FAMILY DAY e dintorni: alla luce di quale lampione cerchiamo le nostre chiavi?

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Argomento di grande attualità

 

Sicuramente conosciamo la storiella di quel tizio che, nel buio della notte, cerca inutilmente le chiavi che ha perduto, scrutando minuziosamente ogni angolo illuminato dall’unico lampione acceso che si trova in quei paraggi.

L’assurdità di quella situazione viene fuori allorché si presenta un passante, desideroso di aiutarlo, che gli chiede:

“Ma è proprio qui, sotto questo lampione, che hai perso le tue chiavi?”, e il poveretto che gli risponde: “No, ma laggiù dove le ho perse non si vede nulla, mentre qui invece c’è un po’ di luce”.

 

Davvero buffa questa storia. Ci fa guardare con tanta supponenza alla stupidità di quel povero disperato, eppure… se magari ci fosse qui il profeta Natan a raccontarcela, chissà se alla fine non direbbe anche a noi: “Tu sei quell’uomo!” (2Sa 12:7).

 

Questo buffo racconto mi è stato di recente riportato alla mente, e, per i motivi che vedremo, mi ha indotto a riflettere su un argomento di grande attualità.

Mi riferisco alle accese discussioni che si sono sollevate in questo periodo, anche all’interno del mondo evangelico, sull’eventualità di approvazione in Italia di leggi che regolarizzino le coppie di fatto, incluse quelle omosessuali, con normative più o meno equiparabili a quelle del matrimonio tradizionale, oltre che l’introduzione nelle scuole pubbliche (effettiva o solamente paventata) di programmi educativi a favore della cosiddetta teoria del gender, secondo cui le differenze tra “maschio” e“femmina” sarebbero solo sovrastrutture culturali, che dunque possano (o addirittura, debbano!) essere rimesse in discussione.

 

Non poche controversie, anche abbastanza accese, sono sorte via internet sull’opportunità di aderire in veste ufficiale di “evangelici” alla manifestazione del Family day a Roma, il 20 giugno scorso, organizzata proprio per scongiurare questi sviluppi legislativi.

A tutto ciò si è aggiunto il clamore suscitato dalla recente decisione della Corte Suprema americana, che ha dichiarato il matrimonio tra omosessuali un diritto costituzionale da garantire in tutti gli Stati Uniti d’America.

Anche in questo caso, tante voci si sono sollevate nel mondo evangelico contro questa ennesima manifestazione dell’abbandono di quei principi di matrice cristiana, che hanno costituito gli ideali fondativi della nazione americana.

 

 

Poniamoci una domanda,

a partire da una doverosa premessa

 

A questo punto però è bene chiarire un punto essenziale, che riguarda la condanna da parte della Scrittura dei rapporti sessuali tra individui dello stesso sesso.

Anche a rischio di dire cose scontate a chi legge (che però tanto scontate, purtroppo, non sono), è doveroso menzionare l’affermazione di Levitico (18:22): “Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole”.

 

Ma è opportuno ribadire anche le parole dell’apostolo Paolo, quando fa riferimento proprio all’omosessualità (maschile e femminile) per illustrare la depravazione dell’essere umano conseguente al suo allontanamento da Dio (Ro 1:26-27), oppure quando ammonisce i credenti di Corinto, così sensibili ai richiami della fornicazione, compresi quelli dei rapporti omosessuali (1Co 6:9-11).

 

Posta questa doverosa premessa, la questione che vorrei sviluppare si condensa in questa domanda:

 

Alla luce di quale principio biblico dovrei

adoperarmi affinché lo Stato in cui vivo

proibisca per legge comportamenti

che sono contrari alla legge di Dio?

 

La risposta, a prima vista, può sembrare ovvia e scontata: perché Dio condanna il peccato, oppure anche, più semplicemente, perché le leggi di Dio sono giuste.

 

Ok, tutto vero, ma non era questa la domanda. La domanda è, perché – sulla base di quale fondamento biblico – dovrei adoperarmi affinché lo Stato in cui vivo proibisca per legge comportamenti che la Bibbia dichiara peccaminosi e sbagliati.

 

La risposta a questa domanda richiede allora una maggiore attenzione, perché qui ci stiamo chiedendo se la Scrittura ci autorizzi, in quanto figli di Dio e discepoli di Cristo, ad adoperarci al fine di costruire una società le cui leggi rispecchino i principi morali che i figli di Dio e discepoli di Cristo sono chiamati ad osservare, ambire cioè a costruire una “società cristiana”.

 

La difficoltà di trovare

un fondamento biblico

 

Se si vuole cercare una base biblica dottrinale su cui fondare l’impegno del credente finalizzato a costruire una società civile che viva in modo conforme alle leggi di Dio, e soprattutto, se la si vuole trovare sulla base degli scritti del Nuovo Testamento, ci si troverà davanti a un buio pressoché totale.

 

Non che gli scritti neotestamentari non parlino di rapporto del credente con la società e con le autorità che la governano.

Tutt’altro, ne parlano anzi piuttosto abbondantemente.

Ma ne parlano sempre in termini di obbedienza e sottomissione (Ro 13:1-7; Tt 3:1; 1P 2:13-14); di esempio che i credenti devono dare (Tt 3:2; 1P 2:12); di intercessione a Dio per loro (1Ti 2:1-2); di sopportazione nonostante le ingiustizie subite (1P 2:19-20; 3:14); di saggezza per approfittare delle opportunità di testimonianza che la società ci offre (1P 3:15); in taluni casi anche di contrasto (oggi parleremmo di disobbedienza civile), quando obbedire alla legge umana ci fa disobbedire alle leggi di Dio (At 4:19-20; 5:29), ma non troviamo mai istruzioni rivolte ai credenti, relative alla loro partecipazione attiva nella promulgazione di leggi consone alla morale cristiana.

 

La cosa, in fondo, non sorprende.

Gli scrittori neotestamentari vivono in un contesto sociale e politico nel quale mai e poi mai si sarebbero potuti immaginare d’incidere sulle decisioni collettive della società in cui vivevano.

Da quanto si evince soprattutto dalle lettere di Paolo e di Pietro, i credenti erano esortati a vivere con un solo obiettivo in testa: testimoniare della fede in Gesù, in attesa del prossimo ritorno del Signore.

 

In questo intermezzo di attesa del loro Re, i credenti erano esortati a rinunciare al peccato e non preoccuparsi di altre questioni mondane, essendo concentrati sul loro unico scopo, nonostante le sofferenze patite da parte di un mondo che giace sotto il potere del maligno (1Gv 5:19).

Come l’atleta che corre la sua gara, e nel percorso non deve lasciarsi distrarre da altri obiettivi che lo rallenterebbero, o addirittura lo vorrebbero dirottare dal traguardo finale.

Che fare però se a un certo punto ci si accorge che questo traguardo non è poi così imminente come lo si riteneva? Questo è il grande dramma – se così possiamo chiamarlo – che già si scorge tra le righe di uno degli scritti più tardivi del Nuovo Testamento, la seconda lettera di Pietro, espresso attraverso i dubbi sulla realtà del ritorno di Cristo (2P 3:9).

 

Quella che doveva essere solo una breve parentesi tra il primo avvento del Messia e il suo ritorno – i tempi dei gentili (Lu 21:24) – si rivela essere in realtà un periodo lungo anni, tanti anni… ad oggi quasi duemila! Quella gara, che pensavamo essere uno sprint col traguardo dietro la curva, ci rendiamo conto trattarsi invece di una maratona. Anzi, di più, una gara lunga giorni e giorni, che ci obbliga a pernottare lungo il cammino. Ecco allora che ci si ritrova in qualche modo costretti a ridiscutere i termini di quell’atteggiamento chiuso e impermeabile all’esterno, più consono a un rapido sprint nello stadio.

 

È qui, credo, che si celi l’origine di quella difficoltà che abbiamo nel trovare una base biblica neotestamentaria sull’impegno del credente a costruire una “società cristiana”.

Non la troviamo semplicemente perché… non c’è! La possibilità oggettiva che abbiamo oggi come credenti d’incidere sulla società, attraverso delle nostre proposte legislative, sembra costituire in qualche misura una novità spiazzante, non contemplata dagli autori neotestamentari.

 

 

La necessità di stare

sotto la luce del lampione giusto

 

Come colmiamo allora questo apparente buio scritturale?

È proprio qui che diviene utile quella storiella dell’uomo che cerca le chiavi sotto un lampione, solo perché lì c’è luce, mentre nel posto dove ha perso le chiavi c’è buio pesto.

 

Se infatti è vero che nel Nuovo Testamento non troviamo una esplicita base dottrinale che ci possa venire in soccorso, questo non è vero per l’Antico Testamento.

Lì sì che si trovano riferimenti a sostegno di un impegno attivo – e responsabilizzante! – affinché la nazione in cui si vive adotti leggi consone alla legge di Dio.

Il popolo d’Israele era chiamato ad osservare diligentemente le sue leggi, tanto che i suoi re e sacerdoti erano responsabili davanti a Dio di farle osservare all’intera nazione.

Nel popolo d’Israele vigeva il monito “…non si trovi in mezzo a te chi…” (De 17:2-5; 18:10-12), oppure “così toglierai il male di mezzo a te…” (De 22:21, 24), a sancire una responsabilità sociale, oltre che individuale, all’osservanza dei comandamenti di Dio.

 

La domanda su cui riflettere però è la seguente: è lecito per il popolo del Nuovo Patto applicare anche a sé stessi questi comandamenti rivolti al popolo d’Israele?

Non stiamo forse cercando le nostre “chiavi scritturali” sotto quell’unico lampione acceso – quello veterotestamentario – perché là dove sarebbe più opportuno ricercarle – nel Nuovo Testamento – c’è buio pesto?

E se così è, non rischiamo di cercarle inutilmente, come il poveraccio della storiella, o peggio ancora, di trovare le chiavi sbagliate?

 

Eh sì… perché il vero pericolo è proprio questo: trovare le chiavi sbagliate. Il rischio che stiamo correndo, nel nostro innocente desiderio di costruire una “società cristiana”, è infatti quello di ricadere, nostro malgrado, in quel tragico errore del cristianesimo storico, espresso dalla cosiddetta teologia della sostituzione.

 

L’errore cioè di pretendere di applicare alla Chiesa leggi e promesse che sono invece di pertinenza esclusiva del popolo d’Israele, arrogando alla Chiesa il diritto di sostituirsi ad esso. Errore che tanti danni terribili ha provocato nel corso dei secoli alla fede cristiana, oltre che al popolo d’Israele.

 

Sembrerà forse eccessivo questo monito sul pericolo di cadere nella “teologia della sostituzione”, che potrebbe celarsi dietro a un normale impegno civile affinché la società in cui si vive si fondi su principi etici cristiani.

Guarda caso, però, chi si trova in prima linea in queste battaglie pubbliche sono proprio quei settori del cristianesimo che della “teologia della sostituzione” sono stati (e sono tuttora) paladini.

 

Parlo in particolare del mondo cattolico, che su quella impostazione teologica ha costruito la sua intera struttura organica, liturgica e dottrinale. Senza dimenticare poi quei settori del “mondo evangelico” che – al di là di ogni polemica – fanno riferimento all’area riformata, anch’essa fortemente sensibile a quella stessa teologia.

 

 

E allora…?

 

E allora torniamo al lampione del Nuovo Testamento.

Forse, se ci appare spento nel farci trovare le chiavi per costruire una “società cristiana”, è proprio perché dobbiamo farcene una ragione, e quelle chiavi è meglio lasciarle perdere! Magari poi non è proprio vero che sia spento, ma sta solo puntando la sua luce su chiavi di tutt’altro tipo.

Forse, quel dramma, quella novità spiazzante, della lunga attesa del ritorno del Messia, non è stata ritenuta dallo Spirito Santo così essenziale da indurlo ad apportare un cambio di rotta alle nostre consegne, distogliendoci dal solo e unico obiettivo che la Chiesa è chiamata a perseguire, in attesa (ancora breve, lunga o lunghissima) del ritorno di Cristo.

 

Nella circostanza narrata in Atti 1, quando il Signore Gesù sta per salire al Padre quaranta giorni dopo la sua resurrezione, i discepoli sembra proprio che esprimano quell’ansia di volersi accertare di quanto lunga sarebbe stata la loro attesa prima di raggiungere il traguardo, prima cioè del completo adempimento delle promesse messianiche:

“Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” (v. 6). Gesù però non si cura tanto di soddisfare la loro curiosità, invitandoli piuttosto all’umile consapevolezza della sovranità di Dio nella storia umana:

“Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità…” (v. 7) e prosegue poi con un meraviglioso e illuminante “ma”, che resta ancora oggi l’unico lampione sotto la cui luce cercare le nostre chiavi: “…mariceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra” (v. 8).

 

L’obiettivo che la Chiesa è chiamata ancora oggi a perseguire è quello di essere testimone di Cristo, per la potenza dello Spirito Santo, e non di costruire una “società cristiana”.

Il nostro problema è che spesso siamo proprio noi a perdere consapevolezza di quanto il vangelo sia davvero potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Ro 1:16), sostituendo l’an-
nuncio del Vangelo con altri obiettivi, che ci illudiamo essere divenuti oggi prioritari.

 

Il bello di tutto questo è che, quando tanti uomini e tante donne ricevono la salvezza attraverso la pazzia della predicazione della croce di Cristo, allora sì che la società nel suo insieme ne trae beneficio, e viene anche trasformata verso il meglio.

La Storia ci insegna questa realtà di cuori trasformati dall’annuncio del Vangelo della grazia, che hanno radicalmente cambiato il loro stile di vita e il loro modo di relazionarsi col prossimo, e tutto questo si è dunque poi tradotto anche in cambiamenti sostanziali della società nel suo complesso, pur nell’intima consapevolezza nei cuori di ciascuno che, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia (2P 3:13).