C’è posta per noi! (1)

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Una Lettera d’Amore formata da tante lettere!

 

“Mi dicono che stai facendo cose molto belle ed importanti; ma mi dicono che non trovi il tempo per leggere la Bibbia. Ascoltami bene: se l’Imperatore ti scrivesse una lettera, avresti il coraggio di cestinarla prima di averla letta tutta intera? No, certo. Orbene Dio stesso ci ha scritto una lettera d’amore per la nostra salvezza… impara, dunque, a conoscere il cuore di Dio dalle parole di Dio, per sospirare con più ardore verso l’eternità”(Gregorio Magno, Lettere, V, 46).

 

Gregorio Magno fu il primo a definire la Bibbia, tutta la Bibbia, una lettera d’amore scritta da Dio “per la nostra salvezza”.

Sappiamo, al di là di questa suggestiva interpretazione, che alcune parti del Nuovo Testamento sono scritte proprio in forma epistolare (p.es. le tredici lettere di Paolo). C’è però un libro del Nuovo Testamento che di lettere ne contiene ben sette.

Queste lettere, le lettere rivolte alle chiese dell’Asia Minore, sono un caso unico e suggestivo nel corpus neotestamentario, non fosse altro per il fatto di essere incastonate in un libro, l’Apocalisse, esso stesso singolare.

La particolarità di queste lettere, che forse dovremmo chiamare biglietti o, con termine ancora più calzante, almeno per noi italiani, “pizzini”, sta nella loro brevità (la più lunga di esse, quella a Tiatiri, conta 11 versetti). In questi brevi biglietti troviamo però un microcosmo di insegnamenti ricco di riferimenti universali e locali, tutti sapientemente mescolati.

Nello stesso tempo, a uno studio attento, questi elementi si rivelano come tanti fili che legano questi “pizzini” al capitolo che li precede e al resto della rivelazione (soprattutto ai suoi capitoli finali).

 

Questo genere di scrittura, veloce, condensata ma molto efficace, non deve sorprendere per un libro come l’Apocalisse impregnato di pensiero e di linguaggio veterotestamentari. Già i profeti avevano sperimentato questa modalità di comunicazione diretta, volta a introdurre il grosso del messaggio divino. Nel caso delle sette lettere alle chiese dell’Asia Minore il parallelo più evocato è quello con il libro di Amos (1:3-2:16) con otto oracoli rivolti a un numero identico di località.

 

Le lettere che Giovanni invia alle sette chiese ci presentano, ciascuna e nel loro insieme, una sorta di rappresentazione in 3D che a un’analisi più attenta può essere scomposta per ottenere tre tracce da proiettare su tre schermi diversi: abbiamo infatti la traccia delle “cose che devono avvenire tra breve”, la traccia dellacondizione storica delle città in cui queste chiese vivevano e infine la traccia dell’immagine ideale della Chiesa secondo la volontà del Cristo risorto che soggiace il messaggio rivolto alle singole chiese.

Questi tre schermi sui quali è possibile proiettare la vicenda di queste sette chiese hanno costituito l’intreccio dell’affascinante storia dell’interpretazione di questi due capitoli. Per meglio far risaltare le lezioni tratte dallo studio di questa singolare porzione della Scrittura vorrei rapidamente accennare a quest’affascinante storia.

 

 

Proiezione su tre diversi schermi

 

La proiezione del contenuto di queste lettere sull’unico schermo degli eventi futuri ha fatto nascere la lettura che considera ognuna delle chiese locali una rappresentazione sintetica della vita della chiesa in una certa epoca storica, secondo uno schema del genere:

 

• Efeso rappresenterebbe la chiesa del tempo degli apostoli o giù di lì;

• Smirne sarebbe la chiesa del secondo e del terzo secolo;

• Pergamo la chiesa post−costantiniana, fino a Gregorio Magno;

• Tiatiri la chiesa papale del medioevo;

• Sardi sarebbe la chiesa dell’epoca della Riforma;

• Filadelfia la chiesa dei risvegli e delle missioni evangeliche;

• Laodicea la chiesa degli ultimi tempi.

 

I padri di questa interpretazione furono i puritani inglesi calvinisti del XVI secolo. Il problema che si trovarono ad affrontare, nel commentare queste lettere, fu quello di interpretare la presenza di una realtà come la chiesa stabilita inglese guidata dalla monarchia che secondo loro non aveva avuto il coraggio di purificarsi totalmente con la Parola di Dio.

Quella chiesa non poteva essere altro che la chiesa di Laodicea, mentre tutto il dissenso calvinista rappresentava la chiesa di Filadelfia.

 

Nel 1644 venne pubblicata a Londra, postuma, l’opera di Thomas Brightman dall’eloquente titolo A Revelation of Apocalypse (da notare in questo titolo il tema della decifrazione della rivelazione segreta contenuta nel libro di Apocalisse, in inglese Revelation) nel quale l’autore proponeva appunto questa lettura laodiceana dello sviluppo del corso della storia della Chiesa. Questa lettura fu resa popolare qualche secolo dopo dalle note di C.I. Scofield alla Bibbia che porta il suo nome.

 

Si deve sicuramente al famoso archeologo inglese W.M. Ramsay (1851-1939) l’appronta-

mento dell’altro schermo sul quale è stata proiettata una seconda interpretazione di queste sette lettere, vale a dire lo schermo ancorato a dati storici (realia) molto precisi.

Il fratello Davide Valente, appassionato studioso dell’archeologia dei tempi biblici, ponendosi sulla scia di Ramsay, ci ha lasciato delle sintesi molto eloquenti in merito alla ricostruzione del contesto storico e sociale delle città dell’Asia Minore (vedi “L’archeologia e l’Apocalisse”, IL CRISTIANO; nn. 5 e 6/2003).

 

Il terzo schermo, quello che concerne, secondo la felice espressione di John Stott, il modo in cui Cristo pensa alla sua Chiesa, è stato anch’esso il frutto del lavoro di molti interpreti. Lo stesso predicatore inglese ha dedicato una serie di sermoni alle sette chiese, organizzando il significato di ognuna delle lettere intorno a una virtù che la chiesa di tutti i tempi dovrebbe possedere; il quadro completo presenterebbe sette splendide virtù ecclesiali:

 

• Alla chiesa di Efeso è ricordata la necessità che la comunità cristiana sia caratterizzata dall’amore;

• alla chiesa di Smirne dalla sofferenza;

• alla chiesa di Pergamo dalla verità;

• alla chiesa di Tiatiri dalla santità;

• alla chiesa di Sardi dalla realtà;

• alla chiesa di Filadelfia dall’opportunità;

• alla chiesa di Laodicea dall’integrità.

Non siamo chiamati a fare una scelta tra queste alternative per osservare lo spettacolo di queste sette lettere solo su uno degli schermi (quello futuristico, quello storico, quello teologico)!

Essi non esprimono, da soli, tutto il senso che lo Spirito ha comunicato a Giovanni.

 

 

Una lettura sinottica

 

Il nostro approccio per la fruizione di queste lettere sarà sinottico: questa scelta è motivata dalla semplice constatazione che noi oggi non viviamo a Smirne o a Sardi e dunque non riceviamo una sola di queste sette lettere. Per la grazia di Dio, ci troviamo nella bella posizione di riceverle tutte e sette insieme.

Questa abbondanza di materiale ispirato che ci investe, ci permette di porci nella condizione di fare una serie diapplicazioni valide nella diversità che caratterizza la Chiesa del Signore oggi nel mondo (chiesa globale).

Questa ricchezza e diversità di materiale esortativo può poi essere di beneficio per una stessa singola chiesa nel corso del tempo. Infatti in alcune delle lettere il fattore tempo nella presentazione e nella valutazione della vita ecclesiale è determinante (si veda per esempio la lettera alla chiesa di Sardi).

 

Non è fuori luogo sostenere che una comunità locale possa scoprirsi in un momento della sua storia in sintonia con la condizione della chiesa di Filadelfia, mentre in un altro con quella di Efeso, magari dopo essere passata per una condizione che assomiglia a quella di Sardi o di Laodicea.

La storia stessa di alcune di queste comunità, nei cinquant’anni successivi alla stesura delle lettere, ci attestala presenza di cambiamenti avvenuti e forse generati proprio dalla meditazione del messaggio di Giovanni: abbiamo allora Efeso che Ignazio può definire, all’inizio del secondo secolo, “chiesa celebrata nei secoli” (Eph. 8.1).

La scelta della lettura sinottica è poi motivata da un fatto semplice che emerge quando si leggono le missive:tutte le lettere hanno una medesima struttura (adscriptio, narratio, dispositio).

A livello di contenuto sono poi caratterizzate da alcuni passaggi che si trovano quasi in tutte e sette le lettere. Queste due constatazioni permettono di individuare alcuni fattori che tendono a ricomporre in unità i sette biglietti: innanzitutto il numero sette, fondamentale in tutto il libro dell’Apocalisse. Queste chiese rappresentano la totalità della Chiesa.

 

Le sette chiese erano poi parte dell’unica realtà di cui Giovanni tratteggia i contorni con parole memorabili: ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti” (1:6). C’è ancora la funzione unica che le chiese dovevano svolgere, funzione posta sotto l’immagine della luminosità: le chiese infatti sono candelabri e stelle, due figure che rimandano chiaramente alla funzione di irradiare la luce verso un mondo che stava divenendo ancora più scuro di quanto già non lo fosse (3:10), almeno per le sette chiese dell’Asia Minore.

 

La nostra lettura sinottica delle lettere non sarà esegeticamente analitica, nel senso che non seguirà il testo versetto per versetto. Al contrario, cercando di tenere fede alle linee generali emergenti dall’accostamento sinottico, cercherà di costruire intorno a queste linee un insieme di intuizioni il più coerente possibile, tenendo conto soprattutto dei passaggi di contenuto che sono comuni.

Ma veniamo ora a questi passaggi comuni delle lettere che segneranno anche la scansione di questo studio. Con qualche eccezione, possiamo costruire questo schema:

 

1. Un preambolo in cui il mittente (il Signore Gesù Cristo) si presenta utilizzando gli elementi del cap. 1. Sono questi elementi che giustificano le principali azioni che Gesù Cristo intraprende o potrebbe intraprendere o minaccia di intraprendere nei confronti delle chiese.

 

2. Una descrizione della condizione della chiesa, espressa con il linguaggio del Dio che tutto sa, che tutto conosce, che è informato: “Io conosco”.

 

3. Un pronunciamento con il quale Cristo dice chiaramente che cosa non gli piace della chiesa in questione:“Ma ho questo contro di te”.

 

4. Il quarto elemento è un invito a focalizzare la condizione denunciata per porvi rimedio “Ricorda dunque; ravvediti dunque” e a considerare che cosa accade se il ravvedimento non si verifica, “Verrò da te …”.

 

5. Il quinto elemento è una promessa relativa al giorno in cui il Signore sarà Giudice e Ricompensatore, allorquando “A chi vince” saranno dati una serie di premi.

 

 

Il mittente

 

Nel preambolo di tutte e sette le lettere c’è dunque una presentazione del mittente che per lo più è debitrice alla visione del figlio d’uomo di Apocalisse 1:12−20. L’obiettivo è una giustificazione dell’autorevolezza del messaggio.

L’autopresentazione del mittente poi si rivela funzionale “alla condizione della particolare chiesa a cui si sta rivolgendo” (Stott).

Per esempio, nel preambolo al biglietto alla chiesa di Efeso viene ripresa la visione di Cristo che tiene le stelle nella mano e cammina in mezzo ai candelabri e questi elementi si rivelano funzionali all’esortazione (“verrò da te e rimuoverò il mio candelabro”, v. 5). In questo caso il Signore Gesù Cristo è colui che fa luce sulle vicende interne della Chiesa ma è anche colui che è la fonte della luminosità della Chiesa e dunque colui che in ultima analisi ne dispone.

La presentazione del mittente e del modo in cui si rivela atto a compiere le azioni che troviamo nelle sezioni delle lettere sarà analizzata brevemente alla fine di questo primo studio. Prima, però, concentriamoci sullaraffinata presentazione di Dio che troviamo nel capitolo 1 e che fa da cornice alla presentazione del mittente.

 

 

La pienezza della deità

 

In questa rappresentazione teo−logica (cioè della persona di Dio), l’autore rivela una coscienza del divino profondamente meditata (Bauckham). I titoli, gli attributi e il modo di presentarsi di Dio rappresentano infatti lo sfondo a partire dal quale si staglia la figura del Figlio, del mittente. E l’immagine di Dio che troviamo richiama fortemente l’espressione paolina di pienezza della deità (Cl 2:9).

Già nel saluto, infatti, Giovanni parla di Dio come di un essere ricco (trinitario si sarebbe detto poi). Egli infatti saluta le chiese con la grazia e la pace che vengono da colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che sono davanti al suo trono e da Gesù Cristo.

 

Dio è all’inizio, dove c’è la creazione, Dio è alla fine, allorquando la storia raggiungerà il suo epilogo. La signoria sul tempo esercitata da Dio è espressa dalle due designazioni che troviamo nel primo capitolo: Colui che è, che era e che viene (v. 4), che abbiamo già incontrato nel saluto, e l’Onnipotente (v. 8).

La prima rimanda chiaramente al modo in cui Dio si presentò a Mosè nel pruno ardente (Es 3). Questa designazione (“Io sono colui che sono”) è stata interpretata nella storia dell’interpretazione come una descrizione “ontologica” della natura di Dio, cioè come una designazione statica dell’essere e della natura di Dio. In tal modo ha svolto una sua funzione anche positiva nel pensiero occidentale, essendo stata definita “metafisica dell’esodo”.

La formula di Giovanni, però, probabilmente cattura meglio il senso della rivelazione concessa a Mosè in quantosi riferisce a Dio non staticamente ma dinamicamente: Dio è considerato come colui che è sempre presente nel fluire del corso del tempo.

È al Principio come alla Fine ma è anche nel presente: nel presente dei credenti dell’Asia Minore ed in quello di tutti i credenti di tutti i tempi, compreso quello attuale. In questo senso la sua attiva presenza promessa nella rivelazione a Mosè e ripresa in maniera così suggestiva da Giovanni, trova nell’altra designazione, l’Onnipotente, quasi un sinonimo: il primo contesto sul quale Dio manifesta la sua potenza è infatti proprio quello dello scorrere del tempo.

Ma dire che Dio è “colui che era, che è e che viene” significa interrogarsi sul modo in cui si manifesta l’azione e la presenza di Dio nel tempo presente e futuro. Questo quesito per il libro dell’Apocalisse ha una sola risposta:Dio lo si vede in Gesù Cristo.

La pienezza della deità è il punto di partenza dell’azione del Figlio ma è anche il luogo in cui si colloca la stessa natura dell’autore dei biglietti, Gesù Cristo.

 

Tenendo conto della ricca natura di Dio viene dunque affermata anche la natura divina di Gesù Cristo, senza che per questo ci sia un ridimensionamento della sua natura umana (per 14 volte in Apocalisse Gesù Cristo è chiamato semplicemente Gesù). Gesù ha lo stesso nome del Padre, o meglio si autopresenta come il Padre: “l’Alfa e l’Omega” (1:8, 22:13) o con le espressioni pressoché equivalenti di “Primo e Ultimo”, “Principio e Fine”.

 

Ecco perché quando nella visione dei capitoli 4 e 5, allorquando è chiaro chi è colui che potrà aprire il rotolo sigillato, l’Agnello, mettendo così fine al pianto dello scoramento di Giovanni, accade che tutto il cielo e tutta la creazione prorompono nella lode e nell’adorazione. Colui che adesso Giovanni vedrà nella visione e che le chiese si ritroveranno come mittente dei biglietti è colui che rende presenti, senza passare inosservato (“ero morto ma ecco…; tutti gli occhi lo vedranno”), la presenza di Dio e la sua azione nella storia. Il Dio che viene, nella formula “colui che è che era e che viene”, non può più prescindere dalla manifestazione finale del Figlio. Ed è proprio Gesù Cristo che nella Lettera agli Ebrei è presentato come colui che “è lo stesso ieri oggi e in eterno”.

 

Nel saluto iniziale, oltre all’enigmatica citazione dei sette spiriti (variamente interpretati ma che nella formula di saluto rimandano fortemente allo Spirito di Dio), Gesù Cristo, il terzo che dà pace e grazia, è presentato in tre straordinari e sintetici modi. Egli è:

• il testimone fedele,

• il primogenito dei morti,

• il principe dei re della terra.

Le azioni che Cristo annuncia alle chiese e le ricompense che lascia intravedere sono tutte legate a questa triplice descrizione della sua persona.

Ma veniamo brevemente ai tratti del mittente, di Gesù Cristo, che giustificano le azioni che scandiscono il messaggio della maggior parte delle lettere: “io conosco le tue opere”; “ho questo contro di te”; “ravvediti”; “a chi vince”.

 

 

“IO CONOSCO LE TUE OPERE”

 

Gesù Cristo è colui che “conosce”, nel senso che ha una capacità di porre davanti a sé stesso la condizione di ogni singola chiesa e la condizione di tutta la Chiesa. Tra le immagini del figlio d’uomo ce ne sono infatti alcune che richiamano espressamente l’attributo dell’onniscienza: “i suoi occhi erano come fiamma di fuoco” (1:14);

più avanti si parla del suo volto “come quello del sole” (v. 16), munito dunque di una capacità di inondare di luce ogni angolo della realtà. L’immagine deriva da Daniele (10:6) ed è ripresa per la lettera a Tiatiri.

Il Cristo trionfante alla fine della storia, che dimostrerà a tutti di essere il vincitore, ha anch’egli gli occhi come fiamma di fuoco (19:12). Non sorprende dunque che egli possa asserire in maniera molto forte “Io conosco”, “Io ti conosco e conosco di te alcune cose, anzi ogni cosa”.

La conoscenza che il Figlio dell’uomo ha delle sette chiese è dovuta non solo ai suoi attributi ma anche a una relazione speciale presentata con due immagini spaziali: egli sta “in mezzo ai candelabri e ha le sette stelle nella sua mano destra” (1:12−13; 1:16).

Nonostante le incertezze esegetiche relative al legame tra il simbolismo dei candelabri e delle stelle, è evidente che queste due posture di Cristo implicano il pieno controllo sulle sue chiese. Da ciò discende una familiarità e una penetrazione straordinarie delle loro problematiche.

 

Entrambe le posture indicano quindi una relazione profonda, d’intimità: Cristo cammina, si presenta in mezzo al suo popolo, come faceva nel tempio (i candelabri sono citati in 1Re 7:49). Gesù ha detto chiaramente che il suo popolo sarà tenuto stretto nella sua mano (Gv 10), la mano destra.

L’approccio relazionale e di conoscenza intima che Cristo ha con la sua Chiesa è esplicitato nella lettera alla chiesa di Tiatiri: “tutte le chiese conosceranno che io sono colui che scruta le reni e i cuori” (2:23).

 

 

“HO QUESTO CONTRO DI TE”

 

Nella struttura della maggior parte delle lettere troviamo poi l’affermazione molto netta con la quale il Signore si dice “contro”“ma ho questo CONTRO di te”.

Quali sono gli elementi della visione del primo capitolo, e oltre, che giustificano questo sorprendente atteggiamento del Signore?

Gesù Cristo, grazie alla sua opera, è colui al quale si deve la stessa esistenza del popolo di Dio, della Chiesa e delle chiese (1:5–6; 5:9–10).

La sua collocazione sul trono gli dà il diritto di esercitare il giudizio divino.

 

Naturalmente, nel caso delle lettere non si tratta, almeno in prima istanza, di un giudizio definitivo, quanto piuttosto di un processo di purificazione che Gesù Cristo ha avviato alla croce (mediante il versamento del suo sangue; si pensi alle vesti imbiancate di 7:14) ma che prosegue ancora nella storia per ragioni di testimonianza (di integrità).

Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, “quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio?” (1P 4:17).

Ma il processo di purificazione procede anche in vista di un obiettivo escatologico (la purezza): “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile” (Ef 5).

 

Nella visione del capitolo primo c’è un’altra immagine che in parte supporta questo “J’accuse” di Cristo. È la bocca del figlio d’uomo dalla quale esce la spada a due tagli: “dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata” (1:16; immagine ripresa per la chiesa di Pergamo, 2:12; vedi anche 19:15).

L’immagine si riferisce al potere sovrano di Cristo, contrapposto al potere imperiale della spada. Tuttavia, nel linguaggio del Nuovo Testamento indica chiaramente la Parola (Eb 4:12), mentre nell’Antico Testamento a volte evoca la predicazione profetica (Os 6:5).

Possiamo allora sostenere che la modalità operativa di questo chiamare a rendere conto le chiese e i credenti è la predicazione della Parola di Dio. Non ci sono altre strade possibili.

 

 

“RAVVEDITI!”

 

La terza sezione della maggior parte delle lettere è costituita, come vedremo, dall’appello al ravvedimento e da un avvertimento: “ravvediti dunque … altrimenti verrò da te” (2:5).

La giustificazione cristologica dell’appello e della possibilità dell’intervento conseguono da ciò che andiamo dicendo sulla relazione intima di Cristo con la Chiesa e dalle immagini che si susseguono nella visione del capitolo primo. Sono molto eloquenti le parole rivolte alla chiesa alla quale Cristo rinfaccia praticamente tutto, Laodicea:

“Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo sii dunque zelante e ravvediti” (3:19).

 

Nell’appello al ravvedimento e nella minaccia della visita di Cristo si esprime la pedagogia affettiva, paterna del Salvatore, la correzione (“Dio vi tratta come figli”, Eb 12:7).

I capelli bianchi della figura della visione (1:14) potrebbero forse richiamare l’immagine della dignità e della saggezza di colui che per la sua sapienza può dispensare esortazioni e appelli al ravvedimento (Pr 16:31); il riferimento alla “voce” potrebbe ben essere un altro elemento che richiama l’emanazione di una sentenza, in questo caso quella che invita al ravvedimento.

 

“A CHI VINCE”

 

L’ultima sezione delle lettere, che ritroviamo in tutte e sette, è quella dedicata all’ascolto e alla ricompensa: “Chi ha orecchi ascolti … chi vince/a chi vince … chi ha orecchi ascolti”.

Essa non può essere giustificabile se non con il ricorso all’esperienza della risurrezione che il figlio d’uomo inserisce nella sua rassicurante descrizione di se stesso: “Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’Ades” (1:17-18).

Quasi tutte le promesse di ricompensa per la perseveranza che consegue dall’ascolto e dall’accoglimento dell’esortazione di Cristo hanno a che fare con la vita nella Nuova Gerusalemme, e dunque in quella dimensione in cui Cristo è già entrato dopo aver offerto il suo corpo come sacrificio per i peccati.

 

In conclusione, nell’apprestarci alla lettura sinottica delle sette lettere, ci troviamo di fronte alla costruzione di una serie imponente di ragioni volte a rendere autorevole il mittente dei biglietti.

Questa autorevolezza non deve intimidire le chiese ma deve spronarle, incoraggiarle.

Storicamente si discute se già durante l’impero di Domiziano (81–96 d.C.), epoca durante la quale è stata scritta l’Apocalisse, i cristiani fossero alle prese con una persecuzione globale.

I dati di queste lettere sembrano far pensare a episodi sporadici (3:10) e a una forte tensione con la comunità giudaica.

Tuttavia, le persecuzioni arriveranno e in questo periodo, con ogni probabilità, le chiese potevano sperimentarne le prime avvisaglie nella misura della loro resistenza alle avvolgenti ma subdole e diaboliche strategie dell’ideologia imperiale. I “pizzini” dovevano essere un incoraggiamento!