La lettera di Paolo agli Efesini – BENEDETTI “IN CRISTO”

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Dio può indurci a peccare?

 

“E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male” è l’ultima invocazione del Padre Nostro. Una richiesta che ha suscitato qualche imbarazzo nei credenti soprattutto perché non si accetta facilmente l’idea che Dio possa indurre in tentazione qualcuno.

Considerando anche queste obiezioni, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana, organismo che raccoglie tutti i vescovi cattolici operanti nel nostro Paese, N.d.R.) nel 2008 ha aggiornato la traduzione di questa richiesta in:“non ci abbandonare alla tentazione…”. In tal modo si è forse pensato di sollevare Dio dal ruolo imbarazzante di spingere l’uomo a compiere il male, un ruolo che ben si addice invece al diavolo, essendo egli maestro in questo campo.

Del resto, affermare che Dio non può indurre in tentazione, lo si fa a ragion veduta. Ci sono alcuni testi della Scrittura che sembrerebbero sostenere questa incompatibilità. Il più noto è quello che leggiamo nella lettera di Giacomo, dove si ammonisce:

“Nessuno quando è tentato dica «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male e non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono”.

Giacomo è molto chiaro: nessuno può fare simili ragionamenti nel tentativo illusorio di sbarazzarsi delle proprie responsabilità riguardo al peccato.

 

Tuttavia nella Scrittura compaiono anche passi di segno diverso che richiamano una linea di pensiero forse meno conosciuta ma che è presente soprattutto nell’Antico Testamento.

Un esempio lo abbiamo nel primo libro dei Re, dove si narra di Saul che è assalito da uno spirito maligno da parte del Signore; e nel racconto del libro dell’Esodo, dove si dice che Dio indurì il cuore del Faraone affinché non lasciasse liberi gli Israeliti di partire.

C’è poi il passo della Lettera ai Romani, in cui Paolo spiega come Israele rifiuti di credere in Cristo, a causa di un indurimento del cuore che rientra nei piani di Dio in vista della salvezza finale di tutte le genti.

In altre parole, sembra che Dio sia coinvolto in alcuni eventi negativi ma sempre in vista di un obiettivo finale positivo. Come se Dio permettesse che un’azione negativa avvenga, oppure la causasse lui stesso, in quantofunzionale al suo piano di salvezza.

 

 

“Prova” o “tentazione”?

 

Dobbiamo inoltre ricordare che il termine greco peirasmos ha un duplice significato: significa sia prova, siatentazione. Anche nella lingua italiana i due termini possono essere usati come sinonimi (provare e tentare, prova e tentativo). È evidente comunque che prova e tentazione non sono due termini identici.

 

Nell’immaginario comune la prova è qualcosa legata alla fatica, al sacrificio, al dolore, alla sofferenza, all’impegno, cioè è collegata al tema della volontà (bisogna lottare nella prova, e resistere con una volontà tenace), e per questo noi non amiamo essere messi alla prova.

La tentazione, invece, sembrerebbe più legata al tema della seduzione e quindi del desiderio.

Ora se è difficile accettare l’idea che Dio tenti l’uomo spingendolo al male, è assai più plausibile che Dio permetta che i fedeli siano sottoposti a prove, cioè alle difficoltà e alle fatiche cui spesso è chiamato chi vuole compiere il bene.

C’è tuttavia una relazione tra prova e tentazione, sono come due facce di una stessa medaglia. Solitamente la tentazione si presenta quando l’uomo è nel bel mezzo della prova: quando la prova ha raggiunto il suo culmine e l’uomo è sfinito, al limite delle sue forze, ecco sopraggiungere la tentazione del diavolo.

 

 

È la Parola stessa

che ci aiuta a comprendere…

 

Abbiamo detto all’inizio che noi cerchiamo di comprendere il Padre Nostro all’interno di due coordinate fondamentali che corrispondono ad altrettanti criteri di metodo:

a) Innanzitutto Gesù nell’insegnare la preghiera del Padre Nostro in risposta alla richiesta dei discepoli si coinvolge lui stesso nella preghiera. Quando pregate dite: “Padre nostro…”.

Allora se noi riusciamo a capire come Gesù viveva quella esperienza orante, come interpretava nella sua vita quelle parole, abbiamo già compreso molto.

In altri termini, non ci dobbiamo preoccupare in primo luogo del significato di quelle parole per noi, ma dobbiamo cercare di capire soprattutto che cosa significavano per lui. Dobbiamo dunque chiederci: per Gesù può funzionare la richiesta di “…non indurci in tentazione”? Perché questa è la questione.

 

b) Secondo criterio: siccome noi stiamo analizzando il testo del Padre Nostro nella versione di Matteo,dobbiamo cercare le risposte nel contesto dello stesso Vangelo.

Consideriamo ora il brano riportato dall’evangelista Matteo (Mt 3:13-17- 4:1-11).

In realtà si tratta di due episodi distinti, uno relativo al battesimo di Gesù, l’altro al racconto delle tentazioni. Ma se li manteniamo insieme possiamo più facilmente cogliere qualche elemento utile per la nostra indagine.

 

Dal testo emerge con molta chiarezza che quelle parole che vengono dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento”, si ascoltano quando lo Spirito di Dio scende su Gesù in forma di colomba. Siamo di fronte a una solenne scena trinitaria: lo Spirito scende sul Figlio e il Padre parla del Figlio. Subito dopo il testo dice: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”.

Ma quale spirito? Se si legge questo versetto staccato dal brano che lo precede si potrebbe pensare che sia lo spirito del demonio a condurre Gesù nel deserto per tentarlo. Ma ciò è impossibile perché il testo ci dice che su di lui è sceso lo Spirito dell’Abbà, lo Spirito del Padre. Quindi Gesù porta in sé lo Spirito di Dio, ed è lui che lo conduce nel deserto per essere tentato dal diavolo.

Ma se è lo Spirito di Dio che conduce Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo, allora quest’annotazione di Matteo ci obbliga a riesaminare la nostra teoria secondo cui Dio non può indurci in tentazione, l’affermazione deve essere compresa meglio.

Se notiamo bene, in questo brano di Matteo possiamo distinguere chiaramente un tempo della prova che si conclude con la tentazione

 Il testo ci dice che “dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno Gesù ha fame”: siamo esattamente al culmine della prova.

Quando la fame fa sentire i suoi morsi, gli si avvicina il diavolo, che lo attacca: “Se tu sei figlio di Dio…”.

Per cui possiamo dire che lo Spirito di Dio ha condotto Gesù nel deserto per sopportare una prova di quaranta giorni, ma sapendo che alla fine della prova ci sarebbe stata la tentazione. Ecco quindi il termine “peirasmos” che noi traduciamo a volte con prova, a volte con tentazione all’interno di questo racconto.

 

 

Nelle tre tentazioni: tutta la vita di Gesù

 

Altra considerazione.

Noi tendiamo a considerare queste tre tentazioni come esperienze avvenute all’inizio del ministero pubblico di Gesù, perché sia Matteo che Luca le collocano subito dopo il battesimo. E siamo anche propensi a pensare che Gesù sia stato tentato all’inizio del ministero pubblico e poi non più, almeno non in questo modo esplicito. In realtà c’è un aspetto rilevante su cui riflettere: i Vangeli sono dei racconti e sappiamo che i racconti si costruivano in un certo modo. Chi scriveva doveva aver acquisito la capacità di adoperare delle strategie di narrazione.

Una di queste strategie è la seguente: io pongo all’inizio del racconto il dato basilare che il lettore deve conoscere, affinché leggendo il resto del racconto possa farlo all’interno di quella griglia di lettura. In altri termini, le tre tentazioni di Gesù sono collocate all’inizio del Vangelo per rivelare che tutta l’esistenza di Gesù è stata percorsa da quelle prove e non soltanto all’inizio. Una piccola applicazione di questa teoria la possiamo notare nel fatto che le tre tentazioni avvengono in tre luoghi diversi.

 

La prima avviene nel deserto, e nel deserto – dove fu battezzato da Giovanni il battista – inizia il ministero pubblico di Gesù. Quindi questa prima tentazione è rappresentativa di tutta la parte iniziale del ministero pubblico.

La seconda avviene nella città di Gerusalemme, la città santa (pinnacolo del tempio).

E Gesù andrà a Gerusalemme per vivere gli ultimi momenti della sua vita terrena, Gerusalemme è la città che lo metterà a morte: siamo nella fase più drammatica della sua vita dove la tentazione di Satana raggiunge il suo culmine.

 

L’ultima tentazione ha a che fare con un alto monte dove il diavolo promette il potere su tutti quanti i regni del mondo.

Gesù si oppone anche a questa tentazione dicendo:

“Sta scritto: «ll Signore Iddio tuo adorerai, e a lui solo renderai il culto»”.

 

Ma notiamo ora come si conclude il vangelo di Matteo: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi” – non è Gesù che si deve prostrare al demonio, ma ormai tutti si prostrano davanti a lui.

“E Gesù avvicinatosi, disse loro: mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra…”

Quindi tre tentazioni che interpretano tutta la vita di Gesù, sono descritte all’inizio del ministero di Gesù, ma ne accompagnano l’intero svolgimento.

Inoltre queste tre tentazioni sono sempre precedute da un’affermazione, da un’ipotesi:

Se tu sei figlio di Dio di’ che queste pietre… se tu sei figlio di Dio gettati giù…”

Luca nella narrazione delle tre tentazioni concluderà con queste parole:

“Dopo aver esaurito ogni tentazione il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.”

 

Tutta l’esperienza di Gesù è stata una tensione verso il punto più alto dell’essere tentato, e qual è il punto più alto se non il momento del Golgota, il momento della massima prova, il momento della debolezza più radicale di Gesù?

Quello sarà l’apice della prova vissuto da Gesù, quando è inchiodato alla croce: “…Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio”, lo irridono i passanti, il Sinedrio e i malfattori che sono stati crocifissi con lui.

Abbandonati da Dio: è possibile?

 

Consideriamo adesso le ultime parole di Gesù sulla croce riportate nel Vangelo di Matteo (27:46).

Questa espressione che Gesù grida sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” è in realtà la stessa che ritroviamo nel primo versetto del salmo 22: “Elì, Elì, lamà sabactàni?” Questa citazione del salmo da parte di Gesù ci permette di avanzare alcune considerazioni proprio sul tema dell’abbandono: cosa può significare essere abbandonati da Dio?

Possiamo affermare in linea generale che l’abbandono è strettamente collegato al tema della rottura di una relazione.

Ma se leggiamo il testo dal punto di vista di chi vive questa esperienza, in questo caso Gesù (Davide nel caso del salmo), dobbiamo chiederci: è Dio che ha abbandonato Gesù o è lui che lo sente lontano?

In altri termini: si è incrinata una relazione (la relazione trinitaria) o semplicemente è Gesù che sente il Padre lontano da lui?

 

Per cercare di rispondere a questo quesito sarà utile ricordare che Matteo ha utilizzato il Salmo 22 non solo per mettere sulle labbra di Gesù questo grido angoscioso, ma per strutturare l’intero racconto delle ultime ore della sua vita. Le parole del Salmo 22, sono quasi un diario fedele degli ultimi istanti della vita di Gesù: mi hanno forato le mani e i piedi (v. 16); si dividono le mie vesti (v.18); ha confidato in Dio, lo salvi lui se è suo amico(v.8); scuotono il capo e si fanno beffe di lui (v.7).

Dobbiamo allora tornare al Salmo 22 per verificare se quel “mi hai abbandonato” sta in piedi oppure no. Non sarà che il tema dell’abbandono debba essere rivisto anche nel Salmo 22?

C’è una distinzione da fare: se da una parte il concetto di abbandono chiama in causa la rottura di una relazione – ciò che nella Bibbia si chiama alleanza, fedeltà – dall’altra, affermare che Dio è lontano, non significa che si è riscontrata la rottura di una relazione, ma che l’orante non sente più la sua presenza.

 

Di conseguenza, quando Gesù ha gridato sulla croce le parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, stava chiedendo al Padre perché avesse rotto la relazione con lui, oppure chiedeva a lui perché se ne stava così lontano al punto di non sentirlo più vicino a lui? In quest’ultimo caso, quindi, il problema è nella percezione della persona.

Ora il Salmo 22 utilizza per tre volte almeno la parola “lontano”.

Già nel primo versetto: “…te ne stai lontano, senza soccorrermi…”.

Poi più avanti: “…non stare lontano da me, perché l’angoscia è vicina e non v’è chi mi aiuti” (v.11).

E ancora: “…ma tu, Signore, non stare lontano” (v. 19).

Volendo riassumere il ragionamento in termini molto semplici, potremmo dire che il Salmo 22 ci rivela questa verità:

“Quando tu, Signore, sei lontano, il nemico è vicino, quando tu mi sei vicino, il nemico è lontano”. In sé lo schema è molto semplice.

Se questo schema è valido, capiamo anche che Dio alla fine ha risposto all’orante e si è avvicinato: “…ma quando ha gridato a lui, egli lo ha esaudito… Annuncerò il tuo nome nell’assemblea” (vv. 24 e 25).

 

 

Desiderare la presenza di Dio,

quando lo sentiamo lontano

 

Possiamo proporre, allora, un altro modo di intendere le parole del Salmo che nasce dall’analisi del contesto:

“Dio mio, Dio mio, perché stai lontano da me, te ne stai lontano senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio lamento?”.

Possiamo affermare che anche il grido di Gesù sulla croce è esattamente il chiedere che Dio si faccia presente:“Elì, Elì” e non “Abbà”: in questo passaggio c’è la ricerca di nuovo della relazione filiale.

Nel momento della prova lo chiama Elì, Dio, non Abbà, Padre, e notiamo che sempre lo chiamava Abbà.

E tutto questo, non semplicemente perché ha citato il Salmo ma proprio perché stava vivendo l’esperienza angosciante della lontananza dal Padre. Una lontananza, tuttavia, che diventerà la condizione positiva per una nuova vicinanza. Da questa lontananza scaturisce la risposta che è la resurrezione del Figlio.

 

Da questa risposta che prorompe dall’azione del Padre, il Figlio diventa Kyrios, il Signore del cielo e della terra: si apre una relazione nuova che nasce dalla vicinanza di Dio che non lo ha abbandonato nelle angosce della morte.

Egli è sempre stato il “Dio con noi” nella vita del Figlio suo.

Questo avvicinamento dell’Abbà nei confronti del Figlio suo lo possiamo cogliere nella conclusione dell’evangelo di Matteo quando Gesù dichiara:

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”.

Dunque, utilizzare la categoria dell’abbandono nei testi biblici esaminati forse non è del tutto corretto.

Ecco perché tradurre la petizione del Padre nostro: “…e non abbandonarci alla tentazione” (traduzione della CEI, già citata all’inizio) rischia di confondere più che chiarire.

 

 

La lezione del Getsemani

 

Ora, passando dalle tentazioni di Gesù nel deserto alle tentazioni e alla prova di quell’ultima notte, addentriamoci in quella scena drammatica del Getsemani quando Gesù dice al Padre:

“Se è possibile allontana da me questo calice, ma non la mia ma la tua volontà…”.

Ecco, il “non indurci in tentazione” è un’invo-
cazione per dire: “Padre se è possibile allontana da noi questo calice”.

Quella notte Gesù dice a Pietro, Giacomo e Giovanni: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione”.

E loro cosa fanno? Dormono.

Né vegliano, né pregano: dormono.

Solo Gesù veglia e prega e infatti non cade in tentazione, ma i discepoli cedono, non ce la fanno a resistere alla prova.

Considerando allora la prova del Getsemani, quest’ultima richiesta del Padre Nostro potrebbe essere resa in questo modo:

“Abbà, Papà, ti chiediamo di non metterci alla prova come hai messo alla prova il Figlio tuo, perché non ce la faremmo. Non metterci alla prova al punto tale che subentri poi la tentazione del diavolo, del male”.

 

Però anche noi dobbiamo dire:

“Non la nostra, ma la tua volontà sia fatta”.

All’inizio del Padre Nostro infatti diciamo:

“Sia fatta la tua volontà”.

Con questa richiesta detta subito all’inizio abbiamo blindato tutta la preghiera.

 

 

La verifica del nostro cuore

 

Possiamo allora chiederci per concludere: “Ma perché dobbiamo essere sottoposti alla prova e alla tentazione?”.

Non è facile rispondere a questa domanda.

La ragione per cui questa creatura fragile, che è l’uomo, debba scontrarsi con le potenze delle tenebre, molto superiori da tutti i punti di vista, è uno dei grandi misteri della vita, insieme al mistero della sofferenza, che ne è in fondo un aspetto specifico (cfr. Gb 1,6-12).

Il libro del Deuteronomio avanza un’inter-essante interpretazione della prova: Dio ci mette alla prova per fare emergere i contenuti reali del nostro cuore (cfr. 8:2).

Lui sa già cosa abbiamo nel cuore (cfr. Gv 2:24-25 e Eb 4:13), ma fa in modo che venga alla luce, perché possiamo averne consapevolezza piena anche noi.

 

La tentazione, affrontata e superata dal discepolo che ha combattuto secondo le regole (cfr. 2 Ti 2:5), porta a galla tutte le brutture che la persona non sa neppure di avere nel profondo della sua anima, e in tal modo facilita la loro eliminazione.

Dio, comunque, pur permettendo la prova e quindi la tentazione, in considerazione della nostra debolezza, stabilisce un rigido confine oltre in quale Satana non ci può colpire (cfr. Gb 1:2; 2:6 e 1Co 10:13).

 

Non dobbiamo chiedere, perciò, di essere risparmiati dalla tentazione, ma semplicemente di uscirne vittoriosi.

Cristo, come abbiamo visto, invita i suoi discepoli a pregare per avere la forza di non soccombere nel momento in cui Satana si fa vicino per sedurre e per colpire.

 

 

Senza aiuto divino:

nessuna possibilità di vittoria

 

Questo fatto ci rende consapevoli che la seduzione del maligno non può essere affrontata solo con le nostre forze. Non abbiamo alcuna possibilità di vincerlo se Dio non è vicino a noi. La dimostrazione di questa verità i discepoli l’hanno avuta nella notte dell’arresto di Gesù. Il Maestro li aveva avvertiti: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26:41).

Ma la stanchezza fisica e la sottovalutazione della gravità del momento hanno il sopravvento, e si addormentano (cfr. v. 43).

Poco dopo, vengono travolti tutti da una bufera superiore alle loro forze di resistenza. L’ora delle tenebre non può essere superata da chi non aderisce in pieno all’insegnamento del Maestro, da chi non prega e sottovaluta la potenza del nemico dell’uomo.

 

Molto chiaro a questo riguardo è anche l’Apostolo Paolo:

“La nostra lotta non è contro creature di carne” (Ef 6:12); e ancora: “Chi sta in piedi, guardi di non cadere” (1Co 10:12).

E Pietro ammonisce:

“Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare” (1P 5:8).

Quei discepoli incapaci di vegliare con Gesù un’ora sola, e incapaci, dopo la sua cattura, di resistere alla prova senza rinnegarlo, impararono anch’essi a chiedere: “non ci indurre in tentazione”, temendo di non riuscire, come in quella notte, a vincere la tentazione.

πMa alla fine Pietro e molti altri discepoli compresero che nel momento della prova, chiedendo la grazia dell’Abbà, e non confidando sulle proprie forze, si può riuscire a vincere la tentazione fino a sopportare il martirio, e di fatti alcuni di loro giungeranno a donare la loro vita come il loro Maestro Gesù.