Risposte e riflessioni dei nostri lettori

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Una lettrice risponde al questionario

 

Pubblichiamo di seguito le risposte inviate dalla sorella Valeria Odierna (Assemblea di Milano, Via Mosca – ex-S. Siro) al questionario comparso sul numero di agosto.

Le sue risposte evidenziano il valore di attualizzare la nostra ricerca di onorare Dio sul posto di lavoro, non certo perché nel tempo siano cambiati gli insegnamenti biblici, nuove sono piuttosto le sfide contemporaneerispetto a quelle del passato.

Presentiamo queste risposte con l’auspicio che l’esempio di Valeria serva ad incoraggiare molti altri a dedicare un po’ di tempo per analizzare la propria vita lavorativa e verificarne le scelte e le priorità, utilizzando lo strumento del presente questionario.

 

1. Hai visto la volontà di Dio per la tua vita realizzata nella tua scelta di lavoro?

 

Lavoro in un’azienda multinazionale da sedici anni e mi sono convertita a Cristo due anni fa. Dunque fino a prima della conversione, per ovvi motivi, non mi ero mai posta questa domanda. Me la sono posta solo di recente, in particolare quattro mesi fa, quando, all’interno dell’azienda per cui lavoro, ho cambiato mansione, acquisendo un ruolo di maggiore responsabilità rispetto al precedente.

Avendo fatto molta fatica nei primi mesi, mi sono chiesta quale fosse la volontà di Dio per me in questo lavoro. Sono giunta alla conclusione che la domanda che mi devo porre è: “Cosa posso fare per Dio in questo posto di lavoro, dove mi ha messo ora? Forse c’è qualcuno a cui devo portare il messaggio di salvezza”.

Come Dio aveva precedentemente messo qualcuno sulla mia strada affinché mi parlasse di lui, così forse ora stava mettendo me in questo nuovo ufficio, con nuovi colleghi, perché il messaggio raggiungesse qualcuno in particolare. Sono uno strumento nelle sue mani.

 

2. Come vivi il tuo lavoro? Come risultato di una tua libera scelta in cui senti realizzata la tua vita anche come cristiano? O come risultato di una costrizione che ti opprime e ti frustra?

 

Il mio è un lavoro scelto per necessità, mi sono diplomata e ho iniziato a lavorare: non è il lavoro che sognavo da bambina, ma lo svolgo con entusiasmo e da quando mi sono convertita, lo vivo come una continua opportunità di testimonianza e di prova personale.

 

• Di testimonianza perché lavorando in un’azienda con centinaia di dipendenti, le persone alle quali testimoniare sono tantissime.

Dio non mi ha dato un lavoro soltanto per permettermi di avere uno stipendio per soddisfare i miei bisogni materiali: Dio mi ha voluta in questo posto perché è qui che devo essere una luce per la sua gloria.

 

• Il lavoro anche come opportunità di prova: le difficoltà che incontro quotidianamente, i colleghi che urlano e usano parolacce durante le riunioni, l’ansia di espormi con i superiori e i dirigenti, tutto questo mi tempra, mi insegna a gestire le difficoltà, mi insegna a mantenere la calma e a imparare a reagire non impulsivamente, ma con razionalità nelle situazioni più diverse. Questo mi sarà di aiuto nel mondo, perché misurandomi con queste piccole difficoltà quotidiane, Dio mi sta dando l’opportunità di affrontare ciò che temo.

Lessi in un libro una frase che rispecchia appieno il mio sentire: “Egli ama darti l’opportunità di affrontare ciò che temi, perché quando affronti ciò che temi diventi impavida”.

E Dio vuole delle impavide figlie pronte a combattere tutto ciò che si oppone a lui nella nostra vita.

 

3. Quali ostacoli, compromessi e tentazioni ti hanno fatto maggiormente soffrire nel confessare Cristo nel tuo ambiente di lavoro? Puoi raccontare degli esempi concreti?

 

Gli ostacoli maggiori sono portati dal sapere che parlando di Gesù sei impopolare e vieni bollato. Nella mia azienda la lotta tra i colleghi è quella di essere i PIÙ: i più bravi, i più simpatici, i più furbi, ecc. Io so che sarò la più strana, ma in merito a questo Dio mi ha dato la serenità di non preoccuparmene. Non voglio temere l’uomo, voglio temere Dio.

Un altro ostacolo concreto è il tempo: tutti sono di corsa, non hanno tempo di starti ad ascoltare, saltano da una riunione ad una telefonata e via di corsa tutto il giorno. Lavorando part-time, non faccio la pausa pranzo con i colleghi, dunque ho ancora meno occasione di avere un tempo di calma per poter parlare. Gli spazi migliori li ricavo con le colleghe che conosco da più tempo, con le quali ci sentiamo anche fuori dal lavoro.

Una tentazione invece è quella della maldicenza, perché molto spesso ti trovi in mezzo a colleghi che parlano male di altri in loro assenza.

 

4. Ritieni di aver compiuto qualche grave errore di atteggiamento che ha condizionato la tua testimonianza e il valore della tua presenza come cristiano? Quale o quali?

 

Per il momento no. Qualche volta ho rischiato di avere delle reazioni impulsive in seguito a dei problemi sorti sul lavoro: istintivamente mi sarebbe venuto da arrabbiarmi e discutere con delle persone… questo avrebbe danneggiato molto la mia testimonianza, ma penso di essere riuscita a contenermi, fermandomi in tempo ed esponendo il mio disappunto senza sfociare in rabbia o in mancanza di rispetto verso gli altri. È difficile comunque avere sempre la calma per trattare tutti con pazienza, soprattutto quando ti fanno pressione su più fronti.

 

5. Come vorresti che gli altri (sorelle e fratelli) preghino per te, per il tuo lavoro, per la fedeltà al Signore nel lavoro?

Hai esperienze di comunione o di mancanza di comunione da raccontare, in proposito?

Fino a che punto quindi la tua assemblea è solidale con i tuoi problemi di lavoro e fino a che punto ti senti libero di farla partecipe delle tue difficoltà e delle tue vittorie?

 

Vorrei che pregassero per me chiedendo: che il Signore mi offra delle occasioni di testimonianza sul lavoro e che io le sappia cogliere; che mentre testimonio di Gesù sia lo Spirito Santo a mettere le parole nella mia bocca; che Dio mi dia la saggezza di fare le scelte giuste e che mi guidi sempre.

 

6. Riesci ad equilibrare l’esercizio del tuo dono nella chiesa locale con l’esercizio della tua vocazione al lavoro? Cioè: riesci ad esprimere lo stesso impegno in entrambi questi servizi che il Signore ti chiama a svolgere? Il tuo lavoro condiziona il tempo e l’impegno che sei chiamato dal Signore a dedicare alla tua assemblea e alla tua famiglia? Sei consapevole di questo problema? Come cerchi di risolverlo?

 

Il Signore rinnova le mie energie e riesco ad impegnarmi sia nel lavoro, che nella chiesa locale e in famiglia. Quando ho cambiato mansione, inizialmente è sorto un problema: i miei nuovi colleghi lavorano a quasi tutte le ore, anche a casa. Mandano mail alle undici di sera e anche in vacanza. Per stare al passo con tutto quello che devo fare avevo iniziato a portarmi il pc a casa e a lavorare anche di pomeriggio. Questo mi stancava e mi appesantiva, perché i problemi sul lavoro mi preoccupavano a qualunque ora.

Questo è durato qualche settimana. Mi rendevo conto che avevo ridotto il tempo per lo studio della Parola e per la preghiera e sapevo che questo mi nuoceva. Ho pregato Dio che mi aiutasse a dare la giusta importanza alle cose, la giusta priorità e il giusto tempo a tutto.

Ogni giorno chiedevo questo in preghiera. Così ben presto ho smesso di portare il pc a casa. Sono l’unica in tutto l’ufficio che lo lascia chiuso a chiave nel cassetto della scrivania. Questo ha rimesso tutte le cose a posto! Mi impegno al massimo, ma lavoro nel mio orario, non fuori.

 

7. Quali rapporti hai con i tuoi colleghi di lavoro, con i dipendenti o con i tuoi superiori? C’è qualcuno nel tuo ambiente di lavoro che è credente tramite la tua testimonianza? La tua presenza di “sale” e di “luce” ha trasformato o condizionato l’ambiente in cui lavori?

 

Non c’è nessuno che sia diventato credente tramite la mia testimonianza. Credo che la mia presenza tra i colleghi del mio gruppo aiuti a stemperare il clima in momenti di tensione, perché lascio morire le discussioni e cerco di riportare la serenità.

Ho un rapporto sereno e amichevole con tutti, anche con i classici colleghi che per tutti sono intrattabili e che non stanno simpatici a nessuno!

 

8. In quale modo credi si possa efficacemente confessare Cristo nel proprio ambiente di lavoro? Con l’esempio di vita, di serietà e di impegno? Con l’annuncio dell’Evangelo? …Come?

 

È molto difficile, perché ogni situazione è particolare e penso che davvero dobbiamo chiedere saggezza a Dio per come agire in ogni occasione. In generale, per il momento ho difficoltà a introdurre una testimonianza se non c’è un’occasione specifica. Ci sono colleghi con i quali ho poca confidenza che nemmeno sanno che sono cristiana. Ho pensato che, nell’attesa di un tempo giusto, sia importante “dichiararsi” alla maggior parte delle persone, in modo tale che se c’è qualcuno che sta cercando Dio sa che può rivolgersi a te, per fare domande.

Così ho iniziato a cogliere delle piccole occasioni per dire che sono evangelica (per esempio quando mi chiedono com’è andato il fine settimana, o come ho trascorso le vacanze, ecc., posso raccontare degli impegni della domenica o dei campi biblici durante le vacanze). Con le persone con cui sono in confidenza invece sono più diretta: condivido versetti, faccio domande, invito all’assemblea (una collega ha frequentato da noi qualche volta).

Di recente ho pensato a qualcosa che possa rivolgersi contemporaneamente a più persone: lavoro in un open space e abbiamo varie isole con scrivanie da 4 o da 6 postazioni. Un ambiente grosso e visibile a tanti. Vorrei mettere una scatola sulla mia scrivania con i calendarietti biblici che si regalano a dicembre (almeno una ventina). Pensavo di regalarli ai colleghi del mio gruppo e poi magari si avvicinano gli altri incuriositi e chiedono cos’è e posso regalarli anche a loro. Non lo so, ho questo in cuore per il momento ma devo ancora prendere una decisione.

 

9. Essendo cristiano, come pensi di comportarti quando il tuo guadagno supera le tue necessità? E quando è insufficiente a soddisfarle?

 

In famiglia è mio marito che si occupa di amministrare le finanze. Dunque io qualche volta suggerisco qualche offerta o qualche dono che possiamo fare in particolare, ma lui decide come amministrare le entrate e le uscite. Non mi spaventa il pensiero che un giorno il nostro guadagno possa essere insufficiente a soddisfare le nostre necessità.

 

 

A proposito di lavoro e dignità umana

 

Facendo riferimento all’articolo comparso sul numero di maggio, “Il lavoro e la dignità umana” (IC n. 5/2014, pagg. 235-238), il fratello Pietro Montesissa (Assemblea di Collegno, TO, via Latina) indica ulteriori applicazioni dicome la dignità umana di chi lavora possa essere lesa.

 

Meditando l’articolo riguardante il lavoro e la dignità umana, mi permetto di fare alcune riflessioni non tanto dal punto di vista umano (ci sarebbe tanto da dire e riflettere) ma soprattutto sulla base di quello che la Parola di Dio ci dice, in quanto Gesù, nei suoi vari discorsi, ha dato delle risposte eterne e definite a tutti i problemi che ieri come oggi gli uomini cercano di risolvere.

 

Il Signore ha posto sia l’uomo che la donna in una posizione di dignità sia morale che spirituale: morale in quanto non devono essere sottovalutati nei loro rispettivi ruoli, spirituale in quanto, quando sono convertiti a Cristo, sono condotti dallo Spirito.

L’aspirazione di ogni uomo è innanzi tutto quella di avere un lavoro dignitoso ed essere pagato per quello che produce, purtroppo nel mondo non è così ed è per questo che la dignità dell’uomo è ferita. Ciò non mi stupisce perché il datore di lavoro, per il proprio egoismo, cerca di sfruttare le capacità umane senza riconoscere che senza il supporto del lavoratore non avrebbe risultati.

 

Ma ciò che mi sorprende di più è il caso della dignità umana ferita nel caso in cui dei lavoratori (anche non credenti) sono privati del giusto salario da datori di lavoro cristiani, che però offrono al Signore grosse somme di denaro.

Credo che il Signore sia più contento che si riconosca un giusto salario all’operaio, piuttosto che mettere nell’offerta settimanale una grossa somma. La Parola di Dio è chiara: lo sono sia l’apostolo Paolo, quando parla del lavoro e invita operai e datori di lavoro ad essere onesti gli uni verso gli altri, sia Giacomo, che dimostra di non fare favoritismi nel dire “guai a voi ricchi” nei confronti di coloro che hanno frodato il giusto salario agli operai. Dio resiste a persone che abbiano un tale comportamento.

 

Questi sono dei gravi peccati che gridano a Dio, sono ingiustizie sociali, per cui questo grido che sale verso il cielo sarà ascoltato ed allora non saranno i sindacati che porteranno al miglioramento delle cose, ma l’intervento diretto di Dio con i suoi giudizi.

Noi lavoratori credenti sappiamo, attraverso la Parola del Signore, come dobbiamo comportarci; in questo modo, come ci ricorda l’apostolo Pietro, saranno gli altri, siano colleghi o datori di lavoro, che ci domanderanno ragione di come ci comportiamo.

Avremo così modo di dimostrare di essere degli operai che lavorano, sì, per il padrone ma in modo particolare per il Signore, perché da lui avremo la ricompensa del nostro modo di vivere la giornata lavorativa che ci consentirà di ritornare a casa nella certezza di aver onorato il nostro Salvatore e Signore.

In conclusione, vorrei suggerire la lettura della storia di vita di Robert Letourneau che egli racconta nel libro “Dio dirige i miei affari” (Edizioni Uomini Nuovi, Marchirolo, VA, distribuito dalle librerie CLC al costo di 7€).