Il perdono alla luce della Parola di Dio

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Perdonare: il significato!

 

Cosa significa perdonare? Significa molto e molte cose! Perdonare significa cancellare unilateralmente un debito, oppure mettere da parte i propri dirittianche è anche un atto di clemenza di una pubblica autoritàun atto di grazia, che è la sospensione della persecuzione per varie categorie di reati.

È anche la cessazione del sentimento di risentimento nei confronti di un’altra persona; è quindi un gesto umanitario con cui, vincendo il rancore, si rinuncia a ogni forma di rivalsa di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore. Significa spezzare le catene che ci legano ad una particolare situazione spiacevole, violenta, dolorosa, oppure ad una persona che ci ha provocato dolore, male e sofferenza.

Perdonare è DONARE PER NON PERDERE!

 

Questa la definizione secondo il Dizionario Garzanti: il perdonare, l’essere perdonato.

Il perdono quindi va in due direzioni:

 attiva: perdonare, è un’azione da compiere;

• passiva: essere perdonato è un dono da ricevere.

Dobbiamo però dire che perdonare non significa, in nessun modo e per nessuna ragione, sminuire il peccato e nemmeno giustificarlo.

Perdonare non è mai, (mai!) accantonare o cancellare la gravità dell’offesa, del male. Anzi, seguendo le indicazioni della Parola di Dio significa riconoscere in pieno che quello che è stato fatto è male, ma come mi insegna il Signore Gesù Cristo, e nel suo nome, io decido di lasciare andare (perdonare) quella persona, quindi non imputo più il suo peccato (debito) e gli faccio grazia.

 

 

Quale persona voglio essere?

 

Tutto bello vero? No, non è sempre così.

C’è un altro aspetto da considerare.

A causa di certe brutte situazioni accadute la nostra vita non è più la stessa, forse nessuno potrà ridarvi la vostra vita di prima.

E tutto perché? Perché avete ricevuto un’offe-
sa, siete state vittime di una maldicenza, avete subìto un danno volontario o una violenza o ancora altro di peggio.

Magari la persona che vi ha fatto tutto questo fa finta di nulla, e magari continua anche a fare (o a dire) le stesse cose.

 

E voi? Da quel momento la vostra vita non è più la stessa, ma oltre a ciò dolore, depressione, e chissà qualche volta la disperazione subentreranno nella vostra mente.

Chissà quante notti insonni a ripercorrere quel momento. Lui/lei ha sbagliato, ha peccato, e tu stai soffrendo per colpa sua.

È giusto? E Dio che dice? Dov’era Dio in quel momento? Perché???

Lasciando da parte le domande su Dio, il perdono è anche accettare di vivere con le conseguenze dolorose e negative causate dal peccato di un altro.

Esattamente come la mamma di Miss Pennsylvania 2014, Valerie Gatto. Valerie è una splendida ragazza che ha vinto quell’anno lo scettro di Miss Pennsylvania, ed è fiera di sua madre. Cos’ha fatto di così speciale sua madre? Una sera tornando a casa, all’età di 19 anni, fu violentata brutalmente da un uomo che non ha mai più visto. A parte la frustrazione, il dolore, il disagio e la vergogna, questa donna ha deciso di tenersi la creatura nata da quell’episodio e le ha insegnato a conoscere Dio, amare e seguire Dio.

Questa donna credente non si è fermata davanti a quello che le è accaduto, una brutta notte di buio totale. Non ha permesso a questa situazione di diventare un blocco nella sua vita, anzi sono sicuro che il perdono del Signore che lei conosce, l’ha aiutata a liberarsi delle emozioni negative. Cosa ha trasmesso a sua figlia?

Sentite la testimonianza di Valerie, che ha commosso migliaia di persone: “Sono nata in una notte di buio, ma il Signore mi ha mostrato che devo essere una luce, e tale voglio essere”. Ripeto cosa ha trasmesso sua madre a Valerie? Sicuramente non l’amarezza, il rancore, non l’odio, anzi!

 

Sta a noi scegliere di essere una persona amareggiata e, in qualche modo, violentata nella nostra vita o nelle nostre emozioni; e così facendo saremo “velenosi” e contamineremo di male tutto ciò (e tutti) che ci circonda.

Oppure possiamo scegliere di essere una persona felice, libera e che ha perdonato.

Gesù Cristo ci comanda di scegliere il perdono, come stile di vita, anche se per far questo occorre vivere con le difficili conseguenze causate da peccati di altri. Facile? No ma “Io posso ogni cosa in…” (Fl 4:13). È Cristo che mi fortifica, è lui che cammina con me. È lui che mi sostiene e che mi aiuta, passo dopo passo, nel cammino della vera liberazione. Io posso ogni cosa, io posso abbandonarmi a lui. Posso gettare su di lui ogni mio peso, perché lui ha promesso che se ne prenderà cura.

 

 

RAGIONI PER NON PERDONARE

 

Pretendiamo una richiesta di perdono

 

“Perdono solo se l’altro viene a chiedermi perdono” e, per giustificarsi, si fa ricorso alle parole di Gesù: “Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo” (Lu 17:3). Quindi se l’altro non viene da me a chiedere perdono allora aspetto, anche 20/30 anni! Se non facciamo niente noi saremo “legati” a quella situazione (o persona) per anni e la catena “disagio, amarezza, dolore, frustrazione, preoccupazione, cruccio, ira, etc.” non si spezzerà mai.

No! Il perdono non funziona così.

Non aspettiamo finché i nostri offensori vengono a chiederci perdono. Dovremmo perdonarli di cuore prima ancora che vengano (se mai verranno) a chiedere perdono, anche se mai avranno intenzione di farlo.

 

C’è anche una questione di giustizia di Dio. Dio è il vero giudice, niente e nessuno può nascondersi a lui. Anche quando noi abbiamo perdonato qualcuno, questi dovrà comunque fare i conti con Dio, ma Dio chiama noi a perdonare, ciò che farà lui/Dio è affar suo.

Il perdono è come tagliare una fune che ci lega a qualcuno, implica mettere fine alle nostre rivendicazioni umane. Nel nome di Gesù perdonando “lasciamo andare via libero” il nostro debitore. Perdonando usciamo dal circolo vizioso dell’ira, cruccio, amarezza ed entriamo nella libertà.

È facile? No! Ma è indispensabile per godere la vera libertà e… ricordiamo che è il Signore a volerci liberi. È la sua volontà per noi, che è sempre perfetta ed è utile per noi.

Se guardiamo alla Parola abbiamo esempi e molte ragioni per perdonare, senza “se” e senza “ma”.

Cominciamo da Gesù, venuto per offrire perdono e salvezza al popolo. Nonostante questo, sappiamo che il popolo fu pronto a… metterlo in croce ed ucciderlo. Ma che dice Gesù, tra le ultime cose, poco prima di morire? “Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno!” 
(Lu 23.34).

 

Spesso chi ci fa del male non si rende conto di quel che fa, o del male (sofferenza) che può causare. Ed allora la risposta modello qual è? “Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno!”. Nel libro degli Atti troviamo un altro esempio simile: quello di Stefano, anche lui ucciso ingiustamente, dopo essere stato condannato ingiustamente. Durante la lapidazione (morte tremenda) si mise in ginocchio, a pregare, e chiese qualche cosa al Padre celeste che mi mette in crisi: “Signore, non imputare loro questo peccato” e poi morì. (At 7:60).

 

E che dire di Paolo? Che grande uomo di Dio, sempre pronto ad incoraggiare, aiutare gli altri, a pregare per loro, costruendo amicizie e chiese, aiutando i deboli e i poveri. Che successe? Alla fine della sua vita ad un certo punto lascia scritto: “Nella mia prima difesa nessuno si è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato; ciò non venga loro imputato” (2Ti 4:16). Che delusione, solo, abbandonato così, un uomo che forse aveva portato al Signore centinaia di persone, che aveva raccolto per loro chissà quanti soldi, che aveva aiutato molti a crescere nella fede, e che aveva lottato per loro in preghiera notte e giorno. Ed ora eccolo solo! Aveva tutte le ragioni per provare tristezza, amarezza, forse rabbia pensando a loro. E invece? Niente di tutto ciò, disse: “Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte” (2Ti 4:17).

 

 

Vogliamo giustizia

 

Qualcuno potrebbe dire che perdonare così è ingiusto, perché ognuno dovrebbe “pagare” per quello che fa. “Ma è proprio secondo giustizia che voi parlate, dice l’Eterno?” (Sl 58:1). Oppure dietro ci sono odio, amarezza, rancore e mancanza di perdono? Sempre la Parola dice che “la nostra giustizia è come un abito lordato” (Is 64:6). Il Signore stesso ci ammonisce a “guardare dal praticare la nostra giustizia davanti agli uomini” (Mt 6:1). Ed allora di che giustizia stiamo parlando? Ma il punto non è questo. Il perdono di cui stiamo parlando non è un atto di giustizia, è un atto di grazia. A Dio solo spetta la giustizia, a noi invece spetta praticare la misericordia e la giustizia.

 

 

Non riusciamo a dimenticare

 

Altri potrebbero dire: “Non posso dimenticare quello che mi è stato fatto, così non perdono”! Avete mai provato ad avere una spina da qualche parte, dentro il vostro corpo? Può andare così in profondità che per qualche tempo non la sentite, ma appena fate un movimento, un certo movimento, ecco che quella spina si muove e vi causa un dolore atroce. Vi blocca e vi sentite male, molto male. È così di chi non perdona, per qualche tempo sembra nulla, ma basta che l’episodio ritorni alla mente (offesa, ingiuria, parolaccia, ecc.) provocando un disagio anche molto forte. Vero? Che fare, dico rispetto alla spina? Si prenderà un aspirina, o un po’ di alcol basterà? Gli psicologi ci dicono occorre individuare la causa del dolore e rifiutarla, evitando certe situazioni o persone. Questa è l’aspirina, ma la spina rimarrà lì. Il Signore Gesù ci comanda di “perdonare di cuore”, quindi occorre togliere la scheggia. Per togliere la spina occorre a volte la chirurgia. Serve aprire la zona dove c’è la scheggia e tagliare, togliendo la scheggia. Poi occorre chiudere la parte del corpo, rimarrà una ferita, che si chiuderà. Perdonare è doloroso! Occorre riportare alla nostra mente ciò che accaduto e dire (aiuta farlo ad alta voce): “Io perdono tizio o caio per quella specifica cosa che mi ha fatto, e lo faccio nel nome di Cristo Gesù”. Saremo mai in grado di perdonare una grave offesa? Se si vuole guarire e non sentire più il dolore della spina occorre fare così. Si può dimenticare solo dopo il perdono sincero, di cuore.

Se perdoniamo di cuore, la spina viene rimossa, la parte del corpo guarirà e col tempo tornerà come prima.

Il Signore ci ha guarito tramite il perdono. Alcune esperienze non le dimenticheremo mai, questo è vero. Ma quando scegliamo di obbedire al Signore Gesù e perdoniamo di vero cuore, accadrà che la pace del Signore Gesù verrà su di noi, e il dolore, il desiderio di vendetta o la frustrazione si trasformeranno in tristezza, preoccupazione, pietà e compassione per quelli che hanno peccato e ci hanno fatto del male. Così è accaduto al Signore Gesù, così avvenne a Stefano e a Paolo, come abbiamo visto.

 

 

Offriamo un perdono condizionato

 

Altri dicono: “Perdono se la persona non farà più quella cosa”. Dio non ci perdona così.

Ma abbiamo visto che il perdono di cuore è immeritato, gratuito e completo, cioè non ha condizioni.

Il perdono è un atto di grazia e la grazia è sempre immeritata.

Certo ci aspettiamo che certe cose non vengano più fatte, ma questo non deve condizionare il nostro perdono di cuore.

 

 

Non abbiamo la forza per perdonare

 

Altri dicono: “Non posso perdonare perché non me la sento”. Probabilmente dietro questa frase c’è ancora un animo ferito, ed è in un certo senso corretto non essere ipocriti. Perdonare se uno non se la sente sarebbe da ipocriti.

Ma è vero? In realtà, se aspettiamo di avere la forza per perdonare, probabilmente non perdoneremo mai.

Perdonare è, sì, in definitiva un atto di violenza al nostro io, al nostro orgoglio, alla nostra carne, ma è anche un atto di ubbidienza alla Parola di Dio. Se io ho messo la mia vita nelle mani del Signore, e veramente lui è il Signore, è lui che mi deve dire ( o stabilire ) cosa è giusto per me, e cosa io debba fare. Io devo solo obbedire. Se Dio mi chiede di perdonare, io lo devo fare, senza “se” e senza “ma”. Mi ordina di perdonare di cuore, ed io che faccio? Obbedire è agire e agire è perdonare anche se mi costa, se mi fa male. Ma è l’unico modo per obbedire ed essere liberato dalla catena del male!

 

Allora come riuscire se ci sembra impossibile? Occorre pregare Dio, magari assieme a qualcuno e chiedere aiuto in preghiera perché ci sia vittoria nella nostra vita, e non sconfitta!

La bellezza del perdono di cuore è che Dio ci dà l’opportunità di perdonare.

Forse abbiamo bisogno di imparare questo aspetto della vita da Dio, e così Dio permette qualcosa nella nostra vita per aiutarci ad essere come lui.

 

 

CONSEGUENZE DEL NON PERDONARE

 

Amarezza

 

“…vigilando che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia” (Eb 12:15).

La mancanza di perdono produce una radice, velenosa che viene fuori.

L’abbiamo già detto: il dolore, la delusione, il rimpianto vengono fuori. Cosa può condividere con chi gli sta intorno una moglie amareggiata? Ho conosciuto molte persone amareggiate a seguito di una maldicenza, o di una questione spirituale non risolta, e vi posso assicurare che non parlavano d’altro.

Anche l’uomo amareggiato influenza negativamente la sua casa, la sua famiglia, il suo ambito di lavoro e anche la chiesa. Chi può dire che non è così?

Una radice velenosa contamina e si espande. Purtroppo l’amarezza non si può nascondere e presto troverà un modo per manifestarsi e produrre il male! Dobbiamo vigilare.

Depressione

 

La storia di un uomo della Bibbia, Mefiboset, ci aiuta a capire questa situazione (2Sa 4:4, 9:1-13). Quest’uomo da piccolo ebbe un incidente che ne segnò la vita intera. Era figlio di Gionathan, figlio di Saul e principe reale. Quando nel palazzo reale arrivò la notizia della morte di Saul e di Gionathan in battaglia, la sua balia fuggì, forse per paura di rappresaglia, e la fuga fu fatale a Mefiboset, che fu lasciato cadere e, da quel momento divenne storpio. Immaginate la situazione, non poteva giocare con gli altri bambini, non poteva correre, era orfano e col tempo andò a finire lontano da casa sua.

 

Come fu la sua vita? Difficile da dire ma non certo bella. Un giorno Davide, amico intimo e fedele del padre di Mefiboset, molti anni dopo l’incidente chiese ai suoi cortigiani se vi fosse ancora qualcuno della casa di Saul vivente, per poter fargli del bene. Qualcuno si ricordò di Mefiboset. Davide mandò a cercarlo.

E dove lo trovarono? A Lodebar: era nato principe, aveva vissuto in un palazzo reale in mezzo al benessere, destinato forse a diventare re ed ora invece non valeva niente e, per di più, era zoppo e viveva in mezzo al deserto! Che triste storia, vero?

Chissà che rabbia! Era sicuramente giù di morale, se non addirittura depresso! Chissà quante volte avrà pensato con rabbia a quella balia, o no? Qual è l’impegno delle balie, se non quello di curare i bimbi a loro affidati, e la sua cosa aveva fatto? Lo aveva fatto cadere e gli aveva rovinato la vita per sempre.

 

L’assenza del perdono consuma profondamente anche la mente umana, non solo il cuore. L’influenza negativa può portare alla depressione: “Che cos’è il tuo servo, perché tu ti degni di guardare un cane morto come sono io?” (2Sa 9:8). Aveva un opinione di se stesso così bassa che si definisce “un cane morto”, nemmeno un cane.

Alcune persone non riescono a perdonare e, col tempo, questa situazione li porta dall’amarezza alla depressione più profonda, in un mondo fatto di auto-commiserazione e di bassa autostima. Si sentono “meno che niente”, vivono a Lodebar, in un“posto senza pascolo”, in mezzo ad un deserto arido dove non c’è nulla.

 

Che bello vedere cosa fa Dio.

Dio non ci vuole così lontani da lui, anzi ci manda a cercare da Gesù Cristo, venuto nel mondo a “cercare e trovare ciò che era perduto!”..

Che bello che Dio ci abbia così tanto amato, che abbia fatto tutto lui e voglia avvicinarci a lui in modo meraviglioso.

La scena finale è vedere Mefiboset a tavola col re Davide, a Gerusalemme. Di nuovo ora Mefiboset, non per merito suo, ma per grazia si trova nel palazzo reale a tavola col re. Questo è il mio Dio così pieno di amore e di grazia, che non mi lascia vivere nel deserto, ma mi accoglie presso il trono della sua grazia. E, una volta giunto al trono della sua grazia, non vuole che io rimanga con la mente e con i dolori del deserto, ma mi vuole come lui.

 

 

Finalmente liberi!

 

Perdono di cuore o incatenato nella schiavitù? Dipende da me, ma soprattutto dal fatto se voglio o meno ubbidire di cuore alla Parola di Dio senza “se” e senza “ma”.

Come posso farcela?

Chiediamo a Dio forza, potenza, ma prima andiamo a lui chiedendo perdono, grazia e umiliandoci al suo cospetto. Non abbiamo paura o timidezza perché lui ci vuole accanto a sé, ci vuole accogliere alla sua tavola, assieme a tutti gli altri suoi figli. Che bella e ricca la tavola del Signore quando ci siamo anche noi, per il quali egli ha mandato il suo figlio!

Ci ha tolto i vestiti sporchi del passato e ci ha rivestito rivestito dei suoi abiti e delle sue virtù. Ora abbiamo la possibilità di essere al suo fianco. Gioiamo assieme. Ora abbiamo la gioia di godere della vera libertà.