“Tu hai pensato che io fossi come te” DAL SALMO 50

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“Convinzioni” pericolose

 

Asaf era un levita. Faceva parte della classe dei cantori (1Cr 15:16). Era il capo di una delle tre famiglie incaricate di cantare gli inni sacri davanti a Dio (1Cr 25:1,6). Per tale ragione passava gran parte del suo tempo nel santuario. Vedeva gli israeliti offrire i sacrifici al Signore. Tra questi ve ne erano pochi che lo facevano in modo autentico, mentre tanti altri lo facevano in maniera formale.

 

Un giorno Asaf ha una visione che racconta nel Salmo 50. Vede la gloria di Dio che giunge per“giudicare” (Sl 50:1-6). Che cosa?

Una convinzione tristemente radicata in Israele al tempo di Asaf: l’osservanza rituale, formale, esteriore della legge era vista come un qualcosa di sufficiente per essere graditi a Dio. Per “accaparrarsi” il favore divino.

 

Convinzioni pericolosamente radicate in noi. Non in Dio. Posizioni fatte apparire come giuste che in realtà Dio disapprova. Principi emanati come “da seguire”, ma che Dio non ha mai elargito.

“Il nostro Dio viene” – ancora oggi – “per giudicare” ogni CONVINZIONE PERICOLOSA, ogni sicurezza presente in noi ma non nella Parola di Dio. Lo fa per il nostro bene.

Nella sua opera non porta frutto quello di cui noi siamo convinti. Porta vero frutto quello che approva, al di là delle nostre convinzioni, colui al quale l’opera appartiene.  

 

 

“Apparenze” inutili

 

Il popolo d’Israele al tempo di Asaf offriva, ec- come, sacrifici al Signore.

“I tuoi olocausti mi stanno sempre davanti” afferma l’Eterno stesso (Sl 50:8).

Quello stesso popolo parlava, eccome, delle cose di Dio: “Vai elencando le mie leggi e hai sempre sulle labbra il mio patto” (Sl 50:16) gli dice il Signore.

 

In apparenza sembra di vedere un popolo a posto con Dio. Offre sacrifici. Parla della sua Parola. Eppure, Dio non lo approva. Perché Dio non guarda alle simulazioni, ma all’autenticità. Il popolo che offriva, che parlava delle cose di Dio era un popolo che fingeva.

Appariva ma non era.

Riproduceva in maniera artificiale quello che non lo contraddistingueva veramente.

La simulazione nella Parola di Dio è associata all’ipocrisia (Ga 2:15). Il popolo era falso.

Le parole che si trovavano sulla sua bocca non erano vissute nella condotta. Erano gettate “dietro le spalle” e detestate (Sl 50:17).

Quella stessa bocca che elencava le leggi di Dio parlava “male” e tramava “inganni” (Sl 50:19), sparlava degli altri (Sl 50:20).

Quelle stesse persone che offrivano sacrifici si dilettavano della “compagnia” di malfattori (Sl 50:18).

 

Simulazione, APPARENZA INUTILE: uno dei più grandi nemici dell’opera di Dio.

Disattiva e rende vano il servizio di un figlio suo facendo credere, a lui e agli altri, che quel servizio sia utile e efficace.

Non caddero in questa trappola solo gli Israeliti. Possiamo cadervi facilmente anche tutti noi. Ecco perché Dio non ci nasconde questo pericolo.

Nella sua opera non porta frutto quello che appare. Porta autentico frutto solo quello che Dio approva Dio. Anche se… non appare.

 

 

“Certezze” dannose

 

Dio la pensa come noi! Di questo erano giunti a essere certi gli Israeliti al tempo di Asaf.

Il popolo, erroneamente, lesse il silenzio del Signore come un’approvazione di quello che stava facendo:

“Hai fatto queste cose e io ho taciuto e tu hai pensato che io fossi come te” (Sl 50:21).

Dio è come noi! Questa la CERTEZZA DANNOSA di cui si era appropriato il popolo. Questo il vero cuore del problema.

 

Pensare che Dio sia come noi. Peccato grave ma non insolito. Non vi sprofondarono solo gli Israeliti.

Molte volte, infatti, è possibile autoconvincersi che Dio la pensa come noi. Non dimentichiamo che il peccato entrò nel mondo in seguito ad una tentazione ben precisa: “Sarete come Dio” (Ge 3:5).

 

Quanto è facile per l’uomo mettersi al posto di Dio. Dettiamo noi le condizioni.

Quello che dico diventa inamovibile.

Tutto ciò che faccio, diventa lecito, ammissibile, realizzabile. Perché “io” ho deciso così. Dio mi seguirà, la pensa come me!

Il Signore tutto questo la definisce una “perversità” (Is 29:16).

“Il vasaio sarà forse considerato al pari dell’argilla…?” (Is 29:16).

Se Dio sta in silenzio, non vuol dire che approva. Se aspetta a intervenire, non vuole dire che la pensa come me.

 

Le “certezze” dannose Dio le vuole sradicare dalla nostra vita, per usarci meglio nella sua opera. In essa non porta realmente frutto il servizio fondato su quello di cui siamo certi noi. Bensì quello basato sulle certezze che si acquisiscono solo dalla sua Parola.

Dio non è come noi.

Egli non rinuncerà mai alla sua santità per conformarsi ai nostri pensieri, alle nostre visioni, alle nostre intuizioni. Piuttosto, siamo noi chiamati a essere “santi”, come lui (1P 1:16), “perfetti”, come lui (Mt 5:48).

Noi dobbiamo cambiare per Dio e non pensare che egli cambi per noi.

 

 

“Offerte” autentiche

 

“Io ti riprenderò e ti metterò tutto davanti agli occhi” (Sl 50:21).

Dio fece conoscere al popolo la sua triste condizione perché ricercava il suo vero bene (Sl 50:22). Voleva liberarlo dall’illusione nella quale si era auto-avvolto.

Le convinzioni pericolose, le apparenze inutili, le certezze dannose Dio le vuole mettere in luce… per eliminarle, rimuovendo così ostacoli che rendono infruttuoso ogni servizio.

 

Egli non mancò, infatti, di render note al popolo le OFFERTE AUTENTICHE che avrebbero contribuito al loro bene. Come, a quello dell’opera di Dio.

“Chi mi offre come sacrificio il ringraziamento mi glorifica” (Sl 50:23).

 

Ringraziare vuol dire rivolgersi con gratitudine a qualcuno che ci ha fatto un dono.

Il ringraziamento è riconoscenza.

Quando ringrazio, riconosco chi è Dio.

Così facendo, scoprirò ogni giorno di più che egli non è come me. Questa è la migliore cura a tutte quelle “false” certezze che con il tempo possono mettere le radici in noi.

 

Una vita che ringrazia sposta l’attenzione su Dio. Una chiesa che ringrazia riconosce le qualità della persona di Dio. In tale modo a Dio sarà riservato il posto che gli spetta. Perché in quel posto non ci saremo noi. Non ci saranno nemmeno le nostre convinzioni pericolose, le apparenze inutili, le certezze dannose.

Nella sua opera porta frutto il servizio fondato sul ringraziamento.

Un ultimo avvertimento, da parte di Dio. Ringraziare non lo si fa “solo” a parole.

Se pensassimo questo, cadremmo nella religiosità denunciata dal Signore.

L’offerta autentica è quella della nostra vita.

Il nostro “comportamento” (Sl 50:23) fa la differenza. Esso, più e prima delle nostre parole, mostra veramente chi è Dio per noi.

 

Con le nostre scelte si vede se pensiamo che sia come noi, oppure, se vogliamo essere come lui ci vuole. Sarebbe bello che il Signore ci potesse dire:

“Tu NON hai pensato che io fossi come te ma sei cambiato, ti sei sottomesso, hai ubbidito, hai abbandonato le tue false sicurezze, hai rinunciato alle tue convinzioni pericolose, hai messo al bando le apparenze inutili, hai lasciato le tue certezze dannose e hai ricercato l’essere come io desidero che tu sia”.

 

Offerte autentiche che fanno il vero bene dell’opera di Dio: quante ve ne sono oggi nella mia vita? Quante ve ne sono oggi nella Chiesa?