Seconda lettera di Pietro – Conoscere per progredi

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Introduzione

 

Pietro ha scritto questa lettera a persone che avevano ottenuto una vera fede in Dio (2P 1:1-2). Ha istruito queste persone a collaborare con Dio affinché la loro fede cresca e venga loro “ampiamente concesso l’ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo”. Per raggiungere questo traguardo devono aggiungere alla fede virtù, conoscenza, autocontrollo, pazienza, pietà, affetto fraterno e amore (1:3-11).

 

Poi si è soffermato sulle fonti della vera conoscenza (1: 5, 12-21).

Nella seconda parte della lettera ha trovato necessario mettere i suoi lettori in guardia contro i falsi dottori, indicando pure come riconoscerli (cap. 2).

 

Infine, nella prima parte del capitolo 3 ha spiegato che, sebbene sarebbe stata messa in dubbio dagli schernitori beffardi negli ultimi giorni, la promessa della venuta del Signore rimane tanto certa quanto altri grandi eventi passati, quali la creazione e il diluvio, che hanno avuto come causa la Parola di Dio.

Quindi non c’è alcun dubbio che Dio trionferà e compirà quanto è stato predetto da profeti come Isaia.

 

Nell’ultimo brano della lettera (2P 3:11-18) l’apostolo ritorna a quello che è stato il tema di fondo dell’intera lettera: il rapporto fra la conoscenza della verità e la possibilità di progredire. Infatti chi prende atto che le cose andranno come preannunciate nella Parola di Dio imposterà la propria vita di conseguenza.

Possiamo distinguere diversi modi in cui questa conoscenza dovrebbe incidere sulla nostra vita.

 

 

Alcuni modi in cui la conoscenza aiuta a camminare nella Via del Signore

 

In primo luogo, ribadendo la prospettiva profetizzata da Isaia (65:17), e già confermata nel v. 10, che “la terra e tutte le opere che sono in essa saranno bruciate”, Pietro fa appello ai suoi lettori di vivere in santità, ovvero posizionarsi in modo netto dalla parte di Dio.

 

Questo nulla toglie al fatto che ora dobbiamo fare il bene in onore del Creatore, compreso il rispetto per l’ambiente (1 P 4:19). Però, il sapere che “tutte queste cose devono dissolversi”, porterà a dare priorità a tutto ciò che serve per l’avanzata del regno di Dio che non può essere smosso.

 

Questa scelta sarà accompagnata anche da una condotta che onora il Creatore a cui affidiamo le nostro anime (1P 4:19; 2P 3:11). Infatti, quando una persona si rende veramente conto che Dio avrà l’ultima parola, è nella logica delle cose “cercare prima il regno e la giustizia di Dio” (Mt 6:33) e comportarsi come figli di Dio.

 

Naturalmente il minimo dubbio riguardo alla predizione che l’ordine attuale delle cose sta per scomparire e che ci saranno “nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia” (2P 3:13), farà diminuire tale impegno, determinando una condizione che Giacomo descrive come l’essere “di animo doppio” (Gm 1:8).

 

In secondo luogo, chi è convinto che il futuro del mondo è nelle mani di Dio e che il rinnovamento dello stesso attende il momento in cui Dio assumerà il controllo di ogni cosa, non solo aspetterà quel giorno ma vorrà fare tutto quello che è nel suo potere per “affrettarlo” (v. 12). Egli sa che ciò che “ritarda l’adempimento della sua promessa” è la pazienza di Dio il quale non vuole che nessuno perisca “ma che tutti giungano al ravvedimento” (vv. 9, 15).

 

Ne consegue che l’unico modo per “affrettare” quel giorno è di adoperarsi affinché la chiamata al ravvedimento arrivi in ogni luogo, e a ogni persona, popolo e strato della società. La fede vera porta ad azioni conformi alla verità in cui si crede.

 

In terzo luogo, coloro che sanno che il proprio futuro e quello del mondo intero è nelle mani di Dio saranno spronati a “essere trovati da lui immacolati e irreprensibili nella pace” (v. 14). Coloro che hanno pace con Dio sanno promuovere la pace con i loro consimili. Fa parte delle caratteristiche dei figli di Dio, per quanto dipende da loro, cercare la “pace con tutti gli uomini” (Ro 13:18).

 

Chi sa che il Giudice di tutta la terra farà giustizia (cfr. Ge 18:25) e mette tutto nelle sue mani, non ha bisogno di vincere ogni battaglia o insistere sui propri diritti in ogni occasione. Quindi potrà dare priorità alla chiamata a procacciare la pace. Tale comportamento potrà incuriosire coloro per i quali i valori materiali e secolari sono tutto, predisponendoli anche ad ascoltare il vangelo della pace.

 

In quarto luogo, il sapere dalle Scritture, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, come il mondo finiràprotegge dalla tentazione di trattare con leggerezza il resto delle Scritture (vv. 15-16).

Eppure, già al tempo in cui Pietro ha scritto questa lettera c’erano delle persone disposte a travisare le Scritture, particolarmente nei punti in cui occorre fare uno sforzo per afferrare il senso inteso dall’autore.

 

Dal momento che i temi trattati nelle sacre Scritture sono questione di vita e di morte, chi ne travisa il significato al proprio piacimento, sta rischiando la perdizione per sé stesso, oltre al danno che potrebbe causare ad altri.Quando si tratta della Parola di Dio, bisogna rispettarla, resistendo alla tentazione di strumentalizzarla secondo preconcetti umani, perché sarà la Parola di Dio ad adempiersi, non i pensieri vani degli uomini!

 

In questo contesto l’apostolo Pietro equipara le lettere di Paolo alle “altre Scritture”.

Molti hanno pensato che il riferimento al v. 15 sia alla Lettera ai Romani, in quanto il tema che domina in gran parte di questa lettera è la dottrina della salvezza. Ma nel v. 16 Pietro vi associa “tutte le sue lettere”.

Si tratta di una testimonianza importante al processo di riconoscimento come canonica di una parte importante degli scritti neotestamentari.

A questo proposito è interessante che anche Paolo in 1Timoteo 5:18, chiama “Scrittura” un libro del Nuovo Testamento. In questo caso il libro in questione è il Vangelo di Luca (10:7), ritenuto Scrittura alla stregua di Deuteronomio (25:4).

 

Inoltre la descrizione, all’interno del Nuovo Testamento stesso, di un Vangelo e alcune lettere apostoliche come“Scrittura”, alla stregua dei libri canonici dell’Antico Testamento, implica che il Vangelo di Luca era già in circolazione fra le chiese quando Paolo scrisse 1Timoteo e che molte delle lettere di Paolo erano già in circolazione quando Pietro scrisse la 2Pietro.

 

 

La conclusione della 2 Pietro

 

Pietro termina la sua seconda lettera generale con queste parole:

 

“Voi dunque, carissimi, sapendo già queste cose, state in guardia per non essere trascinati dall’errore degli scellerati e scadere così dalla vostra fermezza; ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. A lui sia la gloria, ora e in eterno. Amen” (3:17-18).

 

Queste parole insegnano che, per evitare di essere trascinati dall’errore degli scellerati e di scadere così dalla nostra fermezza, non basta avere una buona conoscenza della verità rivelata. Insieme con la conoscenza dobbiamo crescere nella grazia.

 

In pratica bisogna lasciare che la grazia regni nella nostra vita e trovi espressione in ogni nostro ministero, affinché sia Dio ad agire in noi e trarre gloria da ciò che facciamo (cfr. 1P 4:10-11). Ma, cosa ugualmente importante, bisogna crescere in un particolare tipo di conoscenza (gr. gnōsis), quella che ha origine nel “nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo”.

Questa attribuzione di priorità a ciò che Gesù ha insegnato ci riporta al Grande Mandato riportato in Matteo 28:18-20 e alla precisazione fatta da lui nel Cenacolo, che anche le nuove rivelazioni concesse dopo la discesa dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste, dopo il suo ritorno al Padre, avrebbero avuto la loro origine in lui (Gv 16:12-15). In riconoscenza di tutto ciò che Gesù ha fatto, e fa, per l’umanità e, in particolare, per coloro che hanno posto la loro fede in lui, Pietro indirizza a Lui la dossologia con cui conclude la lettera: “A lui sia la gloria, ora e in eterno. Amen” (v. 18b).

 

 

Per la riflessione personale o lo studio di gruppo

 

1. Qual è il rapporto fra il nostro agire e ciò che crediamo realmente?

2. In pratica, come si può sapere quando un sedicente “dottore della Parola” sta travisando le Scritture? Che cosa possiamo fare per evitare di travisarle noi?

 

3. Perché è importante ubbidire al comandamento apostolico di crescere nella grazia e lasciarsi istruire da Gesù?