Non so come comportarmi

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Recarsi a “Gabaon”

 

Corre l’anno 970 a. C. Da circa 83 anni Israele ha un re. Di sovrani fino a quel momento della storia se ne sono succeduti due. Saul e Davide sono i loro nomi. In seguito alla morte di Davide, toccò a Salomone. Fu unto re (1Re 1:39) neanche ventenne.

Tuttavia, nonostante fosse giovane, iniziò a svolgere il suo impegno con le priorità giuste. Appena ricevette ufficialmente questo incarico “si recò a Gabaon per offrirvi sacrifici perché quello era il principale tra gli alti luoghi; e su quell’altare Salomone offrì mille olocausti” (1Re 3:4).

 

Un giovane ricevette in dono una responsabilità da Dio.

Quale fu il suo primo passo? Si recò da Dio!

Il primo passo da fare, quando Dio ci affida, qualcosa è andare alla sua presenza.

Scontato? Non proprio.

Quante volte lo abbiamo fatto?

 

Se sono giovane e Dio mi ha affidato un incarico, “Gabaon” è ancora, spiritualmente parlando, il primo luogo in cui devo recarmi. Si rivelerà essenziale.

 

Se sono adulto e Dio, mi ha posto vicino dei giovani cui lasciare un esempio è mia responsabilità indicare loro sempre “Gabaon”. In questo modo potrò contribuire a una corretta impostazione di un nuovo servizio.

 

 

Sempre e solo servi!

 

Proprio a Gabaon, “il Signore apparve di notte in sogno a Salomone” e gli disse: “Chiedi ciò che vuoi io ti conceda” (1Re3:5).

La risposta di Salomone è un trattato di come approcciarsi correttamente verso la persona di Dio. Il giovane re, afferma: “Ora o Signore mio Dio tu hai fatto regnare me, tuo servo, al posto di Davide mio padre…” (1Re 3:7).

Salomone si definì “servo”! Eppure era stato appena unto re!

Un re può definirsi servo?

Quando si ha la giusta considerazione della persona di Dio, anche i re realizzano di essere servi.

Al cospetto di Dio siamo tutti servi: questo non va mai dimenticato, considerando anche che una delle maggiori minacce che può presentarsi nella vita di un giovane è quella dell’orgoglio. Facilmente ci si può credere da più degli altri. Meno servi e più re.

 

Se sono giovane, devo ricordarmi che qualunque incarico Dio mi affida rimango sempre e solo servo.

 

Se sono adulto, ho la responsabilità di ricordare al giovane che qualunque cosa faccia per il Signore è sempre e solo da servo. Come? Vivendo prima di tutto io stesso da servo.

I valori si trasmettono efficacemente da una generazione all’altra vivendoli.

 

 

Veramente forti

 

Salomone aveva realizzato di essere un servo. Di conseguenza, ecco che egli afferma, di fronte all’impegno che il Signore gli aveva affidato: “…sono giovane, e non so come comportarmi” (1Re 3:7).

Salomone, ammette una sua incapacità legata alla giovane età.

Fu l’umiltà che caratterizzò l’inizio del suo regno.

 

Salomone non si presenta davanti a Dio con spavalderia, sfacciataggine, superiorità, sfrontatezza. Salomone non è sicuro di sé, non fa affidamento sulle sue qualità, ma riconosce, con umiltà, tutta la sua incapacità. Non c’era modo migliore con cui potesse iniziare il suo servizio.

 

La giovinezza nasconde molte insidie che, spesso, possono compromettere la realizzazione di un servizio, prima fra tutte l’assenza di umiltà. Facilmente, un giovane può sentirsi in grado di riuscire da solo, dimenticandosi così di Dio. Ecco perché, Salomone con la sua confessione d’incapacità ha tracciato una strada che ogni giovane deve imboccare e, che, allo stesso tempo, ogni adulto deve avere cura di indicare ai giovani.

Quale? Quella dell’umiltà.

Dire “non so come comportarmi”, non significa essere giovani deboli. Al contrario, significa essere giovani veramente forti: quelli che, consapevoli dei loro limiti e delle loro debolezze, chiedono a Dio come comportarsi.

Senza il Signore anche “i giovani si affaticano e si stancano” (Is 40:30), con il Signore i giovani sono “forti” perché in lui hanno vinto la loro maggiore fonte di debolezza e di sconfitte cioè “il maligno” (1Gv 2:14).

 

L’obiettivo del nemico è proprio quello di compromettere servizi che si potrebbero rivelare grandemente efficaci nell’opera di Dio. Le sue “macchinazioni” (2Co 2:11) mirano a far sentire il giovane capace di svolgere da solo quello che gli è chiesto. L’umiltà è la risposta che siamo chiamati a dare a questi attacchi. Questa caratteristica riconduce a Dio e permette di impostare e portare avanti un servizio in maniera utile per il suo piano.

 

“Siate… umili” (1P 3:8) è quello che gli adulti devono ricordare costantemente a tutti i giovani che Dio ha affidato alla loro cura. Questo è il modo per crescere una generazione di cui Dio potrà servirsi.

 

 

La trappola dell’ambizione

 

Una delle maggiori insidie legate alla giovane età, è rappresentata dall’assenza di umiltà.

A tal proposito la Scrittura non ci nasconde la storia di un altro giovane. Il suo nome è Adonia, un altro figlio di Davide. Egli proprio nei giorni in cui Salomone stava per essere unto re, agì in maniera del tutto diversa da quest’ultimo. Noncurante della volontà di Dio espressa a riguardo, quando il padre Davide era malato e in procinto di morire, mosso dall’ambizione diceva: «Sarò io il re!»” (1Re 1:5).

 

Che differenza tra questi due giovani!

Adonia, ambizioso, voleva per forza un ruolo che non gli era stato riservato. Di conseguenza non troverà posto nel piano di Dio. Caparbio, dopo avere rifiutato di pentirsi, sarà ucciso (1Re 2:25).

Salomone, contraddistinto dall’umiltà, è desideroso di essere guidato da Dio. Il Signore si servirà più tardi proprio di lui per la costruzione del tempio (1Re 8).

Non dobbiamo decidere da soli la strada da intraprendere. Spesso pensiamo di sapere come comportarci, ma dietro queste presunte sicurezze si nasconde ben altro. Per esempio, il desiderio di volere fare quello che più ci aggrada, che ci fa sentire maggiormente realizzati.

Se escludiamo Dio, anche la giovinezza può essere malinconicamente sprecata e sperperata.Salomone stesso al termine della sua vita scriverà che “la giovinezza e l’aurora sono vanità” (Ec 12:2). Quando? Quando sono spese senza Dio.

Il vero valore della giovinezza si vive condotti dalla guida di Dio. Senza le indicazioni di Dio non sappiamo assolutamente che fare della nostra vita. Potremmo prendere scelte errate, inseguire obiettivi illusori, commettere azioni sbagliate, fare deragliare la nostra vita nel peccato e vivere le tristi e amare conseguenze di tutto ciò. Non è la giovinezza che fa la gioia di una persona, è piuttosto il lasciarsi guidare da Dio durante questa fase della vita che fa la gioia di una persona.

 

Salomone affermerà: “Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza” (Ec 12:3). “Ricordarsi di Dio” vuole dire non fare di testa propria. Significa non prendere scelte mossi dall’ambizione, ma al contrario dall’umiltà. Significa presentarsi a Lui e dirgli: “Sono giovane e non so comportarmi”.

Egli risponderà. Egli mi userà. Non c’è alcun bisogno di giovani ambiziosi nella chiesa di Dio. C’è bisogno di giovani umili. Che quest’obiettivo possa essere perseguito prima di tutto dai giovani stessi, ma allo stesso tempo, indicato e vissuto in maniera esemplare anche dagli adulti. L’umiltà è un valore che deve essere trasmesso da una generazione all’altra. Non perderlo significa contribuire alla vera salute della chiesa.