LE RICCHEZZE: INDICAZIONI PRATICHE PER NOI

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Dare valore alle cose

 

Come dobbiamo comportarci con le ricchezze?

Fino a che punto è legittimo aspirare ad un tenore di vita più agiato?

Come conciliare i tempi di crisi con le nostre abitudini?

Sono domande che spesso siamo costretti a farci, confrontandoci con la vita di tutti i giorni. In questo articolo cerchiamo di considerare alcuneindicazioni pratiche della Scrittura che possono darci delle risposte al riguardo.

 

Una prima verità di fondo che dobbiamo riaffermare, è che occorre dare valore alle cose che si hanno, anche alle più piccole e alle più consuete.

Cominciando dal cibo quotidiano, per il quale ringraziamo il Signore prima dei pasti, dovremmo pensare a tutte le cose di cui disponiamo come un dono che Dio ci largisce. Avere una casa in cui abitare, la possibilità di andare a scuola, delle strade su cui viaggiare comodamente, le cure per la nostra salute, la pensione per la nostra vecchiaia… per non parlare dell’acqua potabile, della corrente elettrica, del riscaldamento, dei vestiti, delle automobili, delle comunicazioni…

Spesso pensiamo che sia normale, se non dovuto, avere tutte queste cose, ma non è affatto così.

Accade di frequente (proprio nell’epoca in cui possiamo vedere in tempo reale cosa succede all’altro capo del globo!), che ci dimentichiamo con tanta facilità delle condizioni di vita di tanti. Persone senza casa, senz’acqua, afflitte dalla fame, dalle inondazioni o dalla siccità, dalle malattie, dalle guerre, dallo sfruttamento, persone che non possono neppure sapere delle possibilità che hanno gli altri uomini al di là del loro piccolo mondo. Le loro immagini ci passano davanti in televisione e molte volte ci lasciano indifferenti.

Non sembra anche a voi di essere diventati troppo insensibili?

 

 

Non dobbiamo dimenticare l’importanza della riconoscenza a Dio per ogni cosa.

 

• “Infatti tutto quel che Dio che ha creato è buono; e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie…” (1Ti 4:4).

 

• “…ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo…” (Ef 5:20).

 

Esaminiamoci, per verificare se non sia anche dentro di noi il male dell’ingratitudine, che è un segno di decadenza degli ultimi tempi.

Riconoscenza, oltre a “dire grazie a Dio”, è anche non sprecare ciò che abbiamo, abusando dell’abbondanza.

Ricordo i primi Campi biblici a cui partecipai da bambino: chi organizzava insisteva affinché ciò che, a tavola, si metteva nei piatti e nei bicchieri, venisse consumato completamente prima della fine del pasto. Era una buona regola che mi rimase impressa positivamente, perché con semplicità insegnava a non sprecare nulla.

 

Un altro pericolo che corriamo, circondati da una società che ne è succube, è quello di non essere mai contenti.

Vorremmo di più. Non vogliamo restare indietro nella corsa rispetto agli altri, così cerchiamo capi di abbigliamento firmati e alla moda, l’ultimo modello di telefonino, e tante altre cose di cui ben potremmo fare a meno.

La pubblicità è ovunque e l’offerta dei prodotti proposti è sempre più frequentemente accompagnata da messaggi che trascendono il mero aspetto materiale dei beni. Infatti, sempre più spesso, i messaggi che vengono diffusi fanno leva proprio sui tre punti deboli dell’uomo che sono propri del mondo (1Gv 2:16): “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita”.

Così, non vogliamo privarci dell’ultima comodità disponibile né delle tecnologie più avanzate. Anche i bambini vengono dotati di tutto il possibile. Talvolta poi occorre lavorare molto per procurarsi e mantenere tutte queste cose, spesso a scapito del tempo che si potrebbe dedicare alla famiglia e, nel caso di credenti, alla chiesa ed al servizio.

Il problema è che anche quando si possiedono tante cose, non si è soddisfatti, come correndo dietro qualcosa che va sempre più veloce di noi e non è possibile afferrare.

Ma non pensiamo che ben presto lasceremo tutto qui in terra?

 

“Infatti non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure possiamo portarne via nulla; ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti. Invece quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. Infatti l’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori.” (1Ti 6:7-10)

 

Dovremmo essere contenti di avere cibo per nutrirci (e noi a volte lo sprechiamo) e vestiti per coprirci (e spesso ne abbiamo armadi pieni!).

Non dovremmo forse rivedere il nostro stile di vita alla luce di tutto ciò?

 

“La vostra condotta non sia dominata dall’amore del denaro; siate contenti delle cose che avete; perché Dio stesso ha detto: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”. Così noi possiamo dire con piena fiducia: «Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l’uomo?»” (Eb 13:5-6)

 

Non dobbiamo dubitare: il Signore non ci farà mancare quello che ci è veramente necessario (Pr 10:3). Ma per parte nostra dobbiamo essere contenti delle cose che abbiamo e non avere “amore” (vale a dire il nostro cuore) per il denaro e le cose della vita.

Il credente può sentirsi soddisfatto e sereno in qualunque condizione economica venga a trovarsi, come affermava l’apostolo Paolo:

 

“…io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica.” (Fl 4:11-13)

 

Tanto la ricchezza quanto la povertà presentano il loro pericoli, tanto è vero che l’autore di Proverbi, consapevole di questi pericoli, chiedeva a Dio di non dargli né l’una né l’altra condizione di vita (Pr 30:7-9). Ma “in Cristo” diventa possibile vivere qualunque situazione senza essere sopraffatti dai pericoli che comporta, anzi, come servendo lui, e questo grazie al fatto che lui stesso ci fortifica interiormente per avere una vita vittoriosa.

 

In linea generale, non dovremmo ambire ad avere grandi ricchezze e agi su questa terra. È scritto così:

 

“Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili.” (Ro 12:16).

 

 

Essere ripieni delle ricchezze spirituali

 

Essere sempre contenti non è facile.

Tutti noi siamo, di più o di meno, condizionati dalle circostanze. Ma se vogliamo essere resi più stabili per vivere sempre con soddisfazione,dobbiamo avere il nostro cuore vicino al Signore ed alla sua Parola.

Se un vaso è già pieno, non potrà essere ulteriormente riempito a meno di svuotarlo del suo contenuto. Così anche noi, se saremo pieni di tesori spirituali, non cercheremo altro.

Guardando ai loro rispettivi contenuti, la lettera di Paolo agli Efesini può essere definita “la lettera della ricchezza”, mentre quella ai Colossesi“la lettera della pienezza”. In esse lo Spirito Santo ha sottolineato la portata immensa di tutto ciò che possediamo come credenti “in Cristo”, cose di cui dovremmo prendere sempre più consapevolezza.

Perché invece, assomigliamo tanto a Laodicea, che deve sentirsi dire dal Signore: “…sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo” (Ap 3:17)?

Perché la nostra vita attinge molto dal mondo, dove per Dio c’è la povertà spirituale, e pochissimo dal cielo dove c’è il Signore e la ricchezza?

 

Se solo dedicassimo più tempo per la meditazione della Parola di Dio! Saremmo arricchiti e al tempo stesso colmati di gioia. Notiamo nei brani seguenti l’esperienza di chi ha attinto da essa:

 

• “Gioisco seguendo le tue testimonianze, come se possedessi tutte le ricchezze” (Sl 119:14)

 

• “La legge della tua bocca per me vale più di migliaia di monete d’oro e d’argento” (Sl 119:72).

 

• “Le tue testimonianze sono la mia eredità per sempre, esse sono la gioia del mio cuore” (Sl 119:111).

 

• “Perciò io amo i tuoi comandamenti più dell’oro, più dell’oro finissimo” (Sl 119:127).

 

• “Gioisco della tua parola, come chi trova un grande bottino” (Sl 119:162).

 

• “Beato l’uomo che ha trovato la saggezza, l’uomo che ottiene l’intelligenza! Poiché il guadagno che essa procura è preferibile a quello dell’argento, il profitto che se ne trae vale più dell’oro fino. Essa è più pregevole delle perle, quanto hai di più prezioso non l’equivale” (Pr 3:13-15).

 

E ancora, perché ­non “arricchirsi di opere buone” (1Ti 6:18), quelle opere che, come donne e uomini rigenerati per la grazia di Dio, dovrebbero occuparci senza sosta (Ef 2:10)? Sono quelle opere che nel giorno di Cristo rimarranno ed avranno la loro ricompensa (1Co 3:14).

 

Anche il nostro carattere, se controllato dallo Spirito Santo, è considerato da Dio un bene di valore. L’apostolo Pietro, parlando alle mogli cristiane, si esprimeva così:

“Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore (1P 3:3-4)

 

Alla luce di queste cose che per Dio sono beni di valore, forse dobbiamo ammettere che la nostra scala di valori ha bisogno di essere di nuovo regolata in base al metro di Dio.

Se le ricchezze di Dio ci colmeranno, saremo soddisfatti e contenti al punto di non desiderare altro.

Saranno altresì posti i presupposti per un approccio sobrio ed equilibrato nei confronti di tutti i beni materiali.

 

 

Il lavoro: un dovere da apprezzare

 

Dopo aver parlato di “ricchezze spirituali”, si potrebbe pensare che il credente non abbia sufficienti indicazioni dal Signore per vivere sulla terra, dove tutti necessitiamo un coinvolgimento con il denaro ed i beni materiali, al punto da non essere neppure nelle condizioni di offrire una testimonianza credibile alla generazione in cui vive.

In realtà, la Scrittura è molto concreta e realistica. Ci ricorda che, mentre abbiamo vita su questa terra, non soltanto abbiamo la necessità di lavorare ma ne abbiamo il dovere.

 

“Infatti, voi stessi sapete come ci dovete imitare: perché non ci siamo comportati disordinatamente tra di voi; né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di nessuno, ma con fatica e con pena abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi. (…) Infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare” (2Te 3:7-8, 10).

 

Il lavoro era previsto per l’uomo ancor prima dell’ingresso del peccato nel mondo, infatti il compito che Dio affidò ad Adamo in Eden era di lavorare il giardino e custodirlo (Ge 2:15).

Lavorando, l’uomo irradia un riflesso dell’immagine e somiglianza di Dio che porta in sé, in quanto Dio stesso è creativo ed operativo.

Il credente, che per la grazia ha ricevuto certezze in vista del suo futuro eterno, a maggior ragione degli altri deve vivere il presente, con tutti i doveri che esso comporta, con consapevolezza e con impegno.

Basti leggere alcuni passaggi del libro dei Proverbi per ricordare che Dio non gradisce per niente il pigro (6:6-11; 10:26; 15:19; 18:9; 24:30-34; 26:13-16).

 

Il Nuovo Testamento non manca di esortare, in vari brani, tanto chi ha la responsabilità di essere “padrone” (titolare, datore di lavoro) tanto chi ricopre la posizione di “servo” (dipendente, subordinato), insegnando i doveri reciproci degli uni e degli altri.

In questo frangente vorrei mettere in evidenza solo una delle esortazioni che incontriamo in questi passaggi, valida per chi si trova in un contesto non facile:

 

“Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore!” (Cl 3:23-24).

 

Lavorare di buon animo, ecco che cosa il Signore ci insegna a fare!

Lavorare come se stessimo svolgendo la nostra attività per Lui e non per gli uomini. Certo, si potrebbe osservare che vi sono luoghi di lavoro in cui è ben più difficile di altri mettere in pratica queste parole, per il tipo di lavoro, per i titolari, per i colleghi, per i sottoposti, per la retribuzione…

Ma se Dio è con noi, in qualsiasi contesto ci troviamo non potrà che manifestarsi il frutto della sua presenza.

Il giovane Giuseppe è un esempio incoraggiante al riguardo: benché si trovasse ingiustamente schiavo in Egitto, tutti potevano riscontrare che Dio era con lui e “che il Signore gli faceva prosperare nelle mani tutto ciò che intraprendeva” (Ge 39:3). Giuseppe non era un pigro e Dio poteva manifestarsi attraverso di lui mentre svolgeva le sue mansioni lavorative.

 

Dobbiamo lavorare con onestà e con impegno, per sovvenire non solo alle nostre necessità, ma anche per aiutare gli altri.

È scritto infatti:

 

“Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Ef 4:28).

 

L’impegno nel proprio lavoro, se vissuto con la dovuta onestà, è da apprezzare in quanto, oltre a consentire di condurre una vita dignitosa, permette anche di donare agli altri.

 

• “…Dio ama un donatore gioioso” (2Co 9:7).

 

• “Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Ga 6:10).

 

Dobbiamo essere pronti a condividere i redditi derivanti dal nostro lavoro con chi ci circonda, primi fra tutti i fratelli e le sorelle in fede. Non dimentichiamo che, anche quando abbiamo qualcosa che deriva dalle fatiche delle nostre attività quotidiane, esso rimane un dono di Dio che dobbiamo rendere a lui perché possa essere utile secondo i suoi buoni propositi.

Lungi da noi la sete di arricchire e di essere egoisti, lungi da noi il pensiero di spendere “nei nostri piaceri” (Gm 4:3): ne risentirebbe negativamente tutta la nostra vita e la nostra crescita spirituale. Al contrario, più doneremo e più saremo benedetti, perché “Chi è benefico sarà nell’abbondanza, e chi annaffia sarà egli pure annaffiato” (Pr 11:25).

 

 

Pianificare con umiltà e fiducia in Dio

 

Quando siamo alle prese con i beni materiali, si tratti del denaro, di proprietà, di investimenti o altro ancora, dobbiamo spesso confrontarci con il tempo che ci sta davanti e fare dei programmi. Specialmente in questi tempi “di crisi”, dobbiamo fare i conti con l’opportunità di intraprendere o meno una certa impresa, fare o non fare un acquisto importante, e via di seguito.

Vi sono due indicazioni della Parola che dovremmo tenere presenti.

 

• La prima, è che dobbiamo essere caratterizzati dalla prudenza e dall’umiltà.

Nella società del tutto e subito, i figli di Dio devono distinguersi anche per la capacità di pianificare la propria vita personale e familiare in modo equilibrato, senza presunzione e senza azzardi.

 

“E ora a voi che dite: Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo; mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos’è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. Dovreste invece dire: Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest’altro. Invece voi vi vantate con la vostra arroganza. Un tale vanto è cattivo. Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gm 4:13-17).

 

Dobbiamo pensare al nostro domani tenendo conto del fatto che esso potrà essere condizionato da tanti fattori che non possiamo e non potremo controllare.

Saremo ancora in vita?

Sarà già tornato il Signore?

Saremo nelle condizioni di mettere in azione i propositi che abbiamo oggi?

Se ciò sarà possibile, lo sarà esclusivamente per la bontà di Dio. Abbiamo la possibilità di fare dei progetti, è lecito avere delle ambizioni, ma non dimentichiamo di anteporre a questi progetti e a queste ambizioni il “se Dio vuole”. Poche parole che non devono essere uno slogan, mal’espressione convinta della nostra sottomissione alla volontà di Dio per noi.

E se quei piani che avevamo formulato non vedessero la realizzazione, questo non dovrà essere per noi un motivo di tristezza e di rancore, ma sempre di riflessione e di ringraziamento a Dio.

 

• La seconda indicazione biblica, è che dobbiamo cercare la volontà di Dio e attendere con fiducia le sue risposte.

 

“All’uomo spettano i disegni del cuore; ma la risposta della lingua viene dal Signore. Tutte le vie dell’uomo a lui sembrano pure, ma il Signore pesa gli spiriti. Affida al Signore le tue opere, e i tuoi progetti avranno successo” (Pr 16:1-3).

 

“Riponi la tua sorte nel Signore; confida in Lui, ed egli agirà” (Sl 37:3).

 

Dobbiamo anzitutto sottoporre tutti i nostri desideri al Signore, perché possano essere vagliati alla luce della sua presenza e della sua Parola che giudica, così da venire purificati da tutti quelli che sono dettati da noi stessi e provengono da motivazioni impure.

Poi, dobbiamo avere una vita di preghiera attraverso la quale presentare a Dio le nostre richieste. Dobbiamo farlo con la fiducia piena ed incondizionata che Dio compirà quei propositi che corrispondono alla sua volontà.

In questa esperienza di comunione intima con lui comprenderemo anche quali sono le cose che invece non dobbiamo più cercare di realizzare. Ma non dubitiamo di lui: egli agirà sempre per dare successo alle nostre opere che gli abbiamo affidato nella prospettiva che, portate a compimento, lo glorificheranno.

A volte le risposte di Dio non arriveranno subito, ma impariamo anche in quei momenti a dipendere da lui, i cui tempi spesso non corrispondono ai nostri.

Anche se viviamo in tempi di crisi, facciamo in modo che la nostra vita non debba risentire della peggiore delle crisi: quella dei valori morali e spirituali.

Cerchiamo quindi di portare, nel tempo in cui ci troviamo a vivere, i valori di Dio e dell’eternità, avendo un approccio equilibrato con i beni materiali, in base agli insegnamenti della Parola che abbiamo brevemente considerato.