LETTERA AGLI EBREI (XXIV) Un regno che non può essere scosso

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Introduzione

 

Il sapere che la correzione del Signore scaturisce dal suo amore per i propri figli adottivi (12:5-11), dovrebbe essere motivo di consolazione per coloro che si trovano a lottare contro il peccato.

Per quanto concerne i primi lettori della lettera agli Ebrei, anziché sentirsi sopraffatti dalle afflizioni con il rischio di cedere alla tentazione di fare un passo indietro verso il Giudaismo (vv. 4, 12), sono invitati a proseguire, senza tentennamenti, nel cammino intrapreso (vv. 13-17).

Per stimolarli a farlo, l’autore prima porta il loro pensiero indietro al monte Sinai per considerare lo spavento che incuteva la rivelazione della legge (vv. 18-21) poi in alto a considerare la Gerusalemme celeste e a sentire la voce di “colui che parla dal cielo”, mettendo così in evidenza quanto sia migliore tutto ciò che attiene al nuovo patto.

 

Il motivo culminante per essere riconoscenti e offrire a Dio “un culto gradito, con riverenza e timore” è il fatto che coloro che fanno parte del nuovo patto ricevono “un regno che non può essere scosso” (vv. 18-29).

 

 

La risposta dei figli di Dio alla disciplina del Signore (12:12-17)

 

L’autore si serve dell’Antico Testamento, la Bibbia per i primi lettori, per spronarli a lasciarsi incoraggiare dalla consolazione contenuta nel brano precedente.

Il sapersi “figli di Dio”, amati dal Padre, dovrebbe predisporre ad agire così:

 

“Rinfrancando le mani cadenti e le ginocchia vacillanti, fate continuamente sentieri diritti per i vostri piedi” (vv. 12-13, gr.; cfr. Is 35:3 e Pr 4:26).

 

L’importanza di questa risposta alla disciplina del Signore va oltre la considerazione del bene che ne trae il singolo credente. Tale comportamento protegge anche le persone che si sono messe in cammino verso Cristo.

Infatti se il comportamento di un credente non rispecchia la sua professione di fede, chi non ha ancora fatto il passo decisivo di fede rischia di inciampare a causa di una tale incoerenza e così restare privo della grazia di Dio. D’altra parte, una vita convincente favorisce la totale guarigione– salvezza – del simpatizzante.

 

Gesù aveva detto che “coloro che si adoperano per la pace” sono beati “perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5:9).

Qui coloro che Dio Padre riconosce come figli (Eb 12:7-11) sono chiamati a un duplice impegno: “a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore” (v. 14). Coloro che sono stati santificati per mezzo della morte del Figlio di Dio (2:9-11) sono chiamati a collaborare attivamente al processo di santificazione pratica (12:11, 14; cfr. Fl 2:12-13). Nel caso contrario, manca l’evidenza pratica dello stato di figli (Eb 12:8).

 

Sembra che l’espressione “radice velenosa” nel v. 15 si riferisca a qualcuno che insegna dottrine false che inquinano la mente e il cuore. Tale espressione acquisisce maggiore forza letta nel suo contesto originale del discorso di Mosè con cui egli invitò la nuova generazione di Israeliti a rinnovare il patto con Dio:

 

“Non vi sia tra di voi uomo o donna o famiglia o tribù che volga oggi il cuore lontano dal SIGNORE nostro Dio, per andare a servire gli dèi di quelle nazioni; non vi sia tra di voi nessuna radice che produca veleno e assenzio. Nessuno, dopo aver udito le parole di questo giuramento, si illuda nel suo cuore dicendo: «Avrò pace, anche se camminerò secondo la caparbietà del mio cuore». In questo modo chi ha bevuto largamente porta a perdizione anche chi ha sete” (De 29:17-18).

 

Appare significativo che l’avvertimento riguardo la pericolosità della presenza di una “radice velenosa” venga seguito immediatamente dalle parole: “che nessuno sia fornicatore”. L’allontanamento da Dio è sempre seguito dalla decadenza del comportamento morale dell’uomo (cfr. Ro 1:18-32). L’autore tornerà su un importante aspetto del comportamento morale del credente nel capitolo 13 v. 4. Per ora si limita all’avvertimentonessuno sia fornicatore” e passa a un’altra condizione da evitare: “che nessuno sia… profano (12:16).

 

Il comportamento profano di Esaù consistette soprattutto nel suo disprezzo per il patto di Dio e così per il Dio del patto. Del resto, la sua scelta fu sciocca come è sciocco chi, in questa vita, sceglie di rinunciare alle benedizioni eterne per godere “i piaceri del peccato”. Il carattere profano di Esaù si vede nel fatto che, pur volendo “ereditare la benedizione”, non ci fu alcun segno di ravvedimento per il fatto di aver venduto la sua primogenitura per una sola pietanza. Il v. 17 chiarisce la differenza che passa fra “pentimento” (Esaù cercò la benedizione “con lacrime”) e il ravvedimento (la decisione di cambiare direzione e di vedere le cose dal punto di vista di Dio, dopo aver preso coscienza di essersi diretto nella direzione sbagliata). A dimostrare la mancanza di ravvedimento nella vita di Esaù fu il fatto che le sue lacrime si trasformarono in odio omicida (Ge 27:41).

 

Il riferimento al ravvedimento al v. 17 sottolinea la sua importanza nel processo della salvezza. Nella lettera ai Romani Paolo insegna che “la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento” (2:4). Chi resiste a tale bontà viene caratterizzato come segue:

“Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumoli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio” (v. 5).

Già in quest’epistola il ravvedimento è stato presentato come un punto di arrivo determinante. Chi si ravvede entrerà sulla via della salvezza; chi si ostina a resistere alla bontà di Dio sceglie, come proprio destino, di conoscere Dio come Giudice, un destino davvero temibile (Eb 6:4-9; 10:26-31).

 

 

Il patto sinaitico e il nuovo patto a confronto (vv. 18-27)

 

In questo brano l’autore contrasta il terrore associato con il primo patto e la posizione privilegiata di coloro che appartengono al nuovo patto.

I vv. 18-21 rievocano le istruzioni che Dio diede a Israele, per mezzo di Mosè, quando il popolo giunse al monte Sinai, nonché i segni terrificanti dalla presenza di Dio sul monte (si veda Es 19:10-25; 20:18-19). Questa rievocazione vuole mettere in evidenza quanto sia diversa la situazione di chi adora Dio secondo i termini del nuovo patto.

Intanto sottolinea il fatto che il Dio di entrambi questi patti è tremendamente santo, sicché qualsiasi atteggiamento che non rispecchi la sottomissione a lui e alla sua volontà è del tutto inadatto.

 

Ben diversa, rispetto all’esperienza degli Israeliti al monte Sinai, è quella degli Ebrei credenti che si trovano nel nuovo patto:

 

“Voi vi siete invece avvicinati al monte Sion, alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, alla festante riunione delle miriadi angeliche, all’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli, a Dio, il giudice di tutti, agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, il mediatore del nuovo patto e al sangue dell’aspersione che parla meglio del sangue d’Abele” (vv. 22-24).

 

Conviene considerare ad una ad una le espressioni usate qui. L’autore usa le espressioni “monte Sion”, “la città del Dio vivente” e “la Gerusalemme celeste” come sinonimi.

Si tratta, evidentemente, della dimora celeste di Dio a cui hanno accesso coloro che gli si presentano nel nome di Gesù (7:24-25; 10:19-23).

 

L’espressione “alla festante riunione delle miriadi angeliche” indica in modo eloquente l’effetto dell’istituzione del nuovo patto da parte di Cristo.

Al Sinai gli eserciti celesti incussero spavento agli uomini. Dopo la vittoria di Cristo, invece, gli angeli provano un vivo interesse nella sapienza di Dio vedendo il frutto della sua grazia nella Chiesa (si veda Ef 3:10 e cfr. Eb 1:14).

Già Gesù aveva fatto sapere che “c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede” (Lu 15:10).

 

Segue la descrizione di coloro che sono entrati nel nuovo patto come: “l’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli”. L’uso di“primogenito”, un termine di solito riservato nel Nuovo Testamento per indicare Cristo (Ro 8:29; Cl 1:15, 18; Eb 1:6), sembra voler sottolinea l’incredibile privilegio di cui godono i membri della Chiesa. Tale termine fu usato anche per definire il rapporto fra Dio e Israele quando Mosè chiese al faraone la sua liberazione dall’Egitto per servire Dio (Es 4:22).

 

Ogni persona che è entrata nel nuovo patto acquisisce la dignità di un “primogenito”. Per l’iscrizione dei nomi “nei cieli” conviene ricordare le parole che Gesù rivolse ai settanta che gli avevano raccontato di come Dio aveva operato potentemente per mezzo di loro:

“Tuttavia, non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lu 10:20). Altrove il Nuovo Testamento parla del “libro della vita” (Fl 4:3) e del “libro dell’Agnello” (Ap 21:27).

La definizione “libro dell’Agnello” indica ciò che rende possibile l’iscrizione del proprio nome in questo libro: il sacrificio sostitutivo di Cristo in qualità di Agnello di Dio.

 

La menzione di Dio come “il giudice di tutti” mette in risalto il fatto che la condizione dei salvati è frutto della misericordia di Dio. L’espressione“gli spiriti dei giusti resi perfetti” sembra riferirsi ai santi del passato e si ricollega con il tema del capitolo 11 dove si parla di persone che vivevano per fede prima dell’avvento di Cristo ma la cui perfezione attendeva il suo sacrificio e i tempi del nuovo patto (11:39-40; cfr. Ro 3:24-26).

Infine, al posto di venire alle scene terrificanti che accompagnavano la rivelazione delle legge al monte Sinai, ora si viene “a Gesù, il mediatore del nuovo patto e al sangue dell’aspersione che parla meglio del sangue d’Abele” (v. 24).

 

La presenza di Gesù nella Gerusalemme celeste in qualità di Mediatore e Garante del nuovo patto, rende stabili tutte le “migliori promesse” del nuovo patto. Il sangue su cui il nuovo patto è fondato “parla meglio” del sangue di Abele che accusava Caino di colpevolezza (Ge 4:10), come faceva anche la legge. Il sangue di Gesù, invece, purifica da ogni peccato e ha valenza eterna (10:10-18).

 

“Colui che parla dal cielo” (12:25) è Cristo “che si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi” (1:3) per intraprendere i suoi ministeri di Mediatore del nuovo patto e Capo della Chiesa.

 

L’autore della lettera agli Ebrei, mosso dallo Spirito Santo, è convinto che ora Gesù parla dal cielo per mezzo delle parole di questo libro. L’avvertimento: “badate di non rifiutare d’ascoltare colui che parla” è seguito, come in 2:1-4, da una comparazione fra la legge promulgata al monte Sinai e la grandezza superiore della rivelazione di Cristo che parla dal cielo.

Al posto della domanda retorica di 2:3: “Come scamperemo se…?”, ora, al termine della rivelazione relativa alla verità del nuovo patto, l’autore afferma senza mezzi termini: “molto meno scamperemo noi, se voltiamo le spalle a colui che parla dal cielo”.

Per rendere il discorso molto concreto l’autore ricorda che, al tempo di Mosè, la voce di Dio fece tremare il monte Sinai (Es 20:18).

È lo stesso Dio che ora parla dal cielo.

 

La profezia di Aggeo, citata nei vv. 26-27, prevede un momento futuro in cui tutto ciò che fa parte della vecchia creazione – i cieli, la terra, il mare e l’asciutto, tutte le nazioni – ossia tutto l’ordinamento di cose a cui il Giudaismo faceva riferimento, sarà sballottato e rimosso, per lasciare il posto a un nuovo ordinamento di cose permanenti (cfr. 2 P 3:7, 10-13).

 

 

Conclusione (vv. 28-29)

 

L’ordine futuro ha avuto inizio già con il regno spirituale di grazia e di giustizia che i credenti del nuovo patto hanno ricevuto (Cl 1:13; Ro 6:12-14; cfr. Da 7:17-27). Tale regno non può essere scosso perché basato, non sulle opere fallaci degli uomini, bensì unicamente sull’opera di Dio.

L’autore sprona gli eredi di questo regno a non rimanere indifferenti di fronte alla grazia che Dio ha loro mostrato. Piuttosto: “siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore!” (v. 28b). Tale atteggiamento di riverenza verso Dio, descritto come “un fuoco consumante” (v. 29; cfr. De 4:24), favorirà un santo timore di Dio; inoltre la sottomissione gioiosa che tale atteggiamento favorisce proteggerà i credenti del nuovo patto dalla tentazione di commettere peccati quali l’apostasia (cfr. 13:1-6).

 

 

Per la riflessione personale o lo studio di gruppo

 

1. Che cosa significa in termini pratici: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore”?

 

2. In quali modi il rapporto con Dio delle persone che sono entrate nel nuovo patto si distingue dall’esperienza di Israele sotto il patto levitico?

 

3. In che senso il regno in cui vengono introdotti coloro che sono stati liberati dal potere delle tenebre (Eb 1:14-15; Cl 1:13) “non può essere scosso” (Eb 12:28)?

Quale altra prospettiva inerente il Regno di Dio è accennato in Ebrei 10:13?