Il vento di tempesta

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Esistono tempeste utili

anche se… devastanti?

 

Quando udiamo la parola “tempesta”, inevitabilmente pensiamo agli effetti devastanti che questa produce laddove si abbatte.

A ogni tempesta sono associate delle conseguenze dannose per il luogo interessato da tale fenomeno. Eppure, se guardate nella loro globalità, le tempeste hanno anche una grande utilità.

In molte zone della terra i venti di tempesta portano delle piogge indispensabili dopo abbondanti mesi di siccità.

Vi sono veri e propri tifoni che durano per mesi senza i quali non ci sarebbe vita per uomini, per gli animali, per le piante nei lunghi mesi aridi che seguono.

 

Anche nella vita dei figli di Dio si abbattono delle tempeste che sembrano portare disastri ma che, se affrontate e vissute con il Signore, si rivelano importanti per la nostra vita.

Nel libro di Giobbe troviamo scritto che “il Signore rispose a Giobbe dal seno della tempesta” (Gb 38:1).

Giobbe era un uomo “integro, retto, temeva Dio e fuggiva il male” (Gb 1:1). Egli rappresenta l’uomo che ha creduto nel Signore, che vive cercando la conformità alla sua volontà.

Tuttavia, il libro, non manca di evidenziarci quale vento può iniziare a soffiare nella vita di un figlio di Dio.

Il vento di tempesta.

 

Gli obiettivi di Dio

 

Subito dopo la presentazione di Giobbe, è riportato un dialogo tra Dio e Satana.

Il Signore disse al maligno:

“Hai notato il mio servo Giobbe? Non c’è nessun altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male” (Gb 1:8).

Satana rispose:

“È forse per nulla che Giobbe teme Dio? Non l’hai forse circondato di un riparo, lui, la sua casa e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese. Ma stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (Gb 1:9-11).

Satana stava dicendo che Giobbe era fedele a Dio come contraccambio a quello che di materiale aveva ricevuto da Dio. Il Signore dopo l’affermazione di Satana gli disse:

“Tutto quello che possiede è in tuo potere, soltanto non stendere la mano sulla sua persona” (Gb 1:12).

 

Di fronte a questo dialogo dobbiamo ricordarci che nel permettere la prova Dio ha comunque sempre degli obiettivi per il nostro bene.

Egli vuole farci crescere.

Vuole rivelarsi in modo più alto e profondo di quanto possa essere fatto in altri modi.

Satana invece ha degli scopi del tutto diversi. Di queste prove, vuole farne motivo di tentazione e caduta conducendoci a rinnegare Dio.

 

Un passaggio della lettera di Giacomo (1:12-13) è il migliore commentario per l’interpretazione di questo dialogo tra Dio e Satana.

Giacomo scrive:

“Beato l’uomo che sopporta la prova perché dopo averla superata riceverà la corona della vita. Nessuno quando è tentato dica sono tentato da Dio perché Dio non può essere tentato dal male ed egli stesso non tenta nessuno. Invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce”.

 

Dio permette la prova perché vuole realizzare qualcosa d’importante per la nostra vita.

Satana tenta affinché le circostanze della vita, prove comprese, divengano un elemento che ci porti a rinnegare Dio.

Eppure, Dio non ci lascia sprovveduti.

Nel dialogo vediamo ben chiara la sua superiorità su Satana: inizia il dialogo, permette la prova, ha l’ultima parola.

Questa sua superiorità è la nostra forza.

Del resto c’è detto:

“Nessuna tentazione vi ha colti che non sia stata umana però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (1Co 10:13).

 

 

La presenza di Dio

 

Nel caso di Giobbe furono numerosi gli “ambiti” nei quali il vento di tempesta si sollevò e spirò in tutta la sua forza. Possiamo, infatti, individuarne quattro:

1. I suoi beni materiali, i suoi averi, i frutti del suo lavoro (Gb 1:13-17).

2) I suoi affetti familiari (Gb 1:18-19).

3) La sua persona fisica (Gb 2:7,12).

4) La sua persona interiore (Gb 2:8,11; 6:15; 19:13-19).

Il “gran vento” (Gb 1:19) è un’immagine che ci fornisce una chiara illustrazione di che tipo di tempesta arrivò nella vita di Giobbe.

Se non vissuta personalmente è impossibile da comprendere.

Questo vento giunse nella sua esistenza provocando molteplici e contemporanee sofferenze. Tuttavia, non dimentichiamoci che “il Signore rispose a Giobbe dal seno della tempesta”.

Quindi, non era assente, avrebbe usato tutto ciò che stava accadendo per farsi conoscere in modo più profondo. Non vi era nessuno di quegli ambiti che Dio reputò non degno del suo interesse.

 

Così se un “gran vento” sta spirando sulla nostra vita lavorativa, sulla nostra famiglia, sulla nostra persona fisica o interiore, ricordiamoci che non c’è un ambito dove il Signore sia assente. Egli oltre a dirci: “è necessario che siate afflitti da SVARIATE prove” (e il termine “svariate” ci ricorda proprio i diversi ambiti che possono essere interessati dalla sofferenza), ci dice anche: “affinché la vostra fede… messa alla prova… sia motivo di lode, gloria e di onore al momento della rivelazione di Gesù Cristo” (1P 1:6-7).

Qualunque ambito della mia vita è interessato dalla difficoltà, Dio non lo ignora ma, anzi, se ne serve.

 

 

Leggere i venti di tempesta

secondo la prospettiva di Dio

 

Tra coloro che contribuirono a provocare sofferenza nella vita interiore di Giobbe vi furono “tre amici” (Gb 2:11). I quali, “avendo udito tutti questi mali che gli erano piombati addosso, partirono ciascuno dal proprio paese e si misero d’accordo per venire a confortarlo e consolarlo. Alzati gli occhi da lontano, essi non lo riconobbero e piansero ad alta voce; si stracciarono i mantelli e si cosparsero il capo di polvere gettandola verso il cielo. Rimasero seduti per terra presso di lui sette giorni e sette notti nessuno di loro gli disse una parola perché vedevano che il suo dolore era molto grande” (Gb 2:11-13).

 

Gli amici di Giobbe volevano consolarlo e per sette giorni lo fecero! Fin quando rimasero in silenzio, furono di grande consolazione per lui. La loro presenza era più utile delle loro parole. Passati sette giorni iniziarono a parlare.

Ciò che contraddistinse l’intervento degli amici fu la sbagliata lettura delle sofferenze che erano giunte nella vita di Giobbe.

 

Tutti e tre credevano che, se una sofferenza arriva nella vita di una persona, ciò accade perché quella persona ha commesso un peccato e quindi, tramite lo strumento della prova, viene punita.

Il primo amico disse, rivolto a Giobbe:

“Il tuo timor di Dio non ti dà fiducia, e l’integrità della tua vita non è la tua speranza? Ricorda: quale innocente perì mai? Dove furono mai distrutti gli uomini retti? Io per me ho visto che coloro che arano iniquità e seminano tormenti ne mietono i frutti” (Gb 4:6-9).

La lettura che gli amici stavano dando della sofferenza era sbagliata. Secondo loro era impossibile che una persona retta davanti a Dio si trovasse nella sofferenza. L’interpretazione che stavano dando della sofferenza non era fatta tramite la ricchezza delle prospettive divine, ma tramite l’aridità di quelle umane. Il primo amico disse: “Io … ho visto”. La lettura delle sofferenze di Giobbe era realizzata secondo le proprie esperienze.

 

La Parola di Dio non ci nasconde che anche un figlio di Dio e colui che ha timore di Dio soffre e può essere interessato dal vento di tempesta. Come non ci nasconde che l’empio e colui che vive senza timore di Dio sembra esserne risparmiato.

 

Quando i discepoli di Gesù diedero una lettura sbagliata della sofferenza, Gesù li corresse. Visto un uomo cieco fin dalla nascita, i discepoli interrogarono Gesù dicendo:

“Chi ha peccato, lui o suoi genitori, perché sia nato cieco? Gesù rispose né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui” (Gv 9:2-3).

È dannoso leggere le situazioni basandoci sulla prospettiva umana, sulle nostre esperienze. Dobbiamo leggere le situazioni, presenti nella nostra vita e in quella degli altri, basandoci sulla prospettiva divina senza lasciare alcuno spazio ai giudizi personali.

Alla fine di tutte le vicende di Giobbe il Signore dice ai tre amici:

“Non avete parlato di me secondo verità” (Gb 42:7).

Quando si parla per esperienze personali, si può anche parlare di Dio, ma non lo si fa “secondo verità”.

 

 

Concentrati sulla rivelazione di Dio

 

Giobbe alle prove giunte nella sua vita reagì in un modo esemplare. Perse tutto, dai beni materiali ai figli, eppure“si prostrò a terra e adorò dicendo:… «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore»”(Gb 1:20-21). Dopo l’arrivo dell’ulcera maligna disse:

“Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio e rifiuteremmo di accettare il male?” (Gb 2:10).

In tutto ciò “Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa” (Gb 1:22; 2:10b).

Egli rimase sempre deciso, a non abbandonare Dio né a rinnegarlo. Lo udiamo affermare:

“Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli di un altro; il cuore, dal desiderio, mi si consuma!” (Gb 19:25-27).

 

Tuttavia, fino al momento in cui “il Signore rispose … dal seno della tempesta”, troviamo Giobbe che esprime le sue obiezioni agli amici che lo accusavano di peccato. Nelle sue parole, inoltre, non mancano delle affermazioni che descrivono tutto il dolore derivante dal vento di tempesta giunto nella sua vita.

Troviamo un interrogativo ricorrente:

“Quali sono le cause della sofferenza giunta nella mia vita?”

Giobbe non si presenta come colui che è senza peccato (Gb 9:2). Eppure, s’interroga sul perché è giunta nella sua vita una prova così devastante. Giobbe rifiuta di applicare alla sua situazione la teoria degli amici. Ad ogni modo, non riesce comunque a spiegarsi il perché di quell’intervento di Dio. Lo troviamo così domandarsi:“Perché non morii fin dal seno di mia madre?” (Gb 3:11), “Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?” (Gb 3:23), “Perché hai fatto di me il tuo bersaglio a tal punto che sono divenuto un peso a me stesso?” (Gb 7:20).

 

Poi arriva la risposta del Signore (Gb 38-40), proprio “dal seno della tempesta”. Attenzione, perché questa espressione ci ricorda che Giobbe si trovava ancora nel bel mezzo della prova. La risposta fu ben diversa da quella che ci potremmo aspettare.

Giobbe voleva conoscere il “perché” della sofferenza giunta nella sua vita, voleva sentirsi spiegare da Dio il motivo per cui anche chi lo teme si deve trovare nella prova. Tuttavia, Dio innanzitutto riprende Giobbe che aveva osato rimproverarlo, dicendogli: “Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?” (Gb 38:2). E poi mentre Giobbe si aspettava delle risposte alle sue domande ecco che il Signore gli dice: “Ti farò delle domande e tu insegnami” (Gb 38:3). Il Signore fece a Giobbe più di 70 domande riguardo numerosi aspetti della creazione. Per esempio: “Dove eri tu quando fondavo la terra? Dillo se hai tanta intelligenza… Hai tu mai in vita tua comandato al mattino… ? Sei tu penetrato fino alle sorgenti del mare?… Hai tu abbracciato con lo sguardo l’ampiezza della terra?… Conosci le leggi del cielo?” (Gb 38:4, 12, 16, 18, 33). A queste domande Giobbe non fu in grado di rispondere. Piuttosto, disse: “Io sono troppo meschino, che ti potrei rispondere. Io mi metto una mano sulla bocca … Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato ma non lo capivo, sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. Ti prego, ascoltami, e io parlerò ti farò delle domande e tu insegnami! Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio ti ha visto” (Gb 40:4; 42:2-4).

 

Queste parole, non scordiamocelo, Giobbe le disse quando ancora il vento della tempesta spirava a tutta forza.La prova non era ancora finita, ma la prospettiva dalla quale guardarla e viverla era notevolmente cambiata! Dio non gli diede spiegazione delle sue vie, ma gli rivelò delle caratteristiche sue che Giobbe non conosceva. Dio gli diede un “perché” di quello che stava accadendo più alto di quello che egli aveva chiesto. Il“perché” di quella situazione era la sua rivelazione in aspetti utili, indispensabili per la vita di Giobbe.

 

 

Esistono tempeste utili

anche se … devastanti!

 

La tempesta è un mezzo che Dio permette nella vita dei suoi figli per farsi conoscere meglio. Per equipaggiarci, per farci divenire quelli che possono affermare: “I tuoi disegni sono «troppo meravigliosi», se prima della tempesta avevo «sentito» parlare di te ora nel bel mezzo della tempesta ti «ho visto». Sono quindi cresciuto, ti ho conosciuto in aspetti che prima ignoravo di te, ma che ora sono divenuti parte del mio bagaglio, essenziali per servirti in modo migliore”.

Ricordiamoci sempre in mezzo a qualunque vento di tempesta dei suoi obiettivi, della sua presenza, della sua prospettiva, della sua rivelazione.