Il naufragio della fede

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Introduzione

 

Durante l’anno in corso abbiamo visto che cos’è un naufragio. Prima, un tragico fatto di cronaca: nella notte tra il 13 ed il 14 gennaio, la Costa Concordia, una enorme nave da crociera, si arena nel Tirreno sugli scogli al largo dell’isola del Giglio.

 

Pochi mesi dopo, il centenario di un’altra drammatica analoga vicenda: il naufragio del Titanic avvenuto la notte tra il 14 ed il 15 aprile 1912, a causa dell’urto della nave con un iceberg mentre solcava l’Atlantico.

Incredulità e sgomento sono le reazioni di chiunque si confronti con queste vicende.

 

Con la mente rinfrescata da questi casi sulla natura e le conseguenze di un naufragio, possiamo capire meglio il significato di quello che Paolo scriveva a Timoteo in questo passaggio biblico su cui basiamo la nostra meditazione:

 

“Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, conservando la fede e una buona coscienza; alla quale alcuni hanno rinunciato, e così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare” (1Ti 1:18-20).

 

Osserviamo il testo

               

Ad Efeso, che era la chiesa locale in cui serviva, Timoteo doveva combattere “la buona battaglia”.

Per farlo, egli doveva soddisfare due presupposti: conservare la fede e una buona coscienza.

 

All’opposto di tale comportamento da tenere, c’erano le vicende relative a uomini quali Imeneo ed Alessandro i quali, avendo rinunciato a conservare una buona coscienza, avevano fatto “naufragio quanto alla fede”, al punto da rendere necessaria da parte dell’apostolo un’azione estrema di disciplina quale il consegnarli a Satana, “affinché imparino a non bestemmiare”. Questa presa di posizione è analoga alla decisione presa dall’apostolo Paolo nei confronti del fornicatore di Corinto, “consegnato a Satana per la rovina della carne affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù” (1Co 5:5).

 

 

Chi erano Imeneo ed Alessandro?

 

Imeneo viene citato in Timoteo 2:17-18 insieme a Fileto, dove questi due vengono descritti come “uomini che hanno deviato dalla verità, dicendo che la risurrezione è già avvenuta, e sovvertono la fede di alcuni”.

Lo si potrebbe quindi definire un insegnante di false dottrine.

Alessandro viene citato in 2Timoteo 4:14:

“Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere. Guardati anche tu da lui, perché egli si è opposto violentemente alle nostre parole”.

Si trattava quindi di un deciso oppositore all’operato e all’insegnamento degli apostoli.

Non avendo ulteriori elementi dobbiamo essere cauti nell’individuare con certezza in questi uomini i due“naufraghi della fede” (si potrebbe trattare di un altro Imeneo e di un altro Alessandro), però questi ultimi dettagli sembrano riferirsi proprio a loro, coerentemente con i loro comportamenti.

Posta questa premessa, indispensabile per proseguire, consideriamo ora i concetti di “naufragio” e di “fede”.

 

 

Che cosa succede con un naufragio

 

L’apostolo Paolo utilizza spesso, nei suoi scritti (scritti ispirati da Dio!), immagini tratte dai fatti che lo avevano coinvolto in prima persona quale esemplificazione di concetti spirituali.

Quando parla della tenda (2Co 5:1) in quanto fabbricatore di tende (At 18:3) oppure quando parla della cittadinanza (Fl 3:20) in quanto cittadino romano (At 22:28), sa bene quello che afferma.

Paolo parlava con cognizione di causa anche facendo riferimento al naufragio, visto che la sua esperienza dei viaggi per mare era la seguente: “tre volte ho fatto naufragio” (2Co 11:25).

 

Il naufragio può essere un’esperienza “terminale”, quando segna la fine di un’imbarcazione, dell’equipaggio e dei passeggeri.

Le cause sono essenzialmente due:

• ‑un’imbarcazione troppo poco solida per affrontare un mare agitato;

• ‑l’errore di chi governa la nave e non segue la rotta giusta.

Ovviamente la gravità di un naufragio è commisurata alle conseguenze:

• ‑si manca l’obiettivo, in quanto l’imbarca-
zione non giunge a destinazione;

• ‑si provoca danno in termini di distruzione del mezzo, perdita del carico e di vite umane;

• si impegnano terzi in qualità di soccorritori;

• ‑è assai improbabile che quella imbarcazione torni a navigare.

 

Traducendo allora in significati spirituali gli elementi di un naufragio, possiamo capire la gravità della posizione di Imeneo e Alessandro! Con insegnamenti deviati dalla verità Imeneo ed Alessandro erano andati oltre ogni ragionevole punto di ritorno; la loro perseveranza e la loro influenza su altri li avevano fatti diventare veri e propri “naufraghi” quanto alla fede.

Il loro naufragio aveva compromesso la fede determinando un tragico fallimento spirituale e il pericolo di trascinare a fondo molti altri con loro.

A questo punto dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sul significato della parola “fede”.

 

 

Di quale fede parliamo

 

Nel Nuovo Testamento questo stesso termine assume un duplice significato, due aspetti in effetti complementari:

• ‑“fede” come atto interiore di credere, cioè avere fiducia, affidarsi;

 ‑“fede” come oggetto del credere, cioè tutto ciò che deve essere creduto, reputato vero in quanto rivelato da Dio, dunque la dottrina, l’insegnamento.

Mi pare che il contesto ci suggerisca di considerare il naufragio di Imeneo ed Alessandro riferito alla “fede” dal punto di vista di insegnamento, e questo per due motivi:

• ‑primo, per il contrasto della loro condotta con quella che doveva avere Timoteo, e Timoteo ad Efeso doveva insegnare (1:3; 4:11, 13);

• ‑secondo, perché il loro bisogno di imparare a non bestemmiare credo vada inteso come imparare a non insegnare più falsità, cioè
 ‑cose che per la loro gravità sono equiparate ad una bestemmia.

Potremmo pensare che il loro sia un caso estremo, isolato e lontano da noi, ma se non ci fosse alcun pericolo, come mai tante esortazioni della Scrittura sono finalizzate a metterci in guardia da falsi dottori e false dottrine (2P 2)?

Sin dall’inizio del cammino della Chiesa ci furono insegnanti di cose perverse (At 20:30) e per i tempi seguenti si prospettavano trappole analoghe:

“lo Spirito dice espressamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede” (1Ti 4:1).

 

A metterci in guardia ci sono le incisive parole di Giuda:

“Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre. Perché si sono infiltrati fra di voi certi uomini (per i quali già da tempo è scritta questa condanna); empi che volgono in dissolutezza la grazia del nostro Dio e negano il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo” (Gd 3-4).

 

Giuda esortava i credenti ad un combattimento serrato per la fede, a causa di uomini infiltratisi nella Chiesa i quali, enfatizzando il concetto della grazia, rinnegavano nei fatti la signoria di Cristo nella vita dei santi.

Infatti i falsi dottori non si limitano a discutere su aspetti distanti dalla vita pratica, “teorici”; al contrario, come viene evidenziato nella lettera di Giuda e in 2Pietro 2, il fine ultimo che essi si propongono è quello dilegittimare uno stile di vita che non impegni il cristiano, dandogli la libertà di fare quello che gli piace.

Si tratta del tipo di condotta che essi stessi conducono, magari occultamente, motivati da propositi carnali!

Tutto questo ci porta ad una riflessione: che cos’è la dottrina?

Può essere disgiunta dalla condotta?

La dottrina sono solo le cose essenziali?

Quali sono le cose essenziali?

Per brevità non trascrivo il brano di Tito 2:1-10, ma invito ogni lettore a leggerlo sulla propria Bibbia prima di proseguire. È probabile che in molti non lo abbiate letto e state andando avanti: per favore, se sei tra questi, fermati e prendi la tua Bibbia cercando il brano di Tito 2:1-10. Il primo versetto e l’ultimo fanno riferimento alla dottrina, e il corpo del testo sono esortazioni di condotta che Tito doveva esporre alla Chiesa: niente di più pratico.

Se vogliamo essere onesti e non fare violenza al testo biblico, dobbiamo dire che la sana dottrina è tutto quello che il Signore ci insegna nella sua Parola, sia che si tratti di aspetti da credere e basta, sia che venga richiesta da parte nostra applicazione nella vita di tutti i giorni.

La fede di cui Giuda scrive è stata “trasmessa ai santi una volta per sempre”. È chiaro allora che non si tratta della fede quale “atto interiore del credere”, perché quella è personale e si deve fortificare sempre di più.

 

La dottrina invece è stata data una volta e non ammette successive modifiche ed integrazioni, come accade alle leggi umane.

 

Essendo la Chiesa edificata “sul fondamento degli apostoli e dei profeti” (Ef 2:20), se si insegna in modo diverso si sta proponendo “un altro fondamento” (1Co 3:11) e si devia dalla verità. È attraverso gli apostoli ed i profeti che Dio ha trasmesso e completato la rivelazione speciale che è la Scrittura. Gli autori del Nuovo Testamento, in armonia con le Scritture dell’Antico, hanno redatto gli ultimi libri della Bibbia, dello stesso valore ed autorità dei precedenti (2P 3:15-16) in quanto divinamente ispirati (2Ti 3:16; 2P1:21).

Ecco dunque la nostra fede: la Scrittura!

 

 

Combattere per la fede

 

Per la fede occorre “combattere strenuamente”, cioè essere risoluti nel proclamarne sempre il contenuto, trovandosi il cristiano circondato da molteplici insegnamenti diversi fuori e dentro la Chiesa.

Bisogna lottare con tutte le forze possibili, ma ricordiamo, non si tratta di forze umane, perché il nostro combattimento è spirituale (Ef 6:12) e richiede armi anch’esse spirituali.

 

Quindi evitiamo sempre di scadere in dispute, clamore e manifestazioni d’ira, anche quando fossimo animati dal buon proposito di difendere la verità della Parola.

Questo combattimento richiede assoluta integrità ed esercizio nel mantenere una buona coscienza (At 24:16), quella a cui i “naufraghi” avevano rinunciato.

 

Sono da rifiutare i compromessi e le convenienze perché conducono all’errore, alla superficialità ed alla contraddizione, terreno fertile per il lavoro del nemico.

Ovviamente dobbiamo conoscere bene ciò che dobbiamo difendere (la fede), per evitare di difendere il nostro pensiero, il pensiero di altri o le tradizioni, anziché difendere il pensiero di Dio.

 

Tutto questo si traduce in un semplice “metodo” da applicare sia nei confronti di noi stessi, al fine di avere sane convinzioni, sia nei confronti degli altri, per confutare l’errore; si tratta molto semplicemente di chiederci per ogni cosa: “Che dice la Scrittura?” (Ro 4:3; Ga 4:30).

 

La risposta a questa domanda, ottenuta consultando accuratamente la Parola di Dio, non sarà la nostra personale posizione su un argomento o su un altro…ma il pensiero di Dio, autorevole, immutabile ed efficace.

 

Se siamo impegnati a combattere per la fede, non correremo il pericolo di rotte sbagliate e di naufragi.

 

La prevenzione è sempre la migliore difesa da un pericolo e la Parola meditata e predicata è il deterrente all’allontanamento dalla fede autentica. Di conseguenza, la responsabilità è ancora maggiore per chi parla ad altri da parte di Dio. È come se chi insegna nella Chiesa stabilisse una rotta da seguire…e se la rotta non è corretta, i pericoli non mancheranno, non solo per chi parla ma anche per i suoi ascoltatori.

 

Non a caso, sempre a Timoteo veniva detto così:

“Bada a te stesso e all’insegnamento; persevera in queste cose perché, facendo così, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano” (1Ti 4:16).

 

Come un timoniere avveduto, Timoteo poteva “salvarsi” e “salvare” dal naufragio chi lo ascoltava se poneva attenzione al contenuto del suo insegnamento e alla coerenza della propria vita!

 

Sempre a Timoteo venivano rivolte queste altre parole:

“Sfòrzati di presentare te stesso davanti a Dio come un uomo approvato, un operaio che non abbia di che vergognarsi, che tagli rettamente la parola della verità (2Ti 2:15).

 

Ecco un’altra esortazione precisa per chi insegna:

“se abbiamo carisma di profezia, profetizziamo conformemente alla fede (Ro 12:6).

 

Non c’è da inventare nulla di nuovo, dobbiamo invece conoscere bene la Bibbia per predicare la Parola ed essa sola (2Ti4:2).

Ascoltiamo la severità di giudizio che il Signore preannuncia nei confronti di profeti infedeli attraverso Geremia:

“Ecco, dice il Signore, io vengo contro i profeti che fanno parlare la propria lingua, eppure dicono: «Egli dice»” (Gr 23:31).

Gli anziani hanno la responsabilità di vigilare affinché i membri della chiesa locale abbiano convinzioni sane e chiunque insegna lo faccia con diligenza, ecco perché ognuno di loro deve essere “attaccato alla parola sicura, così come è stata insegnata, per essere in grado di esortare secondo la sana dottrina e di convincere quelli che contraddicono” (Tt 1:9).

 

 

Utilità dei doni spirituali

a favore della fede

 

“È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo; affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore; ma, seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Ef 4:11-15).

 

In questi versetti vengono messi in risalto gli obiettivi per cui Cristo ha dato alla Chiesa alcuni doni spirituali specifici. Tra queste finalità ce ne sono due che hanno attinenza con la nostra meditazione.

 

 

Giungere all’unità della fede

 

Dopo la dichiarazione “V’è una sola fede” (Ef 4:5) è logico e doveroso che ci venga presentato il traguardo di essere uniti su questa fede. Nessuno allora può pretendere di vedere le cose a modo proprio, come invece ci suggerisce il relativismo sempre più accolto a braccia aperte in numerosi contesti di vita e di aggregazione. Anche tra i credenti accade qualcosa di simile: si pensa che sia normale avere ciascuno la propria convinzione che custodiamo gelosamente e non permettiamo a nessuno di valutare, a volte in nome di un esasperato principio di autonomia della chiesa locale, quasi la fede possa essere differente da una chiesa locale all’altra(1Co 4:17).

 

Spesso poi pretendiamo rispetto per “cose secondarie” che noi, non il Signore, abbiamo classificato cosìsolo perché in realtà non troviamo nella Scrittura un appoggio convincente alle nostre posizioni.

I credenti sono già uniti dell’unità dello Spirito (Ef 4:3), che va conservata evitando conflitti interpersonali.

L’unità della fede invece va ricercata attivamente, perché ciascun membro del corpo di Cristo si trova in una differente condizione di conoscenza e di convinzioni rispetto ad un altro; i doni di apostolo, profeta, evangelista, pastore e dottore sono stati dati anche per questo.

 

Se siamo consapevoli che questo è il programma di Dio per la Chiesa, dovremo di conseguenza considerare come temporanee le nostre attuali divergenze di vedute, sforzandoci per capire qual è il pensiero unico di Dio al riguardo. Certo, nessuno potrà dire di sapere tutto, perché in ogni caso “conosciamo in parte” (1Co 13:9), ma da dove ci troviamo dobbiamo crescere andando alla Parola e non dobbiamo rimanere distanti l’uno dall’altro… ma soprattutto distanti dalla verità.

 

 

Acquisire stabilità dottrinale

 

I venti di dottrina sono molti, e tutti quelli che non soffiano nella direzione tracciata dalla Scrittura provengono da uomini fraudolenti ed astuti nelle arti della seduzione dell’errore, quindi con intenzioni cattive dietro le quali si nasconde l’azione di Satana mirata ad affondare credenti e chiese.

Ognuno di noi (dal punto di vista delle convinzioni) è come una barca che naviga in mare aperto, dove imperversano venti svariati per direzione ed intensità (varie dottrine), che agitano il mare e costituiscono un serio pericolo di sbandate e di naufragio (cambiare idea a scapito delle convinzioni bibliche).

Questo accadrà se rimaniamo bambini spirituali, cioè credenti non radicati nella Parola di Dio: oggi pensiamo una cosa e domani, ascoltando chicchessia, cambiamo idea.

Il piano del Signore per la Chiesa non è questo: lui vuole dei membri che hanno ben chiara la rotta e mantengono dritto il timone, qualunque vento o tempesta possa scatenarsi tutto intorno. Perché questo avvenga, oltre alla nostra cura individuale nel leggere e meditare la Bibbia, dobbiamo beneficiare del servizio di quei credenti che Dio ha equipaggiato per formarci.

 

Questo vuol dire che non dovremmo farci sfuggire tutte le occasioni in cui la Parola viene predicata, nelle riunioni della chiesa locale o in circostanze speciali.

Se preferiamo restare davanti alla tv o andare ad un concerto piuttosto che ascoltare un messaggio biblico, non dobbiamo poi stupirci se tra i risultati ci sarà l’ignoranza biblica e l’insta-
bilità dottrinale.

 

 

Conclusione

 

Vedere le immagini di una nave affondata con tanto di morti e distruzione è spaventoso. Eppure, quando si tratta di navigare per Dio, in troppi anche oggi come ai tempi di Paolo e Timoteo non sono preoccupati dal pericolo, e insegnano cose che non corrispondono all’originale.

Singoli credenti si smarriscono abbagliati dall’inganno, predicatori propongono insegnamenti attraenti ma errati, chiese intere si allontanano dalla verità a favore di dottrine di uomini.

Se non vogliamo affondare quanto alla fede, come hanno fatto Imeneo ed Alessandro, abbiamo bisogno divigilare, esaminare la rotta giusta indicata dalla Scrittura, impostare il timone e tenere la barra dritta.

 

Sia nostra ambizione poter dire della nostra vita le stesse parole dell’apostolo Paolo al termine della sua:

“Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede (1Ti 4:7).

 

In vista di questo traguardo, che cresca il nostro amore per la Parola di Dio ed il nostro impegno per conoscerla, applicarla e proclamarla con fedeltà.