Io sono la luce del mondo

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Ogni giorno Dio offre all’umanità uno spettacolo grandioso, meraviglioso per darci il coraggio di affrontare le difficoltà che stanno per cominciare: il nascere del sole e con esso la luce.

La luce simboleggia la vita (la natura nel suo insieme è influenzata dalla luce), la felicità, la perfezione. La luce è un simbolo divino che riassume in sé due aspetti fondamentali di Dio: la sua trascendenza (la luce è esterna a noi) e ci supera; e la sua presenza nella storia umana e nella creazione, proprio come la luce che ci avvolge, ci riscalda, ci pervade e ci rivela.

Nella Bibbia la luce è una delle realtà più cariche di simbolismo e che meglio si presta a descrivere e rappresentare Dio stesso.

Nell’Esodo Dio è presente al suo popolo attraverso la luce: è colonna di fuoco, si manifesta nel fulmine e nel lampo, fa brillare il suo volto e dà salvezza…

Nei libri profetici il popolo d’Israele è chiamato “luce”, perciò deve camminare nella luce e diffondere la luce presso gli altri popoli che sono tenebra, oscurità e destinati al tramonto:

 

“Voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra. Così parla il Signore, il Redentore, il Santo d’Israele” (Is 49:6-7).

Nei libri profetici le realtà fondamentali della fede biblica sono identificate con la luce: la Parola del Signore e la sua legge sono cantate come la luce ai passi del credente.

“La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero (Sl 119:105).

 

La luce inizia e chiude la Bibbia.

Il racconto della creazione si apre con:

Sia luce! E luce fu. Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi mattina: primo giorno” (Ge 1:3-5), a cui segue la creazione del sole e degli altri corpi celesti, che a differenza di quanto credevano le religioni da cui Israele era circondato, non sono dio, ma solo semplici creature di un Dio che le trascende infinitamente:

 

“Non più il sole sarà la tua luce, nel giorno; e non più la luna ti illuminerà con il suo chiarore; ma il Signore sarà la tua luce permanente, il tuo Dio sarà la tua gloria. Il tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si oscurerà più; poiché il Signore sarà la tua luce permanente (Is 60:19-20).

 

E la Bibbia si chiude, nella descrizione dell’Apocalisse, con la nuova creazione, che avrà Dio stesso come luce, sole che non conoscerà tramonto:

“Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio l’illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22:5).

La vera luce, che illumina ogni uomo

 

Anche il Nuovo Testamento si colora di questa presenza, in particolare il quarto evangelista presenta Gesù come “la luce del mondo” (Giovanni 8:12), in un intreccio letterario e teologico assai suggestivo, dove realtà e simbolo si confondono.

Per il credente la luce vera, la grande luce è dunque Cristo venuto nel mondo per portare la luce:

“Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita.

 

L’apostolo Giovanni già nel prologo del suo Vangelo, guidato dallo Spirito Santo, dichiara l’eterna e immutabile esistenza della Parola che benché distinta dal Padre, possiede pienamente la stessa natura divina ed è consustanziale con lui:

 

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uominiLa luce splende nelle tenebre, e le tenebre non la hanno sopraffatta” (Gv 1:1-5).

 

La Parola è quindi la causa di ogni vita ed è “la vera luce che illumina ogni uomo” (Gv 1:9). Anche prima dell’incarnazione essa era presente nel mondo con la sua essenza e si manifestava in vari modi in mezzo al suo popolo, Israele, che anziché “camminare nella luce del Signore” come era esortato a fare (Is 2:5) e divenire così “la luce delle nazioni” (Is 42:6), si mostrò spesso malvagio e incredulo.

 

L’incarnazione della Parola (la luce)

 

Ma, al tempo stabilito, come profetizzato da Isaia,“il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce”(Is 9:1): il Logos, la Parola eterna ed infinita, entra nelle dimensioni umane dello spazio e del tempo, della vita e della morte.

“La Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1:4).

Egli si manifesta in mezzo al suo popolo che, in gran parte, non volle riconoscerlo, però non tutti chiusero gli occhi alla luce, ma molti lo ricevettero con gioia, cioè credettero in lui, divenendo così, senza distinzione alcuna di lingua, razza, colore della pelle, figli di Dio.

 

Questa luce veniva nel mondo, sebbene già ci fossero il sole e la luna che lo illuminavano con tutti i suoi esseri viventi!

Allora questa “luce” non è quella esterna, quella che noi vediamo con i nostri occhi! No! E non è nemmeno la stessa luce che illumina gli animali, poiché è detto che è “la luce degli uomini” (Gv 1:4).

 

 

Una luce diversa

 

Infatti la luce materiale illumina sia gli uomini che gli animali, ma c’è una luce che appartiene esclusivamente agli uomini.

Consideriamo la distanza che ci separa dagli animali, e comprenderemo che cosa significhi “luce degli uomini”.

Non per altro ci distinguiamo dagli animali, se non per l’intelletto: non cerchiamo altrove il nostro vanto.

Siamo fieri della nostra forza? Le belve sono più forti di noi.

Siamo fieri della nostra velocità? La mosca ci vince.

Ci vantiamo della nostra bellezza? Quanta bellezza nelle penne del pavone!

Da dove viene dunque la nostra superiorità? Dall’essere noi immagine di Dio.

“Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina” (Ge 1:26-27).

 

Allora dov’è questa immagine di Dio?

Certamente non per le sembianze fisiche perché Dio non ha corpo, ma per lo spirito, l’anima e tutti i doni dell’anima: libertà, volontà, amore sentimento.

Fra tutte le creature della terra solo l’uomo è libero e capace di volere e di amare.

L’uomo è la creatura più nobile, più perfetta fra tutte le cose create che sono a lui soggette. Noi portiamo l’immagine del nostro Creatore nella nostra mente, nell’intelletto.

“Nei suoi fini adorabili, Dio intendeva servirsi dell’uomo per la propria gloria, e perciò lo arricchì di un dono speciale, col quale lo elevò al disopra di tutte le creature. Quel dono consiste nella luce intellettuale, morale e spirituale, procedente dalla vita che gli fu data” (“Commentario esegetico pratico del Nuovo Testamento” di Robert G. Steward pag. 748).

Se dunque siamo superiori agli animali perché abbiamo una mente capace di comprendere ciò che non è possibile agli animali, se per questo l’uomo è superiore all’animale, ebbene la luce degli uomini è la luce delle menti.

Questa luce delle menti è Dio attraverso la Sapienza creatrice, attraverso la sua Parola, attraverso l’uomo Cristo Gesù, colui appunto per mezzo del quale furono fatte tutte le cose (Gv 1:3).

 

 

Gesù, la luce del mondo

 

Gesù stesso si presenta arditamente come luce: “Io sono la luce del mondo”, proclamò nel tempio di Gerusalemme (Gv 8:12). Parola che ripeté più volte, dandone segni concreti come quando diede la luce ad un cieco, o quando insegnando, illuminò, in modo che chi lo seguì non camminò più nelle tenebre, ma ebbe “la luce della vita” (Gv 8:12).

La vita di Gesù, fatta di opere e di insegnamento, sarà come il riverbero della sua luce.

Percorse le strade della sua terra per illuminare col suo messaggio di luce:

“Chi mi segue non camminerà più nelle tenebre (non si perderà), ma avrà la luce della vita” (Gv 8:12).

 

Nelle sue parole, nelle sue parabole, nei suoi miracoli, nei suoi gesti d’amore rivela il volto di Dio, del Padre misericordioso di cui i credenti sono figli: possono chiamarlo col dolce nome di “Padre” perché è tale, e tra loro devono riconoscersi fratelli e sorelle perché sono tali.

I Farisei compresero subito la portata delle affermazioni di Gesù e cercarono di smentirlo: “Tu testimoni di te stesso; la tua testimonianza non è vera” (Gv 8:13), non è cioè confortata da nessuna prova attendibile.

Gesù rispose che la loro eccezione non aveva valore per lui, perché solo lui poteva rendere testimonianza della sua origine divina:

“La mia testimonianza è vera perché so da dove sono venuto e dove vado; ma voi non sapete da dove io vengo ne dove vado” (Gv 8:14).

Il giudizio dei Farisei era superficiale, essi guardavano solo alle apparenze: “Dov’è tuo padre?” (Gv 8:19); ironicamente lo condannarono come un impostore, mentre lui, il vero giudice non condanna nessuno perchéora è tempo di misericordia e non di giudizio.

 

Constatata la loro colpevole ignoranza il Signore Gesù cercò amorevolmente di rimuovere questo grande ostacolo dicendo:

“Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio” (Gv 8:19). Egli affermò solennemente di essere l’unico mezzo per cui gli uomini possono conoscere Dio, perché solo lui lo conosce, essendone Figlio:

“Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Mt 11:27). Nonostante queste sue parole i suoi ascoltatori non lo molestarono e nessuno tentò di arrestarlo perché “l’ora sua non era ancora venuta” (Gv 8:20).

Un solenne avvertimento

 

A questo punto il Signore Gesù rivolse loro un preciso avvertimento:

“Se non credete, se non avete fede, che «io sono» (allusione al nome stesso di Dio), morirete nei vostri peccati” (Gv 8:24), cioè: tra me e voi vi sarà una separazione perpetua.

Pieni di disprezzo e di incredulità i Giudei, anziché ricercare se egli era veramente il tanto atteso Messia, diedero alle sue parole un’inter-
pretazione letterale e pensarono ch’egli si volesse suicidare (Gv 8:22). Incapaci di comprendere le cose spirituali di cui Gesù parlava, totalmente accecati, lo considerarono un indemoniato a motivo delle sue pretese di divinità:

“In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte. I Giudei gli dissero: «Ora sappiamo che tu hai un demonio»” (Gv 8:51-52).

Accecati dall’odio, per esporlo al disprezzo popolare, gli fecero osservare che, nonostante la loro grandezza, Abramo e i profeti erano morti. Come può un uomo pretendere di dare l’immortalità a coloro che credono in lui? Sarebbe egli superiore ad Abramo e ai profeti?

Gesù rispose alle loro parole con una solenne affermazione riguardante la sua natura:

“In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono (Gv 8:58).

Ancora una volta Gesù ribadisce la sua divinità e la sua preesistenza (“Io sono”), dichiarandosi Signore della libertà e della vita. I Giudei compresero chiaramente che egli dichiarava di essere il Messia, il Figlio di Dio,e come prescriveva la legge (Le 24:16) cercarono di lapidarlo, ma egli si ritirò non solo dal tempio, ma anche da tutto ciò che esso rappresentava (Gv 8:59).

 

 

La responsabilità dell’uomo

 

La luce è alla portata di ogni uomo.

Un contatto con Gesù Cristo, un semplice gesto di fede ed egli non camminerà più nelle tenebre, ma troverà la porta della salvezza. Entrerà per quella porta e come dice Gesù, gusterà la vita, la vera vita, quella che si gode nel cielo.

La scelta è tra la luce che è Cristo e le tenebre che sono il mondo in cui opera il maligno (Gv 8:12).

Le opere dell’uomo non precedono la fede, ma ne rivelano l’esistenza. Ci si salva per fede: le opere “buone” ne sono la conseguenza.

Chi dà retta al maligno è nelle tenebre, cioè si nasconde a Dio come Caino (Ge 4:14), per non essere giudicato dalle sue stesse opere.

 

La responsabilità di questa scelta appartiene all’uomo. Ma attenzione!

La luce è ancora per poco tempo tra voi, dice il Signore. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre, chi cammina nelle tenebre, non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce,affinché diventiate figli della luce (Gv 12:35-36).

 

Chi non ne approfitta, chi non usa la luce sceglie di essere condannato alle tenebre di fuori, sbaglia la porta, si priva della benedizione qui in terra e della felicità nell’aldilà.

 

Dio ci lascia sempre liberi di decidere cosa fare: per questo possiamo dire che ci ama veramente.

“Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10:32-33).

 

 

I cristiani: portatori di luce

 

La luce portata da Cristo deve essere diffusa. L’uomo, il cristiano, non brilla di luce propria, ma di luce riflessa, per questo siamo detti: “figli di luce” (Efesini 5:8).

Gesù esorta i suoi discepoli e noi a farsi lampade che risplendano:

“Voi siete la luce del mondo…” (Mt 5:14).

L’apostolo Paolo afferma:

“Il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità” (Ef 5:9).

Dove c’è la luce vera (Cristo) non possono esserci l’oscurità e il male.

Vivere nella luce di Cristo significa ardere e risplendere per gli altri, allontanarsi dalla luce (da Cristo) significa condannarsi per l’eternità.

 

 

Guarigione di un uomo

cieco fin dalla nascita (Gv 9)

 

Dopo essersi sottratto all’ira dei Giudei che cercavano di lapidarlo, appena uscito dal tempio, il Signore Gesù incontrò un uomo cieco sin dalla nascita e lo guarì (Gv 9:1-7).

Ancora una volta, volendo mettere in evidenza non tanto il lato meraviglioso del miracolo, quanto la sua dimensione spirituale, accompagnò il suo insegnamento con un segno miracoloso. Però mentre in un’altra occasione aveva prima moltiplicato i pani e i pesci e poi dichiarato di essere lui il “pane della vita”, in questo caso, prima affermò di essere “la luce del mondo”, e solamente dopo l’atto di fede e di obbedienza di quell’uomo, lo premiò guarendolo “Va! Lavati nella vasca di Siloe (che significa: mandato). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva” (Gv 9:7).

 

In questo racconto la guarigione spirituale precede quella fisica. Come sempre il miracolo non costringe a credere, è solo un segno, offerto alla libertà dell’uomo. Di fronte al quale sono possibili risposte diverse. Infatti c’è tanta gente perplessa: dubita, non riesce a capacitarsi che quel povero accattone senza speranza sia lo stesso uomo guarito che ora si muove disinvolto. Si accontenta di caricarlo di domande.

Poi entrano in scena i soliti Farisei e i Giudei: i quali chiusi nei loro schemi non riescono a capire. Prima cercano di negare l’evidenza dei fatti e poi si avvitano nel loro strano ragionamento: se Gesù ha operato il miracolo in giorno di sabato è un trasgressore della legge, dunque un peccatore e, se peccatore, non viene da Dio. Pure l’incredulità ha una sua logica.

Infine, nella confusione delle opinioni, c’è pure quella strana dei genitori. Costoro sono al corrente di quanto accaduto, ma sono intimoriti da tutta la gente forsennata intorno al figlio, e prendono le distanze:

“Domandatelo a lui, egli è adulto, parlerà lui da sé” (Gv 9:21).

 

Il cieco nato resta dunque solo nel suo cammino dalla cecità alla visione, ma soprattutto dalle tenebre alla luce della fede.

Davanti gli si apre l’orizzonte dei colori, delle cose, delle persone, ma soprattutto gli si rivela il vero volto di Gesù.

La sua è una progressione decisa, che si fa più robusta quanto più è contrastata. Mentre i Giudei arrivano al giudizio perentorio su Gesù come “peccatore”, il cieco perviene alla confessione coraggiosa, di Gesù come “il Signore” (Gv 9:38).

L’itinerario si staglia chiaro, preciso.

Dapprima il Rabbi è solo “quell’uomo” (9:11); poi viene riconosciuto come “profeta” (9:17); poi ancora come“venuto da Dio” (9:33); e infine come Dio:

“«Signore, io credo!» e gli si prostrò dinnanzi” (Gv 9:38).

Ma il prezzo della fede è alto: la scomunica, l’espulsione dalla sinagoga con l’accusa di essere un peccatore.

Pare incredibile, ma pure nella nostra civiltà così evoluta la fede ha il suo prezzo che si chiama: indifferenza, ironia, presunzione. Ma il credente sa che la sua fede è cammino verso il cielo; è risposta necessaria al dono: che ha bisogno di crescere per resistere a tutte le sfide, per fare più luce possibile:

“Nessuno vi seduca con vani ragionamenti; infatti è per queste cose che l’ira di Dio viene sugli uomini ribelli. Non siate dunque loro compagni; perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore.Comportatevi come figli di luce” (Ef 5:6-8).