Il Vecchio e il Nuovo

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Essere allievi per essere maestri!

 

Gesù, dopo aver esposto le “parabole del regno dei cieli” alla folla (Mt 13:2), la lascia e torna a casa (v. 36) dove i discepoli gli chiedono di spiegare loro la parabola delle zizzanie nel campo. Gesù lo fa e prosegue con altre tre parabole, il tesoro nascosto, la perla di gran valore, la rete; dopodiché chiede a sua volta:

 

“Avete capito tutte queste cose?”

Essi risposero: «Sì»” (v. 51).

“Allora disse loro: «Per questo ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie»” (v. 52).

 

Gesù riconosce nei discepoli la stessa curiosità e desiderio di conoscenza tipico degli scribi, ma anche una comprensione delle “cose” che va al di là di quella comunemente riconosciuta agli scribi del suo tempo; l’origine di questa comprensione è rivelata dall’affermazione di Gesù, vale a dire: quando lo “scriba” diventa un discepolo del regno dei cieli!

 

Il maestro in ebraico si chiama “rab”, grande (da qui Rabbi e l’attuale Rabbino) e sta molto più in su degli allievi; ma i discepoli di Gesù, di fronte al regno di Dio che appare nella persona di Gesù, restano allievi e discepoli non per un tempo limitato ma per tutta la vita; e solo così possono, a loro volta, essere dei veri maestri!

Gesù sembra voler stabilire una equazione: si è maestri solo quando si è allievi; e ciò vale nel tempo.

Il che significa non: quando si è stati allievi (come avviene per la scuola) ma quando si “è” allievi; quindi una equazione che si basa sulla contemporaneità: si è allievi di Dio e maestri degli uomini.

La condizione appare chiara: si può essere maestri di uomini solo e soltanto quando si è, nello stesso momento, allievi di Dio!

 

 

Gli scribi: un ruolo importante,

ma degenerato

 

Quando, dopo l’esilio del popolo di Israele, venne gradatamente a tacere la voce dei profeti, si fece di gran lunga importante l’opera dei commentatori: Esdra, che con Nehemia proclama la legge nella Gerusalemme ricostruita, è così definito “…scriba esperto nella Legge di Mosè, data dal Signore, Dio di Israele” (Ed 7:6).

 

In tutto il Nuovo Testamento gli scribi sono visti come gli scrivani che copiano e diffondono la Sacra Scrittura, ma non si limitano a questo; al tempo stesso la studiano, la interpretano e la commentano.

Con “i dottori della Legge” formano una corporazione chiusa e con i Farisei costituiscono una vera e propria“autorità” che Gesù definisce come un “sedersi sulla cattedra di Mosè” (Mt 23:2).

 

Questa loro familiarità con le Sacre Scritture con il bagaglio di conoscenza che ciò comporta, fece sì che gli scribi assumessero, e fosse loro riconosciuta, una autorità morale con forti influenze anche sull’assetto civile e sociale, non priva però di tentazioni anche gravi nelle quali essi caddero con facilità.

 

Infatti quasi con disinvoltura si ponevano come al di sopra della legge stessa: dicevano ma non facevano (Mt 23:3); ponevano pesi sulle spalle altrui senza far nulla per rimuoverli (v. 4) operavano solo per essere osservati (v.5), amavano essere riconosciuti come “maestri” (rabbi) e, alla sete di onori, legavano inevitabilmente la sete di denaro, per il qual motivo Gesù li bollò pesantemente (Mr 12:38-40).

 

Gli scribi erano assai scrupolosi nel pretendere la osservanza della “tradizione degli antichi” e pronti sempre a riprendere con severità i trasgressori (Mt 15:2), ma Gesù a sua volta, ravvisa in questo loro attaccamento alla tradizione, unito alla pretesa di esserne gli autentici rappresentanti, la trasgressione al Comandamento di Dio e definisce il loro comportamento e le loro convinzioni come “la vostra tradizione” (Mt 15 3).

 

La loro era una metodologia applicativa dei postulati delle Scritture che si estendeva in una casistica sterminata, ricca di indicazioni e risoluzioni formulate dai vari “Rabbi” che, con il loro vasto bagaglio sapienziale,finivano con il sovrapporre il loro pensiero alle Scritture, pensiero che, divenuto oggetto di studio e di meditazione, finì con il sostituire di fatto le Scritture, ma soprattutto il comandamento divino.

 

Questa “tradizione”, ammantata di una sussiegosa autorità, che si addiceva più a dei regnanti verso i sudditi che non a dei “maestri” verso i “fratelli” fu definita da Gesù come una tradizione che annulla di fatto la Parola di Dio nella sua pregnanza (Mt 15: 6), un modo falso e ipocrita di onorare Dio (Mt 15:7, 8, 9)!

 

Come la Parola di Dio ci obbliga di fare (Mr 13:31), se caliamo queste considerazioni nel nostro tempo, nella nostra vita e nella vita delle chiese (tutte le chiese di ogni denominazione, ma noi siamo chiamati ad osservare le nostre Assemblee), non possiamo non rilevare analogie e somiglianze che si intravvedono come elementi di vita vissuta, di comportamenti e di impostazioni dottrinali e morali.

 

 

Il “Vecchio” non diventerà mai “Nuovo”

senza l’esperienza della conversione!

 

Per cogliere il messaggio che ci arriva attraverso le parole di Gesù è necessario capire il contesto storico-spirituale in cui sono state pronunciate.

 

Innanzitutto sono state rivolte a dei discepoli, chiamati da Gesù, che dimostrano di cominciare a capire il contenuto delle parabole pur non essendo ancora convertiti!

Gesù infatti dirà a Pietro: “…ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” (Lu 22:31, 32).

 

Il quadro è significativo: vi è la chiamata di Gesù, segue una risposta di discepolato che arriva anche a coinvolgere la vita.

Vi è la fede in Gesù (una fede che viene dall’alto, Mt 16:17), ma non vi è ancora conversione!

Il cuore è sensibilizzato, ma la mente rimane affascinata dal sogno messianico che pare stia per realizzarsi.

 

La conversione resta per i discepoli una parola incomprensibile: non si chiedono e non chiedono cosa essa voglia significare.

Di fatto non sentono alcun bisogno di cambiare alcunché oltr­e a ciò che è già cambiato nella loro vita.

 

Il dichiararsi seguaci di Gesù il praticare la sequela come obbedienza alla sua chiamata li rende sazi, soddisfatti e preoccupati solo più di assestarsi in posizioni di “privilegio” nel regno messianico; sono insensibili e sordi ad ogni altra parola che non coincida con le “loro” speranze.

Il “Nuovo” di Dio che avanza ed è presente in Gesù, si cala nel “Vecchio” delle speranze messianiche e nazionaliste dei discepoli.

 

Il loro seguire Gesù è la conseguenza della potenza della vocazione di Dio, ma il loro percorso spirituale, morale ed esistenziale si differenzia sostanzialmente da quello di Gesù: essi sono seguaci di un Maestro di cui non capiscono e non condividono le finalità, pretendendo, in alcune circostanze, anche di condizionarle e modificarle! Non sono ancora dei veri discepoli!

 

Lo diventeranno dopo la conversione che avverrà quando Gesù Risuscitato si presenterà a loro dicendo:“Pace a voi; come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi…ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20:21, 22).

 

La conversione avviene quando il Gesù risuscitato infonde lo Spirito Santo; essa è l’opera che Dio può e vuole compiere nell’uomo non contro la sua volontà bensì dandogli consapevolezza che ciò corrisponde alla sua salvezza, alla liberazione dal peccato, alla purificazione ed infine al coinvolgimento nella sua opera di salvezza nel mondo, un coinvolgimento non opzionale bensì come oggettiva ed imprescindibile finalità; la modalità indicata da Gesù esprime questi contenuti: “Come il Padre manda me, io (Gesù!) mando voi!”.

 

Ciò equivale anche al conferimento di una dignità che è la dignità di Gesù; la dignità che non ha come fondamento e risultato gli onori nel mondo ed il potere sugli uomini, bensì il SERVIZIO al Dio unico e vero che richiede la dedizione totale fino al sacrificio.

È un capovolgimento totale delle ansie e speranze umane che si spengono con l’uomo e che vengono sostituite dall’unica speranza che non confonde, speranza di vita, di vita eterna!

 

È il NUOVO di Dio che spazza via il VECCHIO del peccato che è nell’uomo!

È il NUOVO che Dio compie nell’uomo trasformandolo in un uomo nuovo e, per mezzo di lui, nuovo messaggero della sua Parola, trasformare altri uomini Vecchi in uomini nuovi con una speranza nuova.

 

 

Verso un cambiamento radicale

 

Oggi, in un mondo che, come ai tempi di Gesù e degli Apostoli chiede segni e miracoli, Dio risponde con la sua Parola, con la Parola di Cristo; questo avviene solo quando degli “uomini nuovi” agiscono coerentemente alla sua chiamata.

 

È utile ricordare che segni e miracoli e tantomeno scienza e sapienza non hanno mai fatto scaturire la fede. La Scrittura ci indica il percorso inverso: è la fede che può far scaturire l’evento sovrannaturale ed infondere la “vera” sapienza.

Ne consegue che il vero ed autentico segno e miracolo di Dio è la fede che scaturisce nell’uomo per mezzo del suo Santo Spirito.

Questa fede è offerta a tutti senza distinzione di razza, di sesso e di età, e la sua autenticità sarà dimostrata dal“Nuovo” di Dio che impone la supremazia sul “Vecchio” dell’Io, mortificandolo fino a sopprimerlo.

 

Potrà sembrare paradossale ma la Scrittura ci chiama ad una forma di suicidio morale (Cl 3:5), ad un capovolgimento della vita, ad un radicale mutamento di interessi e di obiettivi (Fl 3:8-14), un suicidio che non sopprime la vita fisica, bensì la vitalità del Vecchio che è nell’uomo, quindi, come dice l’apostolo Paolo, la morte dell’uomo vecchio.

Ma questo “suicidio” non corrisponde ad un gesto compiuto “una tantum” e valido per sempre, bensì ad un processo dinamico, un conflitto in cui c’è sempre un vinto e un vincitore; un conflitto che dura nel tempo fino alla morte del vecchio uomo.

 

Il gesto, o meglio, l’azione miracolosa è solo quella di Dio che dà origine alla vita, alla nuova vita.

L’uomo rinnovato, proprio perché tale, può ora collaborare con Dio per cambiare l’interno di sé stesso (non nel senso di migliorarlo ma piuttosto nel senso di eliminare gli ostacoli che si frappongono affinché Dio agisca) e così disporsi a servire Dio secondo il mandato ricevuto: servirlo servendo i fratelli, servirlo nel mondo, a seconda dei doni e mezzi ricevuti, per edificare la Chiesa.

L’uomo nuovo è quello che non ama più solo sé stesso, ma che sa amare gli altri come sé stesso, ed è reso capace di andare anche oltre: dare la propria vita per i fratelli (1Gv 3:16).

 

L’Apostolo Paolo riassume tutti questi concetti affermando:

“Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura”.

Cioè non è più lo stesso uomo anche se esternamente nulla è cambiato nel suo corpo, nel suo sembiante; ma internamente, il suo cuore, la sua mente, la sua volontà hanno subito un cambiamento radicale, oggi appartengono ad un altro uomo ad un uomo nuovo, appartengono a Cristo che è l’Uomo Nuovo per eccellenza (1Co 6:19).

 

Non si tratta di un cambiamento statico o metafisico e tantomeno di tipo emozionale o culturale bensì una trasformazione che identifica l’uomo nuovo nello spirito, nell’amore e nelle finalità di Cristo ed è perciò indotto a pensieri ed azioni coerenti e congruenti

L’uomo nuovo vive una vita nuova; una vita che implica la dinamicità del pensare e dell’agire in modo nuovo.

Infatti l’Apostolo prosegue dicendo: “…le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2Co 5:17, 18).

 

Paolo utilizza anche un’altra similitudine mentre rivolge imperativamente un rimprovero ai Colossesi:

“Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato” (Cl 3: 9, 10).

 

In questo passo l’Apostolo indica con chiarezza che l’uomo nuovo, creato da Dio, è reso capace di spogliarsi del vecchio; non può più dire di non poterlo fare proprio, perché lo ha gia fatto quando ha preso atto di quel che Dio ha operato in lui!

 

 

Ci si rinnova

appropriandoci della Parola di Cristo

 

Ciò che prima era impossibile oggi è possibile anzi inevitabile ed imprescindibile: l’uomo nuovo si rinnova; nel rinnovarsi abbandona gradualmente le opere del vecchio; se non lo facesse avverrebbe una lacerazione in sé stesso, perderebbe la vera conoscenza e produrrebbe una immagine confusa e deformata di colui che l’ha creato!

 

Per questo l’Apostolo traccia una linea comportamentale che indica a questa nuova creatura come deve“rivestirsi” nei sentimenti nei pensieri e nelle azioni (Cl.3:12-14).

Quando aggiunge:

“La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza..” (v. 16),

ci rimanda alla figura dello scriba che è diventato discepolo: uno scriba nuovo, perché il vero discepolo non può essere che un uomo nuovo.

Ci rimanda ad uno scriba che ha fatto sua la Parola di Cristo consentendo ad essa di trovare dimora in lui; uno scriba-discepolo che, con vera sapienza, sa riconoscere l’attualità ed il valore degli insegnamenti antichi ma soprattutto sa riconoscere la voce di Dio nell’oggi per mezzo dello Spirito e della Parola scritta, la Bibbia, che con il suo Canone chiuso costituisce il vero tesoro al quale oggi come sempre si può attingere.

 

Questo saper trarre “cose nuove e cose vecchie” dal tesoro della Parola si pone oggi come una necessità per poter vivere, pensare ed agire come testimoni autentici nel mezzo di una generazione tribolata, piena di storture e perversioni che la determinano nonostante tutti i tentativi operati per migliorarla; tentativi praticati, non senza successi parziali, per mezzo della scienza e anche per mezzo della religione, meglio dire, delle religioni che, ognuna a modo suo, hanno tentato di contribuire a mantenere, a dare o ridare fiducia e serenità all’uomo oltre alla speranza in un avvenire migliore.

 

 

L’illusione di un “uomo nuovo”

e di una “nuova società”

 

Tutto ciò è avvenuto nei secoli scorsi, ma nel nostro secolo questo processo, prendendo spunto da proposte filosofico-messianiche come l’analisi marxista o peggio da esaltazioni fanatiche di tipo razziale, ha subito una accelerazione straordinaria che ha fatto sperare a molti di essere vicini al perseguimento dell’“uomo nuovo” in una “nuova società”.

 

Ma ahimè, quanto avvenuto ha messo allo scoperto le profonde lacerazioni presenti nell’animo umano che si ripercuotono nella società che, in un turbinio vorticoso, è passata dalla pace alla guerra, dall’amore all’odio, dal piacere al dolore, dal possesso alla povertà, dove tutti, alla fine cercano ancora oggi pace, giustizia e benessere, ma dove nessuno più ha in sé la forza di produrre il cambiamento e neppure è in grado di capire come arrivare a ciò ma soprattutto dove anche i più pii sono in difficoltà nel saper rinunciare a se stessi.

 

L’“uomo vecchio” sente la necessità di essere “nuovo”, ne sente il bisogno ineludibile e tenta perciò di rinnovarsi come individuo ma soprattutto come società; lo sente come un bisogno estremo, ma, non assumendo la Parola di Dio come ispiratrice, finisce nel produrre e nel prodursi in “FINZIONI” con le quali potersi illudere almeno per un tempo e trovare almeno in esse quel conforto che non trova più in sé stesso e negli altri.

 

Si finge e si infinge molte volte con obiettivi strumentali; ma anche dietro i più alti ideali si nasconde l’insicurezza ed il pessimismo e ci si accontenta infine delle poche gioie effimere e passeggere.

 

 

Dall’illusione

alla schiavitù della fiction

 

Ecco quindi l’offerta massiccia dei MEDIA, soprattutto della Televisione che produce la cosiddetta FICTIONcioè finzione, invenzione narrativa con la quale gli uomini si illudono, si consolano e si stordiscono; uno stordimento che colpisce un po’ tutti a tutti i livelli sia sociali come culturali; uno strumento che viene anche utilizzato per influenzare le menti e le coscienze per mezzo di una comunicazione martellante ed incessante che condiziona, limita e schiavizza con le sue seduzioni e anche allettanti perversioni.

 

In ultima analisi si ottiene lo scopo opposto a quello della libertà: una nuova forma di schiavitù che prima di arrivare al corpo schiavizza la mente ed il cuore!

Una satanica macchinazione ammantata di civiltà e progresso ma all’insegna della spasmodica ricerca di denaro e di potere da parte di chi la manovra: Mammona è il vero “dio” ispiratore di questo “nuovo”.

Ma, come abbiamo visto non può perseguire l’obiettivo se non per mezzo della FINZIONE e delle moltitudini di finzioni con le quali i “vecchi uomini” cercano di consolarsi e di affermarsi gli uni sugli altri: da qui la guerra i conflitti e la vittoria del nemico!

L’obiettivo è così raggiunto: non il “nuovo” bensì la morte preceduta da una lenta e soporosa agonia, dove la mancanza di lucidità impedisce di riconoscere la realtà e la verità e dove la insensibilità impedisce di capire e cogliere fino in fondo la portata del male.

 

Non bastano più gli accorati richiami di coloro che si sono eretti e fatti proclamare “guide spirituali” anzi, ne vediamo alcuni in certe religioni monoteiste impegnati e quasi scatenati furiosamente nell’intento di imporre la loro “verità” ed i loro “valori” con metodi così vecchi ed antichi che c’è da rimaner stupiti di fronte a tale e tanta cecità.

 

Evidentemente il racconto biblico di Caino ed Abele non ha più nulla da insegnare a costoro come il comandamento divino del “Non Uccidere” sembra svanito nelle loro coscienze di “uomini vecchi”.

Il nuovo che propongono è più vecchio del vecchio!

 

Tutto ciò è ancora oggi autenticamente possibile anche se l’immagine che l’odierna cristianità offre al mondo può lasciare perplessi e far pensare il contrario.

 

La Parola di Dio non ci chiama ad essere pessimisti ma neppure ottimisti, non ci chiama a giudicare ma neppure ad assolvere.

Ci chiama bensì a porre dinanzi a noi l’obiettivo che il Signore ci ha chiamati a perseguire, vale a dire di essere “suoi testimoni” in parole ed in opere

E ci richiama a farlo con lo spirito dello scriba-discepolo che sa trarre dal “suo tesoro” indicazioni nuove di vita per l’oggi che trovano conferma nelle Parola rivolta agli antichi, poiché, come scriveva l’Ecclesiaste “non v’è nulla di nuovo sotto il sole” (Ec 1:9).