La lettera di Paolo agli Efesini L’UNITÀ DA CONSERVARE

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Ciò che bisogna fare affinché

Dio sia glorificato nella chiesa

 

Fin qui l’apostolo Paolo ha presentato il disegno eterno di Dio e ha pregato due volte per i lettori. In particolare ha spiegato come il disegno di Dio ha determinato l’abbattimento del muro di separazione fra Israele e le nazioni Gentili, nel contesto della riconciliazione fra Dio e l’uomo, grazie all’opera che Cristo ha compiuta sulla croce.

L’insegnamento di Paolo in questi capitoli termina con una dossologia (3:20-21) da cui apprendiamo che la Chiesa, l’espressione storica e cosmica del disegno eterno di Dio, è chiamata a vivere alla gloria di Dio.

 

Ma che cosa devono fare la Chiesa e i singoli membri di essa per assicurare che Dio sia glorificato per mezzo di loro? Paolo risponde a questa domanda nella seconda parte di Efesini dove usa l’imperativo del verbo ben quaranta volte, rispetto a una volta soltanto nei primi tre capitoli (2:11). Infatti negli ultimi tre capitoli spiega come “il mistero rivelato dell’unione di Giudei e Gentili in Cristo in un «uomo nuovo» ha delle ramificazioni pratiche per la vita sulla terra.”.

Per introdurre questa parte della lettera Paolo usa la stessa formula introduttiva che troviamo in Romani 12:1, ovvero le parole: parakalō oun humas (“Vi esorto dunque”, Ef 4:1).

L’uomo, fatto all’immagine di Dio e posto come agente speciale nel creato (Ge 1:26-28) deve aspettarsi che, anche nella nuova creazione, lui avrà delle cose importanti da fare come collaboratore privilegiato di Dio.

 

L’apostolo spiegherà quali sono le implicazioni per la vita collettiva (4:1-16), per la trasformazione della vita individuale (4:17–5:21) e per i rapporti domestici (5:21–6:4). Infine porterà i lettori dietro le quinte per descrivere come condurre la loro battaglia spirituale contro “le forze spirituali della malvagità” (6:10-20).

 

 

L’unità dello Spirito (4:1-3)

 

“Vi esorto dunque, io il prigioniero del Signore, a camminare in modo degno della vocazione a cui siete stati chiamati con ogni umiltà e mansuetudine, con longanimità, sopportandovi a vicenda con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace” (4:1-3).

 

Dalla sua prigione, che per Paolo corrispondeva al posto in cui il suo Signore lo voleva in quel momento, egli esorta gli Efesini a pensare alla vita cristiana come a una vocazione.

Una vocazione è una scelta di vita che richiede un comportamento e delle priorità particolari che ne escludono altre.

Ricordo con piacere l’agire del nostro medico di base a Fondi negli anni ottanta. Pur essendo piuttosto giovane, quest’uomo era della vecchia guardia che considerava il ruolo di medico una vocazione. Visitava i suoi pazienti in modo meticoloso prima di prescrivere un rimedio o eventuali analisi aggiuntive, mostrava interesse per loro come persone e volentieri li visitava a casa.

 

Oggi nel mondo ci sono molti cristiani nominali, persone che riducono il cristianesimo a una serie di riti o a una semplice professione di fede e a qualche appuntamento settimanale. Intanto danno poca o nessuna importanza ai comandamenti di Gesù e all’insegnamento degli apostoli. Come i medici che sembrano aver perso di vista il fatto che quella di medico è una vocazione nobile, queste persone non danno peso alla chiamata di Cristo.

Coloro invece che confessano Gesù come Signore si rendono conto del privilegio che hanno di seguirlo, e questo li rende pure umili. Seguendolo poi diventano mansueti come lui era mansueto e longanimi come lo era lui (v. 2ab).

 

Coloro che concepiscono la chiamata a seguire Gesù come una vocazione troveranno più facile accettare i loro compagni di strada che arrivano sulla “via del Signore” da diverse provenienze.

Nel caso degli Efesini c’era la grande differenza fra coloro che provenivano dalla sinagoga e coloro che provenivano dal paganesimo. Ciò che li rendeva tutti capaci di convivere era l’amore (agapē) sparso dallo Spirito Santo nei loro cuori.

Più si affronta la vita cristiana come una vocazione, più sarà facile sopportarsi a vicenda con amore, mettendo da parte preferenze culturali e superando le differenze di opinione con “la mente di Cristo” (v. 2c; cfr. Ro 5:5; 1Co 2:16).

Quando due o più discepoli di Cristo si incontrano, sentono una profonda comunione. Tale comunione non proviene dal fatto di avere le stesse convenzioni, ma dallo Spirito Santo che li ha uniti in Cristo.

 

Ma si tratta di un’unità a rischio a motivo dei diversi condizionamenti culturali, caratteriali e/o tradizioni che tendono a dividere perfino i discepoli di Cristo. Quindi l’esortazione “sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace” rimane pertinente anche oggi.

 

Quest’esortazione contiene tre elementi importanti.

• In primo luogo la parola “sforzandovi” (gr. spoudazontes) ci ricorda che ci vorrà uno sforzo continuo per evitare che delle influenze di origine puramente umana dividano perfino i seguaci di Cristo.

• In secondo luogo, siamo chiamati a “conservare” quest’unità, non a costruirla. L’uomo non può produrre ciò che soltanto lo Spirito Santo può creare. Siamo chiamati a rendere normativo il fatto di essere membri di Cristo e quindi profondamente uniti in Lui.

• In terzo luogo, quest’unità si esprime non in gesti formali quale la firma di una dichiarazione d’intenti o la partecipazione a qualche grande evento, bensì nel clima di pace che regna fra coloro che seguono Cristo (si veda Gv 14:27; Mt 5:9).

 

 

La base dell’unità (4:4-6)

 

“C’è un corpo e uno Spirito, come siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti il quale è sopra tutti fra tutti e in tutti” (4:4-6).

 

La base dell’unità è Dio stesso: Padre, Figlio e Spirito Santo. Infatti questo brano dimostra che ciò che unisce i Giudei e i Gentili che hanno creduto nel Messia d’Israele sono delle realtà che sono strettamente legate alle tre Persone della trinità. Qui l’ordine in cui viene presentato ciò che attiene al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo viene invertito, presumibilmente perché l’elenco segue la frase in cui si parla dell’unità dello Spirito.

Ma forse, nel pensiero di Paolo, l’ordine dipende anche dal fatto che l’esperienza di fare parte di quest’unità inizia con il battesimo nel corpo di Cristo a opera dello Spirito Santo.

Qui di seguito esaminiamo brevemente le sette componenti che costituiscono l’unità dello Spirito.

 

 

Un corpo e uno Spirito

 

La pertinenza di questa verità a quanto scritto nella prima parte di Efesini è evidente. Fin qui nella storia della salvezza sarebbe stato inimmaginabile un corpo unico che comprendesse Giudei e Gentili insieme. Ma la portata della pace effettuata per mezzo della croce di Cristo aveva cambiato tutto, almeno a livello spirituale. In quanto alla pratica, Gesù aveva pregato per l’unità di tutti coloro che avrebbero creduto per mezzo della predicazione degli apostoli (Gv 17:20-23). Inoltre il libro degli Atti documenta il superamento di antichi dissidi, innanzitutto fra Giudei e Samaritani (At 8:1-25) e poi fra Gentili e Giudei (10:1–11:18): superamento che si realizzava là dove il Vangelo veniva creduto.

 

Nel riassunto di Efesini 4:4-6 l’unicità del corpo mistico di Cristo, ovvero della sua ekklēsia, viene presentato come un fatto concreto. Chi accetta questo fatto non avrà difficoltà a comportarsi secondo questa direttiva apostolica: “Accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Ro 15:7).

 

L’accoglienza reciproca dei discepoli di Cristo, qualsiasi sia la loro provenienza umana, è uno dei modi in cui Dio viene glorificato per mezzo della Chiesa e uno dei modi in cui i principati e le potestà vengono stupiti per mezzo di lei (Ef 3:10-13). Senza dubbio è importante la lealtà dei membri della chiesa locale, ma da questo brano apprendiamo che, al di là della chiesa locale, Dio ritiene importante anche il riconoscimento reciproco di tutti coloro che appartengono a Cristo, a prescindere dai movimenti a cui le singole chiese appartengono.

 

Strettamente legata all’unicità del corpo di Cristo è l’unicità dello Spirito che l’ha creato. Esistono degli spiriti maligni (Ef 6:12) ma questi nulla hanno a che fare con Dio o con la Chiesa. Quando una presunta potenza tende a dividere il corpo di Cristo è evidente che tale spirito non è lo Spirito di Dio che promuove l’unità del corpo di Cristo.

 

 

Una sola speranza

 

La nostra speranza è strettamente legata alla presenza dello Spirito Santo nella nostra vita. Infatti “Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio” (Ro 8:16). Inoltre la presenza dello Spirito nella nostra vita costituisce “il pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione” (Ef 1:14), ovverogarantisce la realizzazione della gloria a venire.

 

Alcune affermazioni nelle lettere ai Colossesi e agli Efesini arricchiscono la nostra conoscenza della gloria che è oggetto della nostra speranza.

• In Colossesi Paolo prevede la riconciliazione di ogni cosa con Dio per mezzo della croce di Cristo (Cl 1:19-20).

• In modo analogo, Efesini ci informa che “il mistero della sua [di Dio] volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti… consiste nel raccogliere ogni cosa sotto un solo capo, Cristo” (Ef 11:10).

 

La prospettiva che illumina la vita di ogni persona diventato un figlio di Dio è di partecipare a questo grande momento. Così Paolo, scrivendo del “mistero” che proclamava fra i Gentili, lo definisce in questi termini: “Cristo in voi, la speranza di gloria” (Cl 1:27).

Infatti la speranza che hanno in comune tutti i membri della Chiesa che Cristo sta edificando è di condividere tutto ciò che è di Cristo stesso, al punto di essere chiamati “coeredi di Cristo” (Ro 8:16).

 

 

Un solo Signore

 

La precisazione “un solo Signore” potrebbe sembrare superflua a un lettore moderno, ma non era per gli abitanti di Efeso e dell’Asia Minore del tempo di Paolo. Nel rispondere a una domanda dei Corinzi, Paolo trovò necessario ribadire questa verità, partendo dalla molteplicità dei presunti “Signori” (gr. kyrioi) e“dèi” di cui i suoi lettori erano a conoscenza.

Ecco le sue parole:

“Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo” (1 Co 8:5-6).

 

Sempre nella 1Corinzi Paolo precisa:

“Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo (12:3).

Rispetto a Corinto, la molteplicità dei presunti déi e signori in Asia Minore era ancora più accentuata. Troviamo un esempio di come questa mentalità poteva insinuarsi nella chiesa nella lettera indirizzata alla chiesa di Tiatiri, conosciuta come un centro di sincretismo religioso (Ap 2:18-29).

 

Oggi forse c’è più bisogno di concentrare la nostra attenzione sul fatto che professare di essere un credente evangelico implica di riconoscere Gesù il Salvatore come il proprio Maestro e il Signore. Purtroppo l’ultima clausola del mandato missionario di Matteo 28:19-20 viene spesso saltata come se fosse lecito sostituire ai comandamenti di Gesù punti di vista e ragionamenti che provengono dalla cultura del nostro tempo. In questo corriamo lo stesso rischio dei credenti dell’Asia Minore che erano circondati dall’idolatria e le relative ripercussioni morali.

 

Sapere che Gesù è il Signore non solo è il segreto di una vita tranquilla, ma anche essenziale per avere un concetto sobrio di sé stessi, caratterizzato dall’umiltà. Riconoscere praticamente la sua signoria facilita anche la reciproca sottomissione, a sua volta un aspetto essenziale di una vita controllata dallo Spirito Santo.

Paolo scrive:

“Siate ricolmi di Spirito… sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5:18-21).

 

 

Una sola fede e un solo battesimo

 

“Una sola fede” e “un solo battesimo” sono strettamente legati a “un solo Signore”, in quanto l’oggetto della fede è Cristo il Signore in cui i lettori sono stati battezzati.

La parola “fede” qui si riferisce primariamente all’atto di credere in Cristo, essendo questa fede la causa strumentale della giustificazione sia dei Giudei che dei Gentili.

Si è già parlato di questa fede in Efesini: “avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo” (Ef 1:13; cfr. 2:8; e Ro 3:21-30). Ciò non esclude che, con la parola “fede” Paolo sottintenda pure le verità essenziali legate alla fede in Cristo, quali quelle riguardanti la sua Persona e i suoi ministeri (4:13; cfr. Ga 1:23; At 9:19-22).

 

A proposito di “un solo battesimo” Paolo dovette ammettere scrivendo ai Corinzi:

“Ringrazio Dio che non ho battezzato nessuno di voi, salvo Crispo e Gaio; perciò nessuno può dire che foste battezzati nel mio nome” (1Co 1:14)

 Ho saputo di alcune chiese, anche in ambito evangelico, nel nostro tempo che ritengono valido soltanto il loro rito battesimale, dimostrando così che non hanno capito lo scopo di questo ordinamento istituito da Gesù (si veda Mr 16:15-16).

 

La storia apostolica rende palese il fatto che il battesimo nel nome del Dio trino, con particolare accento posto sul nome di Gesù il Signore, è un aspetto integrale della conversione con cui la fede in Cristo viene confessata pubblicamente (At 2:38; 8:37).

Non è un sacramento per mezzo del quale il perdono di Dio viene amministrato. Soltanto Dio può perdonare i peccati e Gesù ha detto con chiarezza di predicare il ravvedimento per il perdono dei peccati (Lu 24:47).

Quando, invece, se ne fa un sacramento esso perde tutto il valore simbolico che Gesù intendeva che esso rivestisse, fra cui l’identificazione con Cristo nella sua morte al peccato sulla croce e nella sua risurrezione a novità di vita (Ro 6:1-11).

 

 

Un solo Dio e Padre di tutti

 

Ci si domanda che cosa significhi: “un solo Dio e Padre di tutti”.

C’è chi pensa che il riferimento sia all’intero creato o che abbia in vista l’attività missionaria della chiesa. Ma, alla luce del contesto (si veda il v. 7) è lecito pensare che il riferimento sia primariamente a “tutti” nella Chiesa.

A questo proposito, secondo Bruce le parole “di tutti” significano: “di tutti, tanto Giudei quando Gentili”. Il resto della frase descrive in che modo Dio Padre è “Padre di tutti”.

 

Innanzitutto lo è in quanto è sopra di loro, ovvero li trascende.

Poi lo è in quanto opera fra tutti e non soltanto fra i figli d’Israele. A questo proposito, in Atti 15:12, Barnaba e Paolo “raccontavano quali segni e prodigi Dio aveva fatti per mezzo di loro tra i pagani” per convincere tutti a Gerusalemme che Dio stava operando fra le nazioni alla stregua di come stava operando fra i Giudei.

La specificazione “in tutti” ci riporta alla descrizione della chiesa in Efesini 2:22:

“In lui voi [Gentili] pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito”.

L’unicità di questa dimora di Dio è un’altra realtà tangibile quando gruppi di cristiani Gentili si incontrano con Giudei messianici.

L’ho potuto sperimentare, insieme con mia moglie Eunice e un gruppo di studenti italiani, sia nel culto di adorazione sia in aspetti molto pratici della vita, quando il nostro buon Padre celeste ha provveduto per noi per mezzo di un’assemblea messianica di Netanya, in Israele.

 

Tornando al primo secolo d.C., la 1Corinzi prevede un fenomeno interessante in relazione all’esercizio del dono di profezia:

“Se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi” (1Co 14:24-25).

La stessa percezione si può avere quando uno qualsiasi dei carismi elargiti dallo Spirito Santo viene esercitato in modo che permetta a Dio di operare (1Co 12:6).

 

 

Per la riflessione personale

o lo studio di gruppo

 

1. Quali sono i fattori che esigono oggi che ci sforziamo “di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace”?

 

2. I sette elementi che costituiscono “l’unità dello Spirito” prescindono dalle diversità che possono trovarsi in una chiesa locale composta da Giudei e Gentili oppure in una chiesa multi-etnica.

Cosa impariamo da ciò che viene incluso e ciò che viene escluso da quest’elenco?