È biblico parlare di matrimonio felice?

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Cari fratelli,

devo confessare che leggere articoli e libri cristiani sul matrimonio mi causa spesso un profondo disagio, perché mi sembra che l’importanza attribuita alla sua buona riuscita sia eccessiva. Il matrimonio felice è visto come misura della consacrazione e della santificazione del credente. La presenza di divorziati nella chiesa è considerata automaticamente sinonimo di decadenza della fede.

Certamente il Signore ordina al credente di tenere alcuni determinati comportamenti verso il coniuge, quali la fedeltà fisica (Esodo 20:14) e mentale (Matteo 5:28), il rendere la dovuta benevolenza (1Corinzi 7:3), l’amore e il sacrificio se uomo (Efesini 5:28), la sottomissione, se donna (Efesini 5:22). Se entrambi i coniugi sono credenti, sottomessi alla volontà di Dio, probabilmente il matrimonio sarà felice.

 

Se solo uno dei due coniugi è credente (perché magari si è convertito quando era già sposato), non è affatto detto che tutto il suo impegno dia un risultato positivo, perché questo è condizionato sensibilmente anche dal comportamento della controparte.

Anzi magari è proprio il desiderio di consacrazione al Signore a produrre una frattura profonda con il coniuge non credente.

Insomma, l’ubbidienza al comandamento non garantisce il risultato.

Pertanto, mi pare fuorviante e pericoloso porre come obiettivo del credente un matrimonio felice.

 

Il credente non dovrebbe semplicemente attenersi al comandamento del Signore per amore e ubbidienza senza sperare niente in questa vita (Luca 6:35)?

Troppa preoccupazione rivolta ad un obiettivo del tutto caduco come un matrimonio riuscito (che comunque si scioglie alla morte, non essendo previsto questo legame nella risurrezione, Matteo 22:30) non rischia di farci perdere di vista gli obiettivi eterni, ben più importanti di questo?

 

Per fare dei paragoni, nessuno insegna che lavorando onestamente anche per datori di lavoro difficili, la nostra situazione lavorativa sicuramente migliorerà. Né si sostiene che, pagando le tasse, si riceveranno con certezza migliori servizi sociali. Queste cose vengono semplicemente comandate non in vista di qualche risultato pratico, che potrebbe non esserci, ma per motivo di coscienza (Romani 13:3-7; 1Pietro 2:18-19).

 

Non comprendo perciò le ragioni di un diverso metro di giudizio verso il matrimonio.

Oltretutto, mi pare che proporre formule facili (quali: ubbidienza = felicità matrimoniale) generi nei giovani credenti false aspettative che, quando non si realizzano, producono fatalmente sensi di colpa ingiustificati e/o ribellione. “Ma come? Io sono stato fedele, ho amato il mio coniuge, ho rispettato il ruolo assegnatomi, Ma lo stesso sono stato abbandonato/tradito/trattato con perfidia. Dove ho sbagliato? Dove sono le promesse di Dio? È stato tutto inutile…”.

Il problema di fondo è che i comandamenti per il matrimonio sono stati seguiti con lo scopo di avere una soddisfazione personale (una famiglia felice), invece che per piacere al Signore.

 

Mi pare che questa impostazione di fondo del nostro approccio al matrimonio si veda in maniera lampante nei libri e negli studi biblici. Infatti essi sono tutti concentrati a spiegare come santificarsi, facendo riuscire il matrimonio.

Invece, non si scrive mai come santificarsi affrontando un matrimonio infelice o subendo un divorzio. Il presupposto implicito (e, a mio avviso, sbagliato) è che non ci siano credenti consacrati in queste scomode posizioni, che non ci si possa santificare durante una separazione (anche se subita) e che, in definitiva, semplicemente non ci sia molto da dire.

Il credente che, nonostante un cammino coerente, si trova in uno stato di forte prova, a causa del fallimento del suo matrimonio, avrebbe invece bisogno dì sentire comprensione e consigli per proseguire verso le vere nozze che certamente non finiranno mai (Apocalisse 21:2).

 

Ringraziandovi per il vostro servizio che mi permette ogni mese di venire edificata dalla lettura de IL CRISTIANO, vi saluto fraternamente.

 

Lettera firmata

 

 

Un po’ di tempo fa, la redazione de Il Cristiano ha ricevuto questa lettera da una sorella e ha ritenuto opportuno girarla a me, visto che, come autore cristiano di libri sulla vita matrimoniale, sono stato chiamato (indirettamente) in causa.

Sono contento, perciò, dell’opportunità che mi è stata concessa di poter dare una risposta, per rincuorare la sorella che ci ha scritto, ma anche per considerare alcuni altri elementi riguardo all’istituzione divina del matrimonio.

Disagio a leggere

libri cristiani sul matrimonio?

 

Confesso che quest’affermazione mi ha lasciato un po’ perplesso. Mi preme, dunque, sottolineare che, in genere, i libri cristiani sul matrimonio vogliono illustrare le indicazioni che la Bibbia fornisce su di esso, incoraggiandone la realizzazione pratica nei vari contesti della vita coniugale.

 

In senso generale, quando si studia un brano biblico, bisogna tenere conto di tre aspetti fondamentali: 1) lettura, 2) comprensione e 3) applicazione. Questi rappresentano l’indispensabile processo che determina la nostra crescitain ogni ambito della nostra vita e non solo in quella matrimoniale. Il matrimonio, infatti, rappresenta soltanto uno degli aspetti che caratterizzano le nostre esperienze concrete.

 

Nella Scrittura, comunque, quando il Signore vuole aiutarci a comprendere quale tipo di relazione lui voglia stabilire sia con Israele che con la Chiesa, utilizza proprio l’esempio del matrimonio.

 

Nel Nuovo Testamento, la Chiesa è chiamata la Sposa dell’Agnello: “Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata” (Ap 19:7; cfr. Ef 5:22-27).

 

Nell’Antico Testamento l’Eterno si rivolge a Gerusalemme e a Giuda con appellativi “coniugali”:

• “Poiché il tuo creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il SIGNORE degli eserciti (Is 54:5);

• “«Quel giorno avverrà», dice il SIGNORE, «che tu mi chiamerai: Marito mio! […] Io ti fidanzerò a me per l’eternità»” (Os 2:16,19).

Possiamo trovare molti altri passi simili.

 

Pertanto, si nota molto chiaramente che gli aspetti relazionali tra Dio e gli uomini vengono spiegati in termini di relazione matrimoniale, sia in senso positivo (matrimonio, amore, cura), sia in senso negativo (adulterio, fornicazione, ripudio), proprio in virtù della similitudine con la profonda unione che deve caratterizzare un marito e una moglie.

Purtroppo emergono anche le numerose infedeltà e disubbidienze:

“Con il rumore delle sue prostituzioni Israele ha contaminato il paese; ha commesso adulterio con la pietra e con il legno [leggi: idolatria]; nonostante tutto questo, la sua perfida sorella [cioè Giuda] non è tornata da me con tutto il suo cuore, ma con finzione, dice il SIGNORE” (Gr 3:9-10 e simili).

 

Questa riprensione, traslata al livello matrimoniale vero e proprio, potrebbe essere anche la metafora di un coniuge (credente) che si impegna a rispettare le indicazioni divine, ma non viene corrisposto dalla sua controparte (non credente, nel caso dell’esempio riportato dalla sorella che ci ha scritto).

 

Ma questo cosa significa? Che il coniuge credente deve rinunciare a impegnarsi a causa della delusione? Che ritiene inutili i principi biblici riguardanti la realizzazione del progetto di Dio nell’ambito del matrimonio, solo perché il suo non è sostenuto dalle benedizioni? Ogni credente dev’essere pronto a rispettare sempre la volontà di Dio nei vari ambiti della vita reale, e non soltanto quando constata dei risultati positivi.

 

Se, nella sua Parola, il Signore utilizza ampiamente gli esempi dell’unione matrimoniale per illustrare in modo più efficace il tipo di rapporto profondo che lui vuole stabilire con il suo popolo e con i redenti dal sangue dell’Agnello, verosimilmente lo fa perché egli stesso conferisce al matrimonio – che è la prima istituzione divina creazionale – una chiara importanza, nonostante esso sia valido soltanto per questa vita terrena.

 

Inoltre, il matrimonio non viene visto solo sotto l’aspetto di una relazione profonda tra i coniugi, ma è in qualche modo legato anche al concetto di felicità. Questo è un aspetto che la lettera giudicava “fuorviante”, ma non dobbiamo dimenticare che una delle più significative benedizioni nuziali è la seguente:

“Sia benedetta la tua fonte, e vivi lieto con la sposa della tua gioventù. Cerva d’amore, capriola di grazia, le sue carezze ti inebrino in ogni tempo, e sii sempre rapito nell’affetto suo” (Pr 5:18-19).

Nella Torah possiamo addirittura leggere che “un uomo sposato da poco non andrà alla guerra e non gli sarà imposto alcun incarico; sarà libero per un anno di starsene a casa e farà lieta la moglie che ha sposata” (De 24:5).

Essere lieti significa essere intimamente contenti e felici.

 

Di certo, questa felicità non è automatica né si può sperare in un risultato sicuro e garantito, come fa giustamente notare la sorella nella sua lettera, ma non per questo il fatto di tendere a una forma di sana felicità nel matrimonio deve essere considerato sbagliato.

In ogni caso, la Scrittura tiene anche conto della specificità di determinate situazioni concrete. Si veda, per esempio, cosa dice in 1Pietro 3:1-6 a quelle mogli che hanno i mariti non credenti. L’esortazione centrale di tutto il discorso sembra essere: “facendo il bene senza lasciarvi turbare da nessuna paura”, cioè fare il bene sempre e comunque, anche senza aspettarsi un benefico e felice risultato.

 

A questo punto, si tratta di stabilire dove si trova il giusto equilibrio tra la ricerca di una felicità edonistica, fine a sé stessa, interna al matrimonio – da una parte – e l’obiettivo di onorare Dio con il proprio matrimonio – dall’altra.

 

 

La felicità deriva dal fare la volontà di Dio

 

Vista l’importanza che Dio stesso dà al matrimonio, i libri cristiani su questo argomento – come ho già detto – non fanno altro che illustrare i principi biblici che stanno alla base dell’unione coniugale. Forse, e qui do ragione alla sorella, alcuni libri esagerano un po’ riguardo alla “buona riuscita” del matrimonio, esasperandone l’intrinseca felicità da realizzare a tutti i costi, quasi come se la crescita nella propria fede dipendesse da come si gestisce il rapporto con il proprio coniuge.

Matrimoni felici sarebbero, in quel caso, l’espressione di una vera consacrazione, mentre i matrimoni zoppicanti rivelerebbero una scarsa santificazione. Questa equazione è sbagliata e dobbiamo fare attenzione a non lasciarci intrappolare da ragionamenti errati, come quelli degli amici di Giobbe.

 

È chiaro che in una relazione a due si deve tenere conto del fatto che le due parti potrebbero avere due prospettive diverse (come nel caso di un coniuge credente e l’altro no) e ciò rende molto più difficile un cammino di crescita reciproca. Tuttavia, non dobbiamo scordare – né negare – che il Signore prevede delle benedizioni (e anche un certo grado di “felicità”) a seguito dell’ubbidienza ai suoi principi. E ciò non è peculiare soltanto dell’Antico Patto, perché in Giacomo è scritto:

“Chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare” (Gm 1:25).

 

Ciò significa sperimentare un certo livello di felicità a livello pratico e concreto, che è una conseguenza positiva dell’ubbidienza alle leggi divine.

Questo è un principio generale e non garantisce automaticamente la felicità o, come dice la sorella: “l’ubbidienza al comandamento non garantisce il risultato”. Ciononostante, per un credente la felicità la si potrebbe anche intendere come la gioia che deriva dall’aver ubbidito di buon animo alle direttive di Dio, non per ottenere un proprio beneficio utilitaristico, ma per glorificare Dio con le proprie azioni, con il proprio impegno e con la propria volontà di onorarlo, indipendentemente dalla risposta del nostro prossimo. “In ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1P 4:11b).

 

L’apostolo Paolo, per confortare i Tessalonicesi, mette in relazione le molte sofferenze in mezzo alle quali essi hanno ricevuto la Parola, con la gioia che dà lo Spirito Santo (vedi 1 Te 1:6). La gioia, quindi, non deriva dall’assenza di sofferenza, ma dalla presenza dello Spirito in noi e dalla misura in cui ci lasciamo plasmare da Lui per onorare Dio. Anche Timoteo viene esortato a sopportare le sofferenze come un buon soldato di Cristo (vedi 2 Ti 2:3), poiché“tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2Ti 3:12).

 

Spesso, le “persecuzioni” le dobbiamo subire nelle nostre case e, paradossalmente, la sofferenza ci è procurata da coloro che sono più vicini a noi. Questo, però, non ci autorizza a considerare quegli insegnamenti biblici che prevedono la possibilità di realizzare un matrimonio felice alla stregua di qualcosa che “non funziona”; e non ci autorizza nemmeno ad accusare i libri cristiani, che mettono in evidenza questi insegnamenti, di essere letture“pericolose” e “fuorvianti”.

 

Giustamente, i comandamenti di Dio devono essere seguiti per “motivo di coscienza”, come viene sottolineato nella lettera ricevuta, ma non solo. Essi devono essere seguiti soprattutto per onorare il Signore. Solo in seconda battuta questi comandamenti possono diventare fonte di felicità nell’ambito matrimoniale, ed è chiaro che ciò è molto più facile se entrambi i coniugi hanno gli stessi obiettivi biblici e gli stessi riferimenti spirituali.

 

In una relazione coniugale, infatti, ci sono sempre due “cuori” e due volontà che ragionano e agiscono in modo individuale e personale. In molte situazioni di vita vige il principio di causa-effetto, nel senso che a una nostra azione può corrispondere un’azione conseguente (sia positiva che negativa) del nostro coniuge.

Per esempio, una parola gentile può edificare (vedi Ef 4:29), ma a volte può anche succedere che ad una parola gentile dell’uno, l’altro reagisca in modo peccaminoso, cioè con parole aspre (vedi Pr 16:24 e 15:1).

 

Questo può accadere tra marito e moglie e anche tra genitori e figli. Dipende dal rapporto che ognuno, individualmente, ha con il Signore e dipende soprattutto da quanto ogni persona si lascia trasformare dall’opera dello Spirito, manifestandone il frutto menzionato in Galati 5:22 (“amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo”). Non è un caso se questi aspetti sono tutti legati alla dimensione relazionale.

 

Per esaminare noi stessi, allora, è necessario porci alcune domande:

 

• Per quale motivo faccio quello che faccio?

• Qual è la molla che mi spinge ad agire in conformità ai principi divini?

• Cosa mi aspetto in cambio della mia fedeltà a tali principi?

• Se le mie aspettative vengono deluse dal mio coniuge, lascio che l’amarezza riempia il mio cuore?

• Comincio a dubitare anche della fedeltà di Dio?

 

È importante capire cosa c’è a monte delle nostre azioni e dei nostri comportamenti.

Un credente dovrebbe avere il desiderio di piacere a Dio senza porre condizioni, cioè indipendentemente da quanto la sua ubbidienza gli generi o meno un ritorno in termini di benedizione e di felicità.

 

 

Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti

 

È pur vero che il matrimonio è soltanto per questa vita e, perciò, è qualcosa di caduco. Però esso è comunque un’istituzione divina e, come tale, dev’essere “tenuto in onore da tutti” (Eb 13:4). Ogni credente ha il dovere di realizzare gli obiettivi di Dio – e non i propri – nel matrimonio. Se i nostri obiettivi sono soltanto motivati dalla ricerca della nostra soddisfazione e della nostra egocentrica felicità, allora le perplessità della sorella sono pienamente motivate.

Al contrario, i veri obiettivi del matrimonio sono quelli di onorare Dio realizzando reciprocamente i suoi principi al riguardo.

 

Noi stiamo vivendo in un mondo dove sono prevalenti le relazioni effimere e dove aumentano le sofferenze causate da adultèri, separazioni e divorzi. Allora, proprio attraverso un matrimonio, che sia invece fautore di unità e di coesione, possiamo testimoniare con forza che l’applicazione delle indicazioni bibliche e la sottomissione allo Spirito Santo sono in grado di fornire quel fondamento sul quale i coniugi possono davvero realizzare un matrimonio che rifletta una prospettiva di fedeltà, di unità e di mutua solidarietà.

E – perché no? – anche di una certa felicità.

 

 

“Per quanto dipende da voi”

 

Sappiamo bene che in ogni matrimonio i problemi non mancano: le traversie – se non vere e proprie crisi – possono attraversare il nostro orizzonte quando meno ce l’aspettiamo; i conflitti sembrano tagliarci le gambe e impedire lo sviluppo della serenità coniugale

 Però la Bibbia ci esorta a mettere in pratica un principio relazionale importante:

“Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace” (Ro 12:17-18).

 

La saggezza di questo passo sta proprio nel riconoscere e nell’ammettere che nelle relazioni ci sono sempre almeno due soggetti e non è detto che entrambi abbiano lo stesso desiderio di compiere la volontà di Dio. Però ci viene detto che “per quanto dipende da noi” dobbiamo fare tutto il possibile, senza aspettarci il contraccambio. Qui sta la costanza e la prova della nostra fede. Qui sta pure la risposta alla domanda riportata poche righe sopra:

“Perché faccio quello che faccio?”.

 

L’ubbidienza alla volontà di Dio in questa vita, sebbene essa sia transitoria perché aspettiamo la realizzazione della vita eterna, è sintomatico di quanto siamo oggi fedeli a Dio. Non dimentichiamo che Dio dà importanza anche a questa nostra vita fisica.

È assolutamente vero che le “vere nozze” sono quelle descritte in Apocalisse 21:2, come affermato nella lettera della sorella, o, ancora meglio, in Apocalisse 19:7, ma proiettare tutto quanto in una vita futura, idealizzata e iper-spiritualizzata, è un concetto preso dalla filosofia greca e non dalla Bibbia.

 

Il corpo, infatti, non è la “prigione dell’anima”, ma è il tempio dello Spirito Santo (cfr. 1Co 6:19-20). Lo dimostra il fatto che:

• in questa vita dobbiamo realizzare i comandamenti divini;

• in questa vita dobbiamo prendere la decisione che ipotecherà la nostra eternità;

• in questa vita dobbiamo dimostrare ubbidienza; in questa vita dobbiamo onorare Dio e glorificarlo con il nostro corpo;

 in questa vita dobbiamo affrontare le contrarietà e le prove; in questa vita dobbiamo consacrarci al Signore.

 

Questa vita è propedeutica alla vita futura e sono le nostre azioni in questa vita che contribuiscono alla crescita della nostra fede.

Si tratta, perciò, di essere fedeli anche nelle piccole cose concrete di tutti i giorni.

“Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere?” (Lu 16:10-11).

Non si potrebbe pensare al matrimonio terreno come una sorta di “ricchezza” relazionale?

 

Dobbiamo essere fedeli in ogni cosa, anche nelle minime, pur se questo ci costa fatica e sacrificio. La felicità matrimoniale è un bell’obiettivo, ma la sua realizzazione non è automatica. Proprio per questo motivo dobbiamo mettere in campo ogni nostra risorsa per dare il nostro personale contributo, “per quanto dipende da noi”, essendo “fedeli fin nelle minime cose”. Dio, che vede nel segreto, sarà in grado di consolare il nostro cuore e di darci la giusta ricompensa (vedi Mt 6:6).

 

 

Una maggiore comprensione verso

chi ha dovuto “subire” un divorzio

 

Questo è l’ultimo aspetto messo in evidenza dalla lettera ricevuta.

È un tema “scottante” e in effetti sembra che tra molti credenti viga la consuetudine di esprimere giudizi affrettati su coloro che hanno un matrimonio fallito alle spalle.

Nella mente di molti, i divorziati sembrano appartenere a una categoria a parte, guardati con occhio sospettoso e inquisitorio, come se un matrimonio fallito fosse un marchio di infamia. Tutto ciò, naturalmente, senza andare a fondo nelle singole situazioni, ma limitandosi a generalizzare in modo estremamente superficiale, non curandosi affatto del profondo scombussolamento della vita e dell’acuta sofferenza provati da chi ha dovuto subire – suo malgrado – una separazione o un divorzio.

 

È probabile che coloro che manifestano un tale intransigente giudizio non hanno mai avuto a che fare con i sentimenti di perdita, di colpa, di vuoto, di sgomento, di rabbia, di tristezza, di depressione, di abbandono, di lacerazione o di disperazione, sperimentati da chi è vittima di una decisione egoistica e unilaterale, che impone una frattura così drammatica.

Ci sono sempre più casi, tra credenti (o presunti tali), in cui uno dei due coniugi mette l’altro nell’assurda e categorica condizione di dover accettare la separazione, in vista del conseguente divorzio.

 

È chiaro che il divorzio esprime il fallimento del progetto divino riguardo al matrimonio e spesso è la conseguenza di una relazione che, molto probabilmente, non è stata edificata sui fondamenti biblici, ma solo sull’egoismo (di uno o di entrambi).

Sappiamo tutti, inoltre, cosa dice la Bibbia, anche se non c’è uniformità interpretativa su alcuni dei testi scritturali al riguardo. Tuttavia, non dovremmo dimenticare che ogni caso è a sé stante.

 

Non si tratta certo di approvare il divorzio, tutt’altro!

Ma cosa possiamo dire a quei coniugi che sono stati costretti a subire un divorzio che non avrebbero mai voluto né accettato?

Come possiamo consolare e incoraggiare coloro che, per l’egoismo dell’altro coniuge, assistono impotenti alla distruzione del loro matrimonio? Magari dopo tanti anni di matrimonio!

 

Su questo aspetto, concordo con la sorella quando afferma che ci possono essere credenti consacrati pur essendo in questa situazione e che “il credente che, nonostante un cammino coerente, si trova in uno stato di forte prova, a causa del fallimento del suo matrimonio, avrebbe invece bisogno dì sentire comprensione e consigli”.

Infatti, può capitare che queste persone, invece di trovare conforto e grazia nei fratelli, si scontrano con atteggiamenti ostili e accusatori, dove si punta il dito e si condanna, senza valutare la differenza tra il colpevole e la vittima. Così, oltre al dolore imposto dalla decisione del coniuge di affossare il matrimonio, si ritrovano anche ad essere feriti da chi, al contrario, dovrebbe avvolgerli nell’abbraccio della consolazione fraterna.

Certe volte, forse, dovremmo riflettere tutti un po’ di più.

N.d.R.: Ringrazio il fratello Marco Distort per aver accettato di rispondere ad una lettera indubbiamente complessa sia per i suoi contenuti e per le problematiche alle quali la sua mittente ha fatto riferimento sia per la particolare e sofferta sensibilità che traspare in ogni sua riga.

Non è possibile non condividere il suo motivato appello ad una maggior attenzione nei confronti della difficile situazione di vita di chi ha vissuto l’interruzione traumatica del proprio matrimonio, ma anche la sua esortazione a guardarsi da uno spirito di giudizio che porta a processi ed a sentenze sommarie, che contraddicono nei fatti la misericordia e l’amore.

Sento però il bisogno di aggiungere, per evitare possibili equivoci e/o malintesi, solo due brevi considerazioni alla parte conclusiva della risposta, pur nella consapevolezza che le problematiche relative al divorzio ed alle sue conseguenze, hanno sicuramente bisogno di ben altro approfondimento.

1. La consacrazione di una persona divorziata, per poter essere realmente vissuta costituendo un esempio edificante, deve essere accompagnata da scelte di santificazione, che escludano – come del resto anche per chi è sposato o celibe o nubile (pur se in situazioni e forme diverse) – qualsiasi forma di adulterio o, peggio ancora, di persistenza nell’adulterio.

2. Quando Paolo scrive che un anziano deve essere “marito di una sola moglie”, lo fa per ricordare che chi ha compiti di responsabilità nella chiesa locale dovrebbe vivere la vita familiare in modo esemplare, e come padre e come marito. Una persona, che ha alle spalle una infelice esperienza matrimoniale ma che per la grazia e la misericordia divina entra o fa già parte della comunità dei salvati, dovrebbe trarre opportune conseguenze da questa indicazione.


P.M.