Cose di Dio e cose di uomini

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Dio e l’uomo:

inconciliabilità di pensiero ed azione

 

Le vie di Dio sono difficili da comprendere per l’uomo. Le sue scelte e le sue azioni non sono quelle che faremmo noi.

D’altra parte noi uomini abbiamo una visione limitata delle cose mentre Dio è onnisciente, onnipresente, non è vincolato dalla temporalità e può vedere le cose da un punto di vista eterno.

È quindi ovvio che le cose di Dio e le cose degli uomini siano spesso inconciliabili.

 

Questo concetto è espresso bene nella frase seguente:

 

“«Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il SIGNORE. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri»” (Is 55:8-9).

 

Infatti, quando consideriamo il piano di salvezza di Dio rivelato nella Bibbia, rimaniamo a bocca aperta.

Nessuna religione che venga dall’uomo avrebbe potuto concepire un piano simile per risolvere il problema del peccato.

Non deve quindi stupirci troppo il fatto che Pietro si trovò spiazzato quando Gesù cominciò a parlare apertamente della croce.

 

 

La croce, scandalo e pazzia

 

Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno (Mt 16:21).

“Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: «Dio non voglia, Signore!  Questo non ti avverrà mai»” (Mt 16:22)

Per Pietro le cose non potevano andare in quel modo.

 

Finalmente il Messia di Israele, colui che avrebbe ristabilito il regno di Davide, colui che li avrebbe liberati dai loro nemici era venuto.

Si trovava proprio lì davanti a lui!

E ora, Gesù cosa stava dicendo?

 Cosa gli era saltato in mente?

Parlava di sofferenza e addirittura di morte.

Ma questo era assurdo!

Il Messia non poteva essere un debole.

Era inconcepibile ciò che Gesù stava dicendo!

 

La risposta di Gesù fu piuttosto dura:

“Ma Gesù, voltatosi, disse a Pietro:«Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo»” (Mt 16:23a).

La parola Satana significa “Oppositore, avversario”.

Il senso del brano non è quello di indicarci che il diavolo, in quel momento, stava prendendo letteralmente possesso di Pietro; piuttosto Pietro si stava comportando come un satan, come un avversario, ovvero facendoopposizione al piano di Dio.

 

Pietro in quel momento stava tentando Gesù ad abbandonare il suo ruolo di Salvatore.

Infatti Gesù utilizzò l’interessante parola “skandalon” per riferirsi all’effetto di ciò che Pietro stava facendo.

Tale parola indica proprio un ostacolo che fa inciampare, cadere.

Pietro in quel momento, invece di essere vicino al suo Signore per incoraggiarlo nel difficile cammino verso la croce, si stava comportando da avversario ponendo una pietra di inciampo sul cammino di Gesù.

 

Qual’era il problema di Pietro?

Perché non riusciva a capire?

 

Gesù lo mise in luce con la frase seguente:

“Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Mt 16:23b).

La visione di Pietro era parziale; egli vedeva le cose dal punto di vista degli uomini, e da quel punto di vista la croce non aveva senso.

 

I piani di Dio vanno oltre la capacità di immaginazione dell’uomo:

“Ma com’è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano»” (1Co 2:9).

 

Il piano di salvezza di Dio è talmente diverso da ciò che le religioni umane concepiscono, che per l’uomo naturale è pazzia:

“Ma l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente” (1Co 2:10).

L’uomo naturale con riceve le cose dello Spirito di Dio, perché sono pazzia per lui.

In quel momento, per Pietro, il piano che Gesù aveva esposto sembrava privo di logica.

Per quel motivo egli si opponeva al piano di Dio ritenendolo inaccettabile.

 

L’uomo naturale, non rigenerato, non riesce ad afferrare le cose di Dio. Infatti, la croce, il punto più alto della storia della salvezza, risulta incomprensibile sia agli ebrei sia ai gentili:

“I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia…” (1Co 1:23).

 

La croce non soddisfaceva l’attesa della maggioranza dei Giudei che avevano ben chiaro il Messia Re, figlio di Davide, ma avevano difficoltà ad identificarlo anche con il servo sofferente descritto in Isaia 53.

D’altra parte anche i gentili, con la loro sapienza, faticavano e faticano tuttora a capire la logica della croce.

Che razza di vittoria sarebbe quella rappresentata da una morte?

 

La morte da sempre rappresenta la sconfitta, la fine di tutto. Eppure è scritto:

“…ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce (Cl 2:15).

Così, la croce è scandalo e pazzia per l’uomo naturale. Ma “per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Co 1:24).

 

Solo quando lo Spirito Santo illumina l’uomo, l’apparente debolezza della croce si rivela potenza per la salvezza e ciò che sembra insensato risulta essere sapienza di Dio.

La nostra croce

 

Gesù, dopo aver ripreso Pietro, approfittò per estendere il concetto della croce anche a tutti i suoi seguaci. Le sue parole sono sorprendenti:

“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà»” (Mt 16:24-25).

 

Gesù aveva annunciato la sua sofferenza e morte e questo aveva scatenato l’opposizione di Pietro.

Ma ora Gesù mette Pietro e i suoi compagni di fronte ad un programma inaspettato: se volevano seguire il Maestro, i suoi discepoli dovevano essere pronti a rinunziare a sé stessi, prendere la propria croce, e seguirlo.

Di fronte a questa affermazione, l’uomo naturale si ribella.

Che pazzia è mai questa?

Dovremmo forse rinunciare a realizzare noi stessi, i nostri sogni, per seguire Gesù?

Questo sarebbe ciò che ci propone il cristianesimo?

Le cose di Dio e le cose degli uomini ancora una volta non collimano.

 

Per l’uomo naturale la croce è pazzia ed è pazzia anche il fatto che l’individuo rinunci a sé stesso per seguire Gesù.

È assurdo per l’uomo naturale pensare che una persona, in maniera volontaria, rinunci alla propria autosoddisfazione, al proprio successo personale, per prendere una croce e seguire il suo maestro.

In un mondo in cui l’individuo è al centro di ogni cosa, come ci ricordano continuamente i messaggi pubblicitari (es. “tutto intorno a te…”, “la banca costruita intorno a te..”, “perché io valgo” ecc…), è difficile comprendere ed accettare il concetto espresso da Gesù.

 

Il mondo non può fare altro che prendere per pazzi coloro che rinuncino alla loro realizzazione su questa terra per costruire qualcosa di duraturo ed eterno, ma invisibile nell’immediato.

Eppure questa è la sfida a cui Gesù chiama i propri discepoli.

Dobbiamo seguire le sue orme. Ma siamo davvero pronti a farlo?

 

 

La Chiesa di oggi e la croce

 

Come abbiamo visto, l’uomo naturale ha solo il senso delle cose degli uomini, non potendo comprendere le cose di Dio.

Ma per l’uomo rigenerato attraverso l’opera dello Spirito Santo, le cose sono diverse:

“A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?  Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate” (1Co 2:10-12).

 

Lo Spirito di Dio conosce le cose di Dio, quindi coloro che hanno lo Spirito non dovrebbero più comprendere solo le cose degli uomini, ma anche capire le cose di Dio.

Se la Chiesa è composta da individui rigenerati, è quindi logico aspettarsi che essi prendano in seria considerazione le parole di Gesù e ne capiscano la portata.

 

Eppure, oggi, molti credenti sinceri, che amano il Signore, sono preoccupati perché notano intorno a loro un approccio sempre più superficiale alla fede.

Se da una parte il cristiano medio sembra accettare con entusiasmo il fatto che Gesù abbia dato la vita sulla croce per i nostri peccati, con molto meno entusiasmo viene recepita la seconda parte del discorso di Gesù che invita i suoi seguaci a prendere la propria croce.

Il problema nasce probabilmente fin dall’inizio, dal modo in cui annunciamo il vangelo alle persone e da ciò che ci aspettiamo da loro in seguito alla conversione.

Infatti, se consideriamo seriamente le parole di Gesù, ci rendiamo conto che essere seguaci di Gesù ha poco a che vedere con le confessioni di fede che talvolta ascoltiamo oggi, non accompagnate da alcun segno di ravvedimento o cambiamento nella propria vita.

 

Una lettura attenta della Scrittura evidenzia che riporre la propria fede in Cristo non significa solo assentire intellettualmente a qualche dichiarazione inerente gli effetti della sua morte per noi, ma significa stabilire una relazione con lui riconoscendolo come Salvatore e Signore della nostra vita.

Questo ha delle conseguenze pratiche sulla vita del credente.

Come Gesù disse a Nicodemo, dobbiamo nascere di nuovo. Ciò che conta per la salvezza è proprio l’essere una nuova creatura (Ga 6:15).

Se l’uomo naturale non è in grado, come abbiamo visto, di comprendere e quindi di ubbidire a Dio, l’uomo spirituale è in grado di farlo.

 

Allora osservando la situazione della Chiesa visibile, dobbiamo domandarci: ci stiamo preoccupando di vedere una vera conversione in coloro che stiamo battezzando?

Ci preoccupiamo quando vediamo che nella loro vita non è cambiato nulla dalla loro conversione o, dal momento che sono battezzati? Pensiamo che siano sicuramente a posto?

Siamo interessati alla nuova nascita di coloro che si avvicinano alla Chiesa o ci preoccupiamo solo a riempire i nostri locali?

 

Se ci accontentiamo del fatto che molti entrino nella chiesa dicendo di accettare ciò che Gesù ha fatto per loro, ma non ci aspettiamo nessun cambiamento nella loro vita, non stiamo tenendo in seria considerazione le parole di Gesù.

Egli parlò della sua croce che in qualche modo rappresenta la sua opera come Salvatore, ma la nostra croce che portiamo volontariamente, rinunciando a noi stessi per seguirlo, è la dimostrazione che lo abbiamo riconosciuto come Signore!

 

La scissione di questi due aspetti nella vita del credente è un grave errore che si è insinuato nella Chiesa e sta facendo enormi danni.

Il rischio di non prendere sul serio le parole di Gesù è molto alto:

“Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?” (Mt 16:26).

 

Se una persona non è nata di nuovo, anche se intellettualmente riconosce che Gesù è morto per i suoi peccati, non ha in sé la vita nuova che gli permette di avere una relazione con Dio e gli permette di seguirlo!

Quella persona, continuerà a vivere per sé stesso, come un uomo non rigenerato, e ciò che otterrà dalla sua religione intellettuale è la perdita della sua anima!

Ci rendiamo conto di ciò che stiamo forse illudendo le persone di una salvezza che non hanno mai ottenuto?

 

Gesù ci chiama a sacrificare la propria vita per ritrovarla. Ma chi vorrà risparmiare la sua vita, non offrendola a Dio, la perderà!

Il credente è chiamato a sacrificare la cosa più cara che ha, ovvero la sua stessa vita, per il vangelo, per poi ritrovarla con gli interessi.

In un certo senso, come Abramo, siamo chiamati a sacrificare ciò a cui teniamo di più, per dimostrare la nostra fede…

 

Con questo non stiamo dicendo che un credente perderà necessariamente la vita fisica per il Signore, anche se questo può accadere in caso di persecuzione.

Però il Signore si aspetta che i suoi seguaci siano determinati a spendere la propria vita mettendo il regno di Dio al primo posto, essendo disposti a spenderla mettendosi al servizio del Signore e dei fratelli:

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (1Gv 3:16).

 

A parole non è difficile dire che Dio è al primo posto della propria vita.

Ma quanti sono pronti a mettere da parte le proprie aspirazioni, la ricerca del successo, la carriera, i soldi per il regno di Dio? A volte non siamo neanche disposti a rinunciare al nostro svago, al nostro comfort e al nostro tempo libero per il regno di Dio…

Il problema fondamentale della Chiesa di oggi è che siamo molto più attirati dal mondo di quanto osiamo ammettere.

 

Gran parte delle chiese locali italiane di cui facciamo parte sono nate nel secolo scorso grazie al duro lavoro di persone che si muovevano a piedi e in bicicletta per predicare il vangelo. Oggi con le nostre automobili fatichiamo anche a coprire i pochi chilometri che ci separano dal luogo di incontro in cui si svolgono le regolari riunioni della nostra assemblea.

Qualcosa non va…

 

L’uso del nostro tempo, le cose che facciamo, quelle in cui decidiamo di spendere le nostre energie e i nostri soldi la dicono lunga su quali siano le nostre priorità nella vita.

L’impressione è che la croce che dovremmo portare, mettendo al primo posto della nostra vita il nostro rapporto con il Signore e l’annuncio del vangelo, se ne stia lì appoggiata in un angolo mentre sprechiamo il nostro tempo ad andare dietro alle cose che il mondo ci offre.

 

Prendere la nostra croce non è una opzione che Dio ci offre e che possiamo scegliere di declinare. È piuttostolo stile di vita normale di un discepolo che vuole davvero seguire il proprio maestro.

Il successo, il desiderio di accumulare ricchezze, la carriera, sono cose che passano in secondo piano quando ci rendiamo conto che perdendo la nostra vita per amor del Signore, la ritroveremo.

 

 

Conclusione

 

Pietro non aveva il senso delle cose di Dio, ma solo delle cose degli uomini.

Ma, dopo la risurrezione del Signore Gesù, quando ricevette lo Spirito Santo, Pietro fu un testimone formidabile, un operaio instancabile. In seguito egli capì molto bene anche le cose di Dio.

Egli non solo comprese la croce di Cristo, ma fu pronto a prendere la propria croce e seguirlo.

E noi, cosa faremo?

 

Oggi nella Chiesa si parla poco di queste cose e si ha l’impressione che ci si accontenti di professioni di fede verbali che non hanno però riscontri pratici evidenti.

La differenza tra il cristiano e la persona incredula è sempre meno netta.

 

Sempre di più sembra che anche i credenti non siano in grado di comprendere le cose di Dio ma abbiano solo il senso delle cose degli uomini.

Eppure, come discepoli di Gesù, siamo chiamati a rinunciare a noi stessi, a non vivere più per realizzare noi stessi e i nostri sogni che hanno un senso solo temporaneo, ma a spendere la nostra vita in vista del regno di Dio, cercando di conquistare anime e onorando Dio in ogni cosa.

 

Dal momento che i credenti hanno lo Spirito Santo che li guida, nell’osservare che sempre meno credenti prendono sul serio le parole di Gesù e sono disposti a spendere la propria vita per il Signore, non possiamo fare altro che chiederci se stiamo riempiendo le “chiese” di nuove creature o semplicemente di vecchie creature che si trovano a loro agio tra le panche dei nostri locali di culto.