silenzio che parla

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 L’evangelista Matteo ci racconta che, alla conclusione del discorso sulla montagna, “una gran folla” di persone seguì Gesù fino a Capernaum: alcune colpite dall’autorevolezza e dal contenuto dei suoi insegnamenti, altre incoraggiate dalla speranza di ricevere da lui miracoli di guarigione. Alla fine di una giornata sicuramente faticosa, Gesù, per trovare un momento di riposo, “comandò che si passasse all’altra riva”. Sentendo la notizia di questo viaggio notturno attraverso le acque del lago di Tiberiade, “uno scriba”, che probabilmente faceva già parte della ristretta cerchia dei discepoli, gli dichiarò la sua decisione di seguirlo “dovunque” egli avesse deciso di andare e quindi di voler salire con lui sulla barca. Un altro discepolo invece si tirò, almeno temporaneamente, indietro perché gli era morto il padre e, “prima” di affrontare quel viaggio con Gesù, doveva compiere il suo dovere di figlio andando a dargli degna sepoltura.

Allo scriba Gesù non nascose i disagi che avrebbe comportato il seguirlo “dovunque”; non gli nascose le esigenze richieste dal seguirlo, dicendogli che avrebbe dovuto rinunciare ad una vita facile, agevole e comoda. Al discepolo preoccupato dall’urgente incombenza familiare Gesù ricordò che il seguirlo deve costituire l’impegno prioritario rispetto ad ogni altro impegno; una scelta, questa, che – non dimentichiamolo – impone rinunce. Come allora, sulle rive del lago di Tiberiade, ancora oggi Gesù non vuole discepoli inconsapevoli e superficiali, ma vuole discepoli consapevoli del cammino che li attende: quello che inizia con “la porta stretta” e prosegue sulla “via angusta”. Vuole discepoli responsabili, impegnati, coscienti delle conseguenze della loro scelta, pronti ad affrontare difficoltà, sacrifici, rinunce per l’avanzamento del suo Regno.

Il racconto di Matteo si interrompe quasi bruscamente e non ci viene proposta, né in senso positivo né in senso negativo, la scelta compiuta da questi due uomini. Non sapremo mai, cioè, se lo scriba sia rimasto a terra o sia salito sulla barca, così come non sapremo mai se l’altro discepolo è andato a seppellire il padre o ha attraversato il lago con Gesù.

Quale è la possibile motivazione di questo silenzio, difficile da comprendere, soprattutto se pensiamo che gli altri racconti evangelici, relativi a conversazioni avute da Gesù, si concludono con la comunicazione della scelta, positiva o negativa, compiuta dai suoi interlocutori?

Se provassimo a metterci nei panni dei due uomini protagonisti di questa breve storia, scopriremmo che in realtà questo silenzio può diventare per la nostra vita un silenzio che parla. Eccome se parla! Infatti è proprio attraverso questo silenzio che il Signore ci ricorda che per noi non è importante sapere che cosa abbiano deciso di fare quei due uomini; l’importante è sapere che cosa avremmo fatto noi al loro posto e che cosa decidiamo di fare oggi come discepoli di Gesù. Non devo chiedermi che cosa abbiano fatto o facciano gli altri; devo chiedermi come rispondo io alle esigenze poste da Gesù per il camminare dietro a lui, per l’essere suo discepolo.

Ci sono due avverbi che mi parlano in modo chiaro ed entrambi sono stati usati dai due uomini davanti alla barca pronta alla partenza. Il primo è un avverbio di luogo: “dovunque”; il secondo è un avverbio di tempo: “prima”. Sono proprio questi due avverbi che mi sollecitano a compiere un’attenta riflessione sull’autenticità del mio essere discepolo di Cristo, invitandomi a chiedermi senza preoccuparmi delle risposte possibili che altri possono aver dato o possono dare.

Sono stato e sono davvero disposto a seguire Gesù “dovunque” egli mi chieda di andare? Sono stato e sono altrettanto disposto a porre gli interessi e gli impegni del suo Regno “prima” di ogni altro impegno? È dalle risposte che saprò dare con la mia vita a queste domande che dipenderà l’autenticità del mio essere discepolo di Cristo!