Il Padre nostro

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Un preciso ordine di valori

 

La preghiera insegnataci da Gesù non è una formula rituale, bensì un prototipo su cui modellare la preghiera cristiana.

Ciò implica l’esigenza di porre attenzione anche all’ordine che il Signore assegna alle necessità umane nella formulazione delle richieste.

Una preghiera personale o comunitaria che non tenga conto dell’ordine dei valori indicato da Gesù, rischia di gravitare costantemente intorno a ciò che per me (o per noi) è più necessario e urgente. Il rischio è di perdere di vista un elemento essenziale della preghiera: al di sopra delle mie (nostre) necessità ci sono gli interessi del Regno di Dio. Questi vanno cercati per primi, anche nella preghiera (Mt 6:33).

 

Nel consegnarci questa preghiera, il Signore ha seguito un ordine abbastanza rigoroso: nella preghiera del cristiano Dio deve avere il primato, deve occupare il primo posto.

Solo dopo verranno anche le altre richieste.

In base a questo presupposto, Gesù ha messo al vertice di tutto la santificazione del Nome. Dobbiamo subito precisare il senso di questa richiesta. Il Nome di Dio non ha bisogno certo di essere “santificato” da noi, dal momento che egli è santo nella sua stessa natura eterna e immutabile. Inoltre, il verbo greco è al passivo. L’orante non promette a Dio che santificherà il suo Nome, né che farà la sua volontà. Ma chiede semplicemente che queste due cose si verifichino nel mondo.

Ma andiamo con ordine.

 

 

Il nome rivela la personalità

 

Nelle antiche civiltà si riteneva che i nomi con cui l’uomo indica la realtà ne racchiudessero l’essenza. Ulisse, il personaggio mitologico dell’antica Grecia, aveva un nome che racchiudeva nel profondo il suo destino amaro di esule perenne. Il suo nome, Odisseo, il cui probabile significato è “colui che è odiato”, gli sarebbe stato assegnato dal nonno Autolico, che aveva previsto quanto il nipote avrebbe combattuto nella sua vita.

 

Sappiamo che una critica serrata (a partire dai Sofisti, passando per la teologia Scolastica) ha cercato di dimostrare come la realtà non può mai coincidere con la sua rappresentazione nella mente umana, tanto meno può essere espressa mediante il linguaggio.

Ma nell’antichità e per la mentalità semitica il “nome” è rivelativo della personalità.

Quando l’angelo annuncia a Maria la nascita di Gesù, viene detto anche quale sarebbe stato il nome da imporre al figlio: Gesù (Lu 1:31), che significa “Dio salva”.

Il nome stesso, insomma, indica già la missione del Gesù storico: rendere operante la potenza salvifica di Dio.

 

Il nome esprime il nucleo della personalità di colui che lo porta. Mancare di rispetto al nome è come mancare di rispetto alla persona.

Nel caso di Dio, il nome è addirittura impronunciabile per gli Ebrei. Il decalogo proibisce di nominare invano il nome di Dio, e gli Ebrei per mettersi al sicuro da eventuali trasgressioni evitavano del tutto di pronunciarlo.

La santificazione del nome di Dio, richiesta dal Padre Nostro, va prima di tutto intesa come la riproposizione in forma positiva del suddetto comandamento (De 5:11).

Laddove il comandamento diceva: “Non pronunciare invano il Nome”, la preghiera cristiana dice: “Sia santificato il Nome”. La prospettiva però è cambiata, è rettificata sul piano teologico: il comandamento del Decalogo espresso con l’imperativo faceva appello solo alla buona volontà dell’uomo, mentre il Padre Nostro fa leva sulla Grazia di Dio, senza l’illusione che l’uomo possa compiere da solo un’opera valida agli occhi di Dio.

Il Padre Nostro si esprime al passivo “sia santificato”, vale a dire, è Dio che santifica il proprio Nome, l’uomo può solo desiderarlo senza resistere alla Grazia.

Ma se i nomi, quindi, non indicano la realtà in modo certo e univoco, che senso può ancora avere la richiesta“…sia santificato il tuo nome”, come Gesù insegna ai suoi discepoli?

 

Ha senso nella misura in cui è Dio stesso che ci rivela il suo nome, anzi per meglio dire, i suoi nomi. Sappiamo che egli lo rivela, parlando sull’Oreb, tra le fiamme di un roveto ardente, nel contesto di una potente azione di liberazione a favore del popolo oppresso dagli Egizi.

“Io sono colui che sarà”, questo è il possibile significato del misterioso nome, che esprime la volontà del Signore di rinnovare l’alleanza con il popolo. Ma poi annuncia la sua venuta attraverso i profeti con un altro nome: “l’Em-
manuele”,
 il Dio con noi. Ed è così, entrando in relazione profonda con lui, con l’Emmanuele, che ancora oggi si può giungere a conoscere Dio. Un Dio che chiama gli uomini a essere suoi servi. Anzi, suoi “figli”, come Gesù insegna ai discepoli, invitandoli a rivolgersi a Dio con il nome inedito di “Abbà, Padre”.

 

 

La signoria di Dio prima di tutto!

 

Santificare il nome di Dio significa allora riconoscerlo innanzitutto come Signore.

Questo fatto risulta chiaramente dal alcuni testi dell’Antico Testamento:

• in un Salmo: “…il suo nome è il Signore” (Sl 68:4),

• sia da un oracolo del profeta Isaia: “…io sono il Signore, questo è il mio nome” (Is 42:8),

• possiamo aggiungere anche Geremia: “Sapranno che il mio nome è il Signore” (Gr 16:21).

E si potrebbe continuare sulla scia dei profeti, che riaffermano più volte lo stesso concetto.

 

All’inizio della preghiera allora va riconosciuta in primo luogo la Signoria di Dio, e si ricorda, al tempo stesso, che tale confessione è dono della grazia, e perciò è oggetto di preghiera: “Sia santificato” e non“santificheremo”. È una richiesta e non una promessa umana.

 

La santificazione del nome di Dio, nella Bibbia, ha una estensione non soltanto limitata al popolo di Dio, come sembra suggerire il salmista: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli” (Sl 22:22), ma possiede anche una portata universale. Nella preghiera di Salomone (1Re 8:43) troviamo scritto: “…affinché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome per temerti”.

In questa breve richiesta: “Sia santificato il tuo Nome”è tutta racchiusa la responsabilità del popolo cristiano verso il mondo.

Questa supplica implica l’impegno a non presentare al mondo un’immagine falsificata di Dio e, di conseguenza, un’immagine falsificata della Chiesa.

In altri termini la conoscenza del nome di Dio tra le nazioni è condizionata dalla nostra comprensione della sua signoria su tutta la realtà creata.

Se la nostra testimonianza è autentica avremo come risultato ciò che desiderava Gesù: “Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre” (Mt 5:16); ma se restituiamo agli altri un’immagine falsata di Dio e della sua santità dovremo aspettarci il duro rimprovero di Paolo: “Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani” (Ro 2:24; 2Sa 12:14).

 

Nel Padre Nostro in sostanza noi chiediamo che ciò non avvenga, perché se taluni abbandonano la comunità cristiana perché di proposito voltano le spalle a Dio e ai fratelli, altri l’abbandonano perché hanno conosciuto solo una rappresentazione alterata o falsata di Dio e questa responsabilità è unicamente nostra.

 

 

VENGA IL TUO REGNO

 

Fra Vangelo e Regno:

un legame indissolubile!

 

Seconda richiesta: il Regno di Dio, ossia il punto di arrivo di tutto il Vangelo.

Il Vangelo stesso si definisce come Vangelo “del Regno” (Mt 4:3 e 9:35).

L’annuncio del Vangelo ha una funzione preparatoria: l’umanità deve prepararsi alla venuta del Regno di Dio, che avrà luogo nella venuta del Figlio (Lu 21:27). Ma affinché il “Regno di Dio”, possa essere instaurato sulla terra, occorre che si ponga fine a tutti i poteri estranei che limitano e mortificano la dignità della persona umana, in tutte le sue componenti fisiche e spirituali.

 

La fine sopraggiungerà, quando il Figlio “consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1Co 15:24).

Solo quando regna Dio, il creato è ricondotto al suo equilibrio.

 

Il Vangelo è legato in modo indissolubile al Regno di Dio. Come l’annuncio del Battista ha preparato la venuta del Cristo nella carne umana, così l’annuncio del Vangelo, per opera dei discepoli di ogni secolo, prepara la terra alla venuta definitiva del Regno.

Il Regno di Dio non risulterà, però, da un progressivo miglioramento della qualità della vita umana sulla Terra, non sarà il punto di arrivo di una qualche evoluzione storica, né si realizzerà in virtù del trionfo di qualche sistema socio-economico di stampo terrestre.

Il Regno di Dio verrà, perché Dio lo farà venire in un tempo sconosciuto a tutti, tranne che al Padre (Mt 24:36).

L’annuncio del Vangelo e la chiesa stessa non instaurano il Regno di Dio, ma soltanto preparano le coscienze ad accoglierlo.

 

 

Un Regno che deve ancora venire…

 

Nell’insegnamento di Cristo, il Regno di Dio è senza dubbio una realtà escatologica, che deve ancora venire, perché non è di quaggiù (Gv 18:36), ma bisogna anche dire che esso non è totalmente assente nella fase presente.

Esso deve venire, ma in qualche modo già c’è (Lu 17:21). Con la presenza personale di Cristo nel mondo, il Regno è infatti già iniziato.

In questo senso, più che di “venuta finale” del Regno, bisognerebbe parlare di “compimento”.

 

Il Regno di Dio è già presente sulla terra, ma in maniera embrionale e invisibile, anche se i discepoli sono in grado di fissare lo sguardo sulla sua realtà misteriosa:

“A voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio” (Mr 4:11).

I discepoli, in virtù della fede nella Parola di Dio, partecipano già da questa terra alle energie del mondo futuro.

Sotto questa chiave comprendiamo delle similitudini come quella del lievito che progressivamente fa fermentare tutta la pasta (Mt 13:33), oppure come quella del granello di senapa (Mt 13:31), dove il Regno di Dio è rappresentato in un processo di crescita fino alla piena maturità (Ef 4:13).

 

La porta di ingresso di questo Regno è rappresentata dalla rinascita del singolo uomo di acqua e di Spirito (Gv 3:5).

La caratteristica principale di questo processo di crescita del Regno di Dio, consiste nel fatto di non avere la sua radice in basso ma in alto, e di non procedere sulla spinta dell’evoluzione umana, ma su quella di un moto impresso da Dio:

“Né chi pianta né chi annaffia è qualche cosa, ma Dio che fa crescere” (1Co 3:7).

Per questo siamo invitati a chiedere a Dio di portare a compimento quell’opera che lui stesso ha iniziato.

Essa si compirà definitivamente con la resurrezione del corpo e l’ingresso dell’umanità rinnovata in una nuova creazione (Ap 21:1).

 

 

SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ

ANCHE IN TERRA COME È FATTA NEI CIELI

 

La volontà di Dio annulla la nostra libertà?

 

Scriveva Friedrich Nietzsche nell’opera “Così parlò Zarathustra”:

“Il Superuomo è il senso della terra… Restate fedeli alla terra, e non credete a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali… Dio è morto…”.

Sono parole in cui traspare la crisi profonda del sacro di una civiltà occidentale che cerca di sbarazzarsi di Dio, condizione necessaria affinché l’uomo diventi finalmente sé stesso.

 

Nell’articolo pubblicato nel mese di ottobre abbiamo illustrato la figura del Padre vista come pesante fardello della nostra cultura che frena la libera evoluzione dell’uomo.

Sottomettersi, dunque, a una volontà altrui è considerato un principio estraneo per una cultura che vede nella libertà un elemento costitutivo irrinunciabile dell’essere umano. È del tutto evidente che questi principi sono di segno opposto rispetto all’invocazione che Gesù insegna a rivolgere a Dio nel Padre nostro: “sia fatta la tua volontà”.

 

Ma perfino la libertà, considerato un bene supremo per l’uomo moderno, rischia di divenire oggetto di culto idolatrico e di ritorcersi contro l’uomo stesso. Così avvertiva uno scrittore del secolo scorso (Khalil Gibran, il profeta):

“…Vi ho veduti, prostrati, adorare la vostra libertà, così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide… Quella che chiamate libertà è la più pesante delle catene, solo che le maglie brillano al sole e vi accecano gli occhi”.

Parole che riecheggiano una antica sapienza orientale, in sintonia con quella che anima le Scritture.

 

 

Sei libero? O, piuttosto: di chi sei servo?!?

 

La libertà, nelle Scritture, non è attributo decisivo dell’identità umana. Nella Bibbia si parla, invece, di“liberazione”. Come quella dell’Esodo, in cui Israele è liberato dalla schiavitù, imposta dal Faraone, affinché possa mettersi al servizio di Dio.

La domanda di fondo che anima questi testi biblici non è: “Sei libero?”, ma: “Di chi sei servo?”“Con chi sei alleato?”; in linea con un modo di pensare che vede nell’uomo innanzitutto un essere in relazione.

 

E mentre la relazione con Dio è fonte di vita, l’allontanarsi da lui porta inevitabilmente alla morte. Come afferma Mosè quando dice a Israele: “…Io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi, e il Signore, tuo Dio, ti benedica…”.

È l’invito a un’alleanza con Dio, che presuppone una comunione profonda.

Non un freddo rapporto tra servo e padrone, regolato da un contratto di dare e avere – revocabile al momento opportuno – ma un legame indissolubile, come quello tra un padre e i suoi figli. Quel legame con il Padre che i protagonisti della parabola del “Figlio prodigo” si mostrano incapaci di accettare e di comprendere fino in fondo.

Una relazione che non segue la logica della contrapposizione tra il “dovere” e il “volere”, né contrappone il sottomettersi a una volontà esterna, alla libera scelta individuale. Questa è la dimensione che permea la relazione profonda che Gesù vive con il Padre, e che è sottoposta alla prova più alta nell’agonia del Getsemani, quando egli prega:

“Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu.

 

Nel momento dell’angoscia più grande, in attesa di una morte profondamente ingiusta, Gesù accetta di fare propria la volontà del Padre, che ha sempre intensamente amato e cercato nell’intera sua esistenza. “Sia fatta la tua volontà”, prega dunque Gesù in quella notte, e così insegna a pregare ai suoi discepoli.

Aggiungendo quel “come in cielo, così in terra”, che significa “come è per il Padre, così è per il Figlio”, a mostrare come nel Cristo e nella sua vita si compiano tutte le attese di Dio. Per questo l’uomo è chiamato a seguire le orme di Gesù.

 

 

La volontà di Dio nel cosmo e nell’umanità

 

Ma detto questo, in cosa consiste la volontà di Dio che siamo chiamati a invocare per vederla realizzata in terra?

 

Una prima risposta è l’equilibrio cosmico. Le armonie del mondo naturale e di quello soprannaturale sono garantite da un unico centro di gravitazione.

L’apostolo Paolo scrivendo ai Colossesi descrive molto bene il Cristo risorto nella sua dimensione cosmica.

Nella risurrezione tutto il creato ha ritrovato pienamente il suo centro di unità, centro che già aveva precedentemente nella Parola, nel logos, prima dell’incarnazione: “Egli è prima di tutte le cose, e tutte sussistono in lui” (Cl 1:17). Ne consegue che se anche un solo elemento si sottraesse alla sua signoria, cadrebbe nel disordine e comprometterebbe gli equilibri generali da cui dipende ogni forma di vita sulla terra.

 

Nel significato più ampio della richiesta, chiedere a Dio che la sua volontà sia fatta, equivale a chiedere che gli equilibri generali della natura e dello spirito non siano turbati, perché dalla custodia di tutti gli equilibri dipende la vita, in ogni sua espressione.

Alla luce di questo si spiega anche il verbo al passivo: è Dio che custodisce tutti gli equilibri del creato, mentre l’uomo può solo rispettarli e non può in alcun modo far sì che essi mantengano la loro sincronia.

 

Nel significato più ristretto, la petizione va riferita al mondo umano, che è il regno della “libertà” e della“volontà”, ma è anche la sfera di azione dello spirito del male, con la sua potente capacità di suggestionare la mente e la sensibilità degli esseri umani. Ammesso che l’uomo sia dotato di una volontà buona, essa non sarebbe sufficiente a far sì che egli rispetti, con atto libero, gli ordinamenti divini.

C’è bisogno di chiedere a Dio una forza soprannaturale per rendere efficace l’atto del volere.

 

 

Come realizzare la volontà di Dio

 

Va poi ulteriormente approfondito il senso del compimento della volontà di Dio nell’esperienza degli uomini. Il punto di partenza deve essere la cognizione esatta della realtà umana che è uscita dal peccato di origine.

L’uomo “storico” sperimenta una sorta di indebolimento delle sue facoltà riguardo al piano delle realtà spirituali; in questo ambito, la sua capacità di mettersi in relazione con Dio appare particolarmente incrinata.

Tale incrinatura è evidente a tutti i livelli sia conoscitivi che volitivi.

Vale a dire: dal peccato originale siamo usciti con un oscuramento intellettivo, che non ci permette di vedere Dio con chiarezza nelle cose create e nella sua Parola.

Tale condizione implica un offuscamento anche della volontà, una volontà malata che non riesce a volere il bene con tutta sé stessa, e non di rado si trova divisa tra stimoli contrastanti e non tutti positivi.

 

In realtà noi vogliamo più spesso fare la nostra volontà. La nuova nascita ci ha reinnestati nella vita divina, ma non ha ripristinato la totalità dei nostri equilibri (cosa che avverrà con la risurrezione personale alla fine dei tempi).

La richiesta “sia fatta la tua volontà” si basa sull’idea che da soli non ce la facciamo ad aderire senza stonature e disfunzioni a tutte le aspettative di Dio; perciò il discepolo chiede a Dio di realizzare lui stesso la sua volontà nella vita dell’orante.

Da qui il passivo “sia fatta la tua volontà” e non “farò la tua volontà”.

 

C’è una seconda idea che soggiace a questa domanda: se è Dio stesso a realizzare la sua volontà nella vita dell’orante, ciò significa che l’orante talvolta compie la volontà di Dio senza saperlo. La volontà di Dio, quindi, non va intesa come una serie di indicazioni esplicite, che, una volta conosciute, il discepolo le applica, come si applicano le regole della grammatica o della matematica.

 

In realtà, il discepolo compie la volontà di Dio non perché applica un codice a lui noto, ma perché Dio stesso, con la forza del suo Spirito, lo coinvolge in un dinamismo di vita che lo spinge verso la perfezione come il vento spinge una barca a vela.

Molte cose il discepolo le fa con la consapevolezza che Dio le vuole, altre, invece, (e sono le più perfette) le fa alla maniera di Abramo, che “partì senza sapere dove andava” (Eb 11:8).

 

“Sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta nei cieli!”.