Popoli della Bibbia I CONTEMPORANEI DEI PATRIARCHI

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Preistoria, storia, archeologia e… archeologia biblica

 

Questo primo articolo sui popoli della Bibbia riguarderà i Contemporanei dei Patriarchi, vale a dire i popoli che esistevano all’epoca di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Giuseppe.

È necessario però richiamare alcuni concetti, cominciando dalla definizione di “Storia”. Si chiama “Storia” la narrazione sequenziale e cronologica degli avvenimenti pubblici dei vari popoli, con il giudizio del loro valore e la critica delle fonti e delle testimonianze scritte.

In assenza (o “prima”) di queste fonti scritte  la descrizione degli eventi prende il nome di “Preistoria”.

 

L’Archeologia è invece la scienza che si occupa di monumenti o reperti antichi, quasi sempre rinvenuti negli scavi, mettendoli in relazione con gli eventi storici. Per poterlo fare, essa considera l’aspetto formale e artistico dei reperti e ne legge le eventuali iscrizioni – spesso in scritture scomparse, che devono essere decifrate – per arrivare infine ad una datazione in termini assoluti, utilizzando i metodi della Cronologia. L’Archeologia agli inizi non era altro che una caccia al tesoro, per abbellire i musei e le residenze dei re.

Solo da poco più di 150 anni è diventata una scienza.

Quindi è una scienza giovane.

Parliamo ora in particolare della Archeologia biblica.

Un approccio sbagliato sarebbe di voler provare con essa che la Bibbia è vera.

L’utilità dell’archeologia biblica consiste invece nel gettare luce sui popoli del vicino oriente antico, ravvisando eventuali evidenze e parallelismi tra le scoperte e i racconti biblici. Sarà così possibile talvolta concludere che le storie bibliche sono racconti attendibili. Ma attenzione: l’archeologia è una scienza e deve muovere con cautela; altrimenti, per voler provare tutto e troppo si rischierebbe solo di ammucchiare frange insulse (così ebbe a dire infatti il celebre archeologo cristiano André Parrot).

Uno dei risultati più interessanti dell’archeologia biblica è quello di poter agganciare i racconti dell’Antico Testamento a  riferimenti cronologici sicuri. Ma c’è un problema. È noto che gli antichi descrivevano gli eventi riferendoli all’anno di regno del sovrano in carica, cioè usavano la cronologia relativa.

Noi invece datiamo la storia col metodo della cronologia assoluta, contando gli anni a partire da quello della nascita di Cristo.

Possiamo ora definire gli obiettivi dell’Archeologia per l’Antico Testamento:

• Descrivere gli usi e i costumi dei popoli con i quali gli Ebrei hanno avuto rapporti.

• Evidenziare i parallelismi tra le storie bibliche e le scoperte archeologiche.

• Datare le vicende bibliche secondo i metodi della Cronologia.

 

 

I Patriarchi menzionati solo nella Genesi

 

Mettendo a confronto la storia dei vari popoli, si scoprirà che all’epoca di Abramo, le piramidi d’Egitto esistevano già da parecchi secoli e in Mesopotamia c’era l’impero babilonese. Abramo visse intorno al 1800 a.C. quando in Egitto regnava la XII Dinastia. Era quello il Medio Regno e di quel periodo è il celebre racconto di Sinhue. A quell’epoca risale pure il famoso Codice di Hammurabi, re di Babilonia.

 

Consideriamo ora le Storie dei Patriarchi raccontate nella Bibbia. Trattano sempre esclusivamente fatti di essere umani ordinari: uomini e donne che nascono, si sposano, hanno figli, allevano pecore, capre e bovini, saltuariamente coltivano campi, si amano, litigano, muoiono e vengono sepolti. Adorano il loro Dio, edificandogli semplici altari, e ricevono da parte sua sogni e visioni.

I racconto della Genesi sono il solo testo che menzioni i Patriarchi. Questo però non ci deve stupire: come per innumerevoli altri privati cittadini dell’antichità, essi non sono attestati in nessun altro documento antico.

Dobbiamo riconoscere che l’Archeologia Biblica per i periodo dei Patriarchi presenta difficoltà e limiti. Il silenzio delle fonti extrabibliche è stato ovviamente utilizzato dagli studiosi scettici per dire che le storie dei Patriarchi sono pure immaginazioni, oppure racconti di personaggi ai quali vengono attribuiti fatti e discorsi elaborati dalle successive generazioni.

Però possiamo dire che l’Archeologia, pur non essendo in grado di dimostrare che le storie della Genesi sui Patriarchi sono vere, non può neppure dire che sono leggende infondate. Perché infatti l’Archeologia può gettare luci sull’ambiente in cui queste storie si svolsero e concludere che, tutto sommato, sembrano narrazioni attendibili.

Quanto detto non deve assolutamente apparire poca cosa. Cioè il fatto che il racconto biblico spesso concordi con le antiche consuetudini attestate dalle scoperte archeologiche è una buona base per un approccio positivo alle narrazioni del periodo patriarcale.

 

 

I Tell, vere e proprie miniere di reperti

 

I Paesi dove sono state effettuate delle ricerche sono quelli della cosiddetta Fertile MezzalunaCon questa pittoresca espressione, un archeologo all’inizio del ‘900 ha definito infatti in territori della Mesopotamia, della Siria, della Palestina e dell’Egitto. Per le nostre ricerche sui popoli della Bibbia va considerata poi anche l’Anatolia, che era il paese degli Ittiti.

 

Di solito gli archeologi scavano nei Tell, che sono piccole montagne artificiali. Come si formano i Tell? Ecco, dopo le distruzioni causate da eventi bellici o terremoti, succedeva che nella riedificazione delle antiche città ogni nuovo livello era più alto del precedente e risultava sempre più ridotto quanto a superficie. Queste piccole montagne sono vere miniere per gli archeologi.

Tagliandoli dall’alto in basso, vi si vede apparire la storia del passato in una perfetta sequenza di strati. Gli strati più alti conservano il ricordo delle occupazioni più recenti, che possono appartenere al tempo degli Arabi o dei Bizantini.

Ma, continuando a scavare, si trovano i livelli più antichi finché, alla base, si arriva al terreno vergine.

Per datare i vari strati, in mancanza di documenti scritti, ci si serve delle strutture architettoniche, degli utensili, delle armi e degli oggetti domestici che vengono alla luce di volta in volta. Ma sopratutto si osserva la “ceramica”, cioè i frammenti di vasi, che costituiscono il calendario più sicuro per gli archeologi.

 

Abbiamo prima accennato alla datazione dei reperti. L’altro grosso problema, la cui soluzione è indispensabile perché l’archeologia possa essere considerata una scienza, è la decifrazione delle iscrizioni.

Una cosa straordinaria che sappiamo e che all’epoca dei Patriarchi succedeva nei vari Paesi del mondo civilizzato e che sia gli abitanti dell’Egitto che i Sumeri in Mesopotamia, gli Ittiti in Anatolia e i Micenei nell’area dell’Egeo, sapevano scrivere!

 

 

I contemporanei dei Patriarchi

sapevano scrivere

 

Per esempio, gli Egizi scrivevano fin dal 3000 a.C. I segni della loro scrittura (più di 800) di solito rappresentano oggetti, animali o persone e vanno letti andando contro lo sguardo delle figure animate. Questa scrittura si chiama geroglifica. La decifrazione avvenne nel 1822 ad opera del famoso archeologo franceseChampollion, che si servì della pietra di Rosetta, dove lo stesso testo si trovava scritto in geroglifico ed anche in scrittura greca. Con lui nacque così l’Egittologia.

La scrittura dei Mesopotamici era quella cuneiformecosì chiamata per l’aspetto dei segni a forma di cuneo, impressi con uno stecco su tavolette di argilla fresca, oppure incisi sulla roccia. Appeso ad una rupe nella località di Behistun, l’inglese Rawlinson copiò per la prima volta un testo cuneiforme, decifrandolo poi nel 1857. Il compito del Rawlinson fu ancora più difficile di quello di Champollion, perché occorreva decifrare per la prima volta un testo redatto in una scrittura scomparsa, senza altri riferimenti. Infatti la pietra di Rosetta conteneva un testo bilingue in cui una delle due lingue era nota, il greco.

Invece il testo di Behistun era un trilingue, nel quale, a parte i caratteri, tutte e tre le lingue, la persiana, l’elamita e la babilonese, erano sconosciute. Ma il Rawlinson riuscì, dopo anni di fatiche, a portare a termine la sua impresa e nacque così con lui l’Assirologia.

Rendiamoci conto che senza l’apporto di questi due uomini indubbiamente geniali, Champollion e Rawlinson, l’archeologia del vicino oriente antico non sarebbe mai diventata una scienza.

 

Alcuni documenti mesopotamici, una volta decifrati, hanno rievocato eventi della preistoria biblica. Citiamo il sigillo della tentazione, dove si vede l’albero col serpente e due personaggi “tentati”. Ricordiamo poi la tavoletta del diluvio con il racconto di quella alluvione globale, e l’epopea di Ghilgamesh che è appunto l’eroe sumero scampato alle acque del diluvio.

Gli archeologi hanno anche rinvenuto negli scavi pregevoli sculture in bronzo, come quella di Sargon I, sovrano mesopotamico della dinastia di Accad (2500 a.C.).

 

 

Dagli scavi di Ebla

notizie su Ur dei Caldei

 

Parliamo ora della scoperta di Ebla, per opera di una missione italiana diretta a partire dall’anno 1964 dall’archeologo Paolo Matthiae e dell’assirologo Giovanni Pettinato.

La località è quella del Tell Mardikh in Siria, che nascondeva l’antica città di Ebla, nominata nei testi mesopotamici della dinastia di Accad (2350-2150 a.C.).

Nel 1975 venne scoperto l’Archivio di Stato, ricco di oltre 15.000 tavolette di argilla cotte e indurite dall’incendio che aveva distrutto il palazzo reale.

Le tavolette erano scritte in caratteri cuneiformi, in una lingua semitica che si rivelò apparentata con l’ugaritico, il fenicio e l’ebraico, e contenevano talvolta nomi propri noti anche dall’Antico Testamento.

 

In Mesopotamia gli archeologi hanno scavato il Tell di Eridu, nella regione di Ur, che era la patria di Abramo, scoprendo i resti di un insediamento sumerico. Inoltre hanno restaurato la Ziggurat di Ur, che era uno dei tanti templi a terrazze.

Nella zona di Ur, oltre ai tesori scoperti nelle tombe reali, gli scavi effettuati dall’archeologo inglese Sir Leonard Woolley intorno al 1930 hanno portato alla luce parecchie case dell’epoca di Abramo.

Siamo così venuti a sapere che al tempo di quel patriarca molti benestanti vivevano in case a due piani, costruite in modo assai sofisticato. Al centro c’era un cortile lastricato, attorno al quale si trovavano il bagno, le cucine, il tempietto domestico e altre stanze.

Constatando dunque che Abramo viveva in una società ricca e prospera, possiamo pensare che, quando ricevette l’ordine di lasciare la sua terra per andare in “un paese lontano che non conosceva,, ciò gli dovette costare un grande sacrificio (cfr. Eb 11:8.10).

 

Sono anche affiorati dagli scavi molti mattoni scritti un caratteri cuneiformi, legati con bitume. Questo ci fa venire in mente quel passo biblico in cui si parla della Torre di Babele, nel quale leggiamo:

“Essi adoperarono mattoni anziché pietre e bitume invece di calce” (Ge 11:3).

La tecnica di legare mattoni con bitume era usuale in Mesopotamia, perché questa sostanza affiorava allora dal suolo in abbondanza come d’altra parte anche oggi accade.

 

Nelle tombe reali di Ur sono stati trovati enormi tesori, oggi custoditi nei musei di Bagdad e d Londra. Un elmo di oro massiccio che riproduce una capigliatura; apparteneva al re Meskalam-dag, il cui nome si legge in caratteri cuneiformi.

Wolley trovò poi una testa di vitello tutta d’oro, con gli occhi di lapislazzuli e la barba rituale. Questa testa, oggi a Bagdad, decorava il davanti di un’arpa. La scena dell’arpista di corte che regge un’arpa con la testa di vitello si può ammirare anche nella Stendardo di Ur, conservato a Londra, composto di due pannelli, della pace e della guerra.

Questi pannelli presentano disegno fatti con frammenti di madreperla, pietra bianca e lapislazzuli legati con bitume. Vi si notano i dignitari di Ur con una caratteristica gonna di lana, detta kaunakes. Nel pannello della guerra possiamo notare un carro a ruote piene, perché a quell’epoca le ruote a raggi non erano ancora state inventate.

Nel tempio di Obeid, nella bassa Mesopotamia, poco a nord di Ur, è stata trovata una decorazione in pietra bianca e bitume, che risale al III millennio a.C. e che presenta la lavorazione del latte. Gli archeologi l’hanno chiamata “Il Fregio della Latteria”.