Giovanni Calvino: Un anniversario che giunge opportuno

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Qualche mese fa (gennaio 2009) il direttore de IL CRISTIANO ha introdotto la serie di riflessioni sul pensiero di Giovanni Calvino con un’opportuna finestra che a mio giudizio inquadrava perfettamente l’approccio che dovrebbero avere i credenti a un personaggio della storia della chiesa.

Aggiungo che abbiamo delle precise indicazioni bibliche che potrebbero fungere da guida nel modo di ricordare ed eventualmente celebrare un uomo di Dio del passato. Mi riferisco in particolare alle parole di Ebrei 13:7: “Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; e considerando quale sia stata la fine della loro vita, imitate la loro fede”.

Il presente articolo, ponendosi nella scia di questi intenti, vuole essere un ulteriore contributo al ricordo del Riformatore franco–svizzero, Giovanni Calvino.

In particolare, cercherò di sviluppare tre punti:

 

1. Calvino e solo Calvino

2. Calvino e il calvinismo

3.   Il contemporaneo bisogno psicologico di rifarsi a Calvino

 

 

1. Calvino e solo Calvino

 

Uno dei maggiori pericoli che si corrono quando si cerca di comprendere una figura del passato è quello di ricostruirne il pensiero e le vicende biografiche attraverso gli occhi di coloro che si sentono particolarmente legati al personaggio in questione. Quando le stesse vicende biografiche vengono narrate unicamente per esaltare i pregi, ci si trova forse nell’ambito dell’agiografia, una struttura narrativa usata nei racconti delle vite dei santi della Chiesa Cattolica. Un pericolo del genere corre e ha sempre corso la ricostruzione della figura e del pensiero di Giovanni Calvino (1509–1564).1 Per ragioni che sarebbe lungo presentare in questo contesto (ragioni sia positive sia negative) il Riformatore ha avuto da subito un seguito di discepoli, ammiratori, e propagatori del suo pensiero che forse non ha eguali nella storia del protestantesimo. Tutto questo seguito, fatto di personaggi, eventi, istituzioni forma quello che solitamente si chiama “calvinismo”. La realtà, la ricchezza, ma anche le contraddizioni, del calvinismo sono così evidenti nella storia dell’evangelismo che spesso gli studiosi per evitare una superficiale e ingenua sovrapposizione tra il pensiero del personaggio storico Giovanni Calvino e la tradizione del calvinismo usano due aggettivi diversi: si parla di “calviniano” quando si vuole indicare qualcosa che appartiene al personaggio storico (per esempio lo schema del suo pensiero) e “calvinista” o “riformato” quando si vuole indicare qualcosa che, pur rifacendosi a Calvino, è frutto piuttosto del lavoro dei suoi epigoni e discepoli (i calvinisti).

Questa segnalazione non è banale né strumentale e a sostegno della sua importanza cito due fatti.

 

Uno storico della teologia, egli stesso riformato, nel parlare del calvinismo ammette che questa tradizione ha in Calvino solo una delle sue fonti ispiratrici: le altre fonti sono il pensiero dei teologi riformati e le professioni di fede di matrice calvinista.2 Il che significa, molto banalmente, che non tutto ciò che troviamo nel calvinismo è ascrivibile a Calvino.

 

Il secondo fatto, più radicale, è rappresentato dalla corrente di studio sorta nei paesi di lingua inglese alla metà del secolo scorso e che ha proposto lo slogan, forse eccessivo, di “Calvino contro il calvinismo”: in sintesi si ritiene che su alcuni punti la tradizione calvinista vada contro l’insegnamento dello stesso Calvino e ne oscuri la possibilità di comprenderlo adeguatamente.3

Questa premessa vuole suggerire la presenza tra gli studiosi di una precauzione della quale non si tiene conto nella diffusione popolare che si sta tentando di fare del pensiero riformato in Italia. Il suggerimento deve però essere appunto un suggerimento, in quanto se esiste una tradizione calvinista, che si rifa anche a Calvino, è perché, evidentemente, alcuni aspetti di questa tradizione affondano le loro radici nel pensiero del Riformatore.

Dunque, accingendoci a segnalare alcuni momenti della biografia di Giovanni Calvino che possono arrecare beneficio al lettore del XXI secolo, ci appelliamo alla moderazione che deriva da una sana distinzione tra il personaggio storico e la tradizione a cui egli ha dato vita con il suo pensiero teologico.

Le vicende esistenziali di Calvino sono abbastanza note ed esistono anche in italiano delle buone biografie a cui il lettore può rifarsi4. Tenendo presente proprio queste vicende focalizzerò la mia attenzione su tre o quattro momenti della sua vita perché da essi emerge una passione del personaggio storico per l’onore e la gloria di Dio, passione che spesso è stata oscurata dalla polemica teologica dei secoli successivi.

In questo contesto non mi soffermo per ragioni di spazio, e non certo agiografiche, sugli errori commessi dall’uomo Calvino, alcuni dei quali, come la connivenza nel rogo dell’antitrinitario Michele Serveto sono molto noti.5

 

 

La conversione

 

Non si conoscono bene i contorni e i dettagli di questa importantissima svolta nella vita di Calvino. Le cose che sappiamo derivano sia dalla conoscenza delle vicende religiose generali degli anni in cui Calvino era a Orleans e a Parigi (1527–1534) e sia dal ricordo che conservò di questa esperienza. In particolare, egli affidò questo ricordo a parole che sono diventate famose, anche se scritte molti anni dopo la conversione (1555) e dunque nell’ambito di una profonda #332971 spirituale e teologica del suo incontro con il Signore:

“La mia mente, che nonostante la mia giovane età era stata enormemente indurita su tali questioni [il messaggio del Vangelo, ndc], fu predisposta per prestarvi seria attenzione. Con una conversione repentina Dio la volse e la sottomise fino a renderla docile…” (George, p. 30)

In questo ricordo Calvino, oltre al chiaro riconoscimento dell’azione divina nel suo intimo (“ero così testardamente schiavo delle superstizioni del papato che sarebbe stato davvero difficile tirarmi fuori dal pantano”), segnala la docilità che ne conseguì e il fatto che un indizio evidente della sua nuova nascita fosse il desiderio di ubbidire a Colui che aveva domato il suo cuore.

Non è un caso che quest’uomo scelse come motto della sua esistenza un motto che non lascia dubbi sulla sua prontezza a ubbidire, servire e seguire il Signore:prompte et sincere in opere Domini, oppure in una formulazione più completa, cor meum tibi offero, Domine, prompte et sincere (=”O Signore, offro a te il mio cuore prontamente e sinceramente”).

 

 

L’incontro con la città di Ginevra

 

Costretto a fuggire da Parigi, dove era stato identificato come un simpatizzante delle idee luterane, Calvino per via di rocambolesche vicende giunge in incognito a Ginevra (1536) dove, in una locanda, viene intercettato da Guglielmo Farel e viene sottoposto a un pressante invito a restare in città per aiutare nella causa della riforma.

I biografi sottolineano la riluttanza del giovane studioso ad assumere una funzione e un ruolo pubblico nella vita della chiesa, attratto com’era, da buon umanista, dalla prospettiva di studi approfonditi. Egli pensava di poter dare il suo contributo alla fede evangelica standosene chiuso in uno studio pieno di libri. Così non fu.

Ancora una volta il suo racconto, attento a non far emergere alcun sentore di orgoglio o presunzione, rappresenta un’altra pagina famosa della spiritualità evangelica:

“Farel (che era infiammato da uno zelo meraviglioso per l’avanzamento del vangelo), fece di tutto per trattenermi. Dopo aver udito che io avevo molti impegni privati di studio, per cui volevo mantenermi libero, e vedendo che non otteneva niente con le sue suppliche, se ne uscì fuori con un’imprecazione: che a Dio fosse piaciuto di maledire la mia ricerca di pace e di tranquillità negli studi se, a fronte di una tale e grave emergenza, mi fossi tirato indietro e avessi rifiutato di fornire il mio aiuto. Questa sentenza mi sopraffece al punto che rinunciai al viaggio intrapreso” (George p. 39).

La chiamata al servizio gli giunse dunque non per segreta ispirazione, non fu il frutto di caparbia determinazione, così come spesso si presenterà o verrà presentato il “calvinista nell’immaginario collettivo europeo, ma mediante l’intervento di altri fratelli.

È in questo contesto di comunione che Calvino riconosce, ancora una volta, l’azione irresistibile di Dio e accetta di restare a Ginevra, in quella che sarà la sua prima e non proprio fortunata permanenza in città. Dopo due anni (1538) di attività ecclesiale e dopo diversi tentativi di compiere una completa ristrutturazione della chiesa di Ginevra, che non era solo una realtà ecclesiale ma anche una realtà sociale e politica, Calvino, in ragione di molti contrasti, dovette andar via dalla città, espulso insieme a Farel.

 

 

Il ritorno a Ginevra

 

Calvino si definì sempre “predicatore della Sacra Scrittura alla chiesa di Ginevra” e questa coscienza del suo ruolo e del suo servizio fu particolarmente evidente nel mo-

mento in cui salì di nuovo sul pulpito di Ginevra per predicare nella chiesa che di fatto due anni prima lo aveva esautorato: era il 13 settembre del 1541.

A Farel scrive:

“Dopo una prefazione, ripresi l’esposizio-

ne dove l’avevo interrotta e con questo gesto feci capire che avevo interrotto il mio compito di predicazione solo momentaneamente ma non l’avevo del tutto abbandonato” (George, p. 46).

La sua reazione a questa vicenda è estremamente rivelatrice del modo in cui Calvino concepiva il servizio che i dottori dovevano svolgere nella vita della chiesa. Egli riprese a predicare dal punto preciso in cui si era interrotto qualche anno prima, dando un segnale ben preciso a tutti: era lì per predicare la Parola.

 

 

I giorni finali della sua vita

 

Si tratta dell’episodio già segnalato dal direttore de IL CRISTIANO, allorquando il Riformatore dispose la sua sepoltura anonima.

Dopo un’esistenza vissuta al servizio della comunità cristiana ginevrina e, a partire da qui, al servizio della fede evangelica in tutto il mondo, Calvino era ben cosciente dell’importanza che aveva assunto la sua persona e il suo pensiero. Da essi dipendevano non solo le sorti della teologia evangelica ma addirittura le sorti di interi regni e nazioni, come si evidenzierà più tardi in Francia, Scozia, Inghilterra e perfino in New England. Per questo motivo, probabilmente, egli lasciò quest’ultima radicale disposizione che forse parla più forte di tutto il suo sistema teologico.

 

Questi quattro episodi della biografia di Calvino mi paiono sufficienti per un bilancio celebrativo che si collochi nella scia dell’esortazione contenuta nella lettera agli Ebrei che abbiamo richiamato all’inizio.

Naturalmente Calvino ha vissuto un’esistenza molto intensa, anche se breve; un’esistenza segnata da momenti esaltanti come il successo costante e stratosferico della sua opera giovanile, l’Istituzione della Religione cristiana (composta per la prima volta nel 1536). Un’esistenza costellata anche da prove immani come la perdita del suo unico figlio, Giacomo, e in seguito di sua moglie. Tuttavia i quattro episodi richiamati compongono una cifra spirituale positiva e utile a comprendere quanto oggi da parte di alcuni si travalichino i limiti di un sano apprezzamento di una figura come quella del Riformatore.

Questo travalicamento lo si avverte:

• allorquando, nel suo nome, si agisce contraddicendo la professione fatta a parole di una sottomissione alla sovranità di Dio;

• quando si disprezza la comunione fraterna come veicolo per la comprensione della volontà di Dio;

• quando si relativizza il ruolo della predicazione espositiva della Parola a vantaggio della predicazione ossessiva di un credo teologico e, infine,

• quando si pone la propria persona al centro del servizio che si vuole rendere alla chiesa di Dio in Italia.

 

 

2. Calvino e il calvinismo

 

Abbiamo già accennato al grande seguito che il Riformatore ebbe. Sarebbero tante le ragioni storiche, sociali e culturali che potrebbero giustificare l’ampiezza di questo seguito se lo paragoniamo, per esempio, alla diffusione meno eclatante del pensiero di Lutero. Tra queste ragioni bisogna segnalare sicuramente la passione di Calvino, da buon umanista, per la corrispondenza.

I volumi che raccolgono le sue lettere rivelano un’ampiezza di contatti impressionante.

Definire in pochi tratti la tradizione del calvinismo non è cosa facile, in quanto questa, come tutte le grandi tradizioni che uniscono in sé elementi spirituali (chiese, confessioni di fede, spiritualità, anche martirio) ed elementi di altro genere (costume, istituzioni scolastiche e accademiche, diplomazia politica, ecc..) è una tradizione che si auto-interpreta continuamente.6

Un po’ come accade per la Chiesa Cattolica: Tommaso D’Aquino non credeva nell’immacolata concezione di Maria ma entrambi, il dottore della chiesa medievale e il dogma mariano, stanno nella stessa tradizione!

Si potrebbe dire, con buona approssimazione, che la visione della tradizione calvinista (e da qui di Calvino) che si tenta di diffondere oggi in Italia negli ambienti evangelici a noi vicini (escludo qui gli ambienti delle chiese protestanti storiche), affonda le sue radici in alcuni interpreti del calvinismo vissuti a cavallo della fine dell’800 e dell’inizio del ‘900.

Penso per esempio e in particolare a due scritti, uno dell’americano B.B. Warfield (1851-1921), dal titolo Calvinism, del 1908, e un altro dell’olandeseA. Kuyper (1837-1920), Lectures on Calvinism, del 1898.7

Il modo in cui questi autori interpretano la tradizione riformata non è sovrapponibile; tuttavia un lettore superficiale di questi due scritti resta impressionato daltono trionfalistico con il quale la tradizione è presentata da entrambi e dal tentativo di presentare una forte unitarietà della medesima.

La riduzione a sistema coerente di tutta la tradizione calvinista è però un’operazione molto difficile da compiere sul piano della ricerca storica. Tuttavia è l’operazione che forse riesce meglio a livello popolare a causa di una serie di spot che vengono adoperati.

Uno di questi concerne l’acronimo TULIP. Esso è la sigla inglese dei 5 punti che il calvinismo seicentesco elaborò nel Sinodo di Dordrecht svoltosi in Olanda nel 1618-1619. Il documento finale fu redatto in latino ed è, per l’appunto, una fotografia dell’autocoscienza riformata del ‘600.

Il documento fu il risultato di un conflitto interno alla stessa tradizione a causa della sfida lanciata da Jakobus Arminius (1560-1609) e dai pastori che lo seguirono (rimostranti), sostanzialmente contro il pensiero di Théodore de Bèze (1519–1605), primo successore di Calvino nell’Accademia di Ginevra, e in nome di una maggiore fedeltà al Calvino esegeta e commentatore della Bibbia.8

La non uniformità e omogeneità della tradizione calvinista e riformata è dunque un fatto registrabile sia a livello di elaborazione dottrinale e sia, ancor più, a livello ecclesiale dove esiste una marea di sigle e di denominazioni riformate molte delle quali nate da divergenze su piccoli e a volte cavillosi punti della sistematica calvinista.

Dunque, è frutto di una propaganda ideologizzata e non storicamente corretta, il tentativo di presentare un calvinismo uniforme, unitario e monolitico nel corso dei secoli.

 

Per quanto concerne le differenze e le diverse accentuazioni che si riscontrano quando si compara il pensiero di Calvino con la tradizione calvinista, segnaliamo quella che a giudizio di chi scrive appare la più significativa, in quanto concerne il tema che ha suscitato e continua a suscitare ancora forti contrapposizioni, vale a dire il tema dell’elezione/predestinazione e, di conseguenza, quello della doppia predestinazione.

La differenza sostanziale che si registra tra il pensiero del Riformatore e quello dei suoi discepoli ha a che fare con la collocazione di questo tema nell’ambito dell’ordine sistematico delle dottrine bibliche. Nel testo in cui Calvino raccolse in maniera compiuta il suo pensiero, l’Istituzione della religione cristiana, il tema si trova nella terza parte, quella dedicata all’applicazione della salvezza9. Al contrario, nelle teologie sistematiche calviniste e riformate, esso si trova all’inizio, nell’ambito del capitolo sulla dottrina di Dio. Quando infatti in ambito riformato si parla di Dio, si deve necessariamente affrontare, e risolvere, il tema dei decreti di elezione e di perdizione.

Questo cambiamento si verificò già quando Calvino era in vita e fu dovuto sostanzialmente al suo principale allievo, Théodore de Bèze, il quale diede una formulazione diversa di quello che viene chiamato l’ordo salutis, vale a dire l’intero piano divino per l’umanità che si evince da tutta la Bibbia.

Bèze nello scritto Summa totius christianismi, sive descriptio et distributio causarum salutis electorum et exitii reprobatorum ex sacris literis collecta (1554-1555) pose infatti all’inizio la partizione operata da Dio dell’intera umanità tra salvati (eletti) e reietti.10

Quando al contrario si legge l’Istituzione della religione cristiana di Calvino si ha l’impressione che l’ordo, cioè l’ordine logico e sistematico, ma soprattutto teologico del suo pensiero, risente fortemente dello sviluppo dell’Epistola ai Romani.

Calvino, infatti, al pari di Paolo, non parte dalla decisione interna alla mente di Dio ma, al contrario, e sorprendentemente, dalla conoscenza naturale che gli uomini hanno di Dio. Questa impostazione rivela un Calvino non proprio allineato ai calvinisti ma, su questo punto, vicino alle correnti teologiche della chiesa medievale.

Egli era uomo del suo tempo anche nel modo in cui parlava della doppia predestinazione. Sì perché se da un lato bisogna segnalare la diversa impostazione di pensiero tra Calvino e i calvinisti e dunque la diversa importanza che si attribuisce alla dottrina della predestinazione, bisogna dall’altro lato dire chiaramente cheCalvino, come appunto tanti pensatori del suo tempo, parlava di doppia predestinazione! Si trattava di una tendenza, che oggi appare ancor più vistosa, volta ad applicare le ferree leggi della logica alla testimonianza biblica che, come sappiamo, in certi punti si discosta clamorosamente dalla logica umana.

 

Naturalmente potrebbero essere segnalate altre differenze o discontinuità tra il pensiero di Calvino e la teologia riformata, così come d’altronde non va assolutamente dimenticata la continuità che esiste tra entrambi. Tuttavia il punto che abbiamo segnalato ci pare sufficiente per sottolineare la necessità di avere molta precauzione quando si entra in questo ambito di problematiche.

La mia personale impressione sul tema specifico che abbiamo segnalato (predestinazione, doppia predestinazione) è che, a differenza di Calvino, sia più facile per noi, grazie alla crescita della conoscenza esegetica del testo biblico, vedere come non solo non esiste una base biblica chiara per l’elezione a perdizione, ma come la stessa dottrina dell’elezione abbia basi bibliche meno estese di quelle che le confessioni di fede riformate presupponevano.

Naturalmente resta aperto il dibattito sul ruolo di alcuni brani biblici che gettano uno sguardo per noi incomprensibile nella natura di Dio, così come resta innegabile il fatto che la dottrina dell’elezione collocata nell’ambito della santificazione, gioca un ruolo diverso nella comprensione della vita cristiana11.

Queste sono considerazioni che concernono la storicità delle costruzioni dogmatiche, a fronte della Parola di Dio rivelata che si presenta sempre nuova e da approfondire. Queste considerazioni dovrebbero suggerirci una santa limitazione nei confronti di questi temi sia quando si tenta di giustificarli razionalmente, sia quando si tenta, sempre razionalmente, di negarli o peggio ancora di ignorarli.

 

 

3. Il contemporaneo bisogno psicologico di rifarsi a Calvino

 

In questo ultimo punto vorrei provare a fare un bilancio e a fornire un’interpreta-

zione di alcuni fenomeni ecclesiali o paraecclesiali che ruotano intorno alla figura del riformatore e alla tradizione che da lui è nata e che spesso danno vita a situazioni non proprio edificanti.

È mia convinzione che l’esito divisivo e polemico che accompagna spesso l’uso che si fa di Calvino e del suo pensiero (sia da parte dei sostenitori sia da parte dei detrattori) ha veramente poco a che fare con la spiritualità del Riformatore del ‘500, con il suo desiderio di onorare e dare tutta la gloria a Dio.

Oso dire che queste brutte cose hanno anche poco a che fare con la tradizione del calvinismo, anche se questa ha presentato nella storia un alto tasso di litigiosità. E aggiungo che esse hanno anche poco a che fare con lo spirito delle Assemblee.

 

Il bilancio e l’interpretazione che tento in questo punto sono segnate dall’aggettivo “psicologico”: occupandomi di filosofia e teologia riformata da più di venti anni sono giunto alla conclusione che il richiamo a Calvino e il modo in cui esso è fatto riveli non tanto il desiderio di colmare la lacuna che c’è in Italia nei confronti del Riformatore e del suo pensiero, quanto piuttosto il bisogno che non può essere altro che di natura psicologica e spirituale, di coloro che lanciano l’appello e che fanno passare il messaggio secondo il quale un uomo, questo uomo, e il suo pensiero, possano placare questo bisogno.

Cominciamo con ordine.

 

Il contesto storico e culturale dell’evangelismo italiano, a parte le chiese direttamente collegabili alla Riforma (sostanzialmente i Valdesi) fu segnato fin dall’inizio ottocentesco da una certa relativizzazione delle grandi famiglie teologiche che invece erano e sono tuttora importanti all’estero, in Inghilterra, Stati Uniti, ma anche Germania.

In queste nazioni non si è evangelici e basta, non si è evangelici battisti e basta. Spesso, nella delineazione della propria identità conta anche, e molto, la tradizione teologica in cui si è collocati, in cui spesso si nasce: luterana, riformata, arminiana, dispensazionalista, ecc…

Non così per l’Italia e questa assenza deve molto all’interpretazione che i padri delle Assemblee dell’800 diedero della presenza della fede evangelica in un contesto interamente dominato dalla Chiesa Cattolica come l’Italia unita.

 

Per esempio, Teodorico Pietrocola Rossetti, operando quella forte distinzione che ancora oggi fa discutere, tra chiesa cattolica, chiesa protestante e chiesa cristiana, indicava il fatto (stava parlando dei Valdesi) che l’elaborazione della fede doveva tener conto dell’indole e delle condizioni del popolo e del posto in cui si svolgeva.

Si trattava, a ben guardare, di un’indica-

zione metodologica interessante che riduceva il ruolo discriminante delle tradizioni teologiche.12 Ciò produsse, e qui parliamo delle nostre chiese, un clima in cui hanno convissuto pacificamente elementi tratti da tradizioni molto diverse, tutti uniti dalla preoccupazione per la fedeltà alla Parola.13

Oggi sembra che questo esercizio di contestualizzazione della fede, che indubbiamente ha avuto i suoi chiaroscuri, non sia più soddisfacente. Ed è con questo sentimento che negli ultimi anni hanno cominciato a circolare ricostruzioni dell’evangelismo, e in specie delle Assemblee, che da un lato le schiacciavano su posizioni teologiche estreme e dall’altro lato segnalavano la mancanza di una precisa tradizione teologica, quella riformata.14

È così che è cominciata la stagione di quella che è stata definita la “conversione dei convertiti”. L’avvicinamento alla teologia riformata e calvinista è stato ed è presentato come una sorta di metanoia che ristruttura completamente il pensiero e il modo di essere evangelici.

 

La tradizione riformata, piuttosto che essere considerata come un insieme di strumenti utili, che insieme ad altri strumenti, può aiutare a interpretare al meglio la fedeltà alla Bibbia, al Vangelo e al Signore Gesù Cristo, viene presentata come un’ancora di salvezza per l’evangelismo italiano, evangelismo che spesso viene interpretato ricorrendo alla categoria del “fallimento”, categoria che come ben sappiamo è di origine darbista! Inoltre, questa tradizione non deve più restare al livello di tendenze interpretative su questa o quell’altra dottrina ma deve assolutamente concretizzarsi in un’area ben precisa fatta di “strutture” e di movimenti ecclesiali.

La tragicità di questa visione è che questa area si deve costruire, e questo lo si comprende dalla retorica usata, a danno di altre aree. La “conversione dei convertiti” significa semplicemente che a convertirsi alla fede riformata DEVONO essere persone già convertite, appartenenti ad altre aree! Da qui il fenomeno delle divisioni delle chiese locali e delle famiglie. Questa situazione nazionale viene poi collegata ad alcune analisi che sono state fatte negli Stati Uniti e che vedrebbero il calvinismo in forte crescita tra i giovani.

Come al solito la realtà è sempre più complessa e lo scenario evangelico americano presenta analisi che, se incrociate con questa sulla crescita del calvinismo tra i giovani, confermerebbero il sospetto che probabilmente è in atto una vera e propria guerra intestina agli evangelici.

Ma quali sono i bisogni psicologici a cui il calvinismo darebbe una risposta?

 

 

Il desiderio di risposte già pronte

 

Questo è un aspetto che in generale coinvolge il ruolo, nella vita delle chiese,, del lavoro della teologia sistematica. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che esistono dei precisi doni spirituali che lo Spirito dona alla chiesa e che sono preposti all’elaborazione dell’insegnamento della Bibbia (esegesi) per rispondere al meglio alle sfide della vita contemporanea (ermeneutica) e per combattere gli errori.

In questa elaborazione hanno un’impor-

tanza rilevante le conclusioni di un lavoro complesso che parte dal testo biblico, si confronta con il pensiero teologico storico, dialoga con la cultura e la filosofia e alla fine risponde, magari con dei pronunciamenti ufficiali.

 

Il problema sta nel fatto che le conclusioni del lavoro sistematico sono spesso spacciate come interpretazione autentica e definitiva del testo biblico.Qui il sistema calvinista, con il suo procedere logico e rigoroso, presenta un fascino particolare e soprattutto si presta a usi ideologici. Ma gli studiosi seri, anche riformati, sanno che in questo lavoro la priorità spetta alle scienze bibliche e che un pensiero come quello sistematico è necessariamente destinato a cambiare nel corso del tempo, essendo anch’esso figlio del tempo.

Al livello della vita delle chiese si comprende bene, però, che è molto più facile fare propria una conclusione “sistematica” invece di essere prudenti e ascoltare le precauzioni degli esegeti.

Per esempio, è più facile fare propria la conclusione secondo la quale la fede (come atto del singolo) è un dono di Dio, piuttosto che accettare che il testo invocato per una simile conclusione (Ef 2:8) presenta delle problematiche esegetiche complesse per le quali potrebbe significare questo, ma anche intendere che il “dono” di Dio è tutto quello che egli ha operato e che l’apostolo definisce grazia.

Alla fatica del lavoro esegetico, che presuppone la competenza linguistica o in alternativa una grande conoscenza di letteratura secondaria, si sostituisce il ricorso ad analisi di teologi sistematici, in uno strano gioco in cui ognuno si appoggia all’autorità che ritiene più importante.

Questa condizione ha come controindicazione il fatto che, per contrastarla, si arriva a ritenere che si debba buttare a mare la stessa teologia sistematica. E questo è un errore.

 

 

Il desiderio di visibilità sociale e culturale

 

Tra le implicazioni che discendono dal possesso di un pensiero fatto di conclusioni derivate dalla teologia sistematica c’è quella che ritiene il calvinismo e in generale la teologia riformata il miglior sistema di pensiero per rendersi visibili socialmente e culturalmente.

Questo bisogno di visibilità è un bisogno che va attentamente analizzato, compreso e affrontato nel giusto modo in quanto ha implicazioni su livelli molto diversi: la maglietta di Kaka con la scritta I Belong To Jesus sembra più elettrizzante di un sermone evangelistico predicato in un luogo pubblico. A livelli più elevati, la chiesa e le chiese, magari facendosi rappresentare da “strutture intermedie”, dovrebbero farsi portatrici di tendenze sociali, culturali, di rivendicazione di diritti (per esempio la battaglia, anche legale, per la laicità) che solo sono in grado di renderle visibili e di affermare la loro presenza.15

Alcuni studiosi riformati, criticando questa impostazione che in Italia viene sbandierata da riformati, parlano di una vera e propria “religione dai secondi fini”,nel senso che in quest’ottica il vangelo non avrebbe dei fini insiti in sé stesso ma dovrebbe darsi dei fini attinti da un’agenda culturale elaborata all’esterno del Vangelo medesimo.

È come se nella Bibbia trovassimo che Paolo, quando aveva in mente di andare a Roma, invece di scrivere l’Epistola ai Romani nella quale presenta, anche in un’ottica pubblica e politica, il contenuto del vangelo professato dai cristiani, avesse chiesto alle chiese di Roma di organizzare una grande manifestazione per convincere l’imperatore a concedere la libertà di predicazione ai credenti. Tutto ciò ha un estremo fascino sulle giovani generazioni. E questo fascino trova nel pensiero riformato, usato in maniera distorta e disonesta, un veicolo di adesione.

Infine, per far meglio esaltare questa presunta superiorità culturale del pensiero riformato16 (ripetiamolo: questo è un pensiero estremamente lontano da molti seri biblisti e teologi riformati evangelici) si fa ricorso a vere e proprie ricostruzioni menzognere del rapporto intercorrente tra i sistemi di pensiero teologici e la prassi o la spiritualità delle chiese e dei credenti. Un sistema di pensiero pietista, anabattista o spiritualista sarebbe responsabile della fuga dei credenti dal mondo; convinzioni millenariste (pre-millenariste o dispensazionaliste) spingerebbero i credenti a disinteressarsi della loro testimonianza nella società in vista di una sua trasformazione. Ma, ancora una volta, si tratta di ricostruzioni tendenziose che potrebbero essere ritorte contro chi le propugna, ritrovando nella tradizione calvinista i momenti in cui la tradizione ha incoraggiato una vera e propria fuga dal mondo per rifugiarsi in visioni della fede private e intimistiche.

 

 

Conclusione

 

Non c’è spazio per proseguire con l’elenco di altre incertezze o bisogni psicologici ai quali un uso distorto dei sistemi teologici vorrebbe dare risposte. Molte incertezze hanno a che fare con il rapporto che deve intercorrere tra la Bibbia e le tradizioni teologiche, anche di quelle che professano la sottomissione all’autorità della Bibbia, come è il caso della tradizione riformata.

In conclusione, vorrei sottolineare l’ambiguità di questo rapporto, guardando analogamente al rapporto più noto intercorrente tra la fede e le opere. Sappiamo che le opere non sono il mezzo per ottenere la grazia. Questa la si ottiene per sola fede. Le opere intervengono, nel clima di libertà che caratterizza i credenti in Gesù Cristo, come risposta riconoscente e gioiosa all’opera interiore dello Spirito. Ma il Nuovo Testamento ci avverte del pericolo di pensare che una vera e più piena libertà possa venire dal considerare le opere in modo diverso (Galati). Lo stesso può dirsi delle tradizioni teologiche. Quando la tradizione riformata (perché di questa parliamo qui, anche se il discorso potrebbe valere per altre) viene avvertita come un qualcosa di cui si ha estremo bisogno per sentirsi meglio davanti a Dio e agli uomini, allora vuol dire che si è perso di vista il privilegio che abbiamo di avere la Bibbia, Parola di Dio, tra le nostre mani.

Quando, al contrario, questo privilegio è ben presente, allora le tradizioni teologiche saranno vissute in uno spirito di riconoscenza al Signore. Esse ci ricordano che la galleria degli eroi della fede non si è esaurita ed è molto ricca. Un sano approccio alla storia della Chiesa, anche a Calvino, provoca un senso di riconoscenza al Signoreun sentimento di appartenenza più ampio e tanta gioia. Quando non si registrano questi sentimenti spirituali, allora vuol dire che l’approccio alla storia è sbagliato, serve per fare qualcos’altro.

 

Il sottotitolo di questo articolo è: un anniversario che giunge opportuno.

Perché opportuno?

L’idea è che una conoscenza equilibrata della storia della chiesa e dei suoi protagonisti, in questo caso Giovanni Calvino, da un lato è un fatto benefico, dall’altro può aiutarci a riconoscere il momento in cui l’uso che si fa del pensiero di questo nostro predecessore travalica lo scopo e il ruolo che egli stesso gli assegnava. La presenza di queste deviazioni deve farci comprendere l’utilità di un interrogativo che dobbiamo rivolgere a chi si presenta a noi nel nome di una tradizione teologica:quale uso si sta facendo di questa tradizione? In che modo, per esempio, si sta usando il nome e il pensiero di Calvino?

Il Riformatore stesso si trovò a riflettere su questa delicata questione. In una lettera a Johannes a Lasco, il riformatore polacco (1499-1560) che si era rifugiato a Londra, Calvino si trovò ad affrontare i problemi della chiesa frequentata dal polacco, problemi sorti per il fatto che questa chiesa, formata per lo più da stranieri, non si adeguava agli insegnamenti di Calvino e alle regole della chiesa di Ginevra; ecco come risponde il Riformatore:

“Se coloro che hanno suscitato queste contese tra di voi hanno preso spunto dalla particolarità delle vostre usanze, allora hanno compreso male in cosa consiste l’unità dei cristiani, e che ogni membro deve adeguarsi al corpo della chiesa in cui vive”. È come se egli prendesse le distanze da se stesso e dal suo insegnamento, per amore dell’unità di quella comunità.

Dunque, l’individuazione dell’uso che si fa delle tradizioni e delle convinzioni teologiche è un’operazione fondamentale, utile anche a comprendere il significato che si attribuisce a queste convinzioni e a queste tradizioni. In questo ci aiuta ed è opportuna anche la circostanza del cinquecentesimo anniversario della nascita di Calvino!

 

Quando allora ci troviamo di fronte a un uso sbagliato dei personaggi storici, non ce la prendiamo con questi ultimi; stigmatizziamo piuttosto quelli contemporanei e atteniamoci alla Parola che ci chiede di… imitare la fede di chi ci ha preceduti.

 

 

 

ALCUNE NOTE, utili per chi volesse approfondire i contenuti di quest’articolo:

 

1. Naturalmente esiste la tentazione opposta che attanaglia i denigratori di un certo personaggio storico: Calvino è stato il Riformatore del XVI secolo più infangato da calunnie e notizie non vere, e non solo da parte della storiografia cattolica!

2. C.R. Trueman, “Calvin and Calvinism”, in D.K. McKim, a cura di, The Cambridge Companion to John Calvin, CUP, Cambridge, 2004, pp. 225-244.

3. B. Hall, Calvin against Calvinism, in C.R. Trueman, art. cit., p. 240, n. 1. A.E. McGrath può essere considerato come uno studioso che si colloca in questa corrente; egli è l’autore di una delle migliori biografie su Calvino esistenti in italiano: “Giovanni Calvino e la sua influenza sulla cultura occidentale”, Claudiana, Torino, 2009, prima edizione 1991. Naturalmente questa corrente di studio è contestata da altri validi studiosi di storia del pensiero teologico.

4. Oltre al testo di McGrath, mi permetto di segnalare T. George, “Giovanni Calvino. Breve introduzione alla vita e al pensiero”, Edizioni GBU, Chieti, 2009, con bibliografia in italiano curata da V. Bernardi, pp. 139-142.

5. Questo articolo e le riflessioni in esso contenute hanno un tono celebrativo. È scontato che un cristiano è chiamato non solo a ricordare e celebrare la fede di chi lo ha preceduto, ma anche a discernere, nel pensiero dei grandi personaggi della storia della chiesa, ciò che è conforme o meno alla Parola di Dio.

6. Per un apprezzamento della ricchezza di questa tradizione, nonché delle sue vicende storiche, consiglio vivamente la lettura della classica opera di Giorgio Spini, “Storia dell’età moderna”, 3 voll., Einaudi, Torino, 1960–1965.

7. Lo scritto di Warfield era contenuto nella “The New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religous Knowledge”; ora lo si trova in “The Works of Benjamin B. Warfield”, 10 voll., vol. 5, rist. Baker, Grand Rapids, 2003, pp. 353-369; quello di Kuyper, in origine una serie di conferenze tenute presso l’Università di Princeton, pubblicato da Hoveker and Wormser, Amsterdam-Pretoria, 1899, poi Eerdmans, Grand Rapids, 1943.

8. Per la tesi che considera l’arminianesimo una partizione interna alla tradizione riformata e non un’eresia assimilabile al pelagianesimo, si veda R.A. Peterson e M.D. Williams, “Why I am not an Arminian”, IVP, Downers Grove, 2004. Insieme a questo testo andrebbe letto l’altro, complementare, pubblicato sempre dai Gruppi Biblici Universitari degli Stati Uniti, J.L. Walls e J.R. Dongell, “Why I am not an Arminian”, IVP, Downers Grove, 2004.

9. Per una breve descrizione dello sviluppo e del contenuto dell’Istituzione, si veda T. George, “Calvino”, op. cit., pp. 48-49. Segnaliamo che la classica traduzione italiana di quest’opera di Calvino, curata dal pastore valdese Giorgio Tourn e pubblicata in due volumi dalla UTET (1971), è stata ripubblicata quest’anno (2009) dalla Mondadori, nella prestigiosa collana I classici del pensiero.

10. Summa dell’intero cristianesimo o descrizione e divisione delle cause della salvezza degli eletti e della perdizione dei reprobi, tratte dalla Sacra Scrittura. Lo scritto accompagnava uno schema pubblicato nel 1551 dal titolo Tabula praedestinationis. Per cogliere adeguatamente la sostanza di ciò di cui si sta parlando si dovrebbe ricorrere alla riproduzione di questo schema. Ecco come si esprime uno studioso di Bèze: “Più che in Calvino, è in Bèze che bisogna rintracciare l’origine dello sviluppo della dottrina dei decreti di Dio che costituisce una delle chiavi di volta della dogmatica riformata del XVII secolo …”, O. Fatio, “Théodore de Bèze ou les débuts de l’orthodoxie réformée”, in Hokhma, 1982, n. 28, pp.1-24.

11. Per una lettura semplice del tema che a me pare completa e utile, si veda S. Negri, “Il disegno benevolo di Dio”, Quaderni de Il Cristiano, marzo 1996. Si veda inoltre T. George, op. cit., pp. 111-116: “La predestinazione, come la comprendeva Calvino, … era una roccaforte su cui appoggiarsi in tempi di tentazione e di prova, e un motivo per esprimere la lode alla grazia di Dio e alla sua gloria”, Ibid., p. 116.

12. Mi riferisco all’opuscolo “Principii della Chiesa Romana della Chiesa protestante e della Chiesa Cristiana”, Stamperia dell’Unione Tipografico-Editrice 1863. Le parole di Rossetti sono le seguenti: “L’opera di Dio che qui vuol essere fatta da italiani e non già da stranieri che predicano le loro forme e i loro credi”, p. 33. Si veda in merito, G.C. Di Gaetano, “La religione che ci abbisogna”: sondaggi preliminari nel pensiero religioso di Teodorico Pietrocola Rossetti, in “Il protestantesimo italiano: radici storiche e questioni contemporanee”, a cura di S. Maghenzani e G. Platone, Torino, Claudiana, 2009 [in corso di stampa].

13. Come non riconoscere, per esempio, che le convinzioni concernenti il tema della “certezza” della salvezza sono debitrici ai precedenti storici della teologia riformata, che proprio a Dordrecht aveva elaborato il tema della perseveranza dei santi?

14. A questo proposito c’è chi ha parlato apertamente, per l’evangelismo italiano, di una vera e propria “identità spezzata”, che deriverebbe proprio dall’assenza della teologia riformata. Ecco, infatti, come si esprime L. De Chirico in una recensione alla traduzione italiana di un’opera di un bravo teologo riformato del passato: “Nel 2004, uno dei centenari importanti del mondo evangelico a livello mondiale ha riguardato il teologo olandese Herman Bavinck (1854-1921), uno dei massimi esponenti della teologia evangelica a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il fatto che sia poco conosciuto in Italia, sia in ambienti del protestantesimo storico che in quelli evangelicali, la dice lunga sulla memoria tronca e l’identità spezzata che caratterizza il mondo evangelico nazionale”, Recensione a H. Bavinck, “Filosofia della rivelazione”, Alfa & Omega, Caltanisetta, pubblicata il 21.03.05 su www.icn-news.com.

15. Per lo strano concetto di “strutture intermedie” tra chiese e Stato si veda P. Bolognesi, “Lo stato in un’ottica evangelica”, in Studi di Teologia, Nuova Serie, n. 14, p. 158.

16. Un esempio di ciò che vado dicendo può essere reperito in questo documento redatto dal CIEI, Comitato Insegnati Evangelici Italiani: “Come cristiani, il nostro impegno per preparare e affrettare la venuta del suo Regno lo adempiamo lavorando per la chiesa, ma anche per il «bene della città», dello Stato in cui Dio ci ha posti. In una società pluralista, la libertà di religione passa anche per la laicità, ossia una distinzione tra stato e chiese che permetta l’eguale rispetto per tutte le culture e le fedi, senza privilegi per alcuna di esse. Bisogna aggiungere che il cristianesimo riformato, grazie alla sua applicazione della verità biblica della Trinità, è il solo che possa interpretare la laicità senza cadere nei rischi contrapposti del monismo (unità senza diversità) e della disgregazione (diversità senza unità) e, a livello sociale, nelle tensioni tra totalitarismo e anarchia, tra collettivismo e individualismo», Quattro ragioni per l’impegno a favore della laicità, documento pubblicato sul sito web http://www.insegnantievangelici.it/ il 20 settembre 2009, ultimo accesso 10 ottobre 2009.