La via di uscita (II)

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Gesù: simile a noi nella sofferenza e nella tentazione

 

La lettera agli Ebrei, in almeno due passaggi, collega le caratteristiche di Gesù come Sommo Sacerdote con il fatto che egli fu tentato.

 

“Perciò, egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. Infatti,poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati (Eb 2:17-18).

 

“Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno (Eb 4:14-16).

 

Gesù “ha sofferto la tentazione”, è stato tentato “come noi in ogni cosa”. In questo si è fatto totalmente simile a noi.

Con queste affermazioni viene affondata l’idea per cui, se Gesù non peccò mai, questo avvenne perché si trovava in una condizione di favore che lo rendeva inattaccabile.

Un simile pensiero equivale a dire che il Signore vinse perché era fuori dal campo di battaglia o perché l’attacco sferratogli era infinitamente meno duro.

Affatto! Il Signore visse la tentazione in molteplici settori dell’esperienza umana, e la visse come vera e propria“sofferenza” (cfr. 1P 4:1)!

 

Non c’è ambito in cui il Figlio di Dio incarnato non venne tentato. Fu attaccato su ogni fronte, e capiamo di quante attenzioni fu oggetto da parte del tentatore, visto che il suo conservarsi “puro di ogni colpa” (Eb 9:14) sarebbe stata la credenziale per trionfare definitivamente alla croce sul “principe di questo mondo” (Gv 12:30-32).

 

Parlando della tentazione di Gesù, pensiamo senz’altro alla tentazione nel deserto che ci viene raccontata in modo esplicito (Mt 4:1-11; Lu 4:1-13), ma come non pensare alle notti ed alle albe trascorse dal Maestro in preghiera (non mostrano forse l’intensità del combattimento spirituale?), all’angoscia del Getsemani, alle parole rivoltegli da chi stava nei pressi della croce poco prima di spirare?

 

La lotta fu davvero difficile. E per Gesù vincere non era meno difficile di quanto lo sia per noi, perché era davvero un uomo, con un corpo ed un animo simile a noi.

 

Gesù visse “senza commettere peccato”. Egli non cedette ad alcuna tentazione, “non ha conosciuto peccato”(2Co 5:21), “non commise peccato” (1P 2:22).

Questo ha permesso che Dio Padre accettasse la sua morte come sostitutiva per i colpevoli, infatti Gesù non doveva morire per colpe sue, e non riceveva la morte come “salario del peccato” al pari di ogni peccatore. Fu l’“agnello senza difetto né macchia” (1P 1:19), quindi sgombro di impurità intrinseche (quanto alla sua natura) ed estrinseche (quanto alla condotta).

 

Queste prime due considerazioni, avvalorano il fatto che Gesù “può venire in aiuto di quelli che sono tentati”.

Egli infatti sa cosa significa la tentazione, l’ha sperimentata ma ne è uscito senza cadute.

A chi potremo chiedere aiuto e da chi potremo sperare di riceverne, se non proprio dal nostro Signore?

Nessuno vorrebbe imparare un mestiere da chi non lo sa fare, e nessuno si fiderebbe di un insegnante improvvisato. Così, solo chi ha concluso con pieno successo la lotta contro il peccato, può offrirci l’aiuto efficace affinché otteniamo anche lo stesso esito.

 

Il ministero sacerdotale di Gesù, il Figlio di Dio, viene espletato nel cielo in nostro favore concedendoci aiuto per le nostre battaglie quotidiane. E si tratta, come abbiamo considerato, di un’azione svolta “a ragion veduta”. Alla luce della doppia negazione di Ebrei 4:15, possiamo dire che “abbiamo un sommo sacerdote che può simpatizzare con noi nelle nostre debolezze”, vale a dire che ci può capire esprimendo verso di noi solidarietà e compartecipazione.

 

 

Le debolezze ed il trono della grazia

 

Soffermiamoci sul termine “debolezze”.

Mi pare di constatare che troppe volte si abusa di questo vocabolo e lo si confonde con “peccato”.

Si prega invocando il perdono di Dio “per le nostre debolezze”, quando invece dovremmo parlare di “peccati”!

Cerchiamo di chiarire l’equivoco.

Le debolezze non sono i peccati, sono piuttosto espressione della vulnerabilità con la quale noi cadiamo nel peccato quando veniamo esposti. I peccati, invece, sono le cadute vere e proprie.

Spesso fra noi circola l’idea distorta per cui essere deboli significa peccare inevitabilmente, quindi, peccando in quanto deboli, siamo da giustificare e dobbiamo tollerare i nostri peccati.

 

Ma la consapevolezza della debolezza ci deve portare ad affidarci al Signore, mai ci deve portare alla giustificazione della caduta!

I brani che abbiamo considerato, ci orientano in modo ben diverso, ci dicono che essendo deboli, dobbiamo affidarci a Cristo per essere aiutati.

Un ragazzo gracile, assalito da un malintenzionato grande e grosso, non è per forza costretto a soccombere se interviene un amico più forte per difenderlo e mettere in fuga l’aggressore. Così noi, seppure vulnerabili, noi che cadiamo facilmente di fronte alla concupiscenza, non siamo condannati a cadere per forza; dobbiamo però cercare aiuto nel Signore.

 

Dobbiamo accostarci al trono della grazia, dove il Signore ci dispenserà misericordia, grazia e soccorso al momento opportuno.

Non si tratta di un trono di giudizio, presso il quale ricevere biasimo. Il Signore non ci rimprovera del fatto che siamo tentati e avvertiamo la difficoltà a restare in piedi. Dobbiamo esporre in preghiera al Signore quello che ci mette in difficoltà e sembra essere per noi un ostacolo ad una vita di santità e giustizia.

 

Al trono della grazia il nostro cuore può aprirsi e manifestare umilmente il bisogno che abbiamo di Dioe dei suoi interventi, con la consapevolezza delle parole di Gesù: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15:5).

 

Dio risponde in modo puntuale ed appropriato alle richieste dei suoi che lo cercano. Dobbiamo fare nostre le convinzioni che Davide esprime nel Salmo 34:

 

“Ho cercato il SIGNORE, ed egli m’ha risposto; m’ha liberato da tutto ciò che m’incuteva terrore. Quelli che lo guardano sono illuminati, nei loro volti non c’è delusione. Quest’afflitto ha gridato, e il SIGNORE l’ha esaudito; l’ha salvato da tutte le sue disgrazie. L’angelo del SIGNORE si accampa intorno a quelli che lo temono, e li libera. Provate e vedrete quanto il SIGNORE è buono! Beato l’uomo che confida in lui” (Sl 34:4-8).

 

Dio non resta impassibile di fronte al grido dei suoi figli che lo cercano per restargli fedeli nell’ora in cui la battaglia infuria.

 

 

L’intercessione di Gesù per noi

 

Oltre ad accoglierci al trono della grazia, il Signore Gesù svolge nel cielo un servizio attivo di intercessione in favore dei suoi, come testimoniano questi passaggi:

 

 “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi (Ro 8:33-34).

 

“Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento chevive sempre per intercedere per loro (Eb 7:25).

 

In parole semplici, Gesù prega per noi.

Tutta la Bibbia è costellata di esempi di uomini di Dio che “sono stati sulla breccia”, cioè hanno speso le loro forze per invocare l’aiuto e l’intervento di Dio in soccorso ad altri uomini.

Un episodio in Esodo 17:8-16 esemplifica questo concetto, vale a dire quando Mosè è sul monte e con le mane alzate permette al popolo, che combatte contro Amalec nella valle, sotto la guida di Giosuè, di vincere.

 

L’opera di intercessione del Signore Gesù risulta specificamente indirizzata al sostegno dei suoi nella lotta contro le insidie di Satana, a testimoniare come il “simpatizzare” di cui abbiamo meditato sulla base di Ebrei 4:14-16 non è fatto di soli sentimenti e di buone intenzioni, quanto piuttosto di azioni concrete.

 

“Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” (Lu 22:31-32).

 

Credo che noi tutti siamo stati consolati ed incoraggiati quando qualcuno ci ha detto: “ho pregato per te”, o “sto pregando per te”.

Probabilmente Pietro, quando ascoltò quelle parole da parte del Signore non comprese quanto preziose fossero esse ed il fatto che testimoniavano.

 

“Satana ha chiesto…”!

Il libro di Giobbe ci mostra chiaramente che il diavolo presenta delle istanze al Signore per poter esercitare un’opera di disturbo nella vita dei servi del Signore.

Pietro stava per essere travolto dalla piena dell’attacco sferrato da Satana che cercava di “vagliarlo” e fare vacillare la sua fede, ma Gesù non lo aveva lasciato solo!

Quella stessa notte, Gesù si rivolse al Padre nella preghiera “sacerdotale” che troviamo in Giovanni 17, una preghiera chiaramente di intercessione perché Gesù non prega per sé (se non chiedendo di essere glorificato, nella parte iniziale della preghiera) ma prega per i discepoli e poi per quelli che verranno in seguito grazie alla testimonianza dei primi.

Gesù prega al v. 11 dicendo: “Io non sono più nel mondo”: come mai diceva questo, quando in realtà era ancora nel mondo?

Dato che Gesù chiede nei primi versetti di essere glorificato presso il Padre, è come se dal v.6 in avanti Gesù si considerasse già esaudito (del resto egli era sempre esaudito, come affermò al sepolcro di Lazzaro, perché domandava sempre secondo la volontà del Padre, e fu esaudito anche nel Getsemani perché pur esprimendo il suo desiderio antepose la volontà del Padre alla sua).

Perciò credo ci sia lecito considerare il testo di questa preghiera come il prototipo dell’intercessione in nostro favore di Gesù glorificato.

 

In quella preghiera ecco una delle richieste al Padre in favore dei discepoli:

“Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno” (Gv 17:15).

Gesù ci sostiene affinché veniamo protetti ed il maligno non ci atterri, facendo vacillare la nostra fede.

 

Noi ci troviamo nella valle, come Giosuè con l’esercito, ma c’è Gesù “sul monte” che senza interruzioni ci sostiene nella preghiera. Ecco concretizzati i presupposti della vittoria!

Contemplando il Signore, che siede sul trono della grazia, ci incoraggia il sapere che siamo dalla parte del Vincitore che ci promette la stessa vittoria:

 

“Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono” (Ap 3:21).

 

Seguiamo l’indicazione di orientarci verso il Signore Gesù, accostandoci al trono della grazia dove il Signore opera ascoltandoci e intercedendo per noi, e troveremo la via di uscita dalla tentazione.