Stefano: l’amore per i suoi nemici

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La violenza del sinedrio

 

Le accuse che Stefano aveva rivolto ai membri del sinedrio nel suo lungo discorso (At 7:2-53) ebbero una chiara conseguenza. È scritto che essi fremevano di rabbia in cuor loro contro di lui” (At 7:54).

Lo stesso sentimento lo avevano già provato dopo che erano comparsi davanti a loro Pietro e Giovanni: “Ma essi, udendo queste cose, fremevano d’ira, e si proponevano di ucciderli. Ma un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, onorato da tutto il popolo, alzatosi in piedi nel sinedrio, comandò che gli apostoli venissero un momento allontanati” (At 5:33-34).

Non si poteva accusare il sinedrio sperando di passarla liscia.

 

 

La visione del Figlio d’uomo

 

Guardiamo che contrapposizione! Mentre il sinedrio fremeva di rabbia e digrignava i denti contro Stefano, egli era “pieno di spirito Santo”. In lui non c’erano sentimenti di vendetta o di violenza, ma era disposto a dare la sua vita per amore del Signore.

L’essere ricolmi di Spirito non è uno status che riguarda solo un’elite di credenti, ma ogni figlio di Dio è chiamato ad essere caratterizzato dalla pienezza spirituale (Ef 5:18).

Il testo biblico mette in evidenza un chiaro atteggiamento di Stefano dal quale dobbiamo certamente prendere esempio. È scritto che egli “fissò gli occhi al cielo”. Era perfettamente consapevole della difficile e pericolosa situazione che stava vivendo, ma distolse gli occhi e guardò verso l’Alto. Il suo esempio ci ricorda che, sempre, dobbiamo fissare i nostri occhi sul Signore.

 

Ebbene che cosa vide Stefano? È scritto che vide “la gloria di Dio”. Si trattò di una visione certamente straordinaria, in vista della particolare situazione che stava vivendo.

Molto spesso la Scrittura ci parla della gloria di Dio. Un profeta che vide la gloria di Dio fu Ezechiele:

“Egli stese una forma di mano e mi prese per una ciocca dei miei capelli; lo Spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all’ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov’era situato l’idolo della gelosia, che provoca gelosia. Ed ecco, là era la gloria del DIO d’Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle” (Ez 8:3-4).

 

Quanto è bello pensare che quando ci troveremo nella Gerusalemme celeste, potremo veramente contemplare la gloria di Dio in tutta la sua bellezza:

“Nella città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illumini, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada” (Ap 21:22-23).

Ma quando si parla della gloria di Dio, si parla in maniera paritetica anche della gloria di Gesù. Non si tratta di due glorie distinte o una superiore all’altra, ma della stessa gloria.

 

Come ci ricorda l’autore della lettera agli Ebrei, il Signore Gesù si è umiliato per amore nostro ma è stato anche coronato di gloria ed onore“Tu hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi». Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto. Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte; però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti” (Eb 2:8-9).

 

Inoltre l’apostolo Pietro dichiara in modo chiaro e forte che il Signore Gesù Cristo possiede la gloria in eterno “Voi dunque, carissimi, sapendo già queste cose, state in guardia per non essere trascinati dall’errore degli scellerati e scadere così dalla vostra fermezza; ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. A lui sia la gloria, ora e in eterno. Amen” (2P 3:17-18).

 

Ma la visione che vede Stefano continua ed egli vede il Signore Gesù che siede “alla destra di Dio”. Si è trattato certamente di una visione consolante che Dio ha voluto concedere al suo servo prima della sua dipartita.

essere. Egli è l’eterno Figlio di Dio!

 

 

L’esecuzione

 

Nel racconto di Luca (At 7:57-59) possiamo osservare l’atteggiamento crudele e violento che i membri del sinedrio manifestarono nei confronti di Stefano. Innanzitutto è scritto che gettarono “grida altissime”, non soltanto come dimostrazione del loro profondo dissenso, ma soprattutto per l’intento che albergava nel loro cuore.

Il secondo atteggiamento che queste persone espressero: “si turarono le orecchie”. Con questo comportamento essi dimostrarono che non volevano ascoltare la verità che Stefano in quel momento stava proclamando.

Poi manifestarono tutta la loro violenza avventandosi addosso a Stefano “tutti insieme”. Ovvero non solo una persona attaccò Stefano, ma tutto il sinedrio, con una violenza inaudita.

 

Continuiamo poi a leggere gli atteggiamenti violenti che i membri del sinedrio ebbero nei confronti di Stefano. È scritto che lo “cacciarono fuori dalla città”. Con questa espressione si vuole proprio indicare il profondo disprezzo che questi Giudei avevano nei confronti di questo servo di Dio.

Nella situazione vissuta da Stefano, possiamo vedere un’analogia con quanto sperimentò il Signore Gesù su questa terra. Infatti in Luca 20, testo nel quale ci viene presentata la parabola dei malvagi vignaiuoli, ci viene descritto in particolare l’atteggiamento violento che questi uomini ebbero nei confronti del figlio del proprietario della vigna:

“Ma quando i vignaiuoli lo videro, fecero tra di loro questo ragionamento: «Costui è l’erede; uccidiamolo, affinché l’eredità diventi nostra».  E lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Dunque che cosa farà loro il padrone della vigna?  Verrà e sterminerà quei vignaiuoli, e darà la vigna ad altri” (Lu 20:14-16). È vero, si tratta di una parabola, ma queste parole si allineano molto bene alle sofferenze che il Signore Gesù ha dovuto subire per amore nostro. Egli che era ed è il re d’Israele, è stato rifiutato dal suo popolo e ucciso. La stessa esperienza l’ha visse anche Stefano in questa circostanza così dolorosa. Tuttavia in quest’uomo di Dio non vediamo tentennamenti, né dubbi. Egli rimase fedele a Dio fino alla fine.

 

Ed ecco che arriviamo all’esecuzione vera e propria. È scritto che Stefano venne lapidato da questi Giudei malvagi. Essi non soltanto trasgredirono la legge mosaica, ma uccisero un innocente rifiutando di riconoscere che egli era un servo fedele del Signore.

Quanto è bello leggere che proprio nel momento della sua lapidazione Stefano invocò Gesù. Egli non invocò il Signore per essere liberato da quella situazione ma per dare gloria al suo nome.

Stefano sperimentò la misericordia di Dio pur in una situazione così estrema come quella che stava vivendo.

 

 

L’amore di Stefano per i suoi nemici

 

Il racconto biblico prosegue mettendo in evidenza la frase che Stefano rivolge al Signore Gesù, parole che sottolineano tutta la sua devozione e sottomissione nei suoi confronti: “Signore Gesù accogli il mio spirito”.

Il Signore Gesù stesso. proprio negli ultimi istanti della sua vita terrena, rimise il suo spirito nelle mani del Padre: “Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò” (Lu 23:46). Sono parole veramente straordinarie che ci parlano della profonda sottomissione ed ubbidienza che il Figlio ha sempre manifestato nei confronti di Dio Padre.

 

In Stefano però vediamo un altro comportamento molto bello e significativo soprattutto tenendo conto della situazione che lui stava vivendo. È scritto che proprio nel momento in cui lo stavano lapidando egli si mise “in ginocchio”. L’adorazione di Stefano non termina nemmeno nel momento della sua morte. Quale lezione ci dà quest’uomo di Dio. L’adorazione è veramente il nostro stile di vita? Adoriamo Dio in ogni istante della nostra esistenza?

 

Ma prima di morire, Stefano parla ancora e possiamo dire che la sua vita termina con delle parole veramente straordinarie: “Signore non imputare loro questo peccato”.

In altre parole Stefano non fece altro che imitare il Signore Gesù, perfetto esempio di fede: “Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte”(Lu 23:33-34).

Il Signore Gesù, proprio là sulla croce, mentre la folla costituita da Ebrei e Romani lo insultava, lo scherniva e lo oltraggiava, chiese al Padre che proprio quelle persone venissero perdonate del loro ignobile peccato. In questa frase del Signore Gesù possiamo vedervi tutto il suo amore.

Anche Stefano non reagisce con vendetta cercando di difendersi o scappare da quella situazione, ma dimostra tutto il suo amore nei confronti dei suoi carnefici fino alla fine.

 

Il racconto biblico si conclude con delle parole molto semplici: si addormentò”. Per il figlio di Dio la morte non è “il re degli spaventi”, ma un dolce riposo e passaggio dal terreno al celeste, dal mortale all’immortale.

Per il figlio di Dio la morte non ha più il suo pungiglione letale. Esso è un nemico sconfitto dal Signore Gesù.

 

 

Conclusione

 

Possiamo veramente ringraziare il Signore per questi esempi straordinari che abbiamo nella sua Parola.

Siamo come Stefano, pronti ad annunciare con coraggio il Vangelo anche in mezzo alle difficoltà e le persecuzioni?

Siamo pronti ad amare coloro che ci perseguitano e ci fanno del male?

Se siamo attaccati al Signore e se davvero viviamo la pienezza del suo Spirito, potremo comportarci come Stefano, testimoniando, onorando e adorando il suo Nome anche in situazioni estreme.