Koinonia

2027

Il significato di “comunione”

 

La Scrittura afferma che, grazie al sacrificio della croce, chi crede in Cristo è in comunione (gr. koinonia) con Dio e con la sua Chiesa (1Gv 1:3; 1Co 1:9;10:16-17; 2Co 13:13); ma cosa vuol dire essere in comunione con qualcuno?

 

Secondo Wikipedia, la comunione è l’armonia che c’è tra due o più persone; secondo l’indice biblico della Nuova Riveduta comunione è associazione, partecipazione di due o più persone agli stessi scopi, sentimenti e ideali.

 

Comunione può voler dire anche mettere in comune dei beni, come faceva almeno parzialmente la chiesa primitiva (At 2:44); in Romani 15:26 il termine koinonia viene utilizzato per indicare la colletta a favore dei credenti di Gerusalemme. Questo ci ricorda che tutto quello che noi abbiamo (talenti, doni spirituali, ogni bene materiale, morale e intellettuale) è del Signore che ce lo ha voluto donare e pertanto noi dobbiamo metterlo a sua disposizione.

 

Ma la koinonia con Cristo di cui parla il Nuovo Testamento non è solo armonia, condivisione di beni, comunione di scopi, di sentimenti.

Nel vangelo di Giovanni, tale koinonia viene descritta come il dimorare, nel senso di abitare stabilmente, del credente in Cristo e di Cristo nel credente e viene usata l’immagine della vite e dei tralci per illustrarla.

Giovanni usa gli stessi verbi (essere in, dimorare, conoscere) per indicare l’intima relazione tra Padre e Figlio e quella tra Cristo e i credenti.

Tra i tanti versetti che si potrebbero citare (per esempio: Gv 10:14-15; Gv 14:10-23; Gv 17:21; 1Gv 4:15) ne riportiamo solo due:

 

• “Io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi” (Gv 14:20);

• “Noi dimoreremo presso di lui” (Gv 14:23).

 

Per grazia abbiamo dunque una relazione con il Padre e con il Figlio molto simile a quella che c’è tra Padre e Figlio ed è una verità che la nostra mente non può concepire, una verità così grande e così sconvolgente che possiamo afferrare solo per fede.

 

 

Con Cristo: una comunione concreta

 

Un aspetto caratterizzane di questa koinonia è il fatto che i credenti hanno vissuto e vivranno esperienze concrete con Cristo.

Paolo descrive queste esperienze usando alcuni termini, in parte inventati da lui, composti da un verbo preceduto dal prefisso syn che equivale al prefisso italiano con e che è all’origine di vocaboli italiani comesinergia (= collaborazione), simbiosi (= convivenza), sinfonia (=accordo di suoni), simpatia (= comunione di sentimenti).

Alcuni di questi termini si riferiscono a eventi già accaduti, per cui Paolo usa un tempo verbale, l’aoristo indicativo, che indica un’azione compiuta nel passato e si può rendere con il passato remoto:

 

• il nostro vecchio uomo fu con-crocifisso con lui (Ro 6:6; è interessante notare che Paolo usa lo stesso termine usato dagli evangelisti per i due ladroni in Mt 27:44 e Mr 15:32);

 • con-morimmo con lui (2Ti 2:11);

• con lui fummo con-sepolti, co-risuscitati e con-vivificati ( Cl 2:12-13, 3:1; Ro 6:4);

• Dio ci con-vivificò con Cristo, ci co-risuscitò con Cristo, ci fece con-sedere nel cielo in Cristo Gesù (Ef 2:5-6)

 

Altri termini si riferiscono ad azioni che si stanno svolgendo per cui Paolo usa il presente indicativo:

• con lui con-soffriamo e siamo co-eredi (Ro 8:17);

• siamo collaboratori di Dio (1Co 3:9);

• egli “simpatizza” con noi, vale a dire ha gli stessi nostri sentimenti (Eb 4:15);

 

Infine, altri termini che si riferiscono ad azioni che si devono ancora compiere:

• co-regneremo con lui (2Ti 2:11-12; Ro 6:8);

• saremo co-glorificati (Ro 8:17).

 

Koinonia con Cristo vuol dire dunque avere partecipato alle sue sofferenze, alla sua morte, alla sua risurrezione e avere la certezza di partecipare al suo regno e alla sua gloria. Koinonia è dunque molto più che essere perdonati dal peccato e scampare la dannazione eterna.

 

 

Un esempio illustrativo

 

Una storiella può aiutarci a visualizzare meglio quanto grande sia il dono che il Signore ci ha fatto. Immaginate di avere commesso un orrendo omicidio di un membro della famiglia del presidente degli Stati Uniti e che, pertanto, siate stati condannati a morte. Pochi giorni prima della esecuzione vi appellate al presidente, confessate in lacrime il vostro delitto e lo supplicate di essere graziati. Il presidente accoglie la vostra richiesta, viene al carcere dove state per essere giustiziati e dice alle guardie di liberarvi.

Voi, in lacrime, lo ringraziate promettendogli eterna gratitudine ma mentre lui vi accompagna alle porte del carcere vi dice: “Vieni alla Casa Bianca, ti invito a mangiare”.

Voi obiettate che non avete un vestito decente e non potete certo andare con la tuta da carcerato alla Casa Bianca e lui ribatte: “Non preoccuparti, ti do uno dei miei abiti”.

Fate notare ancora che non sapete come andare alla Casa Bianca, perché non avete né auto, né bicicletta, né soldi per un taxi o per un autobus. Lui con un sorriso vi invita a salire sulla sua auto, vi porta alla Casa Bianca, vi dà un vestito nuovo e pranzate assieme. A fine pranzo vi accomiatate ringraziandolo ancora per tutto quello che ha fatto per voi, ma lui vi dice: “Vieni a mangiare anche stasera da me, anzi vieni a mangiare ogni giorno, a pranzo e a cena. Ti do anche le chiavi di casa così puoi uscire e tornare a tuo piacimento”.

Voi, sorpresi ma felici, accettate con piacere. Qualche giorno dopo vi sorprende ancora dicendovi: “Voglio che diventi mio collaboratore, ho grandi progetti per il paese e voglio che tu mi aiuti. Per piacere, leggi questo dossier che contiene tutti i miei piani, così domani ne discutiamo. Non preoccuparti se non ti senti adeguato, ti darò tutti i mezzi necessari, ti darò i migliori insegnanti, anzi ti insegnerò io personalmente. E poi, quando i tempi saranno maturi, ti nominerò vice-presidente”.

Il giorno dopo vi invita alla riunione con i vari ministri per discutere assieme come risanare il bilancio degli Stati Uniti; e poi ancora, vi manda con l’aereo presidenziale a parlare in suo nome con gli ambasciatori di altre nazioni, a diffondere le sue idee e i suoi ordini, a rappresentarlo in occasioni ufficiali etc… etc… E per far questo, vi provvede tutto il necessario, vi dà i suoi soldi, vi fa entrare nella sua famiglia.

Che salto! Da assassino condannato a morte a collaboratore, ambasciatore, intimo amico del Presidente della nazione più potente del mondo!

È difficile immaginare una cosa del genere, è una storia talmente inverosimile che se fosse un film probabilmente smetteremmo di guardarlo a metà primo tempo, al più potrebbe essere una favola, un cartone animato, ma non certo una storia plausibile.

 

Eppure il Signore ha fatto molto di più nei nostri confronti: non si è limitato a un semplice colpo di spugna con cui ha cancellato i nostri peccati, non ha solo estinto i nostri debiti, non ha fatto un condono per evitare che pagassimo per le nostre colpe, ma ci ha fatto sedere in cielo con lui, ci ha fatto suoi collaboratori, ci ha promesso che regneremo con lui, addirittura ci ha resi partecipi della natura divina (2P 1:4; il termine partecipi è la traduzione dell’aggettivo greco della parola koinonia) comunicandoci la sua vita e venendo a dimorare in noi.

 

 

Il miracolo incredibile della nostra comunione con Cristo

 

Paolo in Romani 6:5 usa un altro termine con il prefisso syn dicendo che “siamo stati totalmente uniti a lui”(Nuova Riveduta, CEI, Nuova Diodati). Altre traduzioni dicono: “siamo divenuti una stessa cosa con lui”(Luzzi), “siamo stati innestati con Cristo” (Diodati).

Il verbo qui usato nel greco classico indica proprio l’innesto in una pianta, vale a dire quel processo per il quale (riporto la definizione Treccani) si fa concrescere sopra una pianta una parte di un altro vegetale al fine di formare un nuovo individuo più pregiato o più produttivo.

Il tempo verbale è il perfetto indicativo che indica una azione compiuta nel passato ma che continua, ha effetto ancora nel presente. Paolo, evocando questa immagine, sta ribadendo con potenza l’intima unione dei credenti con Cristo, l’essere stati innestati in lui per diventare un nuovo essere e per concrescere con lui (in Luca 8:7 lo stesso termine viene usato per i rovi e la buona semenza col significato di crescere assieme).

 

Noi siamo in comunione con Dio: riflettiamo su questa profonda verità!

 

Noi creature, sicuramente meravigliose perché create a sua immagine ma pur sempre creature, parlò e la cosa fu; siamo in comunione con colui che “parlò e la cosa fu; comandò e la cosa apparve” (Sl 33:9), con colui al quale è bastato dire “Sia luce” affinché ci fosse la luce, con colui “che ha fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto ciò che è sopra di essa, i mari e tutto ciò che è in essi” (Ne 9:6).

 

Noi che abbiamo un inizio e una fine, sia nel tempo che nello spazio, noi che possiamo stare in un solo posto per volta, siamo in comunione con colui che è eterno, infinito, onnipresente.

 

Noi con la nostra ignoranza, la nostra finta sapienza, siamo in comunione con l’Onniscien-

te, con la Sapienza. Noi, esseri falsi e mutevoli, che diciamo una cosa e ne facciamo un’altra, che cambiamo idea continuamente, siamo in comunione con colui che è la Verità, colui che è lo stesso ieri, oggi e in eterno.Lui che è la Vita si è unito a noi che eravamo morti nei nostri peccati.

 

Noi che inseguiamo la nostra gloria fasulla siamo in comunione con il Re di gloria, che un giorno condividerà con noi la sua gloria.

 

Noi che siamo polvere siamo in comunione con il Re dei re, il Signore dei signori, colui al quale è stato dato ogni potere (Mt 28:18).

 

Noi che guardiamo le previsioni meteo per sapere che tempo farà, siamo in comunione con colui al quale ubbidiscono persino i venti e il mare (Mt 8:27).

 

Noi peccatori siamo in comunione con il tre volte Santo, “splendido nella sua santità” (Es 15:11), colui che “ha gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e che non può tollerare lo spettacolo dell’iniquità” (Ab 1:13).

L’elenco potrebbe continuare per pagine e pagine ma mi fermo qui per ovvie ragioni di spazio.

 

Ritengo fondamentale tenere a mente che siamo in lui e che lui è in noi per allontanare il rischio di vedere in Gesù solo il Salvatore che ha lavato i nostri peccati col suo sangue e “limitarci” a lodarlo e benedirlo per questo; oppure possiamo vedere in lui il Signore a cui dobbiamo ubbidire e sforzarci di farlo con i nostri mezzi; in sostanza potremmo vivere in qualche modo “distanti” da Cristo, noi sulla terra e lui lassù nei cieli, consapevoli che lui è il nostro Signore e Salvatore ma ancora incapaci di vivere e di gustare fino in fondo questa koinonia con lui.

Dio dimora in noi; Gesù ci ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Mt 28:20). Io penso che, se riflettessimo di più su questa verità, la nostra vita ne sarebbe veramente sconvolta perché avremmo veramente gli stessi scopi, la stessa volontà, gli stessi sentimenti di Dio.

Se vivo veramente la comunione con Dio, come posso sopportare il peccato in me, come posso tollerare che nella mia vita ci sia qualcosa che non lo onora, come posso non amare il mio fratello se Cristo ha dato la sua vita per lui, come posso andare ancora a cercare la mia gloria invece che la sua, come posso non adoperarmi per portare il suoVangelo a chi non lo conosce?

 

 

Conseguenze pratiche della comunione

 

Noi siamo in koinonia con il Figlio e lo siamo sempre perché lo siamo per grazia, in virtù del suo sangue e del suo corpo, indipendentemente dal nostro stato d’animo e dalle nostre azioni. E, grazie alla comunione con il Figlio, noi siamo sempre in comunione con tutti coloro che sono in comunione con lui, cioè con tutti coloro che credono in lui. Nella preghiera sacerdotale, Gesù pregò “per quelli che credono in me… che siano tutti uno” (Gv 17:21). La Chiesa è una (1Co 10:17) e possiamo contare sulla preghiera di Cristo per questa unità.

Non è necessario cercare la comunione con Dio e con gli altri credenti perché noi siamo già in comunione con Dio e con tutta la sua Chiesa; quello che dobbiamo fare è realizzare concretamente questa comunione nelle nostre vite, metterla in pratica, metabolizzare questa realtà oggettiva. Succede spesso purtroppo che non viviamo coerentemente con il nostro essere partecipi della natura divina; la comunione con Dio non si interrompe perché poggia su basi molto più solide del nostro agire e del nostro sentire, però non camminiamo coerentemente con questa koinonia. È qualcosa che può succedere anche nella vita e troviamo degli esempi nel menage matrimoniale: marito e moglie rimangono tali anche quando bisticciano anche se litigando non manifestano la comunione tra loro; sono una sola carne anche se non si rivolgono la parola per tutta una giornata o se hanno mentito l’uno all’altro o se si nascondono qualcosa; continuano a essere in comunione di beni anche se uno dei due ha fatto un acquisto costoso senza aver consultato l’altro. A volte facciamo lo stesso col Signore e, pur continuando a essere in comunione con lui, non viviamo la koinonia, non ne stiamo godendo i frutti, non la manifestiamo.

 

La prima lettera di Giovanni ci invita a dimostrare praticamente questa koinonia, camminando nella luce: dobbiamo essere disposti a lasciarci illuminare dalla Luce, confessandogli tutte le infedeltà commesse; dobbiamo essere desiderosi che Dio getti luce su quegli aspetti della nostra vita che non lo onorano, quegli aspetti che noi nella nostra cecità spirituale neanche vediamo, dobbiamo chiedergli di purificare la nostra coscienza per capire cosa è sbagliato ai suoi occhi del nostro pensare, del nostro agire, del nostro relazionarci con lui e con il nostro prossimo.

Sappiamo bene che il Signore non pretende che ci presentiamo perfetti ai suoi occhi, vuole solo che noi siamo disponibili a lasciarci rendere perfetti da lui.

La koinonia dei credenti con Cristo, cioè del corpo con il capo, è un dato di fatto, una verità assoluta, oggettiva; per vedere se viviamo coerentemente con questo status possiamo farci alcune domande:

 

• Abbiamo gli stessi scopi di Cristo: l’estensione del Regno di Dio, la glorificazione di Dio in tutto quello che facciamo, il veder realizzata la Sua volontà in terra come in cielo?

 

• Abbiamo gli stessi sentimenti di Cristo, e quindi sopra tutto il suo amore, amore indistinto verso tutti i peccatori, persino verso chi ci disprezza e ci ostacola?

 

• Proviamo la sua stessa indignazione davanti all’iniquità e alla ingiustizia?

 

• Piangiamo con lui davanti all’empio che non si vuole convertire?

 

• Abbiamo lo stesso suo orrore del peccato, in primis del peccato che vediamo in noi, quel sano e santo orrore che deve portarci alla umiliazione e al ravvedimento?

 

La Parola ci porta tanti esempi di uomini che condividevano gli stessi sentimenti del Signore: pensiamo alle lacrime di Geremia davanti al peccato di Israele, allo spirito di Paolo che si inacerbisce nel vedere gli idoli ad Atene (At 17:16), pensiamo a Lot che “si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta a motivo delle opere inique” degli abitanti di Sodoma e Gomorra (2P 2:8), pensiamo a Davide che nel Salmo 119:136 scrive: “Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché la tua legge non è osservata”.

In Filippesi 2:2, Paolo esorta a essere sinpsicoi, un altro termine con il prefisso syn che la nuova Riveduta traduce essere di un animo solo, cioè ad avere gli stessi scopi e sentimenti gli uni degli altri proprio come conseguenza dell’ avere gli stessi scopi e sentimenti del nostro Signore.

Che fare per vivere coerentemente a questa comunione con Dio?

Atti 2:42 si riferisce a uno dei momenti più floridi della chiesa primitiva, quando il Signore aggiunge in pochi giorni migliaia di credenti alla sua chiesa; credenti che erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna (koinonia), nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuna di queste cose se fatte con il giusto atteggiamento, se fatte con fede e discernimento, se fatte in spirito e non in carne sono nutrimento spirituale che porta a vivere veramente la koinonia col Signore e al tempo stesso sono il frutto del vivere coerentemente all’essere in comunione con lui.

Credo sia esperienza comune a tanti di noi quella che più leggiamo la Parola più abbiamo voglia di leggerla, più preghiamo più abbiamo voglia di pregare, più stiamo coi fratelli e più abbiamo voglia di stare con loro-

È un circolo virtuoso che dobbiamo cercare di portare nelle nostre vite, una spirale positiva che ci porta a manifestare la comunione con Dio.

 

Vigiliamo per non cadere nel circolo vizioso opposto, quello di pregare sempre meno, di leggere sempre meno la Parola, di stare sempre meno con i fratelli, una spirale negativa che ci porterà a vivere sempre più in maniera incoerente con la koinonia con Cristo.

Lodiamo dunque il nostro Signore per questa grazia meravigliosa e chiediamoci se viviamo coerentemente con la koinonia con Cristo e la con la sua Chiesa; domandiamoci anche se gli altri vedono in noi questa koinonia e rinnoviamo giorno dopo giorno l’impegno a camminare nella luce e a lasciarci trasformare da lui.