La lettera di Paolo agli Efesini DALL’ESSERE MORTI A ESSERE OPERA DI CRISTO

1436
Tempo di lettura: 7 minuti

Introduzione


Nei primi dieci versetti del capitolo due, Paolo descrive:

1. la condizione di tutta l’umanità in Adamo,

2. l’intervento misericordioso di Dio Salvatore, 3. come avviene la salvezza delle singole persone e

4. il cambiamento radicale di vita di coloro che, essendo in Cristo, fanno parte della nuova creazione.

Nella lettera ai Romani le stesse verità vengono esposte in ben sei capitoli!

 

 

Lo stato dell’umanità (2:1-3)

 

“Ed essendo voi morti nelle vostre trasgressioni e nei vostri peccati, nel quali camminavate allora, secondo lo schema di questo mondo, secondo il principe della potenza dell’aria, lo spirito che al presente opera nei figli della disubbidienza, fra i quali anche noi tutti ci comportavamo allora nei desideri della nostra carne, agendo secondo le voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figli d’ira come gli altri” (2:1-3).

 

Questa prima parte del brano, nonostante la sua brevità, scandisce bene la condizione drammatica dell’uomo. Pur essendo apparentemente vivi, tutti i discendenti di Adamo iniziano la loro esistenza nella condizione di morte spirituale (cfr. Ro 5:12-14).

Se ne ha la prova nel fatto che le voglie della carne e dei pensieri, sfruttate con astuzia da Satana (“il principe della potenza dell’aria”), li spingono a trasgredire la legge di Dio in qualunque forma essa si presenti.

 

I due termini greci aiōn e kosmos, che Paolo usa nel v. 2 come sinonimi di “lasciarsi guidare da Satana”, si riferiscono al “presente secolo” e al “sistema prodotto dal peccato”.

Coloro che seguono questa via, in ubbidienza al “principe della potenza dell’aria” (cfr. 2Co 4:3-4), vengono definiti qui “figli di disubbidienza” (v. 2).

Sia il loro modo di pensare che il loro comportamento sono antitetici ai modi di pensare e di agire dei figli di Dio (si veda la preghiera di Paolo in 1:17-19).

 

Nel descrivere la condizione in cui versa tutta l’umanità, Paolo inserisce anche la storia spirituale passata dei suoi lettori (vv. 1-2), in vista di mettere in risalto la grandezza della grazia di Dio. Poi cambia il discorso in modo significativo, passando dalla seconda alla prima persona: “fra i quali anche noi tutti ci comportavamo allora nei desideri della nostra carne, agendo secondo le voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figli d’ira come gli altri” (v. 3).

Dopo aver descritto la condizione passata dei Gentili, ora Paolo include sé stesso e i Giudei in generale nella categoria dei “figli della disubbidienza”. Infatti, oltre a scrivere: “noi tutti”, egli termina il v. 3 con una comparazione: “come gli altri”. Questa puntualizzazione di Paolo è importante perché fa comprendere che tutta l’umanità, Giudei e Gentili, è accomunata nello stesso stato di peccato davanti a Dio. Soltanto dopo aver compreso questo fatto si può apprezzare appieno la misericordia di Dio che ha in vista la salvezza di tutti, Giudei e Gentili, come previsto in Isaia 49:5-6.

 

L’espressione “per natura figli d’ira” (v. 3) traduce il greco: tekna physei orgēs. La lingua italiana non possiede due termini che permettono di distinguere fra i due termini, entrambi tradotti “figli” nella Nuova Riveduta, che Paolo usa nei vv. 2-3. Il primo di questi termini, hyiois (“figli”) nell’espressione “figli della disubbidienza” denota la dignità legata a chi, in quanto cresciuto, è ormai in grado di agire e quindi pienamente responsabile delle proprie azioni (v. 2). Il secondo termine, tekna (v.3), descrive persone ancora soggette ai propri genitori.

 

Quindi la frase “per natura figli d’ira” descrive una condizione ereditata da Adamo (cfr. Ro 5:12-14). Questo fa comprendere che il problema dell’umanità non è semplicemente il cumulo di peccati commessi, bensì uno stato di peccato che, di conseguenza, porta a disubbidire a Dio. Finché rimaniamo in questa condizione ereditata da Adamo, siamo destinati a subire l’ira di Dio (cfr. Ro 1:18-21; Gv 3:31).

 

 

La misericordia di Dio

 

“Ma Dio essendo ricco in misericordia, a motivo del suo grande amore con il quale ci ha amati ed essendo noi morti nelle nostre trasgressioni, ci ha vivificati in Cristo – per grazia siete stati salvati – e ci ha risuscitato e ci ha fatti sedere nei luoghi celesti con Cristo Gesù, per dimostrare nelle epoche future l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà elargita a noi in Cristo Gesù” (2:4-7).

 

“Dio… ci ha vivificati in Cristo”.

Queste parole, che si trovano al v. 5 nel testo greco, costituiscono la clausola principale di un lungo periodo che comprende i versetti 1 a 7. I versetti che ora consideriamo danno la misura di questa trasformazione e trasposizione spettacolari: dalla morte alla vita e da un’esistenza vissuta nei peccati a essere seduti “nei luoghi celesti con Cristo Gesù”!

Questi versetti contengono uno crescendo di rovesciamenti della condizione che abbiamo ereditato da Adamo.

 

Il brano inizia con una particella che identifica la causa di questi rovesciamenti nella ricchezza della misericordia di Dio, quale frutto “del suo grande amore con cui ci ha amati”. Il lettore è già informato sulla forma che ha preso l’azione misericordiosa dell’amore di Dio: “in lui [Cristo] abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia” (1:7).

 

Gli effetti prodotti nella vita di coloro che hanno posto la loro fede in Cristo (1:13), sono cose che soltanto Dio può produrre. Se si trattasse soltanto di qualcosa rassomigliante un biglietto per il cielo, si potrebbe ipotizzare di poterlo acquistare con “con argento o con oro”, ma non è così. Infatti il primo di questi rovesciamenti è proprio dall’essere morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo, chiaramente il frutto di un’opera sovrannaturale.Forse per fermare sul nascere una reazione comprensibile da parte del lettore, del tipo “questo è troppo bello per essere vero!” Paolo precisa: [è] per grazia [che] siete stati salvati” (v. 5). Questa nuova vita non è qualcosa che possa prendere origine dalla natura che abbiamo ereditato. Al contrario, essa ha origine in Cristo.

Porre fede in Cristo significa partecipare alla sua morte al peccato e alla sua risurrezione e, addirittura, avere cittadinanza con lui in cielo! (v. 6).

Nel contesto dell’universo questo risultato dimostrerà “nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù” (v. 7).

Non è facile per la nostra mente penetrare appieno questi risvolti cosmici ed eterni. Per farlo serve lo spirito di sapienza e di rivelazione per cui Paolo ha pregato (1:17), per conoscere Cristo pienamente.

 

 

Salvati per grazia mediante la fede

 

“Infatti è per grazia che siete stati salvati mediante la fede e questo non viene da voi, è dono di Dio, non è frutto di opere, affinché nessuno se ne vanti. Infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le buone opere le quali Dio 
ha preordinato affinché camminiamo in esse”
 (2:8-9).

 

In questi versetti Paolo torna su quanto detto nel v. 5 riguardo alla causa efficace della nostra salvezza, ripetendo le parole: “è per grazia che siete stati salvati…” (v. 8). Però questa volta si sofferma soprattutto sulla causa strumentale della salvezza, aggiungendo: “…mediante la fede”L’aveva già affermato come premessa all’ultima delle benedizioni spirituali: “In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso” (1:13). Fra l’annuncio del Vangelo e la ricezione del sigillo dello Spirito Santo c’era stato l’esercizio della fede da parte degli uditori.

 

Le parole “mediante la fede” non si prestano a essere fraintese, anche perché trovano conferma nel v. 9: “Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti”. È evidente da questo accostamento che la risposta di fede all’annuncio del vangelo, intesa come causa strumentale della salvezza, non può essere assimilata alla categoria di opere, in quanto è in antitesi a essa. Il carattere antitetico della fede, rispetto alle opere, viene insegnato anche altrove negli scritti di Paolo. Ad esempio, dove in Romani commenta il brano della Genesi:“Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia” (Ge 15:6; Ro 4:3), scrive: “Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia” (Ro 4:4-5).

In base a queste parole non è possibile considerare la fede qualcosa che contribuisca alla propria salvezza; è semplicemente il modo stabilito da Dio per ricevere personalmente la salvezza per grazia.

 

Nonostante ciò, dai tempi di Agostino c’è chi interpreta diversamente le parole: “ciò non viene da voi; è il dono di Dio” (v. 8b). Secondo il vescovo di Ippona la fede a salvezza dipenderebbe da un dono di fede conferito in precedenza a certe persone. Per sostenere questa tesi Agostino si appellò più volte a Efesini 2:8-9. Per esempio nella sua opera “La predestinazione dei santi” scrive:

“La fede è data per prima e da essa si ottengono tutti gli altri beni che in senso stretto sono chiamati «opere», in grazia delle quali si vive da giusti. Infatti [l’apostolo Paolo] dice ancora: Per la grazia voi siete stati salvati mediante la fede, e ciò non proviene da voi, ma è dono di Dio; cioè, anche se ho detto mediante la fede, la fede non proviene da voi, ma è anch’essa un dono di Dio. Non mediante le opere, continua, affinché per caso qualcuno non si glori”.

Secondo il pensiero di Agostino, se un peccatore potesse rispondere per fede alla predicazione del Vangelo, senza aver ricevuto in precedenza uno speciale “dono” di fede, lui o lei potrebbe vantarsi di aver ottenuto la salvezza in parte per i propri meriti. Quest’idea ignora il fatto che la fede, negli scritti di Paolo, è messa in antitesi alle opere.

Ma qual è stato l’errore di Agostino?

La sua interpretazione ignora il senso grammaticale delle parole scritte da Paolo nel v. 8, oltre che contraddire il senso del v. 9. La parola fraintesa da Agostino sta all’inizio della frase: “ciò non viene da voi; è il dono di Dio”. Il punto è che il soggetto a cui si riferisce questo pronome dimostrativo (gr. touto, “ciò”) non può essere fede. Il motivo è semplice: il pronome greco touto è di genere neutro, mentre il sostantivo “fede” (v. 8a) è di genere femminile (gr. pisteōs). Ne consegue che il pronome touto (“ciò/il dono di Dio”) non si riferisce a “fede”, bensì alla salvezza che si ottiene non per opere bensì “per grazia mediante la fede”.

 

Tutti gli esegeti che si basano sul testo greco concordano che il pronome touto non si riferisce a fede bensì a ciò che scaturisce dalla misericordia di Dio (vv. 4-7), anche se alcuni ritengono sia possibile includere la fede in questo riferimento generale.

Ma sia Efesini 1:13; 2:9, che Romani 10:17 e Galati 3:2-5, sono unanimi nell’insegnare che la fede a salvezza nasce dall’ascolto del Vangelo e non esiste prima.

 

 

“Creati in Cristo Gesù

per fare le buone opere”

 

“Infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le buone opere le quali Dio ha preordinato affinché camminiamo in esse” (2:10).

 

Al v. 10 Paolo torna su ciò che la grazia di Dio produce nella vita di coloro che sono “opera di Cristo”. La chiave per comprendere la nuova vocazione di queste persone è il fatto che sono “in Cristo Gesù”.

Qualsiasi sia la loro estrazione, queste persone traggono la loro nuova vita da Gesù, il Messia, e in lui fanno parte della nuova creazione, che ebbe inizio con la croce di Cristo con la conseguente morte al peccato di coloro che credono in lui (Ro 6:6-11).

Coloro che fanno parte della nuova creazione sono caratterizzati dalla “fede che opera per mezzo dell’amore” (Ga 6:14-15; 5:6).

Non dovrebbe sorprenderci il fatto che Dio abbia preparato delle opere buone da praticare per coloro che sono“opera di Cristo”.

Infatti Gesù stesso comanda a coloro che sono chiamati a vivere secondo i valori espressi nelle Beatitudini:

“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5:16). Similmente, nella sua magnifica descrizione della manifestazione della grazia di Dio nella sua Lettera a Tito, Paolo scrive a proposito del “Grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” che attendiamo:

“….ha dato sé stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone (Tt 2:14).

 

 

Per la riflessione personale

o lo studio di gruppo

 

1. Per poter apprezzare la grandezza della misericordia di Dio, bisogna prima fare propria l’analisi che Dio fa della condizione disperata in cui versa tutta l’umanità a motivo della sua natura ereditata da Adamo.

Dal momento che lo Spirito Santo convince “il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16:8), qual è il ruolo dell’evangelista nel convincere le persone della verità riguardante il loro stato spirituale, come premessa per presentare loro la gloriosa prospettiva della salvezza per grazia, frutto della misericordia di Dio?

 

2. Perché non è possibile considerare un’opera meritevole la risposta di fede all’annuncio del Vangelo?

 

3. Alla luce di questo brano e di Tito 2:14 è possibile fare parte della nuova creazione senza fare le buone opere?