I due discepoli sulla via di Emmaus (prima parte)

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Partiti con entusiasmo da Emmaus, ritornano delusi: “Speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele”. L’arresto, la condanna e la crocifissione non lasciano nessun margine alla speranza. “Speravamo” indica delusione e rassegnazione.

Ormai non resta che tornare a casa e la strada del ritorno è difficile da percorrere, il volto triste è la conferma che non c’è più niente da fare, i prepotenti hanno sempre la meglio e il potere spegne i sogni.

Il racconto dei discepoli sulla via di Emmaus ci coinvolge nella nostra realtà di credenti sempre in cammino, un cammino triste come questi due discepoli, o allegro come l’eunuco etiope.

 

 

Introduzione

 

Il testo dei discepoli di Emmaus è il più lungo del ciclo pasquale dei vangeli. Specifico del vangelo di Luca, esso si colloca tra l’incompren-
sione di fronte alla morte di Gesù e il riconoscimento fondante della sua risurrezione. Prima di essere un capolavoro teologico è un capolavoro letterario.

Da un lato, è decisamente caratterizzato dallo stile personale di Luca ed è quindi possibile mettere in evidenza dei paralleli tanto nel suo vangelo quanto negli Atti degli apostoli. Dall’altro, presenta una struttura che sottolinea il contenuto del messaggio.

Nella settimana della passione Gesù è stato acclamato re e accolto in modo trionfale, nella cena pasquale ha rivelato il valore del servizio con la lavanda dei piedi, ha trasmesso ai suoi discepoli il comandamento dell’amore, poi è stato arrestato, ha sopportato tradimenti e rinnegamenti, è stato condannato a morte su una croce, sepolto…

Tutto è finito!

 

Nel giro di una settimana sono sfumati progetti, speranze e certezze cresciuti nei suoi discepoli in tre anni di sequela fedele e attenta.

Tutto ciò per cui si sono impegnati, hanno sudato, lottato e creduto, è sparito dietro quella grande pietra rotolata all’entrata del sepolcro? È un po’ quello che accade a volte a noi, siamo presi dallo scoraggiamento perché la fiducia che abbiamo risposto in Dio viene meno e abbiamo l’impressione che egli ci abbia dimenticati.

Ma chi ha la fede sempre viva scorge il segno del Cristo Risorto: egli è vivo e cammina al nostro fianco, anche se non lo vediamo con i nostri occhi, ma lo vediamo nella cura che ha per noi, nello Spirito che ci fa intendere le Scritture.

E, vedendo questi segni, lo scoraggiamento scompare e ci si ritrova nella gioia perché comprendiamo che Gesù è vivo, cammina con noi lungo il percorso della nostra vita e chiunque confida in lui non rimane deluso (Ro 10:11).

La strada del ritorno:

una visione che cambia

 

Quale senso dare alla nostra vita quando gli avvenimenti che si susseguono stravolgono il nostro modo di pensare e la nostra fede?

La fine di grandi progetti lascia sempre un vuoto e forse restringe anche quelle certezze che fino ad ora sono state l’asse portante del nostro cammino spirituale.

 

Questo è l’atteggiamento di una cultura individualistica della fede, cioè una verità cristiana viene accettata e considerata valida soltanto nella misura in cui corrisponde alle proprie esigenze e soddisfa la visione del singolo. Se questo non si verifica, allora tutto è finito.

I due discepoli di Emmaus, delusi e sfiduciati, rappresentano lo stato d’animo di molti credenti di oggi che conoscono le promesse del Signore, ma sono scoraggiati dagli eventi negativi della storia perché sembrano andare nel senso contrario.

Eppure abbiamo “la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro” (2P 1:19), ma questa Parola diventa per noi efficace nella misura in cui crediamo veramente ad essa.

Lo scoraggiamento, la delusione, la mancanza di fede, la disubbidienza, il peccato, sono sintomi che la Parola non dimora in noi (Sl 119:11).

 

Quanti insegnamenti e promesse avevano ricevuto i discepoli direttamente dalla Parola vivente?

Quante volte il Signore aveva detto loro che sarebbe stato dato nelle mani dei peccatori, morire e risuscitare il terzo giorno? (Mt 16:21; 17:9; 17:23; 20:19; 26:32).

Eppure ora sono “insensati e lenti di cuore a credere” alla Parola di Dio (Lu 24:25).

Non basta ascoltare la Parola di Dio, se poi non si agisce in ubbidienza ad essa.

Gesù ha sempre, ripetutamente, insegnato ai suoi discepoli ad agire sulla sua Parola, Pietro ubbidì: “secondo la tua parola, getterò le reti” e fu benedetto nel suo lavoro (Lu 5:5-6).

 

Gesù stava preparando gli uomini che avrebbero capovolto il mondo, ma loro, dopo la sua morte invece di far agire la Parola, fanno agire la fuga e la delusione. La loro casa è stata costruita sulla sabbia e la prima inondazione ha fatto crollare tutto quello che fino ad ora avevano creduto. Come cambia la visione della fede, quando tutto crolla intorno a noi.

 

Questi due discepoli tornano a Emmaus “in quello stesso giorno” (Lu 24:1), cioè il primo giorno della settimana o il terzo giorno (Lu 24:1, 7, 21), il giorno della risurrezione di Cristo, il giorno della vittoria della vita sulla morte.

Gesù è vivo e la notizia arriva presto ai discepoli per mezzo di alcune donne, ma non credettero, anzi “quelle parole sembrarono loro un vaneggiare e non prestarono fede alle donne” (Lu 24:11).

I discepoli di Emmaus dunque fuggono da Gerusalemme, intendono frapporre una certa distanza tra la città di Dio e loro stessi. Il viaggio di ritorno non è monotono parlano di quanto è accaduto in questa ultima festa di Pasqua, i discepoli sono in piena discussione: “parlavano tra di loro”. Il verbo usato da Luca è omiléo “parlare, discorrere, intrattenere”, da cui deriva il termine italiano omiletica.

Questi due discepoli “espongono” gli avvenimenti che si sono appena verificati a Gerusalemme senza credere a quello che stanno dicendo.

 

Se la parola del Cristo è “il Figlio dell’uomo sarà ucciso, ma risusciterà e vi precederà in Galilea” (Mc 14:28), perché parlano solo della morte di Cristo senza ricordare la sua risurrezione?

Perché fuggire senza aspettare il compimento della promessa?

Evidentemente la loro omiletica è frutto della conoscenza umana e non divina, se fosse completa ci sarebbe una sola cosa da fare: riscoprire il significato del perché sono partiti da Gerusalemme senza aver prestato fede.

Un cammino fatto insieme

 

Ma nello scoraggiamento, nella delusione non si è mai soli, il Signore vuole parlarci e si avvicina. L’omiletica di questi due discepoli diventa più intensa, ma non è più a circuito chiuso, è presto interrotta dall’arrivo di un terzo uomo che non solo si avvicina a loro, ma ne condivide il cammino.

Per loro rappresenta un altro pellegrino deluso che torna a casa dopo la celebrazione della Pasqua a Gerusalemme.

 

Gesù fa il primo passo di avvicinamento, d’altronde questo è il vangelo: è Dio che cerca l’uomo dopo il peccato (Ge 3:9), non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma egli ha amato noi (1Gv 4:10), è il regno di Dio che si avvicina ai discepoli (Lu 10:9). Ma quando l’uomo si avvicina a Dio lo deve fare solo per fede (Eb 11:6).

 

Il gesto di Gesù che si avvicina non ha alcun effetto di riconoscimento sui due discepoli, perché occorre l’occhio della fede. Anche nell’episodio in cui Pietro cammina sulle acque, Gesù non viene riconosciuto o peggio scambiato per un fantasma (Mt 14:26), ma i discepoli sono subito rassicurati: “Coraggio, sono io; non abbiate paura” (Mt 14:27). Pietro va incontro a Gesù camminando sulle acque non per la propria forza, ma per la grazia divina, in cui crede, e quando viene sopraffatto dal dubbio, quando non fissa più lo sguardo su Gesù, ma ha paura del vento, quando non si fida pienamente della parola del Maestro, vuol dire che si sta interiormente allontanando da lui ed è allora che rischia di affondare nel mare della vita.

Così è stato per i due discepoli di Emmaus e così è per noi: se guardiamo solo a noi stessi diventiamo dipendenti dei venti ed degli eventi, non possiamo più passare sulle tempeste della vita e affondiamo nel dubbio e nello scoraggiamento.

 

Gesù in persona si fa loro compagno di viaggio, ma non fu riconosciuto. Il motivo è presto detto: i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. L’incapacità è data dal fatto che nel loro cuore non c’era più attesa; era in loro svanita quella speranza riposta in Cristo Gesù.

L’evento era stato classificato come finito e con esso era anche finita la speranza con la quale essi avevano seguito Gesù.

 

Quando il cuore è morto alla speranza, Gesù non può essere conosciuto. Inoltre il testo parallelo di Marco dirà che: “apparve in modo diverso a due di loro che erano in cammino verso i campi” (Mr 16:12). L’essere umano di per sé è incapace di porsi all’altezza della risurrezione. Lutero tradusse: “gli occhi dei discepoli sono tenuti prigionieri”.

L’apertura degli occhi e del cuore non può essere che un dono della grazia di Dio. L’apertura degli occhi di Adamo ed Eva è stata la prima espressione della creazione decaduta e del vecchio uomo, l’apertura degli occhi dei discepoli di Emmaus sarà la prima espressione della nuova creazione e dell’uomo nuovo (Ef 4:24).

 

Da vero compagno di viaggio, Gesù non si accontenta di seguire i passi dei discepoli, ma si inserisce nella loro conversazione che doveva essere abbastanza animata considerato che Luca mette sulla bocca di Gesù il verbo “antibállo” che significa letteralmente “ribattere, lanciare saette l’un l’altro”.

Con il suo intervento Gesù chiede, vuole sapere il senso delle loro parole, cosa dicono e perché lo dicono. Egli chiede per poi poter rispondere, non chiede per avere la risposta.

Così ci insegna una metodologia per entrare in dialogo con gli uomini. Bisogna tuttavia stare molto attenti, i credenti possono e devono entrare in dialogo con il mondo, soltanto che spesso si lasciano dare la risposta dal mondo, anziché dare loro la risposta al mondo.

 

Il dialogo qui è solo strumentale, non è essenziale, perché serve solamente come via per entrare in comunione e aprire il loro cuore nuovamente alla speranza. Infatti la domanda dello sconosciuto non fa che accrescere la loro immensa pena. Non hanno più voglia di continuare, di fare un passo in più: la loro interiorità si rivela nella loro esteriorità, nella loro apparenza, perché secondo la Parola di Dio, il volto rivela il cuore (Pr 15:13).

 

 

Un cammino fatto di dialogo

 

Alla domanda dello sconosciuto, uno dei discepoli risponde e per Luca è l’occasione di rivelarci il suo nome: Cleopa. Non ha niente a che vedere con il marito o il padre di Maria che sta ai piedi della croce (Gv 19:25). Ci chiediamo perché l’altro discepolo non è nominato, possiamo pensare che il posto sia lasciato libero perché ognuno di noi possa identificarsi con l’altro discepolo. Cleopa è sorpreso dall’ignoranza dello straniero, il che non manca di ironia per noi che conosciamo l’identità dello straniero. Costui è descritto come qualcuno che non risiede a Gerusalemme ma vi è di passaggio, probabilmente per la festa di Pasqua. Ma comunque non riescono a capire come questo loro compagno di viaggio sia rimasto estraneo ai fatti vissuti a Gerusalemme.

Ciò che è avvenuto per loro è talmente importante che tutti devono saperlo, perché tutti hanno dovuto in qualche modo esserne coinvolti.

 

“Egli disse loro: «Quali?»”.

Ancora una volta è Gesù che apre il dibattito sulle cose “accadute in questi giorni”, egli assume la posizione di chi interroga, mentre concluderà il dialogo nella posizione di chi insegna. Vuole comprendere lo smarrimento dei due. Gesù vuole che siano essi a pronunziarsi. Devono dirgli cosa pensano della sua vita e della sua morte, devono anche dirgli il perché se ne stanno tornando tristi e sconsolati a Emmaus.

 

La prima dichiarazione dei discepoli ci rivela che, anche se hanno perso la speranza, non hanno perso la memoria.

Tre elementi definiscono la loro cristologia:

1. Il nome: “Gesù di Nazaret”.

2. L’identità: “un profeta potente in opere e in parole”.

3. La posizione: “davanti a Dio e a tutto popolo”. Un po’ scarsa come conoscenza. Questa è la loro fede in Gesù. In fondo per essi rimane nella scia degli antichi profeti, i quali venivano, parlavano, compivano opere meravigliose e poi sparivano, se ne andavano a Dio, a volte anche in modo cruento e doloroso come è accaduto a Gesù. Questa idea di Gesù come profeta d’altronde non è poi del tutto sbagliata: dopo la risurrezione del figlio della vedova di Nain, “Tutti furono presi da timore, e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra di noi; e: Dio ha visitato il suo popolo»” (Lu 7:16). Quando Gesù mangia nella casa di Simone il fariseo e si lascia profumare i piedi da una peccatrice, “il fariseo che lo aveva invitato, veduto ciò, disse fra sé: «Costui, se fosse profeta, saprebbe che donna è questa che lo tocca; perché è una peccatrice»” (Lu 7:39). In Luca 13:13, non sono più gli altri ma è Gesù stesso a definirsi tale: “non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.

 

Non sono dunque eretici, Gesù era un profeta! Dove hanno sbagliato allora i due discepoli? Considerarlo un profeta, ma non credere alla parola dei profeti: si può avere una grande percezione di Gesù, ma non credere alla sua parola. È un po’ l’atteggiamento del religioso che probabilmente sa tutto di Cristo, ma lo rinnega con le sue opere. Alcuni definiscono Gesù “un radicale”; per altri è “un buon insegnante”; altri ancora lo chiamano “Signore, Signore” ma senza conoscerlo veramente.

Qualcuno non accetta il fatto che abbia sofferto, i pareri di oggi non sono poi tanto diversi con quelli passati: “Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti” (Mt 16:14).

A questo punto non possiamo non domandarci cosa conosciamo veramente di Gesù? Qual è la nostra cristologia.

Liberare il cammino

da ogni forma di pregiudizio

 

I due discepoli informano lo sconosciuto dell’idea che le autorità di Israele avevano del profeta inchiodato alla croce: hanno visto in lui un uomo pericoloso per la tradizione dei padri, un bestemmiatore, un sedizioso, perciò lo hanno condannato a morte con il metodo più infamante. E davanti a queste affermazioni risuona anche una certa delusione, ma una speranza che non vuole andarsene: “speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele” (Lu 24:21).

Si aspettavano un Messia vittorioso, un liberatore politico dalla dominazione romana; volevano un popolo che finalmente potesse disporre di sé. Ma questo purtroppo alla lettura dei fatti non è stato possibile.

I sommi sacerdoti e i capi glielo hanno impedito. Luca non esita a parlare di salvezza in Cristo in termini di speranza di Israele, tanto in questo brano che in Atti si parla della speranza di Israele (At 20:28). Simeone aspettava “la consolazione di Israele”(Lu 2:25), ma di quale Israele?

Solo quello pentito e non quello socio-politico, saprà accogliere la rivelazione della risurrezione e Gesù come Salvatore di Israele (At 13:23). Paolo dirà che “la speranza non delude” (Rom 5:5), ma questi discepoli sono delusi perché non hanno saputo leggere gli eventi successivi alla morte di Cristo e hanno “sperato in Cristo per questa vita soltanto” (1Co 15:19).

 

Gli eventi sono assai recenti, distano da loro appena tre giorni, e questa citazione temporale sarà ben presto l’annuncio della chiesa apostolica: “il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno” (Lu24:46).

Ma per il momento è il segno ultimo della sconfitta, la prova inconfutabile della perdita di ogni speranza, il marchio definitivo della morte. Dopo tre giorni, infatti, la morte è dichiarata.

 

Eppure i due discepoli non passano sotto silenzio gli avvenimenti che si sono verificati il mattino stesso. L’episodio del sepolcro vuoto lo riassumono in modo assolutamente corretto, le donne hanno avuto “una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo” (Lu 24:23).

Ci si chiede perché non si sono aperti alla fede credendo alle parole delle donne invece di tornare senza speranza a Emmaus.

No, non lo fanno. Perché? Perché l’apertura alla fede necessita di un cuore libero da pregiudizi, la parola di una donna vale poco, un pregiudizio ancora presente nel cristianesimo di oggi, eppure le donne sono state le prime inviate del messaggio della risurrezione (Lu 24:9; Gv 20:17-18). Dunque ciò che è stato riferito dalle donne, li ha sorpresi e sconvolti, ma non convinti.

La grande difficoltà nasce anche dal fatto che le donne hanno trovato il sepolcro vuoto e non hanno visto Gesù; hanno visto solo angeli che affermano che egli è vivo. Come fidarsi delle chiacchiere di donne che sono state giudicate dei“vaneggiamenti” nell’episodio precedente? (“Non prestarono fede alle donne” cfr. Lu 24:11).

 

Anche alcuni uomini, tra cui Pietro, sono andati al sepolcro e hanno constatato che era vuoto, non c’è stata però la prova visiva. Per loro è solo la prova visiva, al di là delle belle parole, a poter assicurare che Gesù è vivo.

Manca la prova decisiva, in un certo senso la morte ha compiuto la sua opera nel cuore dei discepoli. Dunque essi hanno la piena informazione sulla Pasqua, ma non hanno la fede pasquale, rimane un fossato tra l’informazione e l’adesione, tra il sapere e il mettere in pratica, tra la fede e le opere.

Fossato mai riempito nemmeno oggi. Questo deve essere detto, specie in un tempo come il nostro in cui c’è molto distacco dalla Parola di Gesù: se essa non viene inserita nel cuore, inutile sperare, tutto si rivela opera vana.

La chiave pertanto di tutto il racconto di Luca in questa prima fase è tutta incentrata sul ricordo della Parola di Gesù.

O si accoglie la Parola di Gesù oppure tutti gli eventi rimangono estranei al nostro cuore ed anche al nostro spirito.