Il corpo della nostra umiliazione

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“Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa” (Fl 3:20-21)

 

 

Un “vaso di terra” e una “tenda”

 

Non si può dire quanta speranza e consolazione si trovano nelle parole sopracitate, scritte dall’apostolo Paolo mentre era in carcere (Fl 1:13). Ogni figlio di Dio trova forza nel sapere che tutta la sofferenza che vive, tutte le miserabili esperienze conosciute nel corpo non solo avranno fine, ma lasceranno spazio ad una eternità che vivremo con un corpo glorioso!

Questa consapevolezza ci rallegra e ci dà un sano realismo per il presente, tenendoci lontano da illusioni di trionfalismi prematuri.

 

Infatti l’apostolo Paolo, unitamente all’atteso ritorno del Signore Gesù dal cielo, vedeva il momento in cui i corpi dei credenti saranno trasformati.

Dichiara che aspettiamo “il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore” (v. 20). Questo chiarisce il fatto che la nostra salvezza sarà completa e manifestata quando “il Salvatore” redimerà anche il nostro corpo (Eb 10:28; Ro 8:23b), mentre per ora la nostra vita “è nascosta con Cristo in Dio” (Cl 3:3).

Quindi, come “cittadini del cielo” abbiamo in vista un meraviglioso appuntamento, nel frattempo però siamo“nel corpo” e in esso non c’è gloria.

Al “corpo naturale” (1Co 15:44) si addicono infatti aggettivi quali: “corruttibile” (v. 42), “ignobile”“debole” (v. 43),“mortale” (v. 53).

 

Una prima immagine in linea con questi termini è quella del “vaso di terra” (2Co 4:7), che illustra bene la natura del nostro corpo.

Richiamando infatti la medesima figura del vaso, l’apostolo afferma che i vasi di legno e di terra sono per un uso ignobile, mentre per un uso nobile si scelgono vasi d’oro e d’argento (2Ti 2:20). Anche noi metteremmo nel posto più in vista della casa un vaso pregiato, non un vaso di terra! E il nostro corpo è… un vaso di terra!

 

Altra immagine: tanto l’apostolo Paolo come l’apostolo Pietro (2Co 5:1-10, 2P 1:13-14) scrivono paragonando il corpo ad una tenda, cioè ad una dimora temporanea alla pari di quella che un pellegrino sposta in continuazione fino a quando, disfatta, la dovrà lasciare. Mentre una casa è solida e duratura, la tenda esprimeprecarietà.

 

È “il corpo della nostra umiliazione”: il termine medesimo, “umiliazione”ci ricorda la parola “humus”, che significa proprio terra.

Dunque niente di glorioso, ma bassezza e pochezza.

Si tratta di una umiliazione non cercata né da cercare (a differenza di quella interiore): il nostro corpo manifesta “la nostra umiliazione” a prescindere da quello che noi vorremmo, e questo sottolinea ancora meglio che non ci possono essere per il corpo terreno, così com’è, innalzamento e gloria.

 

Dobbiamo tuttavia considerare che il nostro corpo non è di per sé qualcosa di negativo da disprezzare.Se pensassimo questo, disprezzeremmo l’opera del nostro Creatore, al quale Davide si rivolgeva così:

“Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo” (Sl 139:14).

 

Qualunque sia la realtà del nostro corpo, esso è una stupenda creazione di Dio.

La dimostrazione che Dio non disprezza i nostri corpi la vediamo anche nell’averli fatti diventare il tempio dello Spirito Santo:

“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio?”(1Co 6:19).

Questo è il segnale che la redenzione non riguarderà soltanto spirito e anima, ma anche il corpo del credente.

Ogni cosa a suo tempo, però.

In quello che segue vorrei cercare di approfondire il significato della frase riportata nel titolo dell’articolo vedendo nella Scrittura quali sono le manifestazioni dell’umiliazione che al momento ci riguarda.

 

 

Esposizione al peccato

 

Fino a che vivremo in questo corpo dovremo fronteggiare il pericolo di cadere nel peccato. Infatti, anche se come credenti, in quanto “morti con Cristo” non siamo più “nella carne” ma siamo “nello Spirito” (Ro 8.9) – in altre parole: la posizione di legittimo comando spetta ora esclusivamente allo Spirito Santo! – pur nondimenonon siamo ancora insensibili ai richiami della carne, che continua a manifestare i suoi desideri e far sentire i suoi richiami.

 

Se nel nostro cammino daremo retta ai suggerimenti della carne, il nostro corpo eseguirà azioni di peccato. Occorre qui precisare che il corpo non equivale alla “carne”, anche se in alcuni versetti il termine “carne”significa proprio corpo fisico, materia (ad esempio in Romani 8:3b o in 1Timoteo 3:16). Infatti, mentre la“carne” ha una connotazione solo negativa, per il corpo fisico le cose sono diverse.

Per spiegare questo concetto, ci viene in aiuto un esempio: il nostro corpo è come uno strumento (Ro 6:13), di per sé neutro, ma potenzialmente sia esecutore di male sia esecutore di bene a seconda di chi lo comanda.

 

Possiamo dire che, se è vero che anche con la propria interiorità, con la mente ed il cuore,  l’uomo può commettere peccato, il corpo fisico è il più noto agente esecutore di azioni condannate dal Signore.

Tra le cose che “odia il Signore” (Pr 6:16-19) ci sono peccati compiuti con gli occhi (alteri), la lingua (bugiarda), le mani (che spargono sangue innocente), i piedi (che corrono frettolosi al male).

Anche Paolo, dimostrando l’universalità del peccato, cita la partecipazione di ogni parte del corpo nel fare il male, come espresso in vari passaggi dell’Antico Testamento ripresi in Romani 3:13-18. Ci sono peccati quali gozzoviglie e ubriachezze, e i peccati di natura sessuale: fornicazione, adulterio, orge, impurità, sodomia (Ro 13:13; 1Co 6:9, 13-18; Ga 5:19-21; Ef 5:3-5; Cl 3:5; 1Te 4:3-5; 1P 4:3).

 

Quant’è miserabile e deplorevole un simile uso del corpo!

Per questo, coloro i quali sono “risuscitati con Cristo” devono camminare “in novità di vita” (Ro 6:4) prestando le proprie membra non più “al peccato, come strumenti d’iniquità” ma “come strumenti di giustizia a Dio” (Ro 6:13).

Dunque, con lo strumento “corpo” posso fare cose gradite a Dio, cose giuste, posso servirlo.

 

Tutti i giorni, tutte le ore c’è da scegliere.

La decisione giusta è di “presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale” (Ro 12:1).

Per farlo convintamente c’è bisogno di una mente rinnovata, che darà al corpo l’input di fare la volontà di Dio (Ro 12:2).

Il corpo farà il bene se comandato da una mente che fa propri i pensieri di Dio, farà il male se sarà diretto da una mente allineata ai ragionamenti del mondo.

 

Un giorno avremo il corpo della gloria, che non potrà più essere prestato al peccato, perchè il peccato non ci sarà più!

Perciò la redenzione splenderà con forza perchè questo corpo di oggi, di cui abbiamo fatto in passato un uso sbagliato (non sia più così ora!) avrà un sostituto che lo farà dimenticare completamente.

 

 

Fatica e stanchezza

 

Con l’ingresso del peccato nell’esperienza umana, è arrivata anche la fatica nell’adempimento dei nostri impegni:

“Mangerai il pane con il sudore del tuo volto” (Ge 3:19).

 

Ci spendiamo per svolgere attività, per spostarci, per studiare… ma arriviamo ad un punto in cui avvertiamo che tutto questo diventa pesante, e poi insostenibile, perchè le nostre energie si esauriscono. Quindi ci sentiamo stanchi e ci dobbiamo fermare, riposare, dilazionare le cose da fare.

 

Dio invece non è soggetto a queste limitazioni: “Egli non si affatica e non si stanca” (Is 40:28), “…non sonnecchierà né dormirà” (Sl 121:4).

Eppure, questo Dio “è stato manifestato in carne” (1Ti 3:16): nella persona del Signore Gesù Cristo si è fatto uomo con un corpo simile al nostro, con l’unica differenza che quel corpo non fu mai prestato al peccato e di conseguenza non doveva subire la morte quale “salario” del peccato stesso.

 

Le domande di Giobbe a Dio:

“Hai tu occhi di carne? Vedi tu come vede l’uomo? Sono i tuoi giorni come i giorni del mortale, i tuoi anni come gli anni degli esseri umani…?” potevano avere risposta affermativa da parte di Gesù, Dio incarnato.

 

Il nostro Salvatore ha conosciuto le limitazioni di questo “vaso di terra”, e i Vangeli ce ne rendono testimonianza: passando per la Samaria, vicino al pozzo di Giacobbe, Gesù fu “stanco del cammino” (Gv 4:6).

Tutto quello che il Signore Gesù sperimentò nella sua incarnazione fa sì che egli ci possa comprendere e possa simpatizzare con noi “nelle nostre debolezze” (Eb 4:15).

Chi di noi non ha sospirato desiderando che in un attimo finisse la stanchezza avvertita, quando proprio non ce la facevamo più?

In momenti simili dobbiamo ricordare che il nostro Signore ci è vicino e ci capisce.

Lo stress è uno dei problemi più comuni del nostro tempo. Troppo spesso chiediamo a noi stessi uno sforzo così intenso che mette a dura prova non solo il nostro corpo, ma anche la nostra emotività che ad esso è intimamente connessa.

 

Abbiamo bisogno di saggezza per selezionare le cose da fare, eliminando quelle dannose e inutili, dando priorità alle cose davvero importanti. Siamo sicuri che non ci stiamo procurando da soli delle ansie inutili, che ci spingono a fatiche non necessarie?

«Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?” (Mt 6:25)

Chiediamoci altresì: stiamo dando spazio all’impegno per la Chiesa? Al servizio?

Saranno energie ben spese quelle destinate all’opera di Dio e a compiere le buone opere (1Co 15:58; 1Te 2:9).

In questo corpo siamo soggetti a numerose limitazioni, perciò è importante avere chiare le giuste priorità per spenderci in ciò che davvero vale.

 

 

Malattie e dolore

 

Questo è l’aspetto che probabilmente ci impressiona di più e ci fa sentire più marcatamente l’umiliazione nel nostro fisico.

Il nostro corpo è soggetto ad una infinità di patologie, di malesseri e di dolori.

L’essere umano è addirittura dato alla luce in mezzo al dolore, quello del parto!

Inoltre il nostro corpo, pur essendo adattabile ad una gamma di situazioni diverse a seconda del luogo e della stagione, risente sensibilmente della condizione ambientale in cui si trova: caldo, freddo, umidità, arsura, inquinamento ecc…

 

Di solito, a parlare di dolori e malanni sono gli anziani, che conoscono quelli dovuti all’età, eppure le malattie colpiscono tutti, e spesso capiamo quanto dovremmo essere riconoscenti per un corpo in salute solo di fronte alla perdita di quest’ultima.

Con le malattie l’umiliazione è chiaramente riscontrabile, talvolta lasciandoci del tutto impotenti ad osservare il decorso di mali per i quali non ci sarà guarigione.

 

Non è piacevole ammalarsi e non poter più fare le cose di prima. Non è facile aspettare una guarigione che non è sicuro arrivi. Non è per niente bello convivere con dolori e malesseri per anni e anni. La mente diventa un campo minato in cui dubbi e ribellione potrebbero far vacillare la nostra fede in Dio.

Certo, le malattie non sono una passeggiata, sono una prova ed una afflizione.

Ma quando vengono accettate da chi le vive come circostanze permesse dal Signore, esse diventanostrumento nelle sue mani per produrre “pazienza, esperienza, speranza” (Ro 5:3-4) e “costanza” (Gm 1:3).

 

Ci sono molte occasioni in cui Dio interviene e ci guarisce.

Per Davide, Dio era degno di lode anche perché “risana tutte le tue infermità” (Sl 103:3). Del resto, il Signore Gesù ha compiuto un’infinità di guarigioni, mostrando la potenza di Dio e anche una grande compassione nei confronti di chi è ammalato (Mt 4:23-25).

Uno dei segni che accompagnò i credenti dell’era apostolica fu la guarigione degli ammalati (Mc 16:18; At 3:1-8, 5:12-16).

Epafrodito, un compagno d’opera di Paolo, si ammalò gravemente ma Dio ebbe pietà di lui e lo guarì (Fp 2:25-30).

 

Eppure Dio non guarì in tutti i casi e non ci guarirà sempre. Infatti, è anche attraverso le malattie e le disabilità che Dio può trarsi gloria, come nel caso dell’uomo nato cieco (Giovanni 9) oppure formarci spiritualmente per conoscerlo meglio, come avvenne per Giobbe.

A dimostrazione di questo principio possiamo guardare non un credente additabile come mancante di fede o carnale, ma niente meno che l’apostolo Paolo (2Co 12:7-10).

Che cosa rispose il Signore all’apostolo che per tre volte gli chiedeva liberazione dalla sua dolorosa infermità?

“La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza”.

Il Signore portava avanti il suo piano con Paolo in un modo migliore lasciandogli quell’infermità piuttosto che togliendola.

La grazia del Signore era con Paolo anche con quella infermità, e la debolezza del suo essere era la condizione ottimale affinché la grazia si mostrasse.

Infatti, per quale ragione “noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra”?

Ecco la risposta:

“… affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2Co 4:7).

E questo non è tutto.

Guardiamo a quest’altro passo:

“Voi non mi faceste torto alcuno; anzi sapete bene che fu a motivo di una malattia che vi evangelizzai la prima volta; e quella mia infermità, che era per voi una prova, voi non la disprezzaste né vi fece ribrezzo; al contrario mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù stesso. Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia? Poiché vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati.” (Ga 4:13-15).

 

Paolo aveva un problema agli occhi. Proprio per questo riesce, sì, a scrivere di suo pugno la lettera ai Galati, ma con grossi caratteri (Ga 6:11). Però questo suo problema aveva generato due cose molto positive.

La prima era che, proprio a causa di questa malattia, Paolo aveva evangelizzato i Galati.

La seconda era stata l’affettuosa cura che i Galati avevano dimostrato per Paolo. Che cosa impariamo?

Dio ha un piano sempre migliore rispetto ai nostri progetti, in cui le malattie sono escluse. Senza quella malattia di Paolo, i Galati come avrebbero ricevuto il Vangelo?

Può darsi! Allora, anche se noi ci ritroviamo in un letto d’ospedale, il Signore ci userà per testimoniare di Cristo al nostro vicino!

 

Le malattie inoltre ci offrono l’occasione di assistere ed aiutare chi soffre, portando il peso insieme a chi è ammalato. Non dimentichiamo che uno dei doni spirituali definiti dalla Parola è proprio quello delle “assistenze”(1Co 12:28), e gli ammalati sono certamente una categoria molto numerosa tra i possibili assistiti.

 

Sarà nella gloria che il dolore non ci sarà più (Ap 21:4); per il momento malattia e dolore ci testimoniano con molta chiarezza l’umiliazione di questo corpo.