La profezia prima del Golgota

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Un futuro fra promesse e angoscia

 

“«Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: «Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato». Allora cominceranno a dire ai monti: «Cadeteci addosso!» e ai colli: »Copriteci!». perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?». Ora, altri due malfattori erano condotti per essere messi a morte insieme a lui” (Lu 23:28-32).

Le parole di Gesù accompagnate dalla sua lucida visione del tempo futuro, mentre s’avvia carico della pesante croce verso il Calvario, sono motivo di riflessione sul futuro del popolo eletto e sulle promesse inalienabili a lui riservate.

 

Questa profezia fu pronunciata durante il suo percorso dolorosissimo verso il Golgota.

Le tappe della sofferenza sono i meandri da cui il Signore Gesù non sfugge, pur governando gli eventi e interpretando lui stesso, anticipatamente, l’esempio e la realtà di ciò che sarà riservato in futuro al popolo ebraico; un percorso in salita costellato da persecuzioni, angherie e disprezzo.

 

Per essere verificabile nelle parole, Gesù annunzia nei giorni a venire una distretta per il popolo (pur essendo depositario delle incancellabili promesse e benedizioni divine) e utilizza la profezia di Osea 10:8, sottolineando l’autorità della Parola e usando questi versetti per annunciare i giorni dello smarrimento.

Il futuro si propone come tempo tragico per le famiglie ebraiche, “le figlie di Gerusalemme” procreatrici feconde, sono viste nella profezia, piangenti, angosciate, in grande affanno per i figli.

Sono donne che vorrebbero donare vita, continuando l’evento naturale del parto accompagnato dalla gioia di un nuovo nato, donne che accudirebbero il loro frutto d’amore, sono viste lacrimanti, non per i dolori uterini ma per un futuro che sembra esaurirsi senza speranza.

 

 

Tempi difficili

 

“I giorni vengono…” (v. 29), esordisce Gesù.

Ed è proprio dal Golgota che iniziano; chi sarà in grado di contare le settimane, gli anni, i secoli?

Chi distinguerà i segni dei monti e dei colli?

Saranno segni evidenti, eventi riconoscibili da tutti? Oppure la rivelazione della profezia sarà solo per chi è sensibile per la fede viva o per l’esperienza della Parola assunta come cibo quotidiano?

Sarà forse come per l’avvento del Salvatore, vero Messia, e del suo regno, la cui comprensione fu riservata a persone come Anna o Simeone, attente a raccogliere le sfumature, o come Giovanni Battista che salta per l’allegrezza nel ventre di sua madre, in un gesto incomprensibile alla natura umana?

 

Un punto fermo in questo quadro è l’odio scatenato dall’avversario, dall’Aman nemico vigilante e perenne, che è denunciato da Gesù come “la potenza delle tenebre” (“Mentre ero con voi ogni giorno nel tempio, non mi avete mai messo le mani addosso, ma questa è l’ora vostra, questa è la potenza delle tenebre, Lu 22:53).

 

Questa “potenza” è riferibile anche agli Ebrei nello scorrere del tempo, costante delle varie peregrinazioni con poche soste, persecuzioni e angherie multiple, come l’inumana Inquisizione Spagnola, promossa da Babilonia la Grande.

L’armamentario contro questi erranti sono i soprusi, i pregiudizi. Le vessazioni sono paragonabili alle cipolle e gli agli d’Egitto, bramate nella disubbidienza che bruciano e fanno piangere.

Le lunghe storie di sbandamenti, trasferimenti forzosi durante i secoli, di spogliazioni, d’identificazione del popolo eletto con animali immondi come i porci… tutto ha inizio proprio dalla collina del Golgota.

 

 

La fotografia dei campi di sterminio

 

“Beate le sterili… i grembi… le mammelle…” (v. 29): tre parole per indicare le condizioni d’afflizione, la mancanza di relazioni affettive, la cancellazione della vita ottenuta per l’impossibilità di alimentazione materna, in sostanza la cancellazione degli affetti familiari.

 I corpi delle madri chiusi nella matrice, intenti a vanificare la speranza, corpi inutili che rivelano una posizione terribile e mortificante.

Noi abbiamo oggi la possibilità di giudicare e di conoscere la storia trascorsa; per questo il nostro pensiero si rivolge chiaramente ai campi di sterminio, preparati sopratutto per il popolo ebraico nella seconda guerra mondiale e agli orrori nel ghetto di Varsavia e in altri ghetti.

 

Il pestifero Aman, fin dal tempo di Ester emblema dei nemici di Israele, prese forma nel nazismo e nei suoi accoliti. Satana entrò in Hitler come in Giuda (Lu 22:3), così da farlo promotore dell’eliminazione dei corpi in maniera abbietta, orribile e feroce.

Occorre scrutare bene l’oblio misto a terrore, che si scorge negli occhi dolenti dei bimbi e dei vecchi, delle donne della Shoah, per comprendere il “Beate le sterili…” del v.29!

L’immaginazione del male, della violenza e dell’odio contro i corpi, raggiunge l’apice in quell’oscuramento della ragione umana, voluta da Hitler.

 

I corpi degli Ebrei, quelle montagne di corpi denutriti, ammassati uno sopra l’altro, quelle buche scoperte vomitanti scheletri, quei forni crematori con cadaveri non del tutto bruciati, ci comunicano il lavoro oculato dell’avversario sul “legno verde” (v. 31) e raccontano la commiserazione di Gesù verso il popolo, quando si volta con il suo sguardo pietoso verso la gente che lo seguiva verso il Golgota (Lu 23:27).

 

Durante il Campo biblico del 1950 a Poggio Ubertini il fratello Rudolf Kägi disse queste parole:

“Fu un ostacolo alla fede rimanere soli ed isolati in Germania, quando i più erano sotto l’influenza di Hitler, e pochissimi erano quelli che erano rimasti al servizio del Signore” (da “50 anni di studi biblici a Poggio Ubertini”, vol. 1°, edito da Giona Prencipe pag. 94).

 

Il “legno verde” e “le mammelle sterili” ci parlano del mezzo adoperato dal Diavolo: la fame, vecchio strumento di sopraffazione, sempre attuale anche nel nostro tempo, basta guardare verso l’attuale “terzo mondo” e in prospettiva al tempo della Grande Tribolazione.

Fame e carestia, termini apparentemente sconosciuti per i nostri anni di abbondanza e spreco, ma spada di Damocle sempre presente.

 

Un altro aspetto rivelato nelle parole di Gesù, quelle in cui parla di colli e di monti, riguardano più esplicitamente la sfera spirituale delle persone e fanno pensare ad un pesante giudizio che si abbatte su corpi già duramente provati.

 

“Cominceranno a dire…” (v. 30) ci raffigura la consapevolezza di una situazione di estremo disagio, di anime e spiriti che invano bussano ad un cielo chiuso. La voce di Dio consolante a cui aggrapparsi in eventi perniciosi sembra muta, le sfere celesti anelate più della patria terrena, svaniscono in sospiri dolorosi.

I Salmi imparati fin dalla fanciullezza, consolanti ed apportatori di gioia spirituale, non vengono in aiuto all’angoscia ed allo smarrimento, compagni mesti nello scorrere del tempo.

 

Essere Ebrei, carne da macello come i primi Cristiani; essere considerati come pecore da macello (Sl 44:2), correre ogni giorno il rischio di essere messi a morte (Ro 8:36)… tutto questo, nei tempi bui, non oscura un rimanente fedele, che continua nonostante tutto a sperare contro speranza (Ro 4:18), che continuano a vedere un Dio Ricco verso tutti quelli che lo invocano (Ro 10:12), che continuano a vedere la propria vita come un rivivere dai morti (Ro 11:15) perché sanno di essere comunque fruitori delle promesse, dell’adozione e della gloria (Ro 9:4).

 

 

Una nuova dispensazione

per i sopravvissuti

 

Come sopra delle ossa secche, i reduci di morte, prendono nuovamente forma con nervi, muscoli, carne e pelle in attesa dello Spirito Santo donatore di vita e illuminante (Ez 37:5-6).

 

È vero che nei gironi infernali dei lager tedeschi moltissimi soccombono: una spiegazione per questa tristissima avventura terrestre, sarà resa, quando Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo (Ro 2:16).

Per gli scampati dalla prova, umiliati dal numero tatuato sull’avambraccio, per i soccorsi dalla grazia divina e dal valore amorevole e rivitalizzante, i colli ed i monti non sono una prospettiva di giudizio: sono la prospettiva di una nuova Sion.

I confini promessi (De 32:8) sono ripristinati per l’imminente esodo, per la ricostruzione dello Stato nuovo d’Israele, dopo secoli di condizione errante e per ribadire che Aman, non è onnipotente, è stato vinto e che le promesse divine si realizzano sempre.

Nel libro di T.P. Rossetti “Il presente malvagio secolo” (fuori commercio, pag. 75), analisi mirabile dell’Apocalisse, viene spiegato ben un secolo prima che l’evento avvenisse, il ritorno in terra di Palestina di questo rimanente.

 

Stiamo assistendo alla restaurazione delle “figlie di Gerusalemme” nella fecondità ed il mondo è in attesa di udire le parole “pace e sicurezza” (1Te 5:3), già ora espresse ma non nell’ordine biblico rivelato.

Infatti lo slogan dell’odierno Israele, come offerta agli Arabi è “sicurezza e pace”, espressione comprensibile dall’Israele, che pensa di sistemare il suo destino terreno con la forza delle armi.

 

Purtroppo molte sofferenze dovranno ancora essere sostenute da questo martoriato popolo, che non dovrà cercare il Vivente tra i morti (Lu 24:5), ma in Cielo. A Israele comunque vanno la nostra solidarietà, la nostra comprensione e la nostra preghiera al Signore.

Imminente appare il primo giorno di una nuova settimana, giorno di conversione e di resurrezione, con il Signore Cristo Gesù riconosciuto come vera “pace e sicurezza”, dopo tanto travaglio milleniale.

La promessa per le sterili sarà: “Rallegrati, sterile che non partorivi! Prorompi in grida, tu che non avevi provato le doglie del parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva marito” (Ga 4:27).

L’auspicio e proponimento sono questi: uno sguardo di fede verso Gesù il Messia, vero liberatore di Sion.

Preghiamo sempre per Israele!