LETTERA AGLI EBREI (XXV) Amore fraterno e fedeltà matrimoniale

1366

Introduzione

 

Nel capitolo 12 della lettera agli Ebrei i destinatari sono stati identificati come membri dell’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli (v. 23). Questa posizione privilegiata dipende dalla loro relazione con “Gesù, il mediatore del nuovo patto” il cui sangue è stato sparso per la remissione dei peccati (vv. 22-24) e li costituisce eredi di “un regno che non può essere scosso” (v. 28).

La posizione privilegiata di coloro che sono stati “trasportati dal regno delle tenebre nel regno del suo amato Figlio” (Cl 1:13) assicura loro l’assistenza divina a fare la volontà di Dio sulla terra. Più volte si è parlato in questa lettera di come il “Grande Pastore delle pecore” sia in grado disimpatizzare con coloro che sono afflitti o incontrano difficoltà sul loro cammino, e di soccorrerli, sia perché “si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi” sia perché ha fatto un’esperienza personale di vivere sulla terra (1:3; 2:14-18; 4:14-16; 13:21). Inoltre, in 12:5-12, si è parlato della pedagogia amorevole del Padre che corregge i suoi figli per facilitare la loro crescita nella santificazione.

L’autore della lettera si sofferma anche su ciò che significa manifestare i valori del regno di Dio sulla terra.

Così l’ultimo capitolo inizia con una serie di indicazioni che descrivono la volontà di Dio per l’etica sociale e che favoriscono una vita di santificazione, sia a livello individuale sia come membri della comunità del nuovo patto (vv. 1-17).

In quest’articolo considereremo i principi contenuti nei vv. 1-4.

 

 

A proposito dell’amore fraterno (vv. 1-2)

 

Il primo principio etico che dovrebbe caratterizzare la vita di coloro che hanno ricevuto la grazia di entrare nel nuovo patto è l’amore fraterno (v. 1). Vine definisce l’amore “la legge del Regno”. Le implicazioni di questo fatto non devono sfuggirci: mentre la nuova nascita viene sperimentata da ogni persona singolarmente, le persone rinate a opera dello Spirito diventano parte della comunità del nuovo patto dove gli interessi sono in comune. I primi lettori di Ebrei avevano espresso amore fraterno in tempi difficili (10:32-34) per cui l’autore li esorta qui a “continuare ad amarsi come fratelli”.

Se abbiamo ragione nel credere che i primi lettori vivevano nella Diaspora giudaica, ne consegue che le loro condizioni di vita potevano essere caratterizzate da una certa precarietà. Inoltre c’era il rischio concreto di persecuzione per i Giudei che credevano in Gesù, sia che vivessero nella Diaspora sia che vivessero in Giudea (13:13; cfr. 1P 1:3-9; 4:16; 5:8-9; At 21:27; 24:5). Quindi ci sarebbe stato molto bisogno di incoraggiamento reciproco e disolidarietà con chi si trovava nel bisogno (cfr. 1 Gv 3:16-18).

Quest’aspetto dell’etica del nuovo patto comprende la pratica dell’ospitalità (v. 2). Non si tratta di uno scambio di visite secondo un principio di par condicio, bensì di provvedere altruisticamente per chi è di passaggio o per persone nel bisogno, secondo le proprie possibilità (cfr. Ro 12:13). Il compenso talvolta ricevuto viene descritto come la scoperta di aver dato ospitalità ad “angeli”, il che sembra un’allusione all’esperienza di Abraamo raccontata in Genesi 18. Però non dovremmo pensare che l’autore stesse pensando soltanto alla possibilità di ospitare esseri sovraumani. Un esempio biblico di ospitalità che sortì grande arricchimento è quello di Aquila e Priscilla quando aprirono la loro casa a Paolo (At 18:1-3). Questi coniugi erano arrivati a Corinto da poco, essendo stati cacciati da Roma dall’imperatore Claudio, insieme con tutti gli Ebrei. Quindi possiamo immaginare che non avessero chi sa che cosa da offrire all’apostolo. Eppure la condivisione di quello che avevano non solo fu una fonte di benedizione lì per lì, ma cambiò il corso della loro vita (si veda At 18:18-26; Ro 16:3-4). Chi tiene per sé gelosamente quel poco o tanto che ha, non solo disconosce la logica dell’amore fraterno ma perde molte opportunità di arricchimento personale.

 

 

Solidarietà con i carcerati e i perseguitati (v. 3)

 

Si tratta di un esempio particolare di amore fraterno. Ciò che colpisce qui è il grado di identificazione prevista. I fratelli che non si trovano in carcere sono invitati a immaginarsi in carcere, legati insieme, con quelli che lo sono davvero. Una tale solidarietà implica almeno due cose.

Significa pregare per coloro che sono in carcere a motivo del loro amore per Cristo e per il Vangelo (cfr. Ef 6:21-22). Organizzazioni come Porte Aperte e il Fondo Barnaba fanno bene a informare le chiese di coloro che, nel ventunesimo secolo, sono in carcere a motivo della loro fede, permettendo così che i loro fratelli e sorelle in tutto il mondo li presentino al trono della grazia.

In secondo luogo immedesimarsi con coloro che sono in carcere richiede che, là dove sia possibile, chi è in condizione di poterlo fare li visiti, portando tutto ciò di cui possono avere bisogno, magari quotidianamente (cfr. Mt 25:36, 40).

Nella sua lettera ai Filippesi Paolo, che si trova in carcere, esprime particolare apprezzamento per la visita di Epafrodito, con cui i Filippesi avevano rinnovato le loro cure di lui (Fl 2:25; 4:10-18).

In un’altra occasione, l’apostolo implora Timoteo di raggiungerlo il più presto possibile, portando con sé un mantello e dei libri, che gli servivano per poter affrontare il freddo d’inverno e portare avanti le sue letture (2Ti 4:9-13, 21). Queste esigenze pratiche di Paolo esemplificano i bisogni che hanno coloro che si trovano in carcere a motivo della loro fede o, comunque, ingiustamente. Nel mondo contemporaneo ci sono molti di questi casi.

Similmente i lettori sono chiamati a ricordarsi della sofferenza fisica di coloro che stanno subendo persecuzione anche se non sono stati rinchiusi in carcere.

La concretezza dell’espressione “ricordando che anche voi siete nel corpo” fa pensare al modo in cui Gesù si è immedesimato nella situazione dell’umanità che viveva nel peccato e che egli è venuto nel mondo per salvare (Lu 19:10). Ci ricorda anche come egli attualmente simpatizzi con noi nelle nostre afflizioni e debolezze (cfr. 4:15).

Come suoi discepoli siamo chiamati ad amarci “a fatti e verità” (1Gv 3:16-18), “come Egli ha amato [noi]” (Gv 13:34-35).

 

 

Il piano di Dio per il matrimonio (v. 4)

 

Per l’autore della lettera agli Ebrei il matrimonio è da intendere come patto inviolabile. Lo si deduce dalle due esortazioni e dall’avvertimento contenuti nel v. 4.

 

Ecco la prima delle esortazioni: “Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti”. Ci sono diverse ragioni pe le quali è importante tenere il matrimonio in onore.

• In primo luogo perché il matrimonio fra un uomo e una donna, finché la morte non li separi, corrisponde al piano di Dio per il nucleo basilare della vita sociale (Ge 1:26-28; 2:24; cfr. Mt 19:4-6). Ma non è soltanto questo che dà un valore unico al matrimonio.

• In secondo luogo perché il matrimonio monogamo, inteso come patto inviolabile, esemplifica l’impegno di Dio nei confronti di Israele (si veda Osea) e il rapporto di Cristo con la chiesa (Ef 5:22-33). Soltanto quando si tengono presenti queste profonde radici si potrà apprezzare appieno il carattere del matrimonio come patto inviolabile. Alla luce di questo valore che Dio attribuisce al matrimonio non appare affatto strano che, al posto di rispondere ai farisei che gli chiesero per quali ragioni un uomo potesse divorziare sua moglie, Gesù ripropose il progetto divino originale che non aveva contemplato il divorzio per niente (Mt 19:3-6). Questo orientamento viene confermato dal comandamento di Gesù: “Quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi!” (v. 6).

• Un terzo motivo per tenere il matrimonio in onore è il fatto che oggi assistiamo al tentativo di equiparare altri rapporti di convivenza, in sede legale, all’istituzione matrimoniale, perfino la convivenza di persone dello stesso sesso!

• Un quarto motivo è perché ci sono movimenti religiosi che declassano il matrimonio, ritenendolo uno stato inferiore a quello del celibato o, addirittura, vietandolo del tutto (si veda 1Ti 4:1-5).

È istruttiva la reazione dei discepoli di Gesù alle risposte che egli diede ai farisei: “Se tale è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene prender moglie” (Mt 19:10). Al che Gesù, al posto di ridimensionare il suo comandamento, convenne che l’ubbidienza a questo comandamento non è alla portata di tutti ma soltanto alla portata di coloro per cui il comandamento era stato dato, ovvero per i suoi discepoli (vv. 10-11; cfr. 28:20; Mr 10:10-12).

Il corollario di questa precisazione è che alcuni avrebbero dovuto rinunciare al matrimonio (o a un secondo matrimonio, nel caso che il primo fosse finito in uno divorzio), come certuni sono costretti a fare in quanto eunuchi per natura oppure fatti tali dagli uomini (v. 12). Per quanto concerne i discepoli di Cristo, apprendiamo dalla 1Corinzi che lo Spirito Santo elargisce loro un dono specifico di grazia (gr. carisma), che permette loro di vivere il rapporto matrimoniale alla gloria di Dio (1Co 7:7). Un simile carisma rende capaci di glorificare Dio anche nel celibato.

 Nel periodo in cui veniva scritta la lettera agli Ebrei c’era un grande bisogno di tornare a onorare il matrimonio. Infatti secondo alcuni rabbini un divorzio poteva essere concesso “per qualsiasi ragione” (Mt 19:3) mentre nella società romana bastava che in uno dei coniugi venisse a mancare la volontà di rimanere unito in matrimonio perché questo vincolo venisse sciolto. Oggi ci ritroviamo in una situazione analoga: per molti basta una presunta incompatibilità di carattere, sviluppatasi dopo un’iniziale dichiarazione di amore e decisione di sposarsi, per giustificare il divorzio. Ecco perché l’esortazione a onorare il matrimonio è di grande attualità.

 

La seconda esortazione è: “Il letto matrimoniale sia puro”. Qui ci si riferisce al rapporto sessuale, mettendo l’enfasi sull’unione sessuale della coppia come l’elemento caratterizzante il matrimonio (cfr. Ge 2:24; Mt 19:4-6; Ef 5:31). Nella comunità del nuovo patto ci sono anche altri tipi di rapporti fra“fratelli” e “sorelle”, sia di comunione che di collaborazione (Fl 4:2-3; Ro 16:12), però in questi casi il rapporto di un uomo con una donna, che non sia la propria moglie o il proprio marito, deve ispirarsi al rapporto familiare di un fratello e una sorella (1 Ti 5:1-2). Da ciò che ci è dato di sapere del rapporto di Paolo con i coniugi Priscilla e Aquila (At 18:2-3; Ro 16:3), possiamo pensare che esistesse un rapporto di autentica amicizia e stima reciproca fra lui ed entrambi, come pure fra Paolo e Perside (Ro 16:12b). La comunione dei membri del corpo di Cristo produce legami profondi di amicizia, difficilmente raggiunti in altri ambiti. Però tale comunione e amicizia non devono confondersi con un’attrazione di tipo carnale, tanto meno con un rapporto sessuale, se no il letto matrimoniale viene contaminato.

Dal momento che i primi lettori della lettera avevano familiarità con la legge rivelata sul monte Sinai, è appropriato scoprire dalla legge ciò che avrebbe contaminato il letto matrimoniale. Levitico 18 descrive un’ampia gamma di rapporti extra-coniugali contaminanti (Le 18:1-23), poi aggiunge: “Non vi contaminate con nessuna di queste cose; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per cacciare davanti a voi” (v. 24).

Un altro brano che parla di contaminazione, Deuteronomio 24:1-4, contribuisce più direttamente al nostro tema. Questo brano richiede che, qualora un uomo, per la durezza del suo cuore, mandasse via sua moglie, perché aveva trovato in lei qualcosa di “indecente”, doveva scrivere e consegnare nella mano di lei un certificato di divorzio. Inoltre, nel caso che qualcun altro la prendesse come moglie e poi divorziasse da lei o morisse, il primo marito non poteva riaverla perché era stata “contaminata” dal secondo matrimonio.

Similmente Gesù descrive il divorzio seguito da nuove nozze come “adulterio”, estendendo tale definizione anche a chi sposa una donna divorziata (Lu 16:18). Parlando in casa con i suoi discepoli affermò inoltre che il discorso vale sia per una donna divorziata che sposi un altro uomo che per un uomo divorziato che sposi un’altra donna (Mr 10:10-12).

A rendere più urgenti le due esortazioni di cui sopra è l’avvertimento solenne: Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri. La fornicazione e l’adulterio sono l’oggetto del giudizio di Dio perché tali comportamenti sono contrari alla rivelazione della volontà di Dio. È da notare che l’autore di Ebrei distingue qui fra fornicazione (gr. porneia) e adulterio (gr. moicheia). Questo fatto riveste una certa importanza perché anche Gesù distingue fra questi due generi di peccato, benché entrambi appartengono all’ambito sessuale. In Matteo 19:9, Gesù afferma che chiunque manda via sua moglie, eccetto a motivo di“fornicazione” (porneia), e sposa un’altra donna, “commette adulterio” (moichatai). Fa la stessa distinzione nel sermone sul monte ma, in questo caso, aggiunge che chiunque viene coinvolto in un matrimonio con la persona divorziata a motivo di “fornicazione” (porneia) “commette adultero” (5:32), come in Luca 16:18.

Possiamo seguire due piste per scoprire ciò che Gesù intende indicare con i termini “fornicazione” e “adulterio” quando li distingue in Matteo 5:32 e 19:9. La prima parte dal fatto che nel Sermone sul monte Gesù sta spiegando il vero senso della legge e, similmente, nel capitolo 19 i suoi interlocutori sono farisei.

In entrambi i casi Gesù fa comprendere che gli scribi e i farisei sbagliano quando usano l’obbligo di scrivere un certificato di divorzio nel caso in cui un uomo decide di mandare via sua moglie, per far apparire rispettabile la pratica del divorzio, anche perché un divorzio è spesso seguito da un nuovo matrimonio, che equivale tecnicamente all’adulterio (5:32). Il motivo citato nella “legge del divorzio” (De 24:1-4) per cui un uomo dal cuore duro poteva mandare via sua moglie purché scrivesse per lei un certificato di divorzio, era la scoperta di “qualcosa di indecente” in lei: “Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo…” (v. 1).

Sembra che si tratti di qualche irregolarità nell’ambito sessuale che lei porta nel matrimonio (cfr. De 22:13-21). Sebbene la prova che una sposa aveva commesso un atto indecente “prostituendosi in casa di suo padre” prima di sposarsi, prevedeva la pena di morte, per vari motivi tale pena di morte non sempre veniva eseguita.

A titolo di esempio Giuseppe, descritto come “uomo giusto”, allo scoprire che Maria era incinta, non volendo “esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente” (Mt 1:18-19).

La seconda pista, seguita da John Piper, prende in considerazione proprio il comportamento di Giuseppe quando scoprì che Maria, sua promessa sposa, era incinta e l’accusa lanciata contro Gesù dai Giudei da parte di chi non credeva alla sua origine divina (Gv 8:41). Secondo i suoi accusatori, Gesù sarebbe nato da “fornicazione”.

Va notato che il pensiero di Giuseppe, prima di ricevere la rivelazione che Gesù era stato concepito a opera dello Spirito Santo, “di lasciarla segretamente”, viene attribuito al fatto che era “un uomo giusto” (v. 19). Piper conclude che il termine “fornicazione”, nella frase “eccetto per fornicazione” si riferisce a un rapporto sessuale con una persona che non fosse il promesso sposo (o la promessa sposa) durante il periodo di fidanzamento. Che il termine “fornicazione” non vada inteso come un sinonimo di “adulterio” trova ulteriore conferma nella distinzione fatta da Gesù fra questi due categorie di peccato in Matteo 15:19 e Marco 7:21.

L’autore della lettera non solo mantiene qui la distinzione fra fornicazione e adulterio che abbiamo visto nell’insegnamento di Gesù; ma con l’ordine delle parole in 13:4, prima “fornicatori” e poi “adulteri”, rispecchia anche la cronologia in cui tali peccati vengono commessi.

Dio giudicherà tanto le persone che hanno rapporti sessuali prima di aver sancito un patto matrimoniale o che si lasciano coinvolgere in rapporti promiscui al posto di sposarsi (“fornicatori”, cfr. 1Co 7:2), quanto chi sposa un’altra persona mentre è ancora in vita colui o colei con cui era entrato in un patto matrimoniale (“adulteri”, cfr. Ro 7:1-3).

Per evitare il giudizio di Dio, chi diventa fornicatore oppure adultero, come nel caso di qualsiasi altro tipo di peccato, deve ravvedersene in vista di ricevere il perdono di Dio. Dio, sebbene santo al punto di essere descritto come un “fuoco consumante” (Eb 12:28-29), è anche misericordioso come Gesù stesso ha dimostrato e il suo ministero sacerdotale continua a dimostrare (2:17-18; 4:14-16). Però ciò non toglie che la vita nel nuovo patto si caratterizza come una ricerca della santificazione “senza la quale nessuno vedrà Dio” (12:14).

Come Dio rimane fedele alle sue promesse, rimane fedele anche alle parole di avvertimento: “Dio giudicherà i fornicatori e gli adúlteri” (13:4). Quando siamo tentati, lo stesso Dio fedele “non permetterà che siamo tentati al di là delle nostre forze e con la tentazione darà anche la via per uscirne” (1Co 10:13).

 

 

Per la riflessione personale o lo studio di gruppo

 

1. In quali modi concreti possiamo esercitare l’amore fraterno oggi, per esempio verso persone di passaggio?

 

2. Quali passi concreti possiamo fare per immedesimarci con i fratelli e le sorelle intorno al mondo che vengono perseguitati e chiusi in carcere ingiustamente a motivo della loro testimonianza?

 

3. Onorare il disegno di Dio per il matrimonio oggi significa scontrarci con opinioni, leggi e sentimenti comuni. In quali modi possiamo contribuire a ribaltare le attuali tendenze ed evitare che le future generazioni di discepoli di Cristo si lascino conformare al mondo in questa dimensione così vitale tanto della vita della chiesa quanto della società?