Occhio agli scandali!

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 Introduzione

 

Mi considero un sopravvissuto e un graziato.

Sono un sopravvissuto perché sono passato illeso attraverso gli scandali e i cattivi esempi che ho incontrato nella mia giovinezza, e sono un graziato perché è solo per la grazia di Dio se ho superato quegli ostacoli (dal greco skàndalon: ostacolo, inciampo), ho afferrato la salvezza in Gesù Cristo e ho proseguito il mio cammino con lui fino ad oggi.

 

Ma le cose, ahimé, non vanno sempre così. Quanti ne abbiamo persi per strada? Quanti sono stati talmente delusi, nella propria chiesa locale o nella propria famiglia, da non avere più la forza di rialzarsi? Quanti, giovani o meno giovani, dopo uno scandalo, si sono allontanati dalla chiesa per non farvi più ritorno?

 

Se pensiamo a questa schiera di persone deluse da coloro che avrebbero dovuto essere un esempio e un incoraggiamento per loro, le parole di Gesù “Guai al mondo a causa degli scandali! Perché è necessario che avvengano degli scandali; ma guai all’uomo per cui lo scandalo avviene!” (Mt 18:7) pesano come un macigno sulle nostre coscienze.

Sono parole facili da applicare agli altri, magari ai tele-evangelisti che si sono arricchiti con la scusa del Vangelo, ai preti accusati di pedofilia, o ai pastori che hanno scandalizzato le loro pecorelle. È facile parlare di coloro che con la loro dissolutezza screditano la via della verità agli occhi del mondo (2P 2:1-2).

 

Sono sicuro che tutti noi consideriamo la truffa o l’adulterio come peccati molto gravi, ma quanti di noi considerano grave scandalizzare un giovane, un credente debole nella fede, o una persona che ha appena cominciato a frequentare la chiesa, con lo stillicidio quotidiano di cose apparentemente più innocue, come la nostra maldicenza, la nostra arroganza, la nostra superficialità, la nostra faziosità?

 

 

Diventare piccoli

 

Gesù introdusse queste considerazioni sugli scandali quando i suoi discepoli gli chiesero: “Chi è dunque il più grande nel regno dei cieli?” (Mt 18:1).

Come i discepoli, anche noi aspiriamo ad essere grandi nel regno dei cieli, vero? Tuttavia, sono sicuro che i nostri modelli di grandezza non assomigliano al modello che Gesù prese in braccio per rispondere ai suoi discepoli:

 

“Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli»” (Mt 18:2-4).

 

La risposta di Gesù fu sorprendente. Prendendo in braccio un bambino, Gesù stava prendendo come esempio l’individuo considerato più insignificante, debole, vulnerabile e umile della società, quello che non sa difendersi, quello che ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui, quello a cui nessuno chiede un parere perché sono gli adulti quelli che contano, decidono e pianificano ogni cosa.

 

Gesù stava lanciando una grande sfida ai suoi discepoli, una sfida che attraverso i secoli è giunta fino a noi: se vogliamo essere i più grandi dobbiamo saperci mettere nei panni dei più piccoli, diventare come loro!

Diventare piccoli non è opzionale ma è una necessità. Gesù non lascia molti dubbi quando dice: “se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” ovvero “chiunque non accoglierà il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto” (Lu 18:17).

 

Non può esserci vera conversione senza uno spirito umile, afflitto, che riconosca la sua debolezza e il suo bisogno di riconciliazione con il Creatore. Più ci sentiremo indipendenti e forti, meno cercheremo la guida del nostro Padre celeste. Infatti dice il Signore: “Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Is 66:2)

 

Accogliere il regno di Dio come un bambino significa percorrere la strada dell’umiltà, la strada che ci porta ad avvicinarci a Dio chiedendogli di provvedere per la nostra vita coscienti del fatto che senza di lui non possiamo fare nulla. È la strada della meraviglia per tutto ciò che siamo e abbiamo ricevuto in Gesù Cristo.

È una strada che ci porta a lasciare da parte la nostra arroganza e la nostra saccenza per lasciare spazio al desiderio di dipendere dal nostro Padre celeste come un bambino dipende dai suoi genitori, gloriandoci delle nostre debolezze più che della nostra forza, con cuore riconoscente.

 

Ma la risposta di Gesù si spinse oltre:

“E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me” (Mt 18:5).

Diventare piccoli e ricevere i piccoli sono due aspetti collegati, infatti chi è l’individuo più adatto a comprendere le esigenze del piccolo se non colui che è diventato egli stesso piccolo? Solo chi è diventato piccolo riuscirà a trattare il piccolo da suo pari.

 

 

Accogliere i piccoli

 

La strada per la vera grandezza è quella dell’adattamento alle esigenze del più debole, del più indifeso, del più insignificante, quello messo ai margini, quello di cui nessuno si preoccupa.

Se stiamo fallendo nell’accogliere i piccoli in mezzo a noi e continuiamo a scandalizzarli, questo è un sintomo di qualcosa che non va nella nostra vita.

Quando ci siamo convertiti, ci siamo umiliati davanti a Dio riconoscendo il nostro peccato e ringraziandolo perché egli ci ha perdonato in Cristo, ci ha riconciliati con lui, dandoci la dignità di essere chiamati suoi figli.

 

Ogni vero credente, di fronte a Dio non può fare altro che essere umile e riconoscente per il grande dono della grazia di Dio, vero?

Bene… allora dobbiamo fare un passo in più e riconoscere che abbiamo bisogno della medesima umiltà ogni giorno per proseguire il nostro cammino con Dio e per relazionarci con i fratelli se vogliamo essere buoni esempi e non causa di scandalo.

 

Perché incontriamo tante difficoltà in tal senso? Perché come adulti siamo abituati a vergognarci delle nostre debolezze in un mondo che ci incoraggia a essere forti, ma anche arroganti e prepotenti se necessario.

Abbiamo bisogno che Dio ci aiuti a tenere a bada tali atteggiamenti.

Spesso sembriamo dimenticarci di quanto siamo piccoli davanti a Dio e allo stesso tempo diventiamo insensibili alle esigenze dei piccoli in mezzo a noi, diventando più propensi ad essere motivo di scandalo nei loro confronti.

 

Ricordo un episodio di molti anni fa in cui, durante un incontro informale con alcuni fratelli, mi sentii accusato ingiustamente senza che nessuno prendesse le mie difese, così reagii in maniera piuttosto veemente arrivando ad andarmene sbattendo la porta.

In seguito scoprii che alcune persone, che si trovavano nei locali adiacenti a quella stanza, mi avevano visto andare via sbattendo la porta e alzando la voce, senza sapere cosa fosse successo, ed erano rimaste scosse e scandalizzate dal mio comportamento. I fratelli in seguito mi chiesero di scusarmi con quelle persone e di spiegare loro cosa era successo.

Lo feci e sono contento di averlo fatto perché, pur avendo le mie ragioni, avrei dovuto considerare che la mia reazione avrebbe potuto essere causa di turbamento per altri. In quel caso la mia reazione non tenne conto delle esigenze dei “piccoli” intorno a me, ma mostrò solo la reazione di un cosiddetto “grande” quando viene messo in discussione, toccato nella sua persona.

 

Mi chiedo quante volte siamo motivo di scandalo non perché abbiamo fatto chissà quale torto, ma semplicemente perché non siamo stati in grado di subire qualche torto assorbendo il colpo (1Co 6:7-8) e ricordandoci dell’atteggiamento del nostro Signore Gesù il quale oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente (1P 2:23).

 

L’apostolo Paolo sapeva bene che non doveva prestare il fianco ai suoi detrattori pronti a svilire il suo servizio appena se ne fosse presentata l’opportunità, quindi prestava grande attenzione al suo comportamento:

“Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato” (2Co 6:3)

Egli aveva ben chiara la necessità di mettere al primo posto la testimonianza, mettendo da parte anche i propri diritti, il proprio utile, se necessario:

 

Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati” (1Co 10:32-33).

 

Paolo applicò questo principio anche quando trattò l’argomento delle carni sacrificate agli idoli. Anche in quel caso, invitò i credenti a considerare non tanto la liceità delle proprie azioni ma l’effetto che le loro scelte potevano avere sugli altri:

 

“Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto. Ora, peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo. Perciò, se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello” (1Co 8:11-13).

 

Ferendo la coscienza di colui che è debole, noi pecchiamo contro i fratelli e quindi contro Cristo. Invece di accoglierli li scandalizziamo. Non è questo un buon motivo per essere pronti anche a rinunciare ai propri diritti qualora questo possa portare vantaggio alla collettività? Non è un buon motivo per reagire con umiltà proprio quando il nostro orgoglio viene stuzzicato?

 

 

I piccoli in mezzo a noi

 

Mi è capitato di frequente di incontrare “piccoli” che sono stati scandalizzati.

Sono credenti fragili, spesso alle prime armi, talvolta molto giovani.

Altre volte si tratta di persone non ancora credenti che per un tempo si sono avvicinate alla chiesa e sono state tra i credenti nella speranza di incontrare quel Gesù di cui qualcuno aveva parlato loro.

Erano alla ricerca di qualcosa di diverso, qualcosa che il mondo non poteva offrire loro, ed è triste vederli delusi e rassegnati perché non hanno trovato ciò che cercavano.

È oltremodo triste quando tra questi piccoli delusi ci sono proprio i figli di credenti, i cui genitori stessi (o altri parenti) sono stati per loro motivo di scandalo.

 

Vengono le lacrime agli occhi a pensare quante volte potremmo fare di più per evitare di scandalizzare “uno di questi piccoli”. Talvolta basterebbe controllare di più la nostra lingua o imparare a rinunciare a qualcosa pur di non urtare la sensibilità altrui e di non perdere il fratello. Come in ogni altro aspetto della vita cristiana, l’amore può fare la differenza:

 

“Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello” (1Gv 4:20-21).

 

Amiamo i fratelli?

Amiamo i piccoli in mezzo a noi?

Allora dobbiamo mostrarlo imparando anche quali battaglie valga la pena combattere.

Paolo non aveva dubbi:

 

“… decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un’occasione di caduta… Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! (Ro 14:13-15).

 

Vale la pena affermare anche un nostro diritto se poi siamo occasione di caduta per un fratello?

Tutte le battaglie che abbiamo combattuto, per le quali ci siamo divisi dai fratelli, causando turbamento nei fratelli più deboli, erano proprio così importanti da permetterci di perdere un fratello per il quale Cristo è morto?

O forse sarebbe bastato mettere un po’ da parte il nostro orgoglio per affrontare le cose in modo diverso camminando nell’amore verso il nostro prossimo?

 

Gesù affermò con forza la gravità dello scandalo nei confronti dei piccoli:

 

“Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Mt 18:6).

 

Se prendessimo sul serio queste parole di Gesù, faremmo uno sforzo maggiore nel cercare la pace con i fratelli per evitare divisioni, metteremmo più cura nel lottare contro il peccato, nell’evitare la maldicenza, nel mettere a tacere il nostro orgoglio.

 

Occhio agli scandali! Perché i piccoli in mezzo a noi sono quelli che finiscono per pagare le conseguenze delle nostre leggerezze e della nostra arroganza.

 

Occhio agli scandali! Perché essi sono i deboli ai quali rischiamo di sbattere in faccia la porta del regno dei cieli quando non facciamo tutto il possibile per evitare che siano scandalizzati.

 

Quando impareremo a mettere da parte la nostra reputazione per fare spazio agli interessi di Cristo e del nostro prossimo?

Quante inutili discussioni, divisioni, maldicenze, ingiustizie dovranno vedere ancora i nostri figli e le persone più deboli nelle nostre assemblee prima che impariamo a metterci nei panni del piccolo e impariamo ad accoglierlo e a mettere ogni cura pur di non perderlo?

Ricordiamoci che chi riceve il piccolo nel nome di Gesù, riceve Cristo stesso.