La dottrina di Dio: fondamento o optional?

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Combattere per la verità e farlo con amore!

 

“…quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede in terra?” (Luca 18:8).

 

Quello che nel Nuovo Testamento viene ripetutamente evidenziato come un pericolo che può essere motivo di caduta per la chiesa, oggi purtroppo è diventato una realtà, non di rado, adottata anche nell’ambito delle “nostre Assemblee”.

 

Nella sua breve epistola Giuda, guidato dallo Spirito Santo, dichiarando che la fede ossia la dottrina di Dio “è stata trasmessa ai santi una volta per sempre” (Gd 3) pone un invalicabile confine che come discepoli diCristo non solo dobbiamo onorare, ma per il quale siamo chiamati a “combattere strenuamente”.

 

Paolo, quale fedele servitore del Signore e consapevole dell’autorità da lui ricevuta, con chiarezza e nella volontà di non tirarsi indietro dall’annunciare “tutto il consiglio di Dio” (At 20:27) afferma la necessità di seguire la“verità nell’amore” (Ef 4:15).

Egli indica che, per il perfezionamento dei santi e per l’edificazione della chiesa, le due realtà non possono essere disgiunte, né l’una può prevaricare l’altra“Dio è amore” (1Gv 4:8) per cui l’amore è, o dovrebbe essere, anche caratteristica primaria di coloro che sono diventati “partecipi della natura divina” (2P 1:4).

Forse non sempre riusciamo ad applicarlo nella pratica, tuttavia sia che siamo mancanti o a maggior ragione se riusciamo già a realizzarlo nella nostra vita, non possiamo dimenticarci della verità di Dio alla quale dobbiamo essere sottomessi.

Ricordo la frase di un fratello:

“Solo quando la verità è proclamata e vissuta l’efficacia dell’opera di Cristo è pienamente realizzata”.

 

 

Condizionati da DIo e non dagli uomini

 

Oggi ci ritroviamo, invece, ad essere partecipi di una “variegata” interpretazione della Bibbia che, piuttosto che tenere conto della sua completezza e inerranza considera il contesto in cui viviamo, cercando di non disturbare né urtare le sensibilità personali, causando però un’alterazione del pensiero di Dio.

 

Non è mia intenzione entrare nel dettaglio di argomenti dottrinali, salvo accennarne, quale esempio, uno fra molti: la cena del Signore.

Il comandamento che Gesù ci ha lasciato dovrebbe, in quanto tale, essere rispettato come lo troviamo scritto nella Bibbia, come Gesù stesso lo ha istituito e come anche Paolo lo ha “ricevuto” e ce lo ha “trasmesso” (1Co 11:23) affinché il suo significato anche attraverso la forma non sia mutilato.

 

Ciò non avviene: di fatto le Assemblee sono divise fra coloro che rompono il pane e bevono dal calice ed altri che utilizzano pezzetti di pane già tagliati e bicchierini monodose.

Se poi facessimo considerazioni circa altre deviazioni dalla verità le “opzioni” non sarebbero più due ma molteplici!

L’annuncio del “consiglio di Dio” non avviene più nella sua totalità. ma spesso è considerato in modo parziale essendo addolcito o meglio distorto da parole di uomini.

 

L’avvertimento dalla Parola di Dio ci arriva fin dai tempi più lontani. Già nell’Antico Testamento infatti coloro che guidavano Israele avevano, su ordine di Dio, rimarcato questo pensiero.

Cito solamente, come esempio, “il testamento spirituale” di Giosuè ai capi di Israele, non perché più importante degli altri ma piuttosto per il fatto che il popolo di Dio, avendo raggiunto la terra promessa. aveva avuto ampia dimostrazione che ubbidire a Dio era fonte di benedizione:

 

“Applicatevi dunque risolutamente a osservare e a mettere in pratica tutto quel che è scritto nel libro della legge di Mosè, senza sviarvene né a destra né a sinistra” (Gs 23:6).

 

Sappiamo che purtroppo non fu sempre così… a motivo del progressivo allontanamento dalla legge di Dio, diversi anni più tardi sul monte Carmelo ritroviamo il profeta Elia che chiede al popolo:

“Fino a quando zoppicherete dai due lati?” (1 Re 18:21).

 

Ritornando al Nuovo Testamento, Gesù fece ai suoi discepoli la domanda che è significativa anche per noi:

“Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede in terra?”.

Ciò significa:

“Vogliamo essere accondiscendenti non scontentando nessuno (tranne il Signore!) oppure è nostro desiderio essere chiesa secondo il modello neotestamentario?”.

 

Riprendendo i versetti che parlano di ritornare ai “sentieri antichi” (Gr 6:16; 18:15) si è spesso accusati di essere retrogradi e fuori luogo “poiché viviamo nel XXI secolo”, ma questo non è il già citato pensiero di Giuda (v. 3) e neanche quello di Paolo quando esortando Timoteo scrive:

“Prendi come modello le sane parole che hai udite da me” (2Ti 1:13).

 

Pietro e Giovanni, quando fu loro imposto “di non parlare né insegnare nel nome di Gesù” ossia di venire meno all’annuncio della verità, risposero senza esitare:

“Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio” (At 4:19).

 

 

Una doppia responsabilità

 

Poniamoci questa domanda: vogliamo piacere agli uomini e vivere in tranquillità una vita tiepida (Ap 3:16) oppure ubbidire a Dio a costo di risultare impopolari e probabilmente “soffrire” a causa dell’Evangelo?

 

L’imperativo di Paolo è questo:

“Persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate” (2 Ti 3:14).

Possiamo riscontrare una duplice responsabilità:

 

1. Coloro che insegnano la Parola di Dio non possono esimersi dal trasmetterne “tutto il consiglio” senza alcuna manipolazione personale; le “sane parole” con le quali Paolo aveva istruito Timoteo non erano pensieri suoi, ma era ciò che Dio gli aveva rivelato.

Tale dovrebbe essere la fedeltà di chi esercita il ministerio.

2.Nello stesso tempo c’è la responsabilità personale di ogni credente: “…di cui hai acquistato la certezza”.

I credenti di Berea si premurarono di esaminare “ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così” (At 17:11).

Essi assimilarono le verità non perché furono due famosi predicatori a proporle, non perché erano loro simpatici e neanche perché ne avessero una qualche convenienza, ma esclusivamente perché quello era il pensiero di Dio!

Quale ulteriore “garanzia”, non possiamo fare a meno di ricordare coloro che la Bibbia stessa ci esorta a tenere in considerazione: la “grande schiera di testimoni” (Eb 12:1) che ci hanno preceduto: quei tanti “Paolo” che in duemila anni hanno parlato da parte di Dio fino ad arrivare a coloro che ci hanno fatto crescere nella fede e che della verità hanno fatto la loro bandiera “tenendo alta la parola di vita” (Fl 2:16) anche in tempi difficili.

 

Eliseo consapevole della fedeltà di Elia raccolse il suo mantello (2Re 2:13) quale testimonianza nel voler seguire le orme di un uomo che aveva camminato in sottomissione a Dio, senza scendere a compromessi, anche quando era rimasto solo contro tutti avendo però Dio al suo fianco!

Stampiamo in modo indelebile nella nostra mente e nel nostro cuore queste due esortazioni:

“Comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo” (Fl 1:2).

“Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi” (2Ti 1:14).

 

Probabilmente ritornando ad essere fedeli al Signore, le nostre assemblee non riceveranno il plauso degli uomini ma sicuramente beneficeranno del favore del Signore, attraverso il quale avremo la forza per non“zoppicare”; considerando che in questo modo non saremo come il popolo di Israele che ad Elia “non rispose nulla” (1Re 18:21), anzi se il Signore dovesse tornare mentre siamo ancora in vita potremo rispondere “SI” alla sua domanda (Lu 18:8).

 

“Io ti ho posto davanti una porta aperta… pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome… io ti preserverò dall’ora della tentazione… tieni fermamente quello che hai… CHI HA ORECCHIO ASCOLTI CIÒ CHE LO SPIRITO DICE ALLE CHIESE (Ap 3:8-13).