Storia del primo evangelico di Mattinata

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Cento anni dalla sua nascita

 

Donato, per molti in paese Dunatucc, Santamaria è nato il 20 marzo del 1912, cento anni fa, nel borgo di Mattinata, a quel tempo frazione di Monte Sant’Angelo (FG).

È stato un uomo comune con poca istruzione, dico questo particolare per enfatizzare quello che diverrà poi da quando scopre la Verità e la libertà per mezzo della fede in Gesù Cristo.

È stato un evangelista, un vero banditore dell’Evangelo di Cristo Salvatore di ogni uomo che crede in Lui.

 

 

I mestieri

 

Da piccolo ha fatto il pastorello, bisognava guadagnarsi da vivere; poi il pescatore, ha lavorato anche nei campi come mietitore, ha raccolto le olive; di solito aveva il compito di soprastante per il suo carattere incisivo che spronava e richiamava all’ordine i lavoranti quando si distraevano o fingevano di lavorare.

Era un uomo di ordine e nella sua giovane età benché fosse sposato con la zia Lallina (sta per Natalizia), spesso veniva chiamato ai matrimoni a dirigere il ballo, la quadriglia. È stato un uomo molto vivace ma non si è mai fatto sentire, cioè è stato un uomo casto e sempre fedele e geloso della sua sposa dalla quale ha avuto due figli: Matteo e Pasquina.

Era un uomo conviviale, spesso al centro di banchetti e festini, quando tutto avveniva con semplicità e spontaneità. Ho bei ricordi personali di quando si metteva a scherzare e cantare insieme a mio padre Michele.

 

 

La conversione

 

L’anno cruciale che doveva segnare una svolta importante nella sua vita fu il 1940.

Stranamente aveva un forte desiderio di partire per la guerra, nonostante avesse in guerra già tre fratelli: Francesco, Angelo Antonio e Peppino che nel 1943 sarebbe morto sul fronte russo.

Così nel giugno del 1940, mentre stava mietendo il grano all’Agnuli, finalmente arrivò la cartolina di chiamata alle armi. Partì subito per Barletta e qui incontrò un cristiano evangelico di nome Michele Pacilli di Foggia.

Quando erano fuori servizio il Pacilli e Donato si incontravano spesso per leggere e meditare il Vangelo. Non passò molto che fu affascinato dal Vangelo che presentava Gesù Cristo come il suo Salvatore. Qui si convertì a Cristo e da allora in poi la sua vita fu trasformata; divenne un banditore di Gesù Cristo.

 

Dopo aver trascorso circa un anno a Barletta fu mandato a Rodi in pieno mar Egeo. Il viaggio con la nave fu tremendo, incontrarono un maltempo con mare forza sei. Si raccomandarono le anime a Dio e dopo diverse ore di navigazione giunsero sani salvi a Rodi.

Il suo comportamento cristiano fu notato, e spesso fu preso in giro per i suoi atteggiamenti casti e puri, quando altri cercavano ragazze per fugaci avventure amorose.

 

Proprio per questo suo atteggiamento e per metterlo alla prova fu mandato a fare la guardia in una casa di tolleranza. Vi erano tante belle ragazze che si davano a pagamento. Lui anziché essere imbarazzato dominava la situazione, conversava con le ragazze. Ad alcune di esse faceva complimenti per la loro bellezza e nello stesso tempo diceva: “Come mai ti trovi in questo brutto posto? Avresti potuto essere una bella sposina e madre col compagno della tua vita!”. Ed aggiungeva: “Sei ancora in tempo a tornare indietro, a rifarti una vita, se accetti Gesù che ti ama e vuol essere il tuo Salvatore” .

Spesso le ragazze si mettevano a piangere e si allontanavo da lui. Insomma dopo un po’ la direzione della casa chiese al comandante di non mandarlo più perché metteva in crisi le ragazze.

 

Dopo quattro mesi ritornò in Italia, destinato alla sorveglianza in un campo di concentramento per prigionieri di guerra situato vicino al Gran Sasso. Mentre era qui nacque la seconda figlia, Pasquina. Fece richiesta al comando di andare a vedere sua figlia appena nata, ma per la scarsezza del personale fu impossibile ottenere una breve licenza. Si mise a pregare e disse poche e semplici parole: “Signore se tu vuoi, tu puoi mandarmi”. Dopo un po’ fu preso da una febbre da cavallo come si dice, molto alta, ed immediatamente fu avviato in autoambulanza all’Ospedale di Chieti. Quando giunsero a destinazione la febbre era scomparsa del tutto. Allora Donato chiese onestamente di ritornare al campo. Ma i medici decisero di trattenerlo per venti giorni in osservazione e controlli; dopo questo periodo gli diedero altri venti giorni di convalescenza a casa, così rivide la sua famiglia e la piccola Pasquina. In tutto questo egli vide la mano di Dio che vegliava su di lui: imparò a confidare sempre più in Dio per tutta la sua vita.

 

Poi fu trasferito alcuni mesi a Spoleto, poi a Grottaglie, dove c’era un altro campo di per prigionieri di guerra. Qui incontrò un capitano, un fratello evangelico valdese, al quale disse che lui aveva altri tre fratelli che erano in guerra. Verificata la situazione e le norme che disciplinavano questi rari casi, questo capitano si adoperò perché fosse congedato prima che finisse la guerra, così ritornò a casa nel 1944.

 

 

Il ritorno a casa nel 1944

 

Da quell’anno iniziò la sua lunga testimonianza di fede in Mattinata. Agli inizi stabilì rapporti stretti e fraterni con le comunità cristiane di Monte Sant’Angelo, di Manfredonia e Foggia.

Veniva visitato da un fratello di Monte Sant’Angelo, un certo Leonardo Palombo.

Allora i mezzi di comunicazione e le possibilità economiche erano veramente scarse, perciò si viaggiava a piedi.

Anche Donato di tanto in tanto per vincere la sua solitudine di credente, a piedi raggiungeva i fratelli di Monte Sant’Angelo con i quali condivideva la Parola di Dio, la preghiera e i canti. Erano momenti indimenticabili che rafforzavano la sua fede e riempivano il cuore di gioia divina.

 

Qui a Monte spesso andava a visitare un fratello in Cristo cieco e solo (si chiamava Francesco Cariglia), che viveva in una specie di grotta. Appena arrivava lo riconosceva dalla voce (“Dunatucc da Mattinata”). Il fratello cieco lo incoraggiava a proseguire il suo cammino di fede e a non pensare mai, vendendolo cieco e solo nel letto dove giaceva, che il Signore lo avesse abbandonato. Tutte le volte che lo andava a visitare per consolarlo, scopriva che era lui ad essere consolato ed incoraggiato. Lo stupiva vedere cosa poteva fare il Signore nella vita di un uomo in quelle condizioni.

Nel dopo guerra e per tutti gli anni ‘50 e ‘60 diversi fratelli, da Manfredonia (cito alcuni: Tonino Pascale, Michele Borgomastro, i fratelli Papagna ed altri) e da Foggia (Ciro Santangelo, Galano, Scorza) andavano a Mattinata per incoraggiare la piccola comunità nascente.

Il paese sembrava entrato in un gran dibattito pubblico. Era il tempo delle ideologie e la contrapposizione tra cattolici e comunisti, questi spesso con uno spirito anticlericale parteggiavano e simpatizzavano con gli evangelici.

 

Famoso rimane un confronto tra l’arciprete di Mattinata e il servitore Michele Borgomastro. Il primo, accompagnato da un bel numero di persone, tutto baldanzoso dall’alto della sua rispettabile cultura pensava di mettere in difficoltà i poveri evangelici. Ma il confronto, portato dai fratelli sul piano biblico, lo mise in grave difficoltà e uscì con la coda tra le gambe. Il fratelli non discutevano, ma citavano continuamente brani biblici che confutavano alcune delle pratiche cattoliche.

Tra i primi convertiti ricordiamo Natalizia, la moglie di Donato, Francesco Prota e la moglie, la sorella Saraceno, Angela Maria, Angela Guerra, Matteo Guerra, Vincenzo Trotta, Matteo Falcone ecc.

 

 

Raccolta delle olive nel 1955

 

A causa della fede Donato subì negli anni cinquanta diverse discriminazioni ed esclusioni dal consesso lavorativo di Mattinata. Per la sua nuova fede, a causa di pressioni clericali, non trovava facilmente lavoro nel campo agricolo tra i signorotti cattolici. Infatti i benestanti del luogo soggiacevano in qualche modo alle pressioni clericali, ma c’era qualcuno, di orientamento comunista, che non soggiaceva a tali pressioni.

 

Nel novembre del 1955, al tempo della raccolta delle olive, Donato cercava lavoro ed un certo Francesco, “U Pullastr”, lo assunse insieme alla moglie Natalizia. Vi lavorava anche un’altra sorella in Cristo,Angela Maria.

 

Tra i lavoranti c’era anche un certo Luigi Granatiero, defunto, mi sembra, da una quindicina di anni circa. Qui avvenne qualcosa di drammatico. Mentre raccoglievano le olive, Donato si allontanò per un bisogno fisico, fu seguito dal Granatiero che lo costrinse a seguirlo e ad entrare in un grotta che era poco distante dal luogo della raccolta.

Quest’uomo robusto, con polsi d’acciaio, gli domandò se voleva continuare ad essere “evangelista”, naturalmente la risposta fu “Sì”. Lo costrinse a spogliarsi e cominciò a colpirlo con violenza con uno scudiscio. Di tanto in tanto si fermava e gli chiedeva se voleva continuare ad essere evangelista e a predicare il Vangelo. La risposta era sempre “Sì!”, e questo lo faceva ancor più imbestialire e lo percuoteva ancora più forte, alla fine tiro fuori un coltello minacciando di ucciderlo. La domanda era sempre la stessa come pure la risposta: “Sì!”.

Alla fine lo batté così forte che lo lasciò tramortito, svenuto e sanguinante per terra.

 

Il Granatiero si allontanò come se nulla fosse accaduto. Non si è mai saputo cosa o chi lo avesse spinto a commettere un simile delitto. Credo che sia stato solo a motivo del clima di odio e disprezzo che nel paese si era creato intorno a Donato e alla nuova Via che egli annunciava.

 

Donato dopo un po’ si riprese, si rivestì e si trascinò fuori della grotta e chiese aiuto. Soccorso dal figlio del proprietario del fondo e da un altro lavorante, lo trasportarono a casa. Visitato dal medico di famiglia ebbe una prognosi di 40 giorni. Fu inutile ogni tentativo di ricoverarlo in ospedale.

 

Volle seguire l’insegnamento del suo Maestro Gesù. Alla violenza non oppose resistenza né volle denunciarlo. Alle autorità e ai familiari, si rifiutò di rivelare chi era stato per non innescare un ciclo di violenza.

A chi lo percuoteva su una guancia egli offri l’altra: dire che testimoniò eroicamente la sua fede cristiana non è esagerato.

Una cosa che mi ripeteva spesso quando riapriva il discorso su questa vicenda era che in quella grotta, quando veniva colpito ed era davanti a quell’energumeno, pregava Gesù e non sentiva affatto le percosse che riceveva. Tutto il dolore causato delle ferite riportate lo sentì solo dopo. In tutta questa amara esperienza sperimentò la presenza del Signore e ricordava i momenti in cui il Granatiero voleva colpirlo col coltello, perché gli sembrava di vedere che una mano invisibile glielo impedisse.

Dopo questo tragico evento che commosse tutto il paese ci fu un cambiamento positivo e di rispetto verso questi “strani” evangelici che esprimevano un nuovo modo di vivere la fede cristiana.

 

 

Gli ostacoli a causa della fede

 

La nuova fede aveva portato a Donato molti guai: soprattutto gli era quasi impossibile trovare del lavoro a Mattinata. Ebbe all’inizio qualche aiuto da parte di fratelli che conoscevano la sua situazione ed i bisogni della famiglia che erano pressanti. Non si scoraggio, ma cominciò a svolgere dei lavori in autonomia.

Si mise a vendere scarpe. Poi fece per un tempo il venditore di pesce e finalmente poi si mise a vendere frutta e verdura. Quest’ultima attività la svolse fino alla fine della sua vita lavorativa e gli assicurò un certo benessere familiare.

 

 

La predicazione del Vangelo a Mattinata

 

Possiamo dire che la principale occupazione della sua vita è stata quella di predicare l’Evangelo a tutti i mattinatesi: tutti dovevano conoscere il Vangelo di Gesù Cristo.

Sembrava che vivesse solo per questo, o per lo meno era la cosa più importante della sua vita… In ogni occasione non mancava di comunicare il Vangelo ed esortava ad una scelta consapevole per la Verità. A causa di questo suo comportamento spesso veniva evitato. Lui d’altra parte non gradiva compagnie nelle quali gli fosse inibito di parlare di Gesù, preferiva piuttosto restare solo.La sua più grande gioia era: condividere con altri, credenti e non, la sua fede e la sua speranza in Gesù Cristo. Anche per la mia conversione il Signore si è servito della sua perseverante insistenza.

La predicazione avveniva nelle case e si approfittava di qualche visita di fratelli che da fuori lo venivano a trovare; e questo era quasi sempre una occasione per la predicazione del Vangelo.

 

 

Visita di un piemontese

 

Una volta venne da Torino il servitore del Signore Monti Battista, da diversi anni già col Signore. Donato immediatamente gli chiese di fare una predicazione dal davanzale della sua casa. Era quasi sera, non c’era luce, si procurò due lumi a gas (detti “all’acetilene”) per illuminare la strada. Poi come un banditore si mise a gridare per le strade e ad invitare la gente che accorse incuriosita ad ascoltare la Parola di Dio.

In questi casi quasi sempre intervenivano i carabinieri e lo conducevano in caserma dove cercavano di intimidirlo e gli ordinavano di smettere di fare quelle cose in pubblico. Naturalmente la risposta era che non poteva fare a meno perché glielo comandava Gesù Cristo. Poi testimoniava loro che è più importante obbedire agli uomini o a Dio. Non mancava, pur con qualche contrasto, di annunciare al maresciallo e ai carabinieri l’amore di Gesù Cristo.

Donato spesso diceva al Maresciallo: “Se ho fatto qualcosa di male, arrestatemi! Per me sarà un onore subire qualcosa a causa del nome di Gesù Cristo”.

Alla fine, dopo una discussione in cui emergeva il tono intimidatorio per impedirgli di predicare, lo lasciavano andare via. Ma egli, per nulla intimorito, in tutte le occasioni predicò sempre il vangelo. Per questo motivo fu richiamato in caserma per oltre quaranta volte.

 

 

Le prime riunioni in

un locale aperto al pubblico

 

Negli anni cinquanta, non era facile trovare persone del paese disposte ad affittare un locale per il culto evangelico. Tuttavia Il Signore permise a Donato di prendere in affitto una prima casa in Via Massimo D’Azeglio, sotto Corso Matino, poi negli anni sessanta si passò ad un altro monolocale, molto modesto, in Via Zola, ed infine nel 1969 fu acquistato l’attuale locale di Via Petrarca.

 

Fu un atto di fede soprattutto da parte di Donato, c’erano infatti molto scetticismo e perplessità da parte di altri fratelli che componevano la piccola chiesa di Mattinata. Ma la sua caparbietà e la sua fiducia nel Signore prevalsero. I fratelli capirono l’importanza di avere un proprio locale e si impegnarono a fronteggiare i pagamenti ognuno secondo le proprie possibilità. La loro fede fu premiata perché tanti fratelli e chiese seppero del loro bisogno e contribuirono in modo meraviglioso, così la piccola chiesa di Mattinata ebbe il bel locale che oggi la accoglie per predicare il Vangelo e glorificare Dio.

I credenti di allora erano Donato e la moglie, le famiglie di Francesco Protano, Matteo Guerra, Vincenzo Trotta, Angela Guerra, Matteo Falcone, Lorenzo Totaro, Lorito, Carlo Bisceglia e qualche altro.

 

 

Cosa possiamo dire

dei cento anni di Donato Santamaria?

 

Di questo nostro fratello abbiamo “festeggiato” la personalità combattiva: non si arrendeva mai, aveva fiducia, era positivo ed amava la vita. Ha passato diverse stagioni magre, ha sofferto la violenza, i pregiudizi, le opposizioni e le discriminazioni, le incomprensioni degli uomini a causa della sua fede in Gesù Cristo.

 

La lampada che ha illuminato il suo cammino spirituale è stata sempre la Parola di Dio, la Bibbia che ha sempre voluto far conoscere e donare anche agli altri. In tutta la sua vita, nonostante i suoi difetti caratteriali, la sua caparbietà, e qualche errore nel relazionarsi con la famiglia, con i fratelli e con gli altri, ha cercato sempre con tutto il suo cuore di onorare Gesù Cristo, suo Signore e Salvatore.

 

Possiamo dire, noi che lo abbiamo conosciuto, che egli ci lascia una preziosa eredità spirituale.

Penso che dobbiamo saper apprezzare ed imitare le sua qualità positive, il suo alto senso di responsabilità verso la testimonianza, la sua fedeltà al mandato del Cristo di predicare il vangelo ad ogni creatura, senza alcuna distinzione.

 

L’esempio che egli ci ha dato è costituito soprattutto dall’amore per la Parola di Dio, dall’amore per la Verità, dall’amore per la libertà dal male e dall’ignoranza, dall’amore per il prossimo che inizia proprio dal portargli il Vangelo di Dio.

 

Possiamo dire tutti insieme: “Grazie, Donato, per quello che sei, per quello che hai fatto nella tua vita spirituale!”.

“Grazie!” dobbiamo dire al Signore che ci ha “donato” Donato per i cento anni appena compiuti e per il tempo che ancora Dio vorrà.

Oggi, possiamo dire tutti insieme. “Ti vogliamo bene, Donato, fratello centenario!”

 

Questa è un brevissima storia da me appresa direttamente dai numerosi racconti di Donato nei quali egli mi parlava della sua vita.