L’uomo che il Padre attira NO ALLA DOTTRINA DELLA DEPRAVAZIONE TOTALE!

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Una concezione dell’uomo

che va ben oltre la Scrittura

 

Nell’articolo pubblicato nel numero di giugno (pagg. 280-285) abbiamo considerato l’approccio dogmatico della cosiddetta “Bibbia MacArthur” a Giovanni 6:44 ed abbiamo rilevato come la dottrina della salvezza calvinista, molto deve alla sua dottrina dell’uomo (antropologia), tanto da dovergli pagare un costante pedaggio, se vuole che il suo sistema dogmatico, tanto decantato per la sua logica, abbia conclusioni coerenti con le sue premesse.

 

Rifacendoci ancora una volta al commento che la “Bibbia MacArthur” fa a Giovanni 6:44, rileviamo, senza voler fare nessuna caricatura, un’antropologia invero così radicale, che considera l’uomo non solo incapace di salvarsi, come condiviso dal mondo evangelico in generale, ma anche:

• incapace di “andare a Cristo” e di “accettare o rifiutare il vangelo secondo la propria volontà”;

• senza “alcun libero arbitrio”, ossia senza alcuna capacità decisionale nei confronti del suo Creatore e della Sua volontà;

• “schiavo del peccato” nei termini della cosiddetta “depravazione totale”, ossia nei termini di un tale asservimento al peccato, che non gli lascia più, non solo la capacità di andare a Cristo, ma neanche la volontà di andarvi;

• “incapace di credere se Dio non gliene da facoltà”;

• libero di “andare al Padre”, concetto che il MacArthur esprime con le parole “«chiunque vuole» può andare al Padre”, dove il “può”, non designa una capacità o una volontà dell’uomo di andare a Dio, che per l’autore è esclusa a priori, visto che non c’è “alcun libero arbitrio”, ma una sua libertà di andarvi, che riguarda “chiunque”;

• non libero di “venire al Padre”, cioè di arrivarci, non solo perché non è in grado di sfruttare fino in fondo la sua libertà di “andare al Padre”, ma anche perché “verranno al Padre… solo coloro a cui il Padre «dà la capacità di volere»”, ossia gli eletti;

• insomma, l’uomo non è capace di andare a Dio, però è libero di andarvi, solo che non è libero di arrivarci, perché solo un eletto è reso libero e capace di arrivarci;

 

In ultima analisi, tutto ciò corrisponde a ciò che “Dio ha sovranamente stabilito da ogni eternità”, tutto è preordinato prima del tempo e, la vita e la morte, la salvezza e la dannazione, la fede e l’incredulità, il salvato ed il perduto fanno capo ad una partitura già scritta, ed ora interpretata da attori designati anch’essi prima del tempo.

Tutto questo, a nostro avviso, riflette una concezione dell’uomo che va oltre i dati biblici. Una concezione che non solo esclude la capacità umana di salvarsi, cosa che condividiamo anche noi, ma esclude persino la capacità e la volontà dell’uomo di andare a Dio per avere salvezza.

 

 

Davvero l’uomo è totalmente depravato?

 

Una concezione dell’uomo così radicale, che lo priva di ogni facoltà e volontà di cercare Dio, di andare a lui, di interagire col suo Creatore del quale continua a portare l’immagine, di ascoltare un Dio che gli parla e di rispondergli in modo responsabile. Una concezione così pessimistica, che considera l’uomo alla stregua di un automa, che risponde in tutto e per tutto alla volontà del suo programmatore, ove persino la sua “libertà” di andare a Dio, non corrisponde alla sua libertà di “arrivarvi”, libertà che è concessa solo agli eletti con un processo di salvezza inevitabile, irresistibile ed irrinunciabile.

Questa concezione dell’uomo è conosciuta anche come la dottrina della “depravazione totale”.

 

A proposito di questa dottrina, Roy Aldrich fa notare:

“Una dottrina della depravazione totale che esclude la possibilità della fede esclude anche la possibilità di «ascoltare la parola», «di applicarsi seriamente alla divina verità», «di pregare per lo Spirito Santo per avere convinzione e rigenerazione».”

A sostegno della “totale depravazione” dell’uomo, MacArthur cita Efesini 2:1 (nota a Gv 6:44), che dice: “eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati”.

Secondo la lettura calvinista di questo verso, s’intende la parola “morti” alla stregua della morte fisica, cioè come una assoluta e totale privazione delle capacità spirituali dell’uomo, una totale incapacità, non solo di salvarsi, ma persino di essere sensibile ai tentativi divini di salvarlo.

 

Prima di salvarci, sostiene il calvinista, Dio deve, per sua scelta esclusiva e sovrana, risuscitare attraverso la rigenerazione, queste facoltà andate perdute col peccato, deve risuscitarci dalla nostra inerzia spirituale e ridarci la capacità di volere, ascoltare, comprendere ed obbedire alla sua Parola.

Affermare che esista, anche in minima parte una di queste facoltà, significa, secondo tale concezione, spodestare Dio della sua sovranità, che dovrebbe intendersi in modo assoluto, senza nessun apporto umano. Significherebbe anche attribuire all’uomo un merito, quello di potersi relazionare con Dio, che oscurerebbe in qualche modo la gloria di Dio. L’uomo non può interagire con Dio e, la prima cosa che Dio deve fare con lui è metterlo in condizione di percepire e ricevere l’opera di salvezza a lui destinata. In questa antropologia così radicale, ciò che viene a mancare è l’uomo stesso, l’uomo fatto ad immagine di Dio, l’uomo capace di rispondere ad un Dio che gli parla, che poi è il suo Creatore. Quest’uomo è morto, sepolto nel cimitero della vita e i testi biblici come Efesini 2:1 (cfr. v.5; Cl 2:13) diventano il suo necrologio, che attesta la sua morte.

 

 

Una dottrina inaccettabile

 

Non crediamo di poter né dover sposare questa tesi, per le seguenti ragioni:

 

1. Il termine “morti” (nekrous) è riferito anzitutto alle “colpe” (paraptômasin) dell’uomo.

Nel testo greco di Efesini 2:1 (cfr. v. 5; Cl 2:13), “morti” traduce il termine greco nekrous, ed è abbinato anzitutto e soprattutto a “colpe” (paraptômasin) al quale viene affiancato il termine “peccati” (hamartiais), che qui pare avere più o meno lo stesso significato del primo termine. Infatti, quando più giù (v. 5) ricorre la stessa costruzione (“quando eravamo morti nei peccati”) nel testo greco “peccati”, non traduce hamartiais, ma paraptômasin. Il fatto che la Nuova Riveduta non traduce “colpe” come al v. 1, ma “peccati”, può indicare che anch’essa li considera equivalenti nel loro significato.

Ora, il termine “colpe” (paraptômasin) più che richiamare l’intrinseca e totale corruzione dell’uomo, richiama anzitutto la sua condizione di colpevole per aver infranto la legge ed essere sotto il giudizio e la condanna di Dio, che è appunto la morte. Si noti come culmina questa descrizione dell’uomo peccatore:“eravamo per natura figliuoli d’ira” (v.3), ossia sotto il giudizio e la condanna di Dio. Il legame tra “colpe” (paraptômasin) e “morte”, in quanto condanna a morte è ancora più chiaro in Romani 5:12-21, laddove, quando Paolo arriva al “dunque” del discorso identifica il legame tra “morte” e “colpa” [paraptôma], con la“condanna” e dice: “Dunque…con una sola trasgressione [paraptôma] la condanna si è estesa a tutti gli uomini” (v.18).

 

2. Nel testo greco di Efesini 2:1 non compare la particella “nei”.

Compare invece l’articolo determinativo, dativo, plurale, neutro “tois”, che letteralmente dà alla frase questo significato: “morti alle colpe”. Eppure, lo stesso MacArthur dice:

“La preposizione «nei» indica la dimensione in cui si trovano i peccatori non rigenerati. Costoro non sono morti a causa di atti peccaminosi di cui si sono resi colpevoli, bensì a motivo della loro natura peccaminosa” (nota a Efesini 2:1).

Tuttavia la grammatica non pare suffragare questo! Solo in Colossesi 2:13 (“Voi che eravate morti nei peccati e nell’incirconcisione della vostra carne”) abbiamo nel testo greco la preposizione articolata “en tois”, giustamente tradotta “nei”. Tuttavia, anche in questo verso, il termine tradotto con “peccati”, nel greco èparaptomasin, che più propriamente andrebbe tradotto con “colpe”. Pure qui dunque, l’uso della particella “nei” non è sufficiente a dimostrare che si stia parlando della “natura peccaminosa” dell’uomo, quanto piuttosto degli “atti peccaminosi di cui si sono resi colpevoli”.

 

3. Paolo fa differenza tra “peccati” e “peccato”.

Uno studio comparato dell’uso che fa Paolo di questi due termini rivela che, “peccati”, sono per lui le azioni che l’uomo commette, che si configurano come violazioni e trasgressioni della legge di Dio. Il “peccato” è invece per Paolo, la natura di peccato che è connaturata all’essere umano e che lo spinge a peccare (vedi i capitoli 6 e 7 di Romani). In Efesini 2:1 però, Paolo non dice “morti nel peccato”, ma “morti…nei peccati”, espressione che richiama di più gli “atti peccaminosi di cui si sono resi colpevoli” gli uomini, piuttosto che la “loro natura peccaminosa”, nonostante ciò che ne dice il MacArthur.

 

4. Non sempre Paolo usa la parola “morti” (nekrous) in senso assoluto e univoco.

Talvolta usa questa parola in senso spirituale, senza darle evidentemente il valore di totale privazione di vita o di capacità. Ad esempio quando dice che i cristiani sono “morti al peccato” (Ro 6:2,11), non significa che i cristiani sono perfetti, completamente estranei al peccato, senza più alcuna facoltà né volontà di peccare. Infatti, subito dopo aggiunge: “Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?” (Ro 6:2). Ciò significa che un cristiano, che è “morto al peccato” può continuare a viverci, anche se è un controsenso e da qui la domanda indignata dell’apostolo!

Anche in senso fisico, Paolo non usa la parola “morti” in modo univoco ed assoluto. Ad esempio, in Romani 4:19 si legge di Abramo: “egli vide che il suo corpo era svigorito”. La parola “svigorito” traduce il termine greco “nekromenon”, cioè “morto”. Ma qui Paolo non usa questo termine per dire che Abramo era cadavere, senza più alcuna vita o facoltà fisica, ma che non aveva più la sua normale funzione riproduttiva. Per il resto però egli era abbastanza vivo e vegeto!

Possiamo pensare che anche in Efesini 2:1 il termine “morti” non indichi la totale inabilità spirituale dell’uomo, nei confronti dell’Iddio che gli parla, ma una condizione che richiede certamente ed anzitutto l’iniziativa redentiva di Dio (“ha vivificato”, Ef 2:1), alla quale può e deve fare riscontro una volontà reale da parte dell’uomo (“avendo creduto in lui”, Ef.1:13), della quale è ed è considerato responsabile (cfr. Ef.2:3).

 

5. “Morti nelle colpe e nei peccati” è una frase lapidaria.

Si tratta di una frase en passant, che, sia in Efesini che in Colossesi, è al servizio anzitutto della cristologia (dottrina di Cristo), ed è di per sé insufficiente a definire l’antropologia paolina nei termini univoci ed assoluti in cui ne parla la dottrina della depravazione totale.

Questa è una frase che tuttalpiù può riassumere l’antropologia paolina, ma non precisarla, né delinearla fino al punto di dire che qui Paolo intenda l’assoluta incapacità e inabilità umana di rispondere al messaggio dell’evangelo.

 

6. É più sicuro intendere “morti” come totale separazione da Dio.

Come nella legge di Mosè, chi toccava un cadavere (nekros) era considerato impuro “sette giorni” (Nu 19:11) e separato da Yaweh perché “contaminava la dimora del Signore” (vv. 13, 20), così il peccatore è un morto separato da Dio, finché non viene purificato da Cristo.

L’espressione “estranei alla vita di Dio” 
(Ef 4:18), qualifica meglio l’essere “morti nelle colpe e nei peccati”, della dottrina della depravazione totale e della totale inabilità nei confronti di Dio. Anche nella sua condizione di separazione ed estraneità da Dio, l’uomo continua a portare l’immagine del suo Creatore e la responsabilità che ne consegue.

 

 

L’uomo ha la facoltà

di credere e ravvedersi!

 

L’uomo che il Padre attira è “un cadavere spirituale piuttosto vivace”, come ha scritto Roy L. Aldrich. E, per rendersene conto, basta rileggere il ritratto tratteggiato all’inizio della lettera ai Romani, dove, descrivendo i pagani, Paolo parla di una conoscenza di Dio “manifesta in loro”, che essi hanno però attivamente“soffocato” e che li rende “inescusabili” (Ro 1:17-21).

Paolo addebita loro il fatto che “non si son curati di conoscere Dio” (1:28), cosa che presuppone, almeno in parte, la facoltà di fare ciò.

Paolo lega la loro responsabilità al fatto che essi “conoscono i decreti di Dio” (1:32).

Paolo dice addirittura che “i pagani, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge” (2:14 cfr. v.26-27), cosa che non è proprio in linea con la concezione pessimistica che il calvinismo ha dell’uomo, così come non lo è, quanto Paolo dice subito dopo: “quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la coscienza ne rende testimonianza” (2:15). Ma la cosa che forse è più interessante ancora è che Paolo accenna persino ad un loro conflitto interiore fatto di “pensieri” che “si accusano e si scusano a vicenda” (2:15).

Probabilmente è un conflitto simile a quello che troviamo in Romani 7:14-25, dove Paolo dice: “il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio” (v. 19) .

Si noti inoltre che tutte le volte che l’epistola ai Romani parla di qualcuno che cerca Dio e non lo trova, non lo attribuisce ad una incapacità intrinseca di cercare Dio, ma ad un modo sbagliato di cercarlo (Ro 9:31-32; 10:3; 11:7).

 

Rifacendoci infine all’insegnamento generale della Bibbia, non possiamo non notare i continui appelli rivolti all’uomo, affinché creda e si ravveda (Mt 3:2; 4:17; Mr 1:15; At 2:38; 3:19; 16:31), il che presuppone la facoltà dell’uomo di credere e ravvedersi.

Ciò significa che, malgrado la caduta, continua ad esservi nell’uomo l’immagine e la somiglianza di Dio (Ge 1:26-28; 9:6; Gm 3:9). L’uomo continua ad essere il culmine della creazione, il rappresentante del Creatore nella sua creazione ed è in virtù di questo che Dio continua a considerarlo responsabile e a dargli leggi e comandamenti.

In proposito il fratello Rinaldo Diprose ha scritto:

“Nella definizione del principio morale di governo per la società post-diluviana (quindi dopo la caduta nel peccato), la pena capitale è richiesta da Dio in casi di omicidio proprio perché l’uomo continua a essere il portatore dell’immagine di Dio: «Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine» (9:6). La Bibbia non lascia alcun dubbio sul fatto che l’uomo sia un peccatore nella sua totalità (vd. Ro 3:9-20, 23). Allo stesso tempo né in Genesi né altrove nella Bibbia leggiamo che, con la caduta nel peccato, l’uomo abbia perso qualcosa dell’immagine di Dio. Anzi il fatto che l’omicida meriti la pena capitale dipende proprio dalla sua capacità di distinguere fra il bene e il male… Nel resto della Bibbia troviamo migliaia di altri ordini che presuppongono che l’uomo, pur essendo separato da Dio a causa del peccato, sia responsabile delle proprie azioni… l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, rimane responsabile delle proprie azioni e del suo modo di rispondere alla Parola di Dio” (Rinaldo Diprose in “La Salvezza”; Lux Biblica n. 32, Edizioni IBEI Roma, anno 2005; pagg. 10-12).

 

 

Sovranità di Dio

e responsabilità dell’uomo

 

È evidente che in queste tematiche non è possibile radicalizzare i concetti, né polarizzarli, né assolutizzarli.

Nel processo della salvezza, la sovranità divina si incontra e si scontra con la volontà e la responsabilità umana.

Non sappiamo in che modo e in che percentuale, ma sicuramente il tanto che basta a Dio per essere ciò che è, ossia un Dio sovrano in ciò che vuole ed il tanto che basta all’uomo per essere ciò che è, ossia un essere fatto per corrispondere al suo Creatore e responsabile di ciò.

 

La Scrittura insegna esaurientemente sia la sovranità di Dio che la responsabilità ultima o reale dell’uomo.

La tensione tra le due verità esiste simultaneamente all’interno di diversi passi della Sacra Scrittura.

Possiamo dire però che Dio prende l’iniziativa, ma senza nessuna coercizione e che l’uomo vi risponde, ma non in modo irresistibile ed irrinunciabile.

L’uomo può resistere allo Spirito Santo (At 7:51).

L’uomo può essere attirato e portato molto vicino alla salvezza e poi tirarsi indietro (Eb 6:4-6).

L’uomo può rispondere al suo Creatore e al suo Redentore ed in questo sta la sua responsabilità:

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce” (Gv 3:19).

 

Ciò implica la facoltà dell’uomo di rifiutare in modo responsabile il Vangelo, cosa questa che rappresenterà il capo d’accusa definitivo contro di lui. Sarebbe strano fondare questa responsabilità sulla totale incapacità umana di percepire il Vangelo e di essere da esso toccato in qualche modo ed in qualche misura.

Questa non può essere solo una capacità degli eletti, ma una capacità di tutti quelli che vengono interpellati dall’Evangelo.

 

La parabola dei quattro terreni ci mostra come questa capacità può portare anche il non eletto a “ricevere con gioia” il seme della Parola, anche se poi risulta di “corta durata” (Mt 13:20-21).

 

In definitiva, l’uomo che il Padre attira non è un automa, ma un essere che Dio considera capace di corrispondergli e responsabile della sua scelta. Il rifiuto stesso implica la capacità dell’uomo di percepire il Vangelo e la volontà di rifiutarlo, perché su questa base verrà giudicato. Non si deve aggiungere né togliere niente a ciò che la Scrittura dice sull’uomo, altrimenti si rischia di smarrire l’interlocutore a cui il Vangelo si rivolge e si rimane con un uomo deresponsabilizzato, incapace non solo di ubbidire, ma anche di accettare o rifiutare il messaggio del Vangelo.