Prima lettera di Pietro – incoraggiamento per i pellegrini – L’etica del pellegrino Cristiano

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Introduzione

 

Il brano che ci accingiamo a studiare (2:11-17) costituisce una guida all’etica sociale del pellegrino cristiano. Qui per “cristiano” (cfr. 4:16) intendo una persona che si pone come obiettivo di glorificare Dio, portando in alto il nome di Cristo, anche quando ciò comporta il rischio della persecuzione. Ecco il brano in questione, che si divide in due parti e termina con un riassunto importante:

 

“Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l’assalto contro l’anima, avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà.

 

Siate sottomessi, per amore del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dar lode a quelli che fanno il bene. Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio.

 

Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.

A questa guida generale seguono alcune istruzioni particolareggiate (2:18−3:7) di cui la prima riguarda una convenzione – la schiavitù – che non trova riscontri nell’ordine civile italiano. Ma anche in questo caso troveremo (in un prossimo articolo) delle applicazioni alla nostra realtà. Però il brano che occupa la nostra attenzione in questo studio ha valore universale, così com’è, per la durata del pellegrinaggio dei cristiani, ovunque si trovano a vivere, fino alla fine dell’età presente.

 

 

Una scelta di vita (1Pietro 2:11-12)

 

È capitato a me e a mia moglie di partecipare ai primi tempi entusiasmanti di una chiesa nata in un piccolo centro della Nuova Zelanda.

Il locale temporaneo usato per i loro incontri era piuttosto squallido ma questo fatto era più che compensato dalla gioia di stare con le persone che vi si radunavano.

La testimonianza aveva avuto inizio in una zona rurale con una famiglia caratterizzata dalla gioia e dedita alle buone opere in modo spontaneo. Il fatto che erano buoni vicini, sempre disponibili quando qualcuno si trovava in difficoltà oppure aveva bisogno di una mano d’aiuto, aveva aperto il cuore di altre famiglie al messaggio del vangelo. Così, diverse famiglie che precedentemente non conoscevano Dio – i “pagani” di cui Pietro parla nel v. 12 – impararono a glorificare Dio a motivo di loro e, con il tempo, arrivarono anche loro a credere in colui che aveva cambiato la vita dei loro vicini.

Una simile testimonianza è frutto di una scelta di vita.

 

È da notare che Pietro non contempla una via di mezzo, ovvero la scelta di astenersi dalle “carnali concupiscenze” che guerreggiano contro l’anima, che non ha seguito in una vita di buone opere che portano i pagani a glorificare Dio. Se la gente non ha modo di apprezzare la diversità dei pellegrini cristiani rispetto a loro, potrà valutare negativamente le loro peculiarità culturali (la non partecipazione a lotterie, a feste patronali del paese e via discorrendo), ritenendoli “malfattori”, o per lo meno persone che creano problemi per la vita sociale.

 

Ecco perché l’esortazione di Pietro è duplice e richiede una vera e propria scelta di vita.

Da una parte il pellegrino cristiano è chiamato ad astenersi dalla “carnali concupiscenze”, ovvero da tutti i desideri che risultano illeciti quando li si mette a confronto con la volontà di Dio.

Dall’altra parte è chiamato a dare espressione alla nuova vita che gli è stata donata, facendo cose buone che i“pagani” possono osservare.

 

Per i primi lettori della 1 Pietro non si trattava di una scelta facile. Anzi, il clima in cui vivevano era uno di persecuzione (1:6-7; 3:14-17; 4:14-16). D’altra parte la formula suggerita da Pietro è semplice e altamente efficace: mostratevi diversi e, quando siete costretti a “soffrire per la giustizia”, siate sempre pronti a dare spiegazioni del motivo del comportamento che tenete e della speranza che mantenete (3:14-15).

 

Oggi le “carnali concupiscenze” sono più insidiose perché simili comportamenti sono protetti dalla legge della privacy. È anche più probabile oggi che la società, al posto di perseguitare il pellegrino per la sua fede, rimanga indifferente di fronte alla sua diversità. Ma la formula indicata da Pietro conserva tutta la sua validità: condurre la vita in modo da dimostrarsi positivamente diversi da chi è schiavo delle “carnali concupiscenze” per poi spiegare che tale diversità è frutto della grazia di Dio.

 

 

“Siate sottomessi… facendo il bene” (1 Pietro 2:13-16)

 

In questo brano Pietro spiega quale sia “la volontà di Dio” riguardante il rapporto del pellegrino cristiano con le istituzioni umane.

Il concetto chiave, che definisce questo rapporto, è “sottomissione” (v. 13). Non si tratta, però, di una sottomissione servile e neppure umiliante in quanto la motivazione non è quella di accontentare gli uomini in autorità, bensì lo si deve fare “per il Signore” (trad. lett.).

 

Nel momento in cui Pietro scrisse la sua lettera il rapporto dei destinatari con le autorità era problematico: infatti rischiavano di soffrire anche per aver fatto il bene e in quanto cristiani! (3:17; 4:15-16). Quindi era importante per loro sapere che il principale motivo per sottomettersi a ogni istituzione umana era quello di farlo per il Signore.

 

Quando Pietro dà la sua direttiva di sottomettersi a “ogni umana istituzione” per il Signore, forse allude alla risposta che Gesù diede ai farisei e agli erodiani quando essi tentarono di “coglierlo in fallo nelle sue parole”chiedendogli se era lecito o no per gli Ebrei pagare il tributo a Cesare. Dopo aver rivelato il fatto che loro già stavano usando delle monete con l’effige di Cesare (!) Gesù aveva risposto:

“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22:21).

 

Per comprendere meglio l’istruzione di Pietro è utile sapere che la parola greca ktisei, tradotta “istituzione” nel v. 13 del nostro brano, veniva usata per definire qualsiasi struttura di autorità messa in essere dagli uomini.

Purtroppo quando Pietro scrisse la sua lettera, l’agire delle autorità non sempre rispettava il mandato di Dio, secondo il quale avrebbero dovuto “punire i malfattori e… dar lode a quelli che fanno il bene” (v. 14; cfr. Ro 13:1-4).

 

Il v. 15 parla del valore pratico del fare del bene. Il profeta Geremia, nella sua lettera agli esuli in Babilonia aveva scritto:

 

“Cercate il bene della città dove vi ho fatti deportare, e pregate il SIGNORE per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene” (Gr 29:7).

 

Sia Daniele, che ha servito sotto due regimi, quello babilonese e quello medo-persiano, sia Mardocheo, che servì fedelmente il re persiano Assuero, sono vissuti secondo questo principio, a grande rischio delle loro vite.

Come questi fedeli servitori di Dio del passato, il pellegrino cristiano è uno “straniero” su questa terra, ma è chiamato a fare del bene (1P 2:11; cfr. Fl 3:20).

 

Il bene su cui Pietro si sofferma, prodotto dal pellegrino cristiano, è il superamento dell’ignoranza di coloro che non conoscono Dio. Lo stesso apostolo era stato generoso verso i suoi compatrioti ebrei quando, nell’identificare il motivo per cui avevano rinnegato “il Giusto”, disse:

 

“Ora, fratelli, io che lo faceste per ignoranza, come pure i vostri capi” (At 3:13-17).

 

Nel nostro brano, invece, attribuisce l’ignoranza dell’uomo alla propria stoltezza che lo porta a chiamare il bene“male” e il male “bene”. Mentre l’errore commesso “per ignoranza” dai suoi compatrioti andava corretto con l’evidenza fornita dal miracolo fatto nel nome di Gesù e dal discorso che Pietro rivolse alla sua nazione (At 3), nel caso dei pagani, Pietro afferma che la volontà di Dio è che i pellegrini turino “la bocca all’ignoranza degli uomini stolti”, tramite opere di bene.

L’input positivo della loro vita sarà una testimonianza tale da smantellare i pregiudizi degli uomini ignoranti.

 

Secondo Pietro i pellegrini cristiani devono sottomettersi alle istituzioni non perché costretti a farlo bensì come“uomini liberi” (v. 16).

Questa libertà è frutto della grazia di Dio e della conoscenza di non avere più bisogno di nulla in quanto eredi della salvezza eterna.

 

Quindi il rapporto dei pellegrini cristiani con le istituzioni umane è indiretto, il rapporto diretto è con Dio. Così tutto ciò che fanno, anche quando si sottomettono ad altri uomini, lo fanno consapevoli di essere“servi” (gr. douloi, lett. schiavi) di Dio e non delle persone a cui Dio ha concesso un’autorità limitata. Questo è il modo giusto di vivere la propria libertà in Cristo, e non come occasione di fare cose non buone.

Non a caso Pietro stesso, nella sua seconda lettera, si definisce prima “servo” (lett. “schiavo”) di Gesù Cristo e poi “apostolo” (2P 1:1).

In altre parole l’atteggiamento di fondo è quello dello schiavo che dipende dal padrone per ogni cosa e risponde al padrone per ogni cosa che fa. Anche Paolo ama definirsi “schiavo di Cristo Gesù” (Ro 1:1; cfr. Fl 1:1; Tt 1:1) e così anche Giacomo e Giuda, fratelli del Signore (Gc 1:1; Gd 1).

 

In qualità di “servi di Dio”ubbidiamo alle autorità perché Gesù vuole che lo facciamo, non perché costretti dalle autorità stesse a farlo. Per lo stesso motivo, quando le autorità ci ordinano a fare, oppure a non fare, qualcosa che contraddice gli ordini di Cristo stesso, la nostra sottomissione primaria alla sua Signoria determina la scelta di disattendere la pretesa dell’istituzione umana.

Pietro stesso, insieme con Giovanni, ce n’hanno dato l’esempio dicendo ai membri del Sinedrio:

 

“Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite” (At 4:19-20).

In seguito, a nome di tutti gli apostoli, Pietro disse agli stessi capi, in modo deciso:

“Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (5:29, cfr. v. 34). 

 

 

Un motto (1Pietro 2:17)

 

I fondatori di un movimento per ragazzi (chiamato “Boys’ Rallies”), nato in Nuova Zelanda subito dopo la seconda guerra mondiale, adottarono questo versetto come il motto dei membri. Non ci stancavamo di recitarlo in coro, ogni volta che facevamo la sfilata, perché le parole sono piene di significato e costituiscono una bella sfida:

 

“Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re”.

 

Questo motto stimolava noi ragazzi e riflettere sull’etica che doveva caratterizzare le nostre vite.

Si tratta di uno dei versetti che maggiormente illustrano la grande capacità di sintesi di Pietro, evidente tanto nei suoi discorsi quanto nelle sue lettere.

Nonostante la sua brevità, il significato dei quattro imperativi che dovrebbero regolare il comportamento dei pellegrini è molto chiaro.

 

Il primo imperativo richiede che i pellegrini cristiani onorino ogni essere umano, a prescindere dalla sua importanza sociale, provenienza, intelligenza, sesso o razza. La logica di quest’ordine è da ricercare nel fatto che ogni persona che discende da Adamo è fatta “a immagine e somiglianza di Dio” e, in quanto tale, è anche oggetto dell’amore di Dio.

 

È un invito a vedere ogni nostro consimile attraverso gli occhi di Dio.

Ubbidendo a quest’ordine, il discepolo di Cristo introduce una rivoluzione nei rapporti umani e facilita la comunicazione del messaggio della grazia.

 

Il secondo imperativo richiede l’esercizio dell’amore agapē verso i fratelli. Si tratta di un tipo di amore che è pronto a sacrificare i propri interessi per dare priorità agli altri. Pietro ha già indicato nell’esercizio di questo tipo di amore la strada maestra “per giungere a un sincero amore fraterno [gr. philadelphian]”, in quanto l’agapē abbatte tutti i pregiudizi e così permette di trattare tutti coloro che Cristo ha accettato come autentici fratelli e sorelle (1P 1:22).

 

Sarà sempre l’amore agapē che spingerà a mettere i doni ricevuti “al servizio degli altri” (4:10). Anche il bacio di saluto fra fratelli, comandato al termine della lettera (5:14), dovrebbe esprimere la stessa qualità di agapē. Sebbene tradotto “amore fraterno” nella NR, la parola nel testo greco è agapē. Sarà proprio l’esercizio di questo tipo di amore “sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Ro 5:5), che convincerà il mondo che siamo dei veri discepoli di Cristo (Gv 13:34-35).

 

Il terzo imperativo, “Temete Dio”, stabilisce un principio che dovrebbe caratterizzare tutta la nostra vita. Spesso negli Scritti Sacri dell’Antico Testamento viene detto che “Il timor del SIGNORE è il principio della sapienza” (Sl 111:10; Pr 1:7 e passim).

Uno dei proverbi elabora su questo tema in modo significativo:

“C’è grande sicurezza nel timore del Signore; egli sarà un rifugio per i figli di chi lo teme” (Pr 14:26).

 

Il timore del Signore non solo dà sicurezza alla vita di chi lo teme; inoltre costituisce un rifugio protettivo anche per i figli di chi lo teme. Evidentemente non si tratta di avere paura di Dio ma bensì di riconoscere la sua sovranità in tutte le nostre vie. L’affidabilità di Dio dipende dalle sue qualità.

Più avanti nella sua lettera, Pietro esorta coloro che si trovano a dover soffrire come cristiani ad affidare “le anime loro al fedele Creatore2 (4:19). La storia dimostra che laddove manca il timore di Dio ben presto viene a mancare anche il rispetto per il prossimo e la criminalità aumenta in modo esponenziale.

Dove, invece, l’uomo impara ad amare Dio e quindi a temerlo, impara pure ad amare il prossimo e quindi a onorarlo come vuole il primo dei quattro imperativi.

A questo proposito di chi bisogna temere, Gesù disse nel suo discorso ai dodici:

“Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna” (Mt 10:28).

Il quarto imperativo, “Onorate il re”, rimanda al tema dei vv. 13-16. Il termine “re” (gr. basilea) sta a indicarela massima autorità umana.

Nel momento in cui Pietro scrisse queste parole, la massima autorità nel mondo greco romano era Nerone, l’imperatore in carica.

In Italia un ruolo analogo è diviso fra quello del primo ministro e quello del Presidente della Repubblica.

 

Come ai tempi degli apostoli, siamo chiamati a onorare il “re” a motivo dell’umana istituzione che egli rappresenta. Così anche quando la persona che occupa la posizione di “re” si dimostra indegno, come era il caso di Nerone, i pellegrini cristiani sono chiamati a onorarlo come parte della loro sottomissione a Dio.

 

In una democrazia come l’Italia, noi cittadini abbiamo l’opportunità di esprimere un nostro giudizio sull’operato del governo, normalmente ogni cinque anni.

Durante il corso della legislatura è “la volontà di Dio” che ci sottomettiamo a esso negli interessi dell’ordine e dell’amministrazione della giustizia (vv. 13-15).

 

 

Per la riflessione personale o lo studio di gruppo

 

1. Quali sono oggi le principali “carnali concupiscenze che danno l’assalto contro l’anima”? Quali provvedimenti possono essere presi per assicurare che ce ne asteniamo?

 

2. Quali tipi di opere buone possiamo fare che altri, osservandole, trovano motivo per glorificare Dio?

 

3. Quale dei quattro imperativi del v. 17 è determinante, permettendoci di ubbidire agli altri tre come “uomini liberi”?