Prima lettera di Giovanni – Segnali di vita

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Introduzione

 

 Da questo brano impariamo che l’amore di tipo agapē, quello che ha origine in Dio, è strettamente legato a un credere ortodosso. Apprendiamo pure che sia la verità che il vero amore sono stati rivelati appieno per mezzo dell’incarnazione del Figlio di Dio descritto da Giovanni come “pieno di grazia e verità” (Gv 1:14). Ne consegue che ogni pretesa di verità in campo religioso che non riconosce la verità dell’incarnazione è necessariamente falsa o parziale. Similmente ogni concetto d’amore che non prende a modello il sacrificio propiziatorio del Figlio di Dio è un amore diverso da quello che i discepoli di Gesù sono chiamati a manifestare (Gv 13:34-35).

È di fondamentale importanza riconoscere che la famosa definizione “Dio è amore” (1Gv 4:8) non può essere invertita“l’amore è Dio”.

Bisogna seguire il resto del brano per sapere ciò che Giovanni intendeva con l’attributo divino “amore”. Infatti l’essere amore di Dio trova la sua massima e inscindibile espressione nel sacrificio propiziatorio del Figlio di Dio. Il sacrificio di Gesù, espressione dell’amore di Dio, serviva per soddisfare la sua giustizia. Quindi l’amore vero si manifesta in uno spirito di sacrificio, al servizio della giustizia e della verità. Inutile dire che uno spirito di tolleranza per ciò che è contrario alla volontà di Dio non è l’amore che Gesù ha manifestato e che comanda ai suoi discepoli a praticare.

 

 

Il bisogno del discernimento

degli spiriti (4:1-6)

 

Nel suo commento su questo brano, John Stott nota il contrasto fra i comandamenti, da un lato, di credere nel nome del Figlio di Dio, Gesù Cristo (3:23) e di amare i fratelli e i comandamenti, dall’altro, di non credere a ogni spirito e di non amare il mondo. Stott osserva: “Né la fede cristiana né l’amore cristiano sono indiscriminati”.Entrambi devono essere controllati dalla verità.

 

In quanto al “credere”, Giovanni afferma che le affermazioni con la pretesa di autorevolezza sono attribuibili a una delle seguenti due fonti: allo “spirito della verità” oppure allo “spirito dell’errore” (v. 6). Tutto ciò che non è in armonia con la verità rivelata, va riconosciuto per quello che è: errore. Per definire prese di posizione fuorvianti spesso si usa la parola “eresia”. A questo proposito, è opportuno osservare il tipo di errore o “eresia”che Giovanni ha in mente nella sua epistola perché talvolta, parlando di “eresia”, si hanno in mente altre cose. Il brano sotto esame, invece, associa “errore” con gli aspetti principali della fede ortodossa e cioè, il miracolo dell’incarnazione e l’opera compiuta da Cristo per la remissione dei peccati. Chi rimane ortodosso, ovvero crede rettamente, riguardo a questi grandi temi, non accetterà nessun vangelo falso né peccherà di orgoglio. Piuttosto diventerà un araldo del vero vangelo della grazia e manifesterà l’amore di Dio. Un modello di cristiano ortodosso, secondo i canoni insegnati da Giovanni, fu l’alessandrino Atanasio (296 ca.–373 d. C.) che, al Concilio di Nicea nel 325, si oppose quasi da solo all’eretico Ario che aveva negato la divinità di Cristo. Atanasio sapeva che la negazione della deità e/o della vera umanità di Cristo significava cancellare ogni speranza di salvezza per l’uomo peccatore.

Giovanni è perentorio:

“Non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo” (v. 1). Era quanto Gesù aveva previsto quando disse: “Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti” (Mt 24:11). Nel momento in cui Giovanni scrisse la sua lettera, i falsi profeti negavano la realtà dell’incarnazione del Figlio di Dio. Secondo loro la sua umanità era soltanto apparente. Oggi è più comune sentire falsi insegnanti negare che Gesù era vero Dio; secondo costoro Gesù sarebbe stato soltanto un uomo eccezionale ma non vero Dio. Tale negazione si manifesta in particolare nella negazione del concepimento soprannaturale ad opera dello Spirito Santo e nella negazione della risurrezione di Cristo. Ma entrambe queste negazioni in realtà costituiscono un rifiuto di credere alla realtà dell’incarnazione, che cioè Gesù di Nazaret fosse il “Cristo venuto in carne” (v. 2).

 

“Provare gli spiriti” significa praticare “il discernimento degli spiriti”. Non è un caso che entrambe le volte in cui il carisma del “discernimento degli spiriti” è menzionato in 1Corinzi segue quello di profezia. Sia in 1 Corinzi che in 1 Tessalonicesi 5:20-21 l’apostolo Paolo insiste che ogni presunta profezia va esaminata alla luce della rivelazione speciale già nel possesso della Chiesa, proprio perché esiste il pericolo che a parlare siano dei falsi profeti. Nelle lettere dell’Apocalisse ci sono esempi di una chiesa che esercitava il dono di discernimento (2:2) e di un’altra che non lo faceva (2:20). Nel secondo caso la sedicente profetessa stava portando la chiesa di Tiatiri lontano dalla retta via. Prima aveva indotto molti membri della chiesa a non praticare il discernimento degli spiriti e a pensare in modo errato, poi li aveva indotti ad agire in modo errato. La stessa cosa è successa ripetutamente nella storia della Chiesa.

 

Il modo principale per individuare i falsi profeti è di esaminare la loro dottrina di Cristo e come valutano l’opera della croce (v. 3).

Chi non dà il primato a Cristo (cfr. Cl 2:18-19) oppure nega la realtà dell’incarnazione avente lo scopo di offrirsi come sacrificio propiziatorio, non è da Dio. Al contrario una tale persona è mossa dallo “spirito dell’anticristo”.

Gesù aveva previsto (Mt 24:24) che questo spirito sarebbe apparso ben presto e avrebbe sedotto, se fosse possibile, anche gli eletti. Vuol dire che opera in modo molto insidioso, spesso all’interno del gruppo di persone che dovrebbero rappresentare e insegnare la verità (cfr. At 20:29-30). Alla luce degli avvertimenti di Gesù, di Paolo e di Giovanni, non dovremmo essere colti di sorpresa di fronte a questo fenomeno: “Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo” (1Gv 4:3).

 

Dopo aver messo in guardia i suoi lettori dai falsi profeti, Giovanni li incoraggia con questa parola:

“Voi siete da Dio, figlioli, e li avete vinti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (v. 4).

 

Il riferimento è allo Spirito Santo che ci è stato dato (si veda 3:24; 4:13), il quale è infinitamente più grande degli spiriti che spingono i falsi profeti a negare la verità di Cristo (vv. 1-3). Nel versetto successivo Giovanni associa il modo di pensare di questi falsi profeti al modo di pensare del mondo:

“Costoro sono del mondo; perciò parlano come chi è del mondo e il mondo li ascolta” (v. 5).

Senza rendersene conto il mondo che respinge la verità del vangelo ubbidisce al “principe della potenza dell’aria” (Ef 2:2), detto pure “il dio di questo mondo” (2Co 4:4). Giovanni conclude dicendo che noi che, illuminati dallo Spirito Santo confessiamo la verità dell’incarnazione, “siamo da Dio”. Di conseguenza: “chi conosce Dio ascolta noi, chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo conosciamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore” (v. 6).

 

 

La prova suprema dell’amore (vv. 7-11)

 

Il versetto più conosciuto del Nuovo Testamento, Giovanni 3:16, dà come misura dell’amore di Dio il fatto che egli “ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna”. Il nostro brano ribadisce questa grande verità ed insiste sul significato del verbo “dare”. Non si trattava soltanto di prestare il Figlio a noi per un certo periodo come Maestro, bensì di volere la sua incarnazione in vista di consegnarlo alla morte della croce. Per comprendere la grandezza di questo amore bisogna ricordare che il Figlio fu l’agente nella realizzazione dell’intera creazione (Gv 1:3). Questa è una verità davvero stupefacente! Ma poi, ogni cosa che Dio ha fatto, a partire dalla farfalla fino alle dimensioni dell’universo, è stupefacente. Anche l’autore della lettera agli Ebrei raggruppa insieme il fatto che il Figlio ha creato e sostiene ogni cosa con l’opera della purificazione dei peccati (Eb 1:2-3). A ben guardare, se l’opera che è frutto dell’amore di Dio non stupisse, non potrebbe essere un’opera attribuibile al Dio dell’universo!

È da notare la cornice di questo breve brano: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (vv. 7-8) e: “Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (v. 11). La verità esposta nei versetti centrali del brano (9-10) figura qui come la ragione che sprona i figli di Dio a vivere come tali, mossi dallo stesso amore.

Abbiamo già accennato al pericolo di limitarsi a citare le tre parole: “Dio è amore” (v. 8) quasi che le parole potessero essere invertite: “amore è Dio”. Qui il termine “amore” è inscindibilmente legato alla manifestazione dello stesso. Giovanni descrive questa manifestazione con due affermazioni. Ecco la prima: “In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo” (v. 9).

Gesù, l’eterna Parola di Dio, che ha vita in sé stesso (cfr. Gv 1:1, 4), è stato mandato nel mondo affinché noi, che eravamo spiritualmente morti, potessimo avere vita per mezzo di lui! Come è possibile ciò? Noi siamo spiritualmente morti nei nostri falli e peccati e siamo soggetti alla morte fisica. Il Figlio di Dio ha fatto in modo di ribaltare la situazione per tutti coloro che credono in lui. In questo vediamo la misura stupefacente dell’amore di Dio:

“In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (v. 10).

Giovanni fu l’unico dei dodici a testimoniare la morte di Cristo e sempre il primo dei dodici a credere al grande miracolo della sua risurrezione (Gv 19:25-27; 20:8). In seguito avrebbe scritto queste parole:

“Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13:1). Meditando sull’opera di redenzione compiuta da Cristo, con cui egli soddisfece la giustizia divina come il vicario dei peccatori, Giovanni scrive ora: “In questo è l’amore”. Ecco perché conclude: “Se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (v. 11). Chi non ama evidentemente non conosce Dio perché Dio è amore in questa maniera.

 

 

Per la riflessione personale

o lo studio di gruppo

 

1. Perché è così importante non transigere con posizioni che disconoscono la realtà oggettiva di qualche aspetto dell’incarnazione (come la nascita di Gesù da una vergine o la Sua risurrezione) testimoniato nel Vangeli?

2. Perché non possiamo ridurre l’amore che siamo chiamati a mostrare gli uni agli altri a un sentimento o confonderlo con uno spirito di tolleranza verso le opinioni altrui?