Prima lettera di Giovanni – Segnali di vita

1284

Introduzione

La vita di cui si parla in 1 Giovanni

 

La nostra lettura della 1Giovanni ha come scopo principale l’osservazione di quelli che abbiamo chiamato i“segnali di vita” contenuti in essa. Giovanni svolgeva il suo ministero in un contesto in cui stavano nascendo delle false versioni del cristianesimo sia a livello di dottrina sia a livello di pratica.

 

L’apostolo risponde a questo sviluppo preoccupante dicendo che la verità è evidente nella sostanza delle cose, innanzitutto nei fatti storici riguardanti la vita e l’opera di Cristo e poi nella trasformazione di coloro che dicono di credere in lui. Una religione che non dà vita non serve. Allo stesso modo una professione di fede non supportata da una vita che ne dimostra l’autenticità, non è credibile. Così l’apostolo descrive le cose che accompagnano la “vita” che è scaturita dall’incarnazione del Figlio di Dio.

 

È importante comprendere in che cosa consiste questa vita che Dio dona a tutti coloro che ubbidiscono al comandamento di credere “nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo” (1Gv 3:23). Fra i vari modi di definirla, sia nel Vangelo di Giovanni che nelle sue Lettere, il più comune è “vita eterna” (Gv 3:16, 36; 1Gv 5:11, 13). Se l’aggettivo stesso “eterna” ne garantisce la durata, l’insieme delle due parole “vita eterna” parla della natura di questa vita. Gesù la definisce nella sua preghiera sacerdotale:

“Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17:3). Si tratta di una relazione personale con il Padre e con il Figlio, resa possibile dal sacrificio di Cristo, che purifica da ogni peccato, e dalla presenza nel credente dello Spirito Santo (1 Gv 1:9; 3:24). Che con il termine“vita eterna” si deve sottintendere una vita vissuta in relazione con Dio, viene confermato più avanti nella stessa preghiera sacerdotale di Gesù quando esprime al Padre il suo desiderio che coloro che avrebbero creduto alla parola degli apostoli “siano con me” e “vedano la mia gloria” (Gv 17:20-24).

 

Sul livello pratico “avere vita eterna” significa “vivere in comunione con Dio”. Questo è reso possibile dal perdono dei peccati che porta alla riconciliazione con Dio e quindi la condivisione dei progetti e dei valori di Dio. Così all’inizio della sua lettera, l’apostolo scrive: “Quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo” (1Gv 1:3). Una volta compresa che in ultima analisi l’unica vita che merita il nome di “vita” è quella vissuta in comunione con Dio, non c’è bisogno di qualificare “vita” con un aggettivo come “eterna” perché chi si trova fuori della sfera della comunione con Dio dimora nella morte. Ecco perché diverse volte Giovanni stesso si limita a chiamarla “vita” (Gv 20:31; 1Gv 5:12).

 

 

La prova di conoscere Cristo (2:3-6)

 

Se la vita eterna è da intendere fondamentalmente come comunione con Dio resa possibile dal sacrificio propiziatorio di Cristo, la dimostrazione fondamentale di possederla è una vita vissuta come discepolo di Cristo.

Vale la pena ricordare che il mandato che Gesù affidò agli apostoli aveva come finalità la moltiplicazione del numero dei suoi discepoli nel mondo e che il tratto distintivo del discepolo è l’osservazione dei comandamenti che egli aveva dato ai dodici (Mt 28:19-20). L’aveva detto anche nel cenacolo, nelle sue conversazioni con gli undici, quando precisò: “Se dimorate in me, e le mie parole [gr. rēmata “parole di comando”dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli” (Gv 15:7-8).

Ecco perché Giovanni può dire in modo perentorio: “Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Io l’ho conosciuto», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui” (1 Gv 2:3-4). È risaputo che Gesù non era tenero con gli ipocriti! (si veda Mt cap. 23). Quindi possiamo essere sicuri che non sarebbe stato tenero neanche con persone che si dicono“cristiani”, ma che non seguono le sue direttive. Giovanni interpreta quello che sarebbe l’atteggiamento di Gesù verso persone che si vantano di una conoscenza cognitiva di Dio, ma che non seguono l’esempio di Gesù nella pratica. La testimonianza di tali persone di conoscere Cristo è falsa. Chi non dimostra nei fatti, oltre che nella professione di fede, di essere suo discepolo, non è da considerarsi tale. Anzi, è un bugiardo!“Sappiamo che l’abbiamo imparato a conoscere: se osserviamo i suoi comandamenti”. Ecco la prova che abbiamo ricevuto la nuova vita – comunione con Dio – resa possibile dal sacrificio di Cristo.

 

Il discepolo che osserva i comandamenti di Cristo manifesta l’amore di Dio (v. 5). Il verbo greco teteleiōtai, tradotto “è veramente completo”, è nel tempo perfetto e quindi significa “[l’amore di Dio] raggiunge il suo obiettivo in una vita che rispecchia quella di Cristo” (cfr. v. 6). Così Giovanni conclude questa breve sezione della sua lettera dicendo che la professione di essere uniti con Cristo (“chi dice di rimanere in lui”) comporta l’obbligo morale di “camminare com’egli camminò”. A renderlo possibile non è uno sforzo immane da parte del discepolo stesso bensì “lo Spirito che ci ha dato” (3:24; cfr. Rom 8:1-4, 26-30). Chi, invece, vive in modo contrario agli insegnamenti di Cristo, pur professando la fede cristiana, dimostra così di non averlo mai imparato a conoscere.

 

 

Un comandamento nuovo (2:7-11)

 

Gesù non era venuto per abolire la legge e i profeti, bensì per portarli a compimento (Mt 5:17). Questo vale anche per il comandamento “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Le 19:18). L’ubbidienza a questo comandamento nella sua forma nuova è di fondamentale importanza perché è ciò che convince il mondo che un determinato gruppo di persone sono discepoli di Cristo (Gv 13:34-35). L’aspetto nuovo sta nelle parole“Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” (v. 34). L’amore di Gesù per i discepoli stabilisce la misura, cioè il modo di amare che Gesù si aspetta dai suoi discepoli. Il “comandamento vecchio” richiedeva che amassimo il nostro prossimo come noi stessi. Ora invece il modello dell’amore è quello di Gesù, che lo portò a morire sulla croce per la nostra salvezza (Gv 13:1).

L’introduzione di questo “nuovo comandamento” coincide con la vittoria della luce sulle tenebre. Nel Prologo del suo Vangelo, l’apostolo scrive dell’incarnazione del Figlio di Dio: “La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (Gv 1:5). Non che non abbiano tentato di sopraffarla. Ma Gesù, la luce del mondo ha scacciato via le tenebre per tutti coloro che sono disposti ad aprirsi alla sua luce (1:14; 3:17-21). Nel v. 8 del nostro brano Giovanni stabilisce un’interfaccia fra amore e luce. Amare come Gesù ci ha amati significa camminare nella sua luce e quindi superare tutte le convenzioni umane che sono frutto delle tenebre, come lo è ad esempio la divisione dell’umanità in caste. Chi cammina nella luce di Dio vede le cose dal suo punto di vista e sa che “egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini” (At 17:26) per cui “non ha riguardi personali” ma tratta tutti allo stesso modo, dividendoli in peccatori e “chi lo teme” (At 10:34-35).

 

Quindi non è possibile camminare nella luce e, contemporaneamente, odiare il proprio fratello, chiunque egli sia. Al contrario l’amerà a fatti e verità. Troviamo diversi esempi del cambiamento di comportamento nei confronti degli altri, dai pregiudizi prodotti dalle tenebre ad agire come Gesù, nel libro degli Atti. Il cambiamento fu particolarmente radicale nel caso dei Greci di Antiochia di Siria (At 11:19-30). Alcuni Giudei provenienti dalla Diaspora decisero di portare ai greci “il lieto messaggio del Signore Gesù. La mano del Signore era con loro; e grande fu il numero di coloro che credettero e si convertirono al Signore” (vv. 20-21). Dopo l’opera di proseguimento fatta da Barnaba e Saulo, un profeta in visita da Gerusalemme di nome Agabo predisse che ci sarebbe stata una grande carestia che avrebbe colpito la Giudea. La risposta dei discepoli di Antiochia dimostra come l’amore per i fratelli supera anche i pregiudizio secolari. Leggiamo: “I discepoli decisero allora di inviare una sovvenzione, ciascuno secondo le proprie possibilità, ai fratelli che abitavano in Giudea” (vv. 27-29). Il resoconto non dice che inviarono una sovvenzione ai Giudei, che sarebbe stato già un gesto eccezionale, bensì “ai fratelli che abitavano in Giudea”. Coloro che inviarono la sovvenzione e coloro a cui era destinata, erano stati arcinemici prima dell’arrivo della luce del Vangelo. Ora si considerano “fratelli” e, in quanto tali, persone da aiutare in modo generoso.

 

 

Tirando le somme

 

Le tenebre promuovano odio e quindi dividono le persone. Ne consegue che “chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenere e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (v. 11). L’odio è frutto delle tenebre mentre l’amore agapē, che si interessa dei bisogni altrui, è frutto della luce. Quindi le azioni motivate dall’odio, in particolare nei confronti di persone che professano la stessa fede, dimostrano che colui che le compie vive ancora nelle tenebre. Chi si trova in queste condizioni farebbe bene a fermarsi e prendere atto che è accecato dall’odio e che sta scegliendo le tenebre. Invece la luce scaccia via le tenebre e facilita l’esercizio dell’amore che mira al bene del fratello e fa evitare qualsiasi cosa che potrebbe farlo inciampare (v. 10). Intanto la pratica dell’agapē unisce le persone nella comunione del Padre e del Figlio (cfr. 1:3-6).

 

 

Per la riflessione personale e lo studio di gruppo

 

1. Perché è pericoloso sostituire il termine “credenti” a “discepoli” nel nostro modo di comprendere il Grande Mandato (Mt 28:19-20)?

 

2. Perché in chi ubbidisce al nuovo comandamento non c’è nulla che “faccia inciampare” il suo fratello?

 

3. In quale misura i nostri pregiudizi sono frutto delle tenebre?