Gli animali in rapporto agli uomini

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Disposizioni creazionali

 

Una primissima previsione biblica, relativa alla creazione di uomini e di animali, la troviamo all’inizio della Genesi:

“Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra»… Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra»” (Ge 1:26, 28).

 

Nel sesto giorno il Signore, dopo aver creato l’uomo e gli animali, diede al primo il “dominio” sui secondi perché, dei due, soltanto l’uomo era stato creato “a immagine e a somiglianza” di Dio; un “dominio” da intendersi non come tirannia e crudeltà, quanto piuttosto come autorità delegata su creature inferiori.

L’uomo, nel pensiero originario del Creatore, è un suo vero e proprio rappresentante sulla terra: gli animali non sanno temere e servire Dio, così egli ha stabilito che devono temere e servire l’uomo, il quale ha una posizione più elevata rispetto a tutto il resto del creato.

Il Signore benedisse l’uomo e gli concesse l’onore di rendere soggetta la terra e di “dominare” su ogni tipo di animale.

Subito dopo troviamo scritto:

“…Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui” (Ge 2:19-20).

 

Il Signore voleva dare un aiuto convenevole all’uomo (v. 18), ma fra gli animali non trovò un aiuto adatto per lui.

L’uomo non era infatti una creatura come le altre: “dare dei nomi”, per esempio, significava esercitareun’autorità superiore e richiedeva una conoscenza approfondita della natura e dei comportamenti di ogni singolo animale.

Adamo cominciò ad esercitare il “dominio” sulle altre creature viventi, che si recarono da lui volontariamente e ricevettero da lui il loro nome, sottomettendosi a lui e riconoscendolo implicitamente come guida.

 

Anche Daniele fa riferimento a questo “dominio” introdotto ancor prima del peccato di Adamo ed Eva. Sta scritto, infatti:

“(Dio) ha messo nelle tue mani tutti i luoghi in cui abitano gli uomini, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, e ti ha fatto dominare sopra tutti loro…” (Da 2:38)

Il giovane profeta Daniele, avendo ricevuto dal Signore l’interpretazione di un terribile sogno fatto dal re Nabucodonosor (v. 19), davanti al sovrano rivelò la spiegazione concessagli da Dio e gli disse che era stato l’Eterno a porlo su quel trono (v. 37), dandogli anche il dominio su tutte le cose, compresi gli animali (v. 38).

La concessione fatta dal Signore nel giardino di Eden diventa qui più specifica: il dominio generale dell’uomo riguarda un solo sovrano e si riferisce in particolare alle “bestie della campagna”, cioè agli animali che vivono allo stato brado.

 

Nel Nuovo Testamento troviamo una testimonianza del dominio concesso dal Creatore all’uomo sopra tutti gli animali:

Ogni specie di bestie, uccelli, rettili e animali marini si può domare, ed è stata domata dalla razza umana… (Gm 3:7).

Giacomo afferma che “ogni specie di bestia” può essere domata dall’uomo a differenza di quanto accade a quel piccolo membro del corpo umano che è la lingua.

 

In esecuzione del mandato divino, gli uomini sono riusciti non solo a dominare ma anche a domare ogni genere di animali, compresi quelli selvatici (le “bestie”) e quelli pericolosi (i “rettili”), oltre a quelli che non si trovano sulla terra abitata dall’uomo, ma nei cieli (gli “uccelli”) e nelle grandi acque (gli “animali marini”).

 

 

Dopo il diluvio

 

Purtroppo Adamo ed Eva peccarono contro il Signore, furono cacciati dal giardino di Eden e i loro discendenti cominciarono a sprofondare sempre di più nel peccato, fino a quando Dio mandò il diluvio. Solo otto persone furono salvate insieme a tanti animali, accolti nell’arca costruita da Noè. Da quel momento in poi, molte cose cambiarono nei rapporti fra l’uomo e gli animali:

Avranno timore e spavento di voi tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di cibo; io vi do tutto questo, come l’erba verde…” (Ge 9:2, 3).

 

Alla fine del diluvio il Signore ribadisce per due volte la benedizione proclamata in Genesi 1:28 e la amplia ulteriormente, concedendo all’uomo di nutrirsi con la carne degli animali e introducendo un vero e proprio diritto di proprietà dell’uomo sugli animali, che si manifestava nella sua libertà di cacciare e di uccidere le altre creature viventi allo scopo di soddisfare i suoi bisogni basilari di sopravvivenza.

 

A questo punto, la supremazia dell’uomo sul resto della creazione viene stabilita in modo ancora più forte. Ora i nostri progenitori potevano essere predatori e carnivori. Il Signore rinnovò all’uomo la concessione di un “potere” su tutto il resto della creazione, specie sugli animali e ad esso associò un elemento nuovo: gli animali avrebbero avuto, da allora in poi, “timore e spavento” dell’uomo, perché egli avrebbe potuto cacciare e uccidere qualsiasi creatura vivente per nutrirsene.

Vi è, però, una differenza – a livello sanzionatorio – nei rapporti biunivoci fra uomini ed animali: Dio chiederà conto del sangue dell’uomo, versato sia dagli animali (9:5a) che dagli altri uomini (9:5b), ma invece non esiste analoga disposizione per il sangue degli animali sparso dagli uomini. Occorre notare, inoltre, che il divieto di mangiare carne cruda di animali morti (9:4) era volto a tutelare la salute dell’uomo, ma tendeva anche ad evitare atti di crudeltà contro gli animali, come per esempio torture e maltrattamenti mentre essi erano ancora vivi.

 

 

Disposizioni contenute nella Legge

 

A. Nell’Esodo

 

La legge data da Dio a Mosè prevedeva diverse disposizioni a riguardo dei rapporti che dovevano esserci fra gli uomini e gli animali:

“Se uno toglie il coperchio a una cisterna, o se uno scava una cisterna e non le fa un coperchio, e poi un bue o un asino vi cade dentro, il padrone della cisterna risarcirà il danno: pagherà in denaro il valore della bestia al padrone e la bestia morta sarà sua. Se il bue di un uomo ferisce mortalmente il bue di un altro, si venderà il bue vivo e se ne dividerà il prezzo; anche il bue morto sarà diviso fra loro. Se poi era noto che quel bue aveva l’abitudine di attaccare e il suo padrone non lo ha tenuto rinchiuso, questi dovrà pagare bue per bue, e la bestia morta sarà sua” (Es 21:33-36).

 

Vengono qui disciplinati i danni alle persone; assumono rilievo anche i danni subiti dai proprietari di animali che restavano uccisi a causa di altri animali oppure a causa della negligenza di chi non copriva la propria cisterna.

L’obiettivo di Dio era quello di evitare ogni espediente volto a danneggiare il prossimo e la proprietà altrui: in quest’ultima rientrava anche il bestiame. Esisteva una vera e propria responsabilità oggettiva quando il bestiame altrui veniva danneggiato per la negligenza di chi non lo aveva adeguatamente sorvegliato.

 

In queste norme, comunque, vi è implicitamente anche un occhio di riguardo a favore degli animali in quanto destinatari di azioni dannose: erano norme che li tutelavano non solo come proprietà privata ma anche nella loro qualità di creature amate da Dio.

Gli animali, per altro, erano il più importante bene materiale dell’antichità e per questo erano tenuti in grande considerazione anche dagli uomini.

 

Altrove troviamo una serie di norme a difesa della proprietà privata, soprattutto volte ad evitare i furti e, più in generale, qualsiasi tipo di danno provocato da terzi:

“Se uno ruba un bue o una pecora e li ammazza o li vende, restituirà cinque buoi per il bue e quattro pecore per la pecora… Se il furto, bue o asino o pecora che sia, gli viene trovato vivo nelle mani, restituirà il doppio” (Es 22:1-4).

Per il Signore era degno di severa punizione chi rubava un animale, senza differenze dovute alla successiva vendita o all’uccisione della bestia,

Proseguendo nel testo leggiamo:

“Se uno danneggia un campo o una vigna, lasciando andare le sue bestie a pascere nel campo altrui, risarcirà il danno con il meglio del suo campo e con il meglio della sua vigna” (v. 5).

 

Sussiste una responsabilità oggettiva del proprietario, per il comportamento dei propri animali: si tratta di norme e di principi di alta civiltà giuridica, ancor oggi presenti nelle legislazioni più avanzate.

 

Più avanti poi sta scritto:

“In ogni caso di delitto, sia che si tratti di un bue o di un asino o di una pecora o di un vestito o di qualunque oggetto perduto del quale uno dica: «È questo qui!», la causa delle due parti verrà davanti a Dio; colui che Dio condannerà, restituirà il doppio al suo prossimo. Se uno dà in custodia al suo vicino un asino, un bue, una pecora o qualunque altra bestia, ed essa muore o resta storpiata o è portata via senza che ci siano testimoni, interverrà fra le due parti il giuramento del Signore per sapere se colui che aveva la bestia in custodia non si è appropriato della roba del suo vicino. Il padrone della bestia si accontenterà del giuramento, e l’altro non sarà tenuto a risarcire i danni. Ma se la bestia gli è stata rubata, egli dovrà risarcire il danno al padrone di essa. Se la bestia è stata sbranata, la esibirà come prova,e non sarà tenuto a risarcimento per la bestia sbranata” (vv. 9-13).

 

Qui notiamo l’importanza del giudizio divino nelle cause civili più difficili: è il Signore che condanna e che assolve, tramite i Giudici da lui prescelti: egli è interessato al sereno svolgimento della vita umana e della convivenza sociale ma anche al rispetto della creazione e della vita animale. Anche il “giuramento del Signore”, reso cioè davanti ai Giudici scelti da Dio, risultava decisivo in casi difficili, quando poteva essere ostico dirimere questioni di proprietà e di custodia del bestiame. Quest’ultimo era tenuto in alta considerazione, in una società contadina dedita all’allevamento-, tant’è vero che non si ricevevano sanzioni solo per l’incolpevole uccisione dell’animale dato in custodia perché sbranato da qualche bestia feroce.

 

Ma il testo prosegue:

“Se uno prende in prestito dal suo vicino una bestia, e questa resta storpiata o muore essendo assente il padrone di essa, egli dovrà risarcire il danno. Ma se il padrone era con lui, egli non dovrà pagare i danni. Se la bestia è stata presa a nolo, la sua perdita è compresa nel prezzo del nolo” (vv. 14-15).

 

A chiusura di questa parte normativa, il Signore disciplina il duplice caso del prestito a titolo gratuito e del nolo a titolo oneroso di bestiame: nella prima ipotesi era dovuto il risarcimento del danno solo se il padrone non era presente ai fatti originanti la perdita, mentre nel secondo caso il prezzo del nolo doveva includere anche il rischio della perdita.

Ecco un’ulteriore disposizione, assolutamente chiara sui rapporti che, nella volontà di Dio, dovevano esserci fra uomini e animali:

“Chi si accoppia con una bestia dovrà essere messo a morte” (v. 19).

 

Dal v. 16 è cominciata un’altra sezione di questo capitolo di Esodo, dedicata a varie prescrizioni di carattere morale e sociale, caratterizzate soprattutto dall’attenzione che il Signore rivolge a certe categorie “deboli”: le donne (vv. 16-17) e gli stranieri (v. 21), le vedove e gli orfani (vv. 22-24) oltre ai poveri (vv. 25-27), categorie amate in modo speciale da Dio perché Egli è misericordioso (v. 27c).

In particolare, la norma del v. 19, che vieta e sanziona l’unione sessuale fra un uomo e un animale, verrà ripresa altre volte nella Torà, quando sarà specificato che tale unione è una contaminazione ed una mostruosità (Le 18:23), o quando sarà aggiunto che anche la bestia dovrà essere messa a morte (Le 20:15-16), o ancora quando verrà precisato che è maledetto l’uomo che si accoppia a qualsiasi animale (Dt 27:21). In ogni caso, partendo dal principio generale di Le 19:19, secondo cui era vietato accoppiare bestie di specie differenti, non appare strano che per Dio erano indegne di continuare vivere persone create alla sua immagine che si fossero macchiate di un’infamia così raccapricciante come l’unione sessuale con un animale.

 

È significativo notare, da questo punto di vista, che fra i popoli pagani dell’antichità, coevi alla Torà, erano diffuse – specialmente in Egitto – pratiche di adorazione delle capre collegate a riti di unione sessuale fra queste ultime e gli uomini. Le leggi ittite, dal canto loro, condannavano atti di bestialità con pecore, mucche e maiali, ma non con i cavalli ed i muli; di tali ultime pratiche abominevoli, peraltro, sono state rinvenute tracce fra le popolazioni cananee. Gli dei di Ugarit, infine, venivano immaginati in unioni sessuali con degli animali, e ciò giustificava ed incoraggiava le pratiche di bestialità diffuse in quelle popolazioni pagane.

 

Torniamo a norme di carattere squisitamente sociale e civile:

“Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, non mancare di ricondurglielo. Se vedi l’asino di colui che ti odia caduto a terra sotto il carico, guardati bene dall’abbandonarlo, ma aiuta il suo padrone a scaricarlo”(Es 23:4-5).

 

Anche qui troviamo norme morali di vario genere, con cui il Legislatore mostra il suo amore per gli animali da lui creati, oltre a manifestare rispetto per la proprietà altrui, anche nel caso in cui il proprietario sia un nemico.

Il principio di fondo viene qui ribadito: da un lato vi è il Legislatore che vuole evitare ingiustizie e disordini morali e sociali, dall’altro vi è il Creatore che esige il rispetto per la vita, anche quando si tratta di animali. In tale ultimo senso, siamo d’accordo con chi parla, in questi casi, di manifestazione della compassione divina nei confronti di altri uomini (cfr anche brani come Gb 31:29 e Pr 25:21-22), ma siamo altresì convinti che qui la stessa compassione si mostri anche verso gli animali.

 

 

B. Nel Deuteronomio

 

Passando ora alle disposizioni contenute nel libro del Deuteronomio, leggiamo:

“Se per caso un nido d’uccelli ti capita davanti, per la strada, sopra un albero o sul terreno, con degli uccellini o delle uova e la madre accovacciata sopra gli uccellini o le uova, non prenderai la madre con i piccoli; farai volar via la madre e prenderai i piccoli; e questo affinché tu sia felice e prolunghi i tuoi giorni.” (De 22:6-7).

 

In questo brano troviamo rivelato l’amore di Dio per gli animali, specie quelli senza padrone e, perciò, più indifesi. Il Signore vuole impedire atti di crudeltà verso gli animali e intende scoraggiare chi volesse prendere piacere nel far del male alle sue creature!

Lo scopo di questo brano è quello di preservare la specie e di favorire la fertilità nel regno animale, ma non può passare inosservato un Dio che si preoccupa degli uccellini e della loro madre che, per proteggere i suoi piccoli, non è volata via dal nido e si è assunta pienamente il rischio di essere uccisa.

 

Per il Creatore le cose piccole sono importanti come le grandi ed è comunque sacra la relazione d’affetto tra una madre ed i propri figli, a prescindere dalla loro appartenenza al genere umano. Prova ne sia che nel nostro brano l’ubbidienza a questo comandamento viene collegato alle stesse promesse di benedizione, di lunga vita e di felicità che sono connesse al comandamento di onorare il padre e la madre (Es 20:12; cfr Ef 5:16).

 

Più avanti leggiamo:

“Non farai cuocere il capretto nel latte di sua madre.” (De 14:21b).

Il contesto, in questo caso, è relativo alle norme alimentari concernenti gli animali puri e impuri, nel quale si staglia questa disposizione apparentemente anomala… In realtà, siamo di fronte ad un comandamento presente anche in Esodo (23:19 e 34:26), in contesti assai diversi concernenti i sacrifici e le offerte, a dimostrazione del fatto che si tratta di una norma più generale che trascende l’ambito in cui viene collocata.

 

La ragione di tale insistenza è forse dovuta, da un lato, all’opposizione di Dio a certi antichi usi cananei e siriani, datati XIII-XV secolo a.C. e legati all’occulto e alla superstizione nonché, alla necessità di evitare la crudeltà fine a sé stessa ma anche la semplice gratificazione della propria golosità a discapito di una creatura di Dio. Viene confermata, comunque, questa particolare attenzione del Signore nei confronti della sensibilità maternaanche in ambito animale, che si traduce anche nel comportamento rispettoso ed amorevole che Dio richiede all’uomo nei riguardi delle altre sue creature.

 

Un ultimo brano biblico che vogliamo citare e commentare brevemente è:

“Essi avranno le città per abitarvi; e la campagna servirà per il loro bestiame, per i loro beni e per tutti i loro animali” (Nu 35:3).

Fra le previsioni della Legge di Dio concernenti le città levitiche, vi era la norma che disponeva l’obbligo di dare alla tribù di Levi, oltre a 48 città da abitare, anche le rispettive campagne circostanti, che sarebbero servite per la sopravvivenza del loro bestiame e dei loro animali.

 

È interessante notare che il Signore s’interessa ai mezzi di sussistenza dei sacerdoti, e che a questo fine prevede la necessità di assegnare ai Leviti città dotate di pascoli per i loro allevamenti, i quali dovevano essere composti sia da “bestiame” ovvero pecore e capre, sia da “tutti gli (altri) animali” che potevano essere bestie di qualunque altro genere e tipo.

Queste “campagne”, peraltro, erano terreni utilizzabili sia per l’agricoltura che per l’allevamento e di conseguenza nulla impediva ai Leviti di diventare anche bravi contadini ed esperti allevatori di bestiame, il che avrebbe senz’altro consentito loro di vivere dignitosamente, evitando di essere criticati dai vicini a motivo della loro povertà.

 

 

Esempi positivi

 

Naturalmente nella Bibbia troviamo esempi sia positivi che negativi in relazione al comportamento degli uomini verso gli animali. In particolare, fra gli esempi positivi, troviamo quello di Giacobbe:

“Giacobbe rispose: «Il mio signore sa che i bambini sono in tenera età e che ho con me delle pecore e delle vacche che allattano; se si forzasse la loro andatura anche per un giorno solo, le bestie morirebbero. Passi dunque il mio signore davanti al suo servo; e io me ne verrò pian piano, al passo del bestiame che mi precederà, e al passo dei bambini, finché arrivi presso al mio signore. Giacobbe partì alla volta di Succot, costruì una casa per sé e fece delle capanne per il suo bestiame; per questo quel luogo fu chiamato Succot”(Ge 33:14, 14, 17).

Nell’ambito del drammatico episodio dell’incontro fra Giacobbe ed il fratello Esaù (cap. 32), dopo l’atteggiamento assai positivo di quest’ultimo (33:3-4), che alla fine invitò il fratello a proseguire insieme a lui il cammino (v. 12), Giacobbe chiese di continuare con un’andatura più lenta, rispettosa dei bambini ma anche delle pecore e delle vacche che stavano allattando (v. 13-14). Conferma di quest’atteggiamento di Giacobbe, che mostra attenzione e cura verso gli animali, viene anche dal fatto che, giunto a destinazione, egli non costruisce solo una casa per sé ma si preoccupa anche di fare delle capanne per il bestiame (v. 17).

 

Esaminiamo un secondo esempio positivo di comportamento umano in qualche modo rispettoso degli animali, può essere riscontrato in Nu 32:1,4,16,26, quando leggiamo:

“I figli di Ruben e i figli di Gad avevano del bestiame in grandissimo numero; e quando videro che il paese di Iazer e il paese di Galaad erano luoghi da bestiame… «…terre che il Signore ha colpito davanti alla comunità d’Israele, sono terre da bestiame, e i tuoi servi hanno del bestiame»… Ma quelli si avvicinarono a Mosè e gli dissero: «Noi costruiremo qui dei recinti per il nostro bestiame e delle città per i nostri figli… I nostri bambini, le nostre mogli, le nostre greggi e tutto il nostro bestiame rimarranno qui…»” (Nu 32:1, 4, 16, 26).

 

I quarant’anni di peregrinazione nel deserto stavano finendo e la Terra Promessa era vicina: le tribù di Ruben e di Gad, possessori di molto bestiame videro che alcune terre già conquistate da Israele erano adatte all’allevamento e quindi chiesero di potersi stanziare al di là del Giordano (v. 2-5), con la promessa di aiutare i loro fratelli nelle battaglie che ci sarebbero state al di qua del Giordano (v. 16-18; cfr anche v. 20-27).

I territori di Basan e di Galaad erano ottimi per allevare bestiame e, nella loro richiesta, queste due tribù pensarono sicuramente al loro tornaconto economico, ma, non può essere negata una certa sensibilità verso i propri animali, per il fatto che i Rubeniti e i Gaditi dichiararono che avrebbero costruito delle città per i loro figli ma anche dei “recinti per il nostro bestiame” (v. 26), cioè rifugi stabili, per garantire la protezione e la sicurezza dei loro animali.

 

Proseguendo nell’indagine cronologica degli esempi biblici di condotta sostanzialmente positiva degli uomini verso gli animali, esaminiamo un altro brano (più problematico):

“Così si rimisero in cammino, mettendo davanti a loro i bambini, il bestiame e i bagagli” (Gc 18:21).

Nel periodo dei Giudici non v’era re e neppure legge in Israele (v. 1) e la tribù di Dan si mise alla ricerca di un territorio da occupare: giunsero nella regione montuosa di Efraim. Nel rimettersi poi in cammino, posizionarono davanti i bambini ed i bagagli ed anche il loro bestiame.

 

Sembra che quest’atteggiamento sia simile a quello di Giacobbe (Ge 33:13-14) e sia dettato, quindi, dal rispetto dell’andatura della parte più bisognosa del gruppo, compresi gli animali. Ma la natura empia di questi uomini daniti renderebbe piuttosto improbabile una tale sensibilità: infatti, essi posizionarono nella parte posteriore tutti i migliori soldati perché temevano di essere inseguiti ed attaccati alle spalle da Mica, cui avevano rubato un idolo, e dalla sua gente, cosa che peraltro accadde davvero (cfr v. 22). D’altro canto, però, siamo d’accordo con quei commentatori che non escludono a priori che i Daniti, malgrado la loro natura spietata e la loro violenza contro i propri nemici, fossero poi protettivi verso le loro famiglie ed i loro beni, mostrando sensibilità anche nei riguardi del proprio bestiame.

 

Più lineare appare un altro testo:

Il giusto ha cura della vita del suo bestiame, ma il cuore degli empi è crudele” (Pr 12:10).

Si tratta di uno dei tanti proverbi di Salomone, che in questo caso pone in contrasto l’uomo giusto e quello empio, sotto il profilo particolare della cura che il primo mostra nei riguardi dei suoi animali mentre, al contrario, il secondo manifesta crudeltà verso le creature di Dio.

La parola ebraica per “vita” è qui nefèsh, che significa anche “anima”: ciò ha fatto pensare che il versetto voglia intendere anche la cura dello stato d’animo degli animali (cfr. Es 23:9), nel senso che l’uomo giusto è interessato anche alle sensazioni e ai sentimenti dei suoi animali, prestando attenzione al fatto se essi siano tranquilli e sereni.

 

In questa direzione va un altro brano:

Guarda di conoscere bene lo stato delle tue pecore, abbi gran cura delle tue mandrie (Pr 27:23).

L’uomo che teme Dio ha cura del suo bestiame ed investiga con attenzione cosa provano gli animali, sapendo che anch’essi sono creature divine. L’uomo pio mostrerà pietà anche nei confronti del bestiame: d’altronde, Balaam non fu forse rimproverato perché aveva picchiato la sua asina (Nu 22:32) e la Legge non prevedeva forse di dar da mangiare adeguatamente al bue che aveva fatto il suo lavoro, vietando di mettergli la museruola (Dt 25:4)?

Implicitamente, questi passi biblici fanno conoscere la volontà di Dio in merito alla crudeltà o quantomeno all’indifferenza mostrate talvolta dagli uomini nei confronti degli animali: il Creatore è pieno di compassione e di conseguenza aborrisce l’idea che le sue creature possano patire sofferenze non necessarie, specie se causate volontariamente da altre sue creature.

 

 

Esempi negativi

 

Fra gli esempi negativi di comportamento dell’uomo verso gli animali, cioè non corrispondente a quanto stabilito nelle disposizioni della Torà, leggiamo:

“Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?»” (Es 17:3)

Si tratta, palesemente, di un caso di interesse solo apparente nei riguardi dei bisogni degli animali: la comunità d’Israele si stava lamentando contro Mosè, criticando la scelta di essere usciti dall’Egitto e tentando Dio stesso (v. 2) perché mostravano ingratitudine e incredulità verso di lui.

Il riferimento al bestiame, dunque, non era motivato da un reale interesse verso di esso, quanto dall’intenzione di far gravare ancor più il peso delle difficoltà su Mosè e su Dio stesso (in questo senso, vedi anche il passo parallelo di Nu 20:4). L’enfasi è data dall’aggettivo possessivo “nostro”, che svela il reale intento egoistico del popolo, che considera il bestiame semplicemente come proprietà privata da tutelare.

 

Un altro esempio biblico sostanzialmente negativo, di disinteresse mostrato dagli uomini verso i bisogni degli animali:

“Così il re d’Israele, il re di Giuda e il re di Edom si mossero; e girarono per sette giorni, ma non c’era acqua per l’esercito, né per le bestie da soma che li seguivano” (2Re 3:9).

Nello stesso periodo in cui nel regno di Giuda era sovrano il pio Giosafat, in Israele era re l’empio Ieoram (v. 1-3), il quale ad un certo punto proclamò una guerra contro i ribelli di Moab (v. 4-6) e vi coinvolse anche il re di Edom e lo stesso Giosafat (v. 7-9). Ieoram decise la strategia di muoversi per la strada del deserto di Edom (v. 8) ma fu una scelta davvero scellerata, perché i tre eserciti vagarono senz’acqua per sette giorni e ciò produsse serie difficoltà non solo agli uomini ma anche agli animali che erano al loro seguito.

 

La Scrittura riporta quest’episodio, nel quale si verificò un grave pericolo di vita per il bestiame, a conferma dell’attenzione che Dio dà alla soddisfazione dei bisogni essenziali di tutte le sue creature (cfr Sl 104:11).

Il Signore, anche in questo caso, provvide miracolosamente ed abbondantemente (vv. 17, 20), ma non c’è accenno all’eventualità che lo stesso interesse fosse presente in qualcuno dei re coinvolti.

 

 

Il possesso di animali segno di benedizione

 

 

Esistono poi una serie di brani biblici che parlano del possesso di animali come simbolo di benedizione divinae quindi anche di ricchezza e di potenza.

 

Un primo caso è quello di Giobbe:

“Non l’hai forse circondato di un riparo, lui, la sua casa, e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese (Gb 1:10).

 

Satana contesta l’affermazione di Dio in merito all’integrità di Giobbe (v. 8), attribuendola alle benedizioni che Dio gli aveva concesso, fra cui il possesso di una gran quantità di bestiame.

Dopo il ristabilimento di Giobbe, Dio gli diede una quantità doppia del bestiame posseduto precedentemente (42:12).

 

Un secondo caso di possesso di animali come segno di benedizione è quello di Uzzia.

“Costruì delle torri nel deserto e scavò molte cisterne, perché possedeva una gran quantità di bestiame; ne scavò pure nella parte bassa del paese e nella pianura; aveva dei lavoranti e dei viticultori per i monti e nelle terre fruttifere perché amava l’agricoltura” (2Cr 26:10).

Si parla qui della potenza di Uzzia, re di Giuda che, fino a quando seguì fedelmente il Signore, conobbe una grande prosperità frutto della benedizione di Dio.

 

Un terzo caso è quello di Ezechia:

“Ezechia ebbe immense ricchezze e grandissima gloria; e si costruì depositi per riporvi argento, oro, pietre preziose, aromi, scudi, ogni sorta d’oggetti di valore; magazzini per il grano, il vino, l’olio; stalle per ogni sorta di bestiame, e ovili per le pecore. Si costruì delle città, ed ebbe greggi e mandrie in abbondanza, perché Dio gli aveva dato beni in gran quantità” (2Cr 32:27-29).

 

Ezechia è stato uno dei più importanti re di Giuda: in questo capitolo si parla della sua ingratitudine e del suo orgoglio, che si manifestarono dopo una miracolosa guarigione ottenuta dal Signore (v. 24-25), ma si narra anche del suo pentimento che ne seguì (v. 26) nonché delle sue immense ricchezze e della sua grandissima gloria (v. 27), frutti della benedizione e del favore di Dio. Questi ultimi, in particolare, erano visibili anche nel possesso di “stalle per ogni sorta di bestiame e ovili per le pecore” (v. 28), nonché di “greggi e mandrie in abbondanza” (v. 29).

 

Come dimenticare, poi, che anche il re Davide, oltre a Uzzia di cui abbiamo parlato poc’anzi, costruì ripari per i suoi animali e disciplinò l’allevamento di bestiame per renderlo più efficace (1Cr 27:25ss)? Ciò dimostra ancora di più che nella storia vi sono stati grandi re i quali, timorati del Signore, hanno mostrato attenzione anche per il resto della creazione divina. E l’Eterno, in questi casi, ha risposto con la sua benedizione, manifestata talvolta dalla concessione di grandi quantità di animali, che nel caso di Ezechia fu caratterizzata anche dalla qualità e dalla varietà delle specie (“ogni sorta di bestiame”, lett. “bestiame e bestiame”).

 

Un quarto caso è quello di Giosia:

“Giosia diede alla gente del popolo, a tutti quelli che si trovavano là, del bestiame minuto: agnelli e capretti, in numero di trentamila: tutti per la Pasqua; e tremila buoi; tutto questo fu prelevato da quanto apparteneva al re. I suoi prìncipi fecero anch’essi un dono spontaneo al popolo, ai sacerdoti e ai Leviti. Chilchia, Zaccaria e Ieiel, conduttori della casa di Dio, diedero ai sacerdoti per i sacrifici della Pasqua, duemilaseicento capi di bestiame minuto e trecento buoi. Conania, Semaia e Netaneel suoi fratelli, e Casabia, Ieiel e Iozabad, capi dei Leviti, diedero ai Leviti, per i sacrifici della Pasqua, cinquemila capi di bestiame minuto e cinquecento buoi (2 Cr 35:7-9).

 

Fu con Giosia che fu di nuovo celebrata la Pasqua in onore del Signore (v. 1): dopo aver dato disposizioni ai sacerdoti e ai leviti (v. 2-6), in segno di generosità e di riconoscenza all’Eterno Giosia regalò “bestiame minuto”a tutta la gente presente (v. 7), prelevandolo dalla sua proprietà. Era un dono assai cospicuo, che da un lato manifestava la ricchezza di Giosia come segno di approvazione divina, e dall’altro serviva per consentire l’effettuazione dei sacrifici che si sarebbero svolti nei sette giorni della Pasqua e nei sette giorni successivi.

 

In questo gesto di generosità, Giosia fu subito seguito dai “principi” (lett. “principi del re”, quindi i capi politici) e anche dai “conduttori della casa di Dio” (soprattutto il Sommo Sacerdote Chilichia e il suo vice Zaccaria – cfr 34:9 e 2 Re 25:18) nonché dai “capi dei Leviti”, i quali donarono spontaneamente altro bestiame da sacrificare in quell’occasione (v. 8-9), pur se in quantità inferiore a quella donata dal re.

In effetti, se è vero che norme della Torà come Nu 28-29 imponevano il sacrificio di grandi quantità di bestiame di vario genere, è anche vero che la generosità qui dimostrata dal re Giosia e dai capi religiosi e politici è senz’altro segno di ricchezza da parte loro e, indirettamente, di approvazione divina sulle loro persone e sulle loro opere.