“Io sono la via, la verità e la vita”

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Il cammino verso Dio:

possibile soltanto per mezzo di Gesù!

 

Il Signor Gesù, dopo aver annunciato agli apostoli la sua prossima partenza dal mondo (Gv 13:33), vedendoli turbati, amareggiati, li rassicura e li invita a non perdersi d’animo, ad aver fiducia in lui, poiché non li avrebbe abbandonati.

Tommaso, uno dei dodici, chiede al maestro quale sia la via per poterlo seguire.

La risposta di Gesù alla perplessità di Toma, è una delle più alte e complete definizioni ch’egli dà di sé stesso:

“Io sono la via, la verità e la vita”.

È una sintesi della sua missione e della sua identità.

Tuttavia il termine più importante è il primo, “la via”, gli altri due, “verità” e “vita”, servono come spiegazione (cioè: “Io sono la via, in quanto verità e vita”).

 

Definendosi “via”, Gesù non solo riassume in sé un tema biblico profondamente sentito dalla religiosità e dall’esperienza di Israele, ma porta a compimento la stessa rivelazione di Dio: nessun uomo può camminare verso Dio (pensiamo al cammino di Abramo, al cammino del popolo nel deserto e dell’umanità che va incontro al Messia), se non passa attraverso Gesù Cristo.

 

Il termine “verità” non va inteso in senso filosofico o scientifico, ma nel senso biblico di conoscenza di Dio.

Il Dio della Bibbia trova la sua rivelazione definitiva in Gesù di Nazaret: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, dice Gesù.

Nella rivelazione di Dio come Padre, termina il lungo processo di conoscenza e di rivelazione di Dio.

 

 

La via che…

 

“Preparate la via del Signore”, gridava Giovanni Battista nel deserto di Giuda, riecheggiando il profeta Isaia (57:14).

Ed ecco colui che si presenta come il “Signore– Via”, come Dio fattosi uomo perché noi accedessimo al Padre attraverso la sua umanità.

Ma che via ha intrapreso Gesù?

 

Figlio di Dio, che è “amore”, è venuto su questa terra per amore, è vissuto per amore, irradiando amore, donando amore, portando la legge dell’amore, ed è morto per amore.

Poi è risuscitato e salito al cielo, compiendo il suo disegno d’amore.

Si può dire che la via percorsa da Gesù ha un solo nome: AMORE.

E si può anche dire che noi, per seguirlo, dobbiamo camminare per questa stessa via: la via dell’amore.

Ma l’amore che Gesù ha vissuto e portato è un amore speciale, unico.

Non è filantropia, né semplicemente solidarietà o benevolenza; neanche pura amicizia o affetto; e non è nemmeno solo non violenza.

È qualcosa di eccezionale, di divino: è l’amore che arde in Dio.

 

A noi Gesù ha donato una fiamma di quell’infinito incendio, un raggio di quell’immenso sole: amore divino, acceso nel nostro cuore con la fede, dono di Dio, alimentato dalla sua Parola, che domanda però tutta la nostra parte, la nostra corrispondenza.

Dobbiamo far fruttare questo amore.

In che modo?

Amando.

Amando non solo chi ci ama ma anche i nostri nemici.

Infatti il Signore Gesù ci dice:

“Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?” (Mt 5:46-47).

Il precetto di Gesù, diciamolo francamente, è difficile a osservarsi, perciò egli propone alcuni motivi che ne agevolano la pratica:

“Affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 6:45).

Anche se irraggiungibile, dobbiamo continuamente tendere a questa perfezione, per assomigliargli sempre più, per far sì che i nostri sentimenti siano sempre più simili a quelli del nostro buon Padre Celeste.

 

 

…conduce al Padre

 

Con la sua morte il Signor Gesù si fa guida all’uomo nella comprensione di Dio come Padre e nel fargli vivere il suo rapporto di figlio anche di fronte al dramma della morte.

Per questo egli parla dell’aldilà come della “casa del Padre”, come di un “ritornare al Padre”, come di un “andare a preparare un luogo per i suoi discepoli”, e parla della morte dell’uomo con espressioni così toccanti che non possono deludere:

“Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi, e del luogo dove io vado, sapete anche la via” (Gv 14:3-4).

 

È possibile parlare così di Dio?

I discepoli e i contemporanei di Gesù conoscevano altri modi di parlare di Dio?

Dalla Bibbia avevano appreso il linguaggio caratteristico del pastore e della terra: Dio è “il pastore e la roccia d’Israele” (Ge 49:24), “Il Signore regna; esulti la terra e gioiscano le numerose isole” (Sl 97:1).

Avevano appreso inoltre il linguaggio militare (“Benedite il Signore, voi tutti gli eserciti suoi, che siete suoi ministri, e fate ciò che egli gradisce!” Sl 103:21), il linguaggio sponsale (“Là, Dio ha posto una tenda per il sole, ed esso è simile a uno sposo ch’esce dalla sua camera nuziale”, Sl 19:4-5), il linguaggio giuridico (“Ma proprio come una donna è infedele al sua amante, così voi siete stati infedeli; o casa d’Israele”, Geremia 3:20; “Perché trasgredite i comandamenti del Signore?”, 2Cr 24:20), tra questi linguaggi era, però, assente il linguaggio su Dio come Padre.

 

Solo il Nuovo Testamento offrirà la vera immagine di Dio, facendo superare questa concezione della sua realtà e della sua attività che la Bibbia esprime attraverso i simboli e le immagini usati nel tempo.

Per questo Gesù dichiara di essere la via verso il vero e definitivo modo di parlare di Dio e di conoscere Dio.

Le vie della Bibbia e il cammino di Israele hanno esaurito la loro funzione: possono condurre a Dio, ma chi conduce a lui come Padre è solo Gesù.

 

Se tutte le strade conducono a Roma, una sola è quella che conduce alla salvezza eterna di Dio: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 10:6).

Nessuno può salvarsi se non stando unito al suo Signore e Salvatore e praticando i suoi insegnamenti.

Anche oggi egli rimane l’unica via da percorrere di fronte alle tante che vengono proposte all’uomo.

 

La rivelazione che egli ha fatto di Dio come Padre è l’inizio e il traguardo di ogni cammino.

Chi riconosce Dio come Padre riconosce anche il suo prossimo, e ripercorre nei suoi confronti lo stesso cammino di “servizio” e di “fraternità” percorso da Gesù.

 

“Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge… L’amore non fa nessun male al prossimo, l’amore quindi è l’adempimento della legge” (Ro 13:8-10).

Chi ama il suo prossimo non gli fa alcun male, anzi gli desidera e gli procura ogni bene, pertanto l’amore realizza il fine di tutta la legge.

“Poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso»” (Ga 5:14).

 

 

La verità

 

Dopo essersi definito la via che conduce al Padre, il Signor Gesù dichiara di essere la verità, dandone testimonianza con la sua vita e il suo insegnamento:

 

“Per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità: parole rivolte da Gesù a Pilato che lo stava interrogando s’egli fosse veramente il re d’Israele.

Parole che il procuratore romano non capisce e che gli fanno chiedere: “Cos’è la verità?” (Gv 18:37-38), senza però attendere la risposta.

Difatti subito si allontanò. Peccato!

Ha perso l’occasione propizia di sapere da Gesù che la verità ch’egli attribuiva a sé stesso, significa la sua persona, la sua Parola, la sua opera.

La verità da un punto di vista razionale, è “aléeteia”, ossia svelamento dell’essere, scoprimento dell’esistenza.

È contemplazione (non possesso) dell’essere.

È risposta alla domanda che sempre ritorna: cosa è veramente questa verità? Chi è veramente quest’uomo? Perché…?

 

 

La verità rivelata in Gesù

 

La rivelazione soprannaturale getta ulteriore luce sulle verità razionali e giunge là dove la ragione e la filosofia non possono arrivare.

Tutta la storia della salvezza è verità perché rivelazione, disvelamento del piano di salvezza di Dio.

La rivelazione ha il suo culmine e la definitiva realizzazione in Gesù Cristo, il quale perciò è la verità, è la rivelazione.

 

Gesù è la verità su Dio rivelandolo “Padre”, Padre suo e nostro.

“Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8:31-32).

Se così farete, dice Gesù, io vi libererò dalla schiavitù dell’ignoranza, del demonio e del peccato.

Dichiarandosi verità, Gesù si eguaglia e si identifica con Dio: questa è davvero una incontrovertibile, convincente, autorevolissima dichiarazione della sua divinità.

 

La vita eterna e la salvezza si acquistano solo per mezzo di Cristo, il depositario della verità.

“E la parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e verità, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1:14).

 

 

La vita eterna

 

Con la disubbidienza, Adamo introdusse il peccato e la morte nei suoi discendenti; essa però non rientrava nei piani di Dio quando creò l’uomo:

“Non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque e vivete!”(Ez 18:32).

Subito egli promise un Redentore che avrebbe espiato quella colpa, morendo sul duro legno della croce; e avrebbe vinto anche la morte risuscitando.

 

“Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato… Tanto più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia, regneranno nella vita per mezzo di quell’uomo che è Gesù Cristo (Ro 5:12-17).

 

L’uomo che crede in Cristo è assolto:

• “Chi crede in lui non è giudicato” (Gv 3:18),

• “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che  sono in Cristo Gesù” (Ro 8:1),

• “Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Ro 6:23).

 

Chiunque conosce, contempla il Figlio di Dio, e crede in lui, Dio vuole che abbia la vita eterna, comprensiva di anima e corpo glorificati (Ro 6:40).

Se l’uomo guarda alla morte sul piano della logica e non della fede, non riesce a superare lo smarrimento: lo spegnersi della vita fisica, gli si configura come un terribile enigma.

Essa spezza i legami affettivi, spoglia l’uomo dei suoi beni, si impadronisce del suo corpo. La morte è definita nella parola di Dio “Il re degli spaventi” (Gb 18:14).

Essa svela senza pudori l’inconsistenza della vita terrena: quanto è della terra alla terra ritorna .

 

Per il credente, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come andare verso di lui ed entrare nella vita eterna.

Essa squarcia il velo, che ora ci impedisce di vedere Dio com’è, per questo lo vedremo faccia a faccia.

Non ci sarà più né dolore, né pianto, né morte, ma luce, gioia, bellezza e tutto ciò che di più stupendo può desiderare il nostro cuore.

 

 

La vita eterna: vittoria

della risurrezione sulla morte

 

Se guardiamo la morte in questa prospettiva, allora, essa non ha più nulla di spaventoso, bensì ci rassicura e ci consola, perché morendo diventiamo immortali, con la morte ci viene data la chiave dell’autentica felicità.

L’apostolo Paolo pieno di meraviglia nel contemplare la grande vittoria di Cristo, citando alcune parole del profeta Osea (13:14), intona un meraviglioso inno di trionfo:

“O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?” (1Co 15:55).

 

Se Cristo non fosse risorto, tutto sarebbe stato inutile per noi:

“Se Cristo non è stato risuscitato, vana è la nostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati… ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti” (1Co 15:16-20).

Ed è in forza della sua risurrezione che noi, dopo l’esperienza ineluttabile della morte, risorgeremo, per ricevere la sua eredità di salvezza nella vita eterna.

 

Se viviamo nella fede della resurrezione, che sostiene la nostre speranze, dobbiamo cercare le cose di lassù, cioè impostare la nostra vita secondo il messaggio evangelico di pace, di verità, di amore e di giustizia, einiziare anche a gustare le cose di lassù, cioè dar valore alla prospettiva eterna che ci attende e non ingolfarci nella ricerca spasmodica delle cose di questa terra a costo di qualunque compromesso morale:

 

Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria” (Cl 3:1-4).

 

 

Una testimonianza permanente

 

Le tre parole pronunziate dal Signore Gesù durante il banchetto d’addio, hanno la sapienza di un testamento ben meditato o di un lascito spirituale, nella forma più completa e memorizzabile.

Con  quel “Io sono la via, la verità e la vita” egli riassume in una frase la presentazione di sé che diventerà una testimonianza permanente.

In eredità egli lascia la sua personalità descritta in tre tratti.

 

Se rimaniamo uniti a lui, egli diventa la via che conduce alla verità tutta intera che è lui stesso.

Ma Egli è anche la vita perché come dice Giovanni, la vita eterna consiste nel conoscere lui e il Padre che lo ha mandato, come principio di ogni altro essere:

“Questa è la vita eterna; che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17:3).

 

Se noi siamo uniti a Cristo, siamo guidati da lui nella nostra attività conoscitiva (egli è la via), partecipiamo del suo stesso conoscere divino, scopriamo, quindi, la verità delle cose, cioè quello che esse sono nel pensiero divino (egli è la verità) e, partecipando al conoscere divino, siamo nella pienezza della vita.

“Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza…” (Cl 1:19).

 

 

Le tre V=Via-Verità-Vita

 

Fra le affermazioni di Gesù, riportate in Giovanni 14, tutte lucenti e profonde, ci piace mettere in risalto questa:

“Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (v. 6).

È una verità che tutti i cristiani dovrebbero meditare e soppesare in quanto è la chiave dell’esperienza cristiana.

 

Chi non ha fatto l’esperienza di vivere la vita in Cristo e non ha sentito che senza il Cristo la vita non vale la pena di essere vissuta è certamente ancora lontano dal gustare la realtà spirituale che è la comunione con lui.

Quando avrà fatto questa esperienza avrà trovato la via e la verità perché l’una e l’altra sono in Cristo.

A chi gli darà prova del suo amore osservando i suoi comandamenti (le due cose sono inseparabili), Gesù promette di venire, insieme al Padre e allo Spirito Santo, ad abitare permanentemente nel suo cuore, come in un tempio.

 

 

Tre informazioni importanti

 

In questo stesso brano (Gv 14), dal versetto 23 a 28 il Signore Gesù presenta tre informazioni fondamentali che ebbero valore per gli apostoli allora ed hanno valore anche per noi oggi.

 

Prima cosa: Gesù indica quali sono le conseguenze per l’uomo che s’impegna ad amare davvero il Signore.

Dice:

“Se uno ama, osserverà la mia parola” e fin qui tutto logico, ma poi aggiunge “e il Padre mio l’amerà”.

Chi ama Gesù, Figlio di Dio, è riamato da Dio Padre, e… come potrebbe essere diversamente?

Capita anche fra noi, fate un regaluccio o un complimento a un bambino, e subito la mamma e il papà vi sono riconoscenti.

 

Ma Gesù prosegue:

“Noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui”.

Questa è la sconcertante, conturbante conseguenza per il cristiano che ama davvero Cristo: Dio viene in lui, viene in casa sua, viene ad abitare nel suo cuore.

È la presenza di Dio in noi, che porta tanta serenità e fiducia nella vita del cristiano.

 

Poi Gesù aggiunge un secondo dato importante:

“Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa”.

Ecco con la presenza di Dio nel suo cuore, il cristiano avverte in sé la voce dello Spirito Santo che lo istruisce, gli suggerisce pensieri di fede, e sentimenti d’amore verso il prossimo.

 

Gesù indica come comportarsi.

Quando spiegavo ai Campi, queste cose ai bambini, che sono per loro, ma anche per noi, cose un poco difficili, ricordavo loro dal libro di Pinocchio, quell’episodio tragicomico, ma così vero, del grillo parlante.

Il grillo parlante era la voce interiore che suggeriva a Pinocchio come avrebbe dovuto comportarsi e come avrebbe così potuto, da burattino di legno com’era, trasformarsi in un bravo ragazzo in carne e ossa.

Ma quella voce a Pinocchio dava fastidio e con un martello spiaccicò il grillo sul muro.

 

Diciamo la verità, qualcosa del genere capita anche a noi cristiani quando turiamo le orecchie per non sentire la voce della coscienza, che è voce di Dio.

“Questo, infatti, è il nostro vanto – scriveva l’apostolo Paolo – la testimonianza della nostra coscienza di esserci comportati nel mondo, e specialmente verso di voi, con la semplicità e la sincerità di Dio, non con sapienza carnale ma con la grazia di Dio” (2Co 1:12).

 

 

La pace, frutto della

ritrovata armonia con Dio

 

Chi si mette all’ascolto dello Spirito Santo, entra in armonia con il Signore e con sé stesso, infatti trova dentro di sé una grande pace.

Non si tratta di una pace qualunque perché Gesù ha precisato:

“Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà”.

 

La pace del mondo in che consiste?

Si legge nel Talmud (che è, insegnamento, dottrina, una raccolta della dottrina tradizionale giudaica che conta due parti: la Mishah, che è il testo fondamentale, e la Ghemarah che è il commentario): “La pace dell’asino dipende dal suo orzo”.

All’uomo di solito un po’ di orzo non basta, c’è chi vuole tutto subito e fa la guerra; la pace di Gesù è un’altra cosa, non è solo assenza di guerra, anzi è una pace che riempie il cuore, anche quando c’è la guerra.

 

È la pace interiore, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia.

È la pace di chi si sente in armonia con Dio, e con gli uomini.

L’amicizia con Dio porta tranquillità.

Ricordo qui alcuni proverbi: “La pace in casa è un gran bel mobile”, un’altro: “Fiume pacifico ha sponde fiorite” e un altro ancora: “Chi porta pace è un messaggero di Dio”.

 

Ecco allora tre cose dette da Gesù al cristiano se ama il Signore:

1. Dio risiede abitualmente nel tuo cuore,

2. lo Spirito Santo lo istruisce su ciò che è bene, ispirando la sua coscienza;

2. Il cuore è custodito dalla pace di Dio che può essere trasmessa anche ad altri.

 

“Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione” (Ro 14:19) e “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”(Fl 4:7).