chiamati a vivere e a testimoniare.