Gli occhi del cuore

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Ricordo bene quando indossai i miei occhiali da vista per la prima volta.

Quando misi gli occhiali sul naso, rimasi senza parole per qualche istante.

Chissà da quanto tempo convivevo con il mio astigmatismo senza rendermene conto!

Quella sera tutto mi sembrava nuovo, diverso. Finalmente ci vedevo bene.

Non so se ci hai mai pensato ma, come gli occhi fisici, anche gli occhi del cuore possono vedere male, e quasi senza accorgercene, tu ed io possiamo trovarci a vivere senza essere in grado di vedere le cose come sono veramente, come le vede Dio.

 

 

Tra il visibile e l’invisibile

 

La lettera di Paolo agli Efesini comincia con una magistrale descrizione del disegno benevolo di Dio (Ef 1:3-14) che, dall’elezione alla piena redenzione finale, “ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo” (Ef 1:3).

Subito dopo, troviamo una preghiera di Paolo affinché i suoi destinatari abbiano una buona vista spirituale:

 

“…ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione perché possiate conoscerlo pienamente; egli illumini GLI OCCHI DEL VOSTRO CUORE, affinché sappiate a quale speranza vi ha chiamati, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che vi riserva tra i santi, e qual è verso di noi, che crediamo, l’immensità della sua potenza” (Ef 1:15-19).

 

È significativo che questa richiesta segua i versi 3-14. I destinatari della lettera avevano infatti bisogno di vedere con chiarezza le meravigliose ricchezze della grazia di Dio descritte nei versi precedenti. Avevano bisogno di averle sempre ben presenti per affrontare la vita in maniera degna di un figlio di Dio “avendo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne” (2Co 4:18).

 

Non credi che anche noi abbiamo bisogno di tenere gli occhi del cuore fissi sulle realtà invisibili ed eterne piuttosto che su quelle visibili ma momentanee?

Quante volte ti è successo di leggere nella Scrittura brani che parlano della meravigliosa realtà della redenzione e di avere il cuore che esulta di gioia?

E quante volte, qualche minuto dopo, come se ti fossi svegliato dopo un sogno, le immagini della realtà invisibile sono state offuscate dalle forti immagini della realtà visibile della vita di tutti i giorni?

Immerso nella tua quotidianità, i luoghi celesti sembrano così invisibili e lontani mentre le difficoltà della vita ti sembrano così concrete e incombenti…

Dio ti parla di vita e benedizioni, ma i tuoi occhi vedono malattia e morte.

Dio ti parla di giustizia, ma i tuoi occhi vedono il trionfo dell’ingiustizia nella società.

Dio ti parla di ricchezze ed eredità, ma i tuoi occhi vedono enormi sacrifici da fare per arrivare a fine mese.

Pur essendo credenti, a volte ci facciamo sommergere dalla realtà visibile, rischiando di vivere come tutti gli altri, privandoci delle benedizioni che Dio ci ha già donato in Cristo.

 

Rifletti. Nei tuoi discorsi, nei tuoi progetti, nel tuo lavoro, nel tuo modo di gestire la famiglia, nel modo di affrontare le difficoltà della vita, persino nel tuo cosidetto tempo libero, che ruolo giocano le realtà invisibili? Che peso hanno nelle tue scelte?

Tutti in teoria riconosciamo che le cose eterne hanno più valore di quelle momentanee, eppure sono le cose momentanee quelle che a volte influenzano di più la tua vita e ti rendono infelice, vero? Se è così, siamo sulla stessa barca perché molte volte è così anche per me.

 

Proprio per questo, qualche tempo fa, ho capito che avevo bisogno di fare mia la preghiera che Paolo esprime in questi versi. Ho capito che avevo bisogno di fissare lo sguardo sulle cose che non si vedono, di fare mie le sue promesse, seguendo l’esempio di Abramo:

“Davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo”

(Ef 4:20-21).

 

Su questo si basa la nostra fede: quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo; le sue promesse sono carburante per la nostra vita.

Se non siamo in grado di vivere il visibile alla luce dell’invisibile cosa ci distingue da coloro che non hanno la fede? Speriamo in Dio per la vita futura e non lo facciamo per quella presente?

 

 

Conoscere l’invisibile

 

Nella Scrittura troviamo parecchi esempi di credenti che hanno basato le loro scelte più importanti sulle realtà invisibili:

 

• “Per fede Noè, divinamente avvertito di cose che non si vedevano ancora, con pio timore, preparò un’arca per la salvezza della sua famiglia…” (Eb 11:7)

 

• “(Mosé) per fede abbandonò l’Egitto, senza temere la collera del re, perché rimase costante, come se vedesse colui che è invisibile” (Eb 11:27).

• “«Non temere, perché quelli che sono con noi sono più numerosi di quelli che sono con loro». Ed Eliseo pregò e disse: «SIGNORE, ti prego, aprigli gli occhi, perché veda!» E il SIGNORE aprì gli occhi del servo, che vide a un tratto il monte pieno di cavalli e di carri di fuoco intorno a Eliseo.” (2Re 6:16-17).

 

Noè costruì l’arca basandosi su eventi che non si vedevano ancora.

Mosè si comportò come se vedesse colui che è invisibile.

Eliseo vide l’esercito del Signore che lo proteggeva.

 

La fede ha permesso ai credenti che ci hanno preceduto di vedere l’invisibile e agire di conseguenza. La loro vita terrena era assolutamente influenzata dalla loro conoscenza delle realtà eterne.

 

“Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono. Infatti, per essa fu resa buona testimonianza agli antichi” (Eb 11:1-2).

Ma la fede presuppone una conoscenza di Dio non superficiale; ecco perché Paolo chiede a Dio di donare ai suoi destinatari uno spirito di sapienza e rivelazione in modo che essi conoscano pienamente il Signore (v. 17).

 

Conoscere il Signore, infatti, non è una esperienza che si colloca solo in un momento preciso del nostro passato, quello della nostra conversione, ma ci accompagna giorno dopo giorno per tutta la nostra vita.

La vita del credente è un meraviglioso cammino che abbiamo cominciato al momento della nostra conversione e durante il quale conosciamo il Signore sempre più a fondo, “fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Ef 4:13).

Quando ho conosciuto mia moglie, siamo stati amici per parecchio tempo, poi ci siamo fidanzati, in seguito ci siamo sposati ed abbiamo avuto dei figli. Mi sembra normale poter affermare che oggi conosco mia moglie molto meglio di quando l’ho incontrata per la prima volta più di venti anni fa.

Allo stesso modo, una vita cristiana normale presuppone che la nostra conoscenza del Signore diventi sempre più intima e profonda e di conseguenza il nostro cammino sia sempre più incline a fare la sua volontà:

 

“…non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio…” (Cl 1:9-10).

 

Più conosciamo il Signore e più camminiamo in modo degno di lui per piacergli in ogni cosa, più portiamo frutto e più cresciamo nella conoscenza del Signore.

Se vogliamo imparare a vedere l’invisibile occorre la fede e la nostra fede si nutre della conoscenza del Signore.

Come può avvenire questo se non mediante l’azione dello Spirito Santo in noi?

Il nostro spirito deve essere disposto a ricevere la sapienza e la rivelazione che possono venire solo dallo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo glorificherà Gesù, ci insegnerà ogni cosa ricordandoci le sue parole (Gv 16:14, 14:26). Più ci avvicineremo a Gesù e più gli somiglieremo trasformandoci a sua immagine (2Co 3:18).

 

Vivendo in comunione con il Signore ed essendo coscienti della sua presenza, le realtà invisibili avranno un peso sempre maggiore nella nostra esperienza quotidiana.

Il verso 18 getta maggior luce sul modo in cui Dio darà sapienza e rivelazione ai credenti. Il cuore, nella Scrittura, è infatti indicato come organo della comprensione e della volontà e la luce è associata alla rivelazione, quindi la vivida espressione “egli illumini gli occhi del vostro cuore” indica illuminazione ovvero discernimento spirituale.

 

Quando ci troviamo in una stanza buia, non vediamo nulla fino a che non accendiamo la luce. Allo stesso modo nella nostra vita saremmo nelle tenebre se Dio non illuminasse il nostro cammino.

 

Ma, anche nel buio delle avversità, dove gli altri vedono solo morte, sofferenza e povertà, il credente può vedere vita, speranza e ricchezza, perché conosce e vede l’invisibile!

Quando gli altri non vedono via di uscita ai loro problemi, noi vediamo il Signore che ci apre le porte del Cielo e ci offre uno sguardo sull’eternità.

Tu cosa vedi?

Su cosa è fisso il tuo sguardo?

Sei più attirato dalle cose visibili o da quelle invisibili?

Quanto sei interessato a conoscere sempre più a fondo il Signore affinché tu possa vedere le cose sempre di più alla luce dell’eternità?

 

La fede permette di vedere e basare le proprie azioni sulla base dell’invisibile proprio come avevano fatto Noè, Mosè, Eliseo.

Ma quante volte i figli di Dio sono così assorbiti dalle cose di questo mondo da non aver alcun interesse per approfondire la loro conoscenza delle realtà invisibili?

 

 

Tra il passato e il futuro

 

Quando Dio illumina gli occhi del nostro cuore cosa vediamo?

Paolo si augura che i credenti discernano tre cose che possiamo riassumere così: speranza, eredità, potenza.

Queste cose avranno un loro compimento nel futuro, ma dovrebbero influire sulla nostra vita già nel presente.

Quanto è influenzato il tuo presente dal futuro?

 

Le terapie umane cercano di spiegare la situazione attuale di una persona in base a ciò che è accaduto nel passato. Freud, considerato il padre della psicanalisi, si è basato molto sul concetto che nella vita psichica di ogni individuo ci sia un residuo attivo della vita passata e in particolare di quella infantile, al punto che le relazioni interpersonali attuali possono manifestare sentimenti e pensieri relativi a relazioni del passato.

L’analista, attraverso il cosidetto “transfert”, cerca di ricostruire queste relazioni per spiegare le condizioni psicologiche del paziente nel presente.

 

È consolante sapere che la Scrittura ci offre un punto di vista radicalmente diverso da quello di Freud:

 

“Quando uno é in Cristo egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove”(2Co 5:17).

 

L’uomo nato di nuovo può avere un passato spiacevole, ma il passato sbiadisce alla luce del futuro che lo aspetta. Cristo è in grado di liberarci dalle conseguenze del nostro passato. Ne siamo convinti o no?

Il futuro fornisce al credente nuova linfa per affrontare la vita:

 

• “Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne” (2Co 4:16-18).

 

• “Sappiamo infatti che se questa tenda che è la nostra dimora terrena viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d’uomo, eterna, nei cieli” (2Co 5:1).

 

Il credente sperimenta la malattia, il disfacimento del corpo, la morte come gli altri ma questo disfacimento non fa altro che avvicinarlo sempre più alla piena redenzione del corpo (Ro 8:23) caratterizzata dalla gloria.

 

Mentre l’esteriore si disfa, l’uomo interiore si nutre della conoscenza sempre più profonda di Dio e cresce, rinnovandosi “in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato” (Cl 3:10). Egli non è preoccupato per il disfacimento del visibile perché il suo sguardo è rivolto all’invisibile che dura per sempre.

 

 

Speranza

 

I credenti devono in primo luogo avere la capacità di discernere “la speranza alla quale sono stati chiamati”.

Il termine speranza può indicare sia l’oggetto (ciò che si spera) sia l’emozione soggettiva (l’attitudine del credente che aspetta il compimento dell’opera di Dio).

Alcuni commentatori sono più orientati verso l’una, altri verso l’altra interpretazione ma possiamo dire che sono le due facce di una stessa medaglia.

In termini oggettivi, la nostra speranza è lo scopo finale dell’attività salvifica di Dio attraverso Cristo, la realizzazione del piano di Dio (ben illustrato nei versi 3-14) alla fine dei tempi, la manifestazione e il ritorno di Cristo “nostra speranza” (1Ti 1:1) il quale è andato a prepararci un luogo, e quando l’avrà preparato, tornerà e ci accoglierà presso di lui (Gv 14:3).

 

In termini soggettivi il credente si nutre di speranza. È essenziale che il credente abbia sempre ben presente dove sta andando perché questo influenza il nostro pensiero e il nostro comportamento. Infatti,“sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è. E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’egli è puro” (1Gv 3:2). Il credente che conosce la speranza e anela alla piena redenzione finale, si lascerà trasformare da Cristo già nel presente.

 

La speranza del credente è resa sicura attraverso il sigillo dello Spirito Santo “il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria” (Ef 1:14). Lo Spirito Santo ci conferma che siamo figli di Dio (Ro 8:16) e giustificati dalla sua grazia, siamo diventati, in speranza, eredi della vita eterna (Ti 3:7).

Essere in grado di vedere le cose alla luce della speranza alla quale siamo stati chiamati può cambiare radicalmente il nostro modo di vivere gli eventi della vita. Coloro che non hanno la speranza non possono fare altro che essere tristi di fronte a cose come la sofferenza e la morte (1Te 4:13). Pensa ai tuoi cari che ora stanno “dormendo”: fa differenza o no sapere che li rivedrai nel regno di Dio?

 

 

Eredità

 

In secondo luogo il credente deve discernere “qual’é la ricchezza della gloria della sua eredità tra i santi”.

Anche questa frase è di difficile traduzione e viene resa in diversi modi; alcune traduzioni mettono l’accento sull’eredità di Dio, altre sull’eredità dei santi.

Anche in questo caso le due interpretazioni gettano luce su due aspetti che sono i due lati della stessa medaglia, entrambi avvalorati da diversi passi della Scrittura.

È straordinario conoscere la ricchezza della gloria che ci aspetta nell’eredità che Dio ha preparato per noi tra i santi (Cl 1:12, At 20:32, Eb 9:15) ma lo è altrettanto sapere che facciamo parte di un popolo prezioso che egli ha scelto come sua eredità (De 32:9, Sl 33:12). Egli è glorificato in noi e noi in lui (2Te 1:12).

“Egli ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone” (Tt 2:14).

Ci ha acquistati con il sangue di Cristo per purificarsi un popolo che gli appartenga.

 

Dio ci ha preparato una eredità ma siamo al tempo stesso la sua eredità, la sua possessione, il suo tesoro particolare, una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, affinché proclamiamo le virtù di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (Es 19:5, De 7:6, 1P 2:9-10)

Quanto siamo preziosi ai suoi occhi! Quale valore abbiamo! Che Dio apra i nostri occhi per vedere la ricchezza della gloria della sua eredità tra i santi!

Possiamo ben dire insieme al salmista:

“Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore” (Sl 8:3-5).

 

 

Potenza

 

In terzo luogo Paolo desiderava che Dio illuminasse i credenti circa l’immensità della sua potenza nei loro confronti. Quanto grande è la sua potenza al lavoro in coloro che credono!

Di quale potenza sta parlando?

Nientemeno che la medesima potenza con la quale il Signore ha risuscitato Gesù:

 

“Questa potente efficacia della sua forza egli l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nel cielo…” (Ef 1:20).

 

Che differenza fa nella tua vita sapere che il Signore può operare in tuo favore con la medesima potenza con la quale ha risuscitato Cristo?

Di chi hai paura se sappiamo che Dio con la sua potenza è dalla nostra parte?

Come gli amici di Daniele, sai che Dio può liberarti anche dalla fornace ardente se egli lo vuole, ma anche se non lo facesse, non cambierebbe nulla (Da 3:17-18). Infatti, se tu dovessi passare attraverso la morte, lui è in grado di risuscitarti anche dai morti.

“O morte dov’é la tua vittoria? O morte dov’é il tuo dardo?” (1Co 15:55).

 

 

Gli occhi del cuore tra bene e male

 

Rimasi sbalordito quando da giovane credente ascoltai la testimonianza di un padre che aveva perso il figlio diciottenne in un incidente stradale e lo sentii dire che la prima cosa che aveva fatto quando aveva saputo della morte del figlio era stata quella di ringraziare il Signore per averglielo donato per diciotto anni e per avergli dato la certezza che lo avrebbe rivisto nel regno dei cieli.

Dal punto di vista umano è inspiegabile come la prospettiva di un credente di fronte alla morte possa essere così diversa rispetto a coloro che non hanno la fede (1Te 4:13).

Chi non vede l’invisibile non può capire.

Quel padre conosceva il Signore per esperienza e sapeva che “quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo” (Ro 4:21). Per questo egli non dubitava del fatto che un giorno avrebbe rivisto suo figlio. Nel momento più buio della sua vita Dio stava illuminando gli occhi del suo cuore per vivere il presente alla luce del futuro.

Quella testimonianza toccò il mio cuore. Da allora ho cominciato a pregare il Signore perché illumini gli occhi del mio cuore affinché io possa avere la medesima fede in ogni istante della mia vita. Non posso infatti aspettarmi di avere una tale chiarezza di visione nel momento dell’afflizione se non curo questo aspetto giornalmente.

Infatti, abbiamo bisogno della luce di Dio in ogni momento, non solo quando il buio irrompe prepotentemente nella nostra vita.

 

Se non hai con te la torcia di emergenza, come pensi di fare quando ti troverai al buio? Se non curi la tua fede oggi, a cosa pensi che ti serva domani?

Se gli occhi del tuo cuore non riconoscono la mano di Dio in ogni cosa che hai nel presente, considererai il bene come qualcosa che ti appartiene di diritto e il male come una violazione inaccettabile di tale diritto.

Giobbe fu in grado di accettare il male perché aveva accettato il bene dalla mano di Dio.

“«Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra” (Gb 2:10).

 

Devi vivere nella meraviglia della grazia di Dio continuamente ricordandoti che ogni aspetto della tua vita è nelle sue mani. Solo così imparerai a confidare in Dio anche nel momento del bisogno.

Non è proprio per questo che benediciamo il Signore per il pane che ci dona prima di ogni pasto? Non è esso frutto del nostro lavoro, non lo abbiamo acquistato con i nostri soldi? No. Noi riconosciamo che nulla è scontato e dipendiamo in ogni cosa dalla grazia del divino Creatore sapendo che egli ha cura di noi.

 

L’apostolo Paolo poteva affermare:

“Ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” (Fl 4:11-13).

 

Quando gli occhi del cuore ci vedono bene, le circostanze non fanno alcuna differenza. Se abbiamo affidato ogni cosa nelle sue mani, impareremo ad accettare ogni cosa da Dio. Impareremo che Cristo è la nostra forza nell’abbondanza come nell’indigenza. Egli non cambia.

Non so tu cosa voglia fare della tua vita, ma io voglio imparare a gustarmi ogni momento ringraziando il Signore per ciò che mi ha dato. Voglio affidarmi a lui nel bene e nel male.

Voglio vivere rimanendo attaccato al Signore come un tralcio alla vite (Gv 15:5) e conoscerlo ogni giorno di più.

Voglio affrontare il presente alla luce di ciò che Dio ha preparato per il mio futuro.

Voglio che egli illumini gli occhi del mio cuore affinché io possa vedere a quale speranza mi ha chiamato, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che mi riserva tra i santi, e qual è verso di me, che credo, l’immensità della sua potenza.