Il Padre nostro   “DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO”

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Fame di pane e

fame di ascoltare la Parola di Dio

 

Con la richiesta del pane quotidiano ha inizio il secondo ordine dei valori, dedicato alle necessità umane: il pane quotidiano, la riconciliazione, la liberazione dal male.

Similmente al Decalogo dove è possibile distinguere una prima parte riguardante i diritti di Dio e una seconda che regola le relazioni umane, anche nella preghiera del Padre Nostro possiamo riconoscere una prima sezione concernente le esigenze di Dio e una seconda rivolta alle necessità umane.

 

Il concetto del pane quotidiano deve essere pensato su diversi livelli.

Il livello più basilare è certamente quello materiale, per cui si affermerebbe la sostanziale fragilità della nostra natura, continuamente bisognosa di un nutrimento per potersi conservare in vita.

Il fatto che il cristiano sia invitato a chiedere a Dio il suo nutrimento, implica che il pane che ci procuriamo con la nostra fatica è sempre frutto della provvidenza benevola di Dio.

Inoltre va chiesto a lui ogni giorno perché il nostro lavoro non ci rende autonomi e capaci di sostenerci da soli.

 

Questo è sicuramente un primo livello di interpretazione, ma è chiaro che il senso di questa supplica non può essere circoscritto alle necessità materiali della sopravvivenza; non possiamo ritenere, in altre parole, che il tema sia solo quello del pane assicurato.

 

Non possiamo dimenticare, infatti, che nella Bibbia il simbolo del pane possiede un valore inclusivo di tutto ciò di cui l’uomo si nutre fino agli strati più profondi della sua personalità.

Il profeta Amos ammoniva dicendo:

 

“Ecco, verranno giorni – dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, ma di ascoltare la parola del Signore (Am 8:11).

 

E poi c’è il celebre discorso del capitolo 8 del Deuteronomio ripreso da Gesù nel suo  dialogo con Satana durante le tentazioni nel deserto.

 

Il nutrimento materiale è certamente necessario alla vita, ma anche l’alleanza con Dio è necessaria alla vita, anzi secondo le Scritture è ancora più importante:

“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Così risponde infatti Gesù a Satana, dopo 40 giorni di digiuno trascorsi nel deserto.

Questa affermazione del Deuteronomio ripresa da Gesù, è altamente sintetica per raccontare la storia di quel lungo cammino nel deserto del popolo di Israele. Israele è schiavo in Egitto, viene tratto dalla terra di schiavitù, entra nel deserto e ha fame.

Ad un certo punto i libri del Pentateuco raccontano le mormorazioni nel deserto: si stava meglio in Egitto piuttosto che qui nel deserto, dove soffriamo la fame.

La sfida si gioca sul pane, metafora di quei bisogni primari che l’uomo desidera saziare e di fronte ai quali ogni altro bene e ogni altro ideale tendono a passare in secondo piano.

In altre parole ritorna il tema del pane assicurato.

 

 

Il pane nel deserto

 

Non possiamo pensare, quindi, che Gesù abbia voluto insegnare ai suoi discepoli di ricercare il pane assicurato: un attaccarsi al pane che diviene metafora di tutte le nostre sicurezze terrestri.

Proprio la risposta di Gesù a Satana ricordata prima: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, contiene una traccia interessante per noi: pane e Parola, Parola e pane. Ma per riuscire a capire qualcosa di più dobbiamo tornare al testo del Deuteronomio, capitolo 8, che Gesù ha citato.

Si comprende che questo testo ha a che fare con la prova del deserto, ma nel medesimo capitolo Mosè ricorda al popolo che una volta entrato nella terra promessa, troverà una terra florida che darà pane in abbondanza.

 

Possiamo dire, allora, che il racconto dell’Esodo è teso tra due pani distinti.

C’è quello della notte santa, quel 14 di Nisan, quando viene istituita la Pasqua in Egitto, dove accanto al sacrificio dell’agnello pasquale c’è anche il pane azzimo, non lievitato.

Una volta partiti gli Israeliti non mangeranno più questo pane, fino a quando entreranno nella pianura di Gerico e a Galgala celebreranno la Pasqua nella terra promessa e mangeranno di nuovo il pane azzimo.

 

Fra questi due pani, nel mezzo, c’è il deserto. Quando si entra nel deserto il pane azzimo è ormai esaurito, inizia la fame.

E allora come si fa ad andare avanti, dal momento che il deserto non dà orzo né frumento?

Nel deserto l’unico pane che si può ricevere è quello che Dio dona e viene chiamato il pane del cielo, o il pane dal cielo. E nel capitolo 16 dell’Esodo noi abbiamo questa straordinaria istituzione del sabato che è messa in relazione al dono del cibo: la manna e le quaglie.

 

Generalmente questa richiesta del Padre nostro, “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, è interpretata come semplice richiesta del sostegno quotidiano. Sembrerebbe di tutto il Padre nostro la frase più semplice e più chiara (pane, sostanza, cose concrete) in realtà è l’espressione più difficile da capire di tutto il Nuovo Testamento.

 

 

“Pane quotidiano” o “pane di domani”?

 

Il problema è tutto racchiuso in una parola, un aggettivo (epiousion), che viene tradotto con quotidiano. Questo termine è utilizzato una sola volta in tutta la Bibbia, considerando anche la versione greca dell’Antico Testamento, e precisamente nel Padre nostro, riportato sia da Matteo, sia da Luca.

Inoltre, non abbiamo notizia dell’utilizzo di questo termine (epiousion) in tutta la letteratura greca e in generale in tutta la grecità.

 

È del tutto evidente che in questi casi, quando siamo di fronte a una parola che compare una sola volta, non sappiamo come tradurla, questo è il problema.

Come abbiamo già detto, questo aggettivo viene abitualmente tradotto con quotidiano, ma è il significato meno probabile.

Viene tradotto così perché il termine (epiousion), probabilmente, richiama un altro termine greco dal suono simile che significa sostanza, da qui il pane sostanziale, che dà sostentamento, e di conseguenza, il pane necessario, il pane quotidiano.

Ma noi possiamo avvalerci di una testimonianza singolare, quella di Gerolamo (379-420). Sappiamo che Gerolamo, il padre della Vulgata, soggiornò per un periodo molto lungo, fino alla sua morte, a Betlemme. Lì impiegò ben 23 anni per tradurre in latino tutto il testo della Bibbia ebraica.

 

In precedenza le traduzioni in latino venivano eseguite a partire dalla versione greca dell’Antico Testamento.

Ma Gerolamo vuole tradurre l’Antico Testamento in latino a partire dal testo ebraico, per cui decide di stabilirsi prima in Siria e poi a Betlemme per imparare l’ebraico.

E mentre è a Betlemme gli capita tra le mani un antico testo ebraico: il Vangelo degli Ebrei. Secondo alcune testimonianze patristiche, si tratterebbe del Vangelo di Matteo scritto in ebraico o aramaico. Gerolamo, nel commentare questa richiesta del Padre nostro, ci dà un’informazione molto utile; ci dice che questo aggettivo (epiousion), era stato tradotto con un termine che sia in ebraico sia in aramaico significa domani.

Teniamo allora per buona questa traduzione: “Dacci oggi il nostro pane di domani”.

 

 

Pane di domani: cos’è?

 

Ma chiediamoci: esiste un pane di domani che non sia frutto dell’accumulo, ma un segno concreto della grazia donata da Dio?

Esiste nella Scrittura un pane di domani?

Il capitolo sedicesimo dell’Esodo può essere già un testo risolutivo per il problema che abbiamo posto. Si tratta del celebre racconto della manna che scende dal cielo.

 

Il pane che scende dal cielo pone una domanda alle persone che l’osservano: che cos’è?

La parola manna deriva da “man hu’” che vuol dire, “Che cos’è?”.

È il pane che scende dal cielo.

Vediamo di riepilogare: questo pane che scende dal cielo è di due tipi:

• c’è il pane dei sei giorni, che si conserva per un giorno solo (il giorno successivo marcisce), e • c’è poi il pane del settimo giorno, quello del sabato.

 

Però questo pane del sabato non lo si può raccogliere lo stesso giorno, di sabato infatti non lo si trova, bisogna raccoglierlo il giorno prima, il venerdì. Il venerdì si doveva raccogliere una doppia razione: quella del venerdì e quella del sabato.

 

Questi due tipi di manna, quella dei sei giorni e quella del sabato sono differenti.

La risposta alla domanda “che cos’è?”, è distinta: per i primi sei giorni è il sostentamento quotidiano, di ogni giorno, infatti non durava oltre un giorno. Quella del settimo giorno, che cos’è?  E qui che si apre il mistero: è un pane che dura oltre quel giorno.

 

Al termine del capitolo ottavo si dice che Mosè ordinò di raccogliere un omer di questo pane del sabato, per essere posto davanti alla tenda della testimonianza, come il Signore aveva richiesto, affinché fosse conservato per i discendenti, i quali potessero vedere il pane col quale Dio ha nutrito il popolo nel deserto, anticipando in tal modo che quel pane sarebbe durato per quarant’anni.

 

 

Il pane del sabato

 

Allora che cos’è il pane del sabato?

Il pane del sabato è quel pane che dura nel tempo, non viene meno.

E come mai dura  nel tempo mentre quello degli altri sei giorni non si conserva?

La spiegazione la troviamo nel fatto che il capitolo sedicesimo dell’Esodo è il testo fondatore del sabato stabilito da Dio.

Finora, dalla Genesi fino all’Esodo, non abbiamo nessun comandamento sul sabato o sull’osservanza del sabato.

La prima volta che emerge in modo esplicito è proprio qui nel deserto.

Sappiamo dalla Genesi che Dio ha creato tutto in sei giorni e il  settimo giorno si riposò.

Osserviamo, tuttavia, che tutti i sei giorni della creazione si concludono con la formula “Fu sera e fu mattina”, ma alla fine del settimo giorno, quando si dice che Dio si riposò, non è ripetuta l’espressione “Fu sera e fu mattina”.

Quindi il settimo giorno, già nel racconto della creazione, è l’unico giorno aperto, l’unico giorno infinito, giorno eterno.

 

Ecco perché il pane del sabato, in correlazione analogica col riposo di Dio, è quello che dura nel tempo. Il tema del pane, dunque, è correlato al tema della logica dei giorni: a ogni giorno il pane, ma per il sabato, c’è il pane del sabato. E se il pane del sabato viene raccolto di venerdì, il giorno prima, come potremmo definirlo? Il pane di domani.

 

Il pane vivo disceso dal cielo

 

Ma ora per approfondire il significato del pane del sabato, dobbiamo prendere in esame alcuni brani del quarto Vangelo. Giovanni è l’evangelista che per eccellenza ci offre un approfondimento considerevole sul tema del pane.

 

In quello straordinario capitolo sesto, egli ci presenta il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Questo testo di Giovanni contiene al suo interno un po’ tutti gli elementi già preparati dal brano dell’Esodo.

Siamo anche qui di fronte a persone che hanno fame, e il Signore di solito va incontro ai bisogni primari dell’uomo, anche i malati che chiedono di essere guariti, sono tutti graziati.

 

Ma il punto è che l’essere umano è fragile, una volta risolto il suo problema si sente appagato e non vede la necessità di elevarsi oltre il suo bisogno materiale.

Anzi, siccome il giorno dopo la gente ha ancora fame, dicono: “Costui, sì, che è la persona giusta, andiamo a cercarlo perché ci mette a posto tutti i problemi”.

Fa parte della dimensione propria del nostro animo, la richiesta del pane assicurato. E allora Gesù rilancia la sfida: “Avete mangiato questi pani che sono stati moltiplicati, bene, ora restiamo su questo segno, andiamo oltre il miracolo!”

 

Gesù vuole persuadere i suoi interlocutori della necessità di un passaggio ulteriore: “Voi mi cercate perché avete riempito la pancia, ma non avete afferrato il segno che vi ho dato; non vi rendete conto che tornate da me per chiedere un pane che una volta mangiato non vi sazierà del tutto perché domani avrete ancora fame”.

 

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna”.

 

Gesù ricorda loro che anche i loro padri mangiarono il pane nel deserto ma morirono, avevano sempre fame, mentre egli è “il pane vivo disceso dal cielo”.

Allora, secondo l’analisi che abbiamo tentato di fare, se è vero che nel deserto c’erano due pani diversi, il pane per i sei giorni che deperiva e il pane del sabato che durava, domandiamoci: “Non è che Gesù si identifica qui con il pane del sabato? Con questo pane che dura nel tempo?”

 

Gesù dice: “Io sono il pane di vita”.

Come dire: “Sono io quel pane di domani, quel pane del sabato, quel pane di Dio che dura per sempre; e chi non mangia la mia carne non ha la vita, ma chi mangia la mia carne (il pane di Dio) ha vita eterna…”

 

Ricevere il pane del sabato significa ricevere la sua carne, ricevere lui.

Ma un conto è dire “il pane”, un altro dire “la carne”, e questo passaggio non è sfuggito ai Giudei e qui l’obiezione si fa pesante (Gv 6, 52-60; 66-69).

 

Il vero pane dona vita eterna!

 

Il giorno prima erano in cinquemila, il giorno dopo qualche decina di persone, la sinagoga non ne conteneva tantissime.

Gesù fa il suo discorso nella sinagoga, ma invece di cercarlo si scoraggiano; molti si allontanano; rimane lì il suo gruppetto: “Volete andarvene anche voi?” Ecco, una delle cose più dure ma anche più affascinanti di Gesù: egli non punta ai grandi numeri, al consenso delle masse, punta alla verità della Parola, pane e Parola, Parola e pane.

 

Se non c’è la Parola, il pane non ha più senso. Notiamo che Gesù non cerca di riconquistare in extremis la loro adesione moderando il suo discorso, va avanti per la sua strada: “Tenetevelo questo pane, non serve per la vita eterna. Volete andarvene anche voi?”

E Pietro risponde: “Signore, dove andremo, tu solo hai parole di vita eterna, e noi abbiamo conosciuto chi sei”.

 

I Giudei dovevano capire attraverso queste parole di Gesù che se non si accoglie lui non c’è nessuna prospettiva di vita.

Perché il vero pane che dà senso anche al pane quotidiano è il pane di domani. L’unico pane che ci permette di entrare nel sabato, il giorno del riposo assoluto, che si proietta nel tempo infinito di Dio.

 

 

Il vero significato della preghiera

 

Ma arriviamo alla nostra sintesi.

Nell’itinerario forse impervio che abbiamo cercato di fare, approdiamo a un’altra rivelazione.

Se questo pane non va tradotto come “pane quotidiano”, ma “pane di domani”, abbiamo allora compreso chec’è un unico pane di domani nella Bibbia.

 

È il pane del sabato, quello che viene dato il giorno prima per il giorno dopo, ed è l’unico che non deperisce, è l’unico che dura.

Questo pane del sabato dura perché il sabato dura.

E il sabato dura perché è il giorno di Dio, ed essendo il tempo di Dio, è eterno.

E tutto ciò che si dice di Dio Padre nel Padre nostro, vale anche per il Figlio.

 

Ecco perché Gesù può dire:

“Sono io il pane vivo che viene dal cielo, quello che dà la vita eterna, ovvero: sono io il pane di domani, il pane del sabato, il pane di Dio, e se qualcuno vuole nutrirsi di me io dono la mia carne, dono tutto me stesso attraverso il sacrificio della croce”.

 

“Dacci oggi il pane di domani”, significa allora: “Dacci oggi il pane della vita eterna!”

“Dacci il pane della tua Parola!”

“Dacci te stesso, o Cristo Signore!”