Un cibo speciale

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Introduzione

 

Uno dei problemi principali della nostra epoca, soprattutto nelle nazioni più ricche, è che abbiamo sempre più cose alle quali ci è difficile rinunciare.

Anche noi cristiani non siamo immuni da questo problema. Si può osservare che la maggior parte di noi considera la sua relazione con Dio come qualcosa di molto importante, almeno a parole, tuttavia ci sono molte cose che ci distraggono e che finiscono col prendere troppo spazio nella nostra vita al punto da non lasciarci più il tempo per approfondire la nostra relazione con Dio, per la preghiera, per il servizio.

 

Quando si tratta di rinunciare al nostro usuale confort per poter essere più efficaci nell’opera che Dio ci ha chiamato a svolgere, molti di noi vanno in crisi. Anche se affermiamo di essere servi di Dio, sembra che ci siano mille cose urgenti e assolutamente irrinunciabili quando si tratta di fare qualcosa per colui che chiamiamo “Signore”.

 

Eppure Gesù ci ha lasciato un esempio, mostrandoci che anche le cose davvero essenziali nella vita, come il cibo, passavano in secondo piano per lui, quando si trattava di fare la volontà di Dio.

Egli aveva un cibo speciale di cui si nutriva.

Siamo interessati a questo cibo speciale?

 

 

Un cibo sconosciuto

 

Leggendo il capitolo 4 del vangelo di Giovanni, il brano in cui viene descritto l’incontro tra Gesù e la Samaritana, notiamo che Gesù si intrattenne a parlare con la Samaritana mentre i discepoli erano andati in città a comprare da mangiare (Gv 4:8).

Quando i discepoli tornarono, ovviamente gli offrirono il cibo che avevano acquistato e Gesù ne approfittò per dare loro una lezione importante.

“Intanto i discepoli lo pregavano, dicendo: «Maestro, mangia». Ma egli disse loro: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete»” (Gv 4:31-32).

 

C’era un cibo che i discepoli non conoscevano e Gesù si stava nutrendo proprio di quel cibo. Non possiamo biasimare i discepoli che probabilmente si guardavano con sguardo interrogativo chiedendosi gli uni gli altri:

“Forse qualcuno gli ha portato da mangiare?” (Gv 4:33).

D’altra parte non potevano immaginare ciò che Gesù volesse significare con quella frase. Gesù, comprendendo la loro difficoltà, spiegò loro cosa intendeva:

 

“Gesù disse loro: «Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua»” (Gv 4:34).

In quel momento Gesù aveva un cibo molto più importante, molto più sostanzioso, ma non si trattava di cibo materiale, piuttosto di cibo spirituale.

Quello era il cibo sconosciuto ai discepoli, il cibo che Gesù stava gustando e di cui loro non si erano resi conto.

Fare la volontà di Dio, compiere l’opera sua, era un cibo davvero speciale per Gesù, un cibo che faceva passare in secondo piano tutto il resto.

Non ci stupisce che Gesù abbia dato una risposta del genere, vero? Ciò che dovrebbe invece stupirci è il nostro atteggiamento di fronte al cibo spirituale di cui Gesù stava parlando.

Non dovremmo essere un po’ più pronti a rinunciare alle cose che rendono piacevole la nostra vita quando ci troviamo davanti all’urgenza di fare qualcosa che può essere importante per il regno di Dio?

Il cibo che Gesù stava assaporando non era infatti una sua esclusiva ma, come vedremo, egli lo offrì anche ai suoi discepoli e vuole certamente che lo gustiamo anche noi.

 

 

Un cibo da raccogliere

 

Gesù stava aspettando che i discepoli tornassero con il cibo comprato in città. Era circa mezzogiorno (“ora sesta”, Gv 4:6) e non ci stupisce che fosse stanco del cammino e assetato.

Gesù utilizzò questo suo bisogno di acqua per prendere contatto con la Samaritana, ma il suo interesse si spostò subito verso l’anima della donna alla quale si presentò poi come il Messia, come colui che poteva darle un’acqua che avrebbe dissetato la sua sete spirituale per sempre (Gv 4:13-14).

Gesù non aveva smesso di avere sete, ma l’acqua che lui poteva dare alla donna era diventata per lui più importante dell’acqua che quella donna avrebbe potuto dare a lui. Egli colse l’opportunità che gli venne data persino da un suo bisogno fisico per poter portare avanti l’opera che il Padre gli aveva data da compiere.

Allo stesso modo, quando i discepoli arrivarono per portargli da mangiare, il suo sguardo era rivolto a tutte quelle persone che stavano uscendo dalla città incuriositi da ciò che la donna aveva detto loro (Gv 4:29-30).

Guardandoli, Gesù pensò al raccolto di anime che lo attendeva, e questo fece passare in secondo piano il cibo.

 

In quel momento per Gesù c’era qualcosa di più importante del cibo, un cibo spirituale che gli dava molta più soddisfazione, la gioia di poter annunciare il regno di Dio agli abitanti di quella città!

Quello era il cibo che Gesù stava gustando, quella era la volontà del Padre, l’opera che il Padre gli aveva affidato! Mancavano quattro mesi alla mietitura del grano con cui si faceva il pane, ma quelle persone erano come grano pronto per la mietitura, pronti per ricevere il regno di Dio, per ricevere la vita eterna.

Gesù sapeva cogliere le opportunità che aveva davanti e sapeva mettere da parte anche i suoi bisogni di base, la fame e la sete, quando si trattava di poter mietere frutti per la vita eterna!

Gesù voleva che, allo stesso modo, anche i suoi discepoli comprendessero che in quel momento era urgente portare avanti quel lavoro, anche a costo di saltare un pasto.

Continuò così la sua esortazione:

 

“Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura” (Gv 4:35).

 

Tutte quelle persone che si stavano avvicinando meritavano risposte alle loro domande e Gesù era pronto a dedicarsi a loro perché non vedeva l’ora di mietere frutti per la vita eterna di quelle persone.

Egli voleva che anche i suoi discepoli comprendessero che la gioia che sarebbe derivata dal vedere un’anima salvata era una grande ricompensa, un cibo di gran lunga migliore.

Egli voleva che anche i suoi discepoli si unissero a lui, raccogliendo i frutti del lavoro di semina che Gesù aveva fatto con la Samaritana. Quello non era il tempo di mangiare, ma il tempo di mietere e rallegrarsi insieme:

“Il mietitore riceve una ricompensa e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. Poiché in questo è vero il detto: «L’uno semina e l’altro miete». Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica” (Gv 4:36-38).

 

Con queste poche parole Gesù stava dando ai suoi discepoli una lezione molto importante sulla vita che avrebbe dovuto caratterizzare quella che sarebbe stata poi la sua Chiesa. Tutti avrebbero dovuto servire il medesimo Signore e avrebbero dovuto lavorare insieme, ognuno con il proprio dono, ognuno con le proprie caratteristiche messe al servizio degli altri, non in competizione tra loro ma con uno spirito collaborativo, proprio come Paolo avrebbe espresso qualche tempo dopo in una sua lettera:

 

“Che cos’è dunque Apollo? E che cos’è Paolo? Sono servitori, per mezzo dei quali voi avete creduto; e lo sono nel modo che il Signore ha dato a ciascuno di loro. Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere; quindi colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla: Dio fa crescere! Ora, colui che pianta e colui che annaffia sono una medesima cosa, ma ciascuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica” (1Co 3:5-8).

 

In campo spirituale c’è chi semina, c’è chi annaffia e c’è chi miete, ma tutti si rallegrano insieme perché lavorano per il medesimo Dio che fa crescere il frutto. Tutti lavoriamo al medesimo edificio spirituale il cui architetto è Dio stesso.

I discepoli dovevano quindi capire che il cibo poteva attendere perché quello era il momento di mietere frutti per la vita eterna, era il momento in cui avrebbero dovuto raccogliere e gustare un cibo molto più succulento.

 

 

Un cibo a nostra disposizione

 

Il cibo speciale di cui Gesù stava parlando è a nostra disposizione ogni giorno.

Ogni giorno abbiamo l’opportunità di essere utili all’avanzamento del regno di Dio, ma ogni giorno dobbiamo essere pronti a rinunciare a noi stessi, ai nostri desideri, al nostro confort, per cogliere quelle opportunità.

“Ora ho da fare, non ho tempo!”: questa è la risposta che molti di noi danno ogni giorno a Dio quando egli ci mette davanti l’opportunità di servirlo.

Alcuni di noi sono talmente presi dalle cose della vita da non essere nemmeno più in grado di vedere tali opportunità.

Ad esempio, ho conosciuto molte persone che dicono che vorrebbero fare “qualcosa per il Signore”, ma non riescono a capire cosa potrebbero fare. Ma pensiamoci un attimo: com’è possibile una cosa del genere?

Chi di noi può dire di non avere una persona vicina a cui possiamo fare una visita, una persona con la quale possiamo leggere la Bibbia insieme, qualcuno che ha bisogno di un aiuto pratico, qualcuno a cui possiamo donare qualcosa?

Davvero la nostra vita è così piena di noi stessi che non riusciamo più a vedere l’altro al quale possiamo fare del bene?

Davvero non riusciamo più a vedere nulla che possiamo fare per presentare Gesù al nostro prossimo?

 

Se è così, probabilmente è dovuto al fatto che siamo troppo concentrati sui nostri bisogni per vedere quelli degli altri e per vedere l’opera che Gesù ha preparato per noi, come Paolo osservava già ai suoi tempi:

“Poiché tutti cercano i loro propri interessi, e non quelli di Cristo Gesù” (Fl 2:21).

Paolo aveva imparato a mettere da parte i suoi bisogni e i suoi interessi per il bene dell’Evangelo, per poter essere efficace nel suo servizio:

 

“Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo.

Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, per una incorruttibile. Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato” (1Co 9:22-27).

 

Nella mia vita ho visto che il Signore ha cominciato ad operare e servirsi di me solo quando ho cominciato a rinunciare ai miei confort per venire incontro alle esigenze del suo regno.

 

Quando cominciamo a rinunciare anche al nostro legittimo riposo, o a ciò che molti chiamano “tempo libero”, alla fine di una giornata di lavoro per dedicarci al servizio, ad incontrare delle persone, a leggere la Bibbia con chi sta cercando il Signore, cominciamo anche a scoprire davvero cosa significa che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20:35).

 

Gesù rinunciò al cibo.

Noi non siamo nemmeno disposti a rinunciare ad una serata sul nostro divano?

C’è un cibo speciale che Dio apparecchia davanti ai nostri occhi ogni giorno, ma siamo troppo presi dalle cose della nostra vita da non riuscire non solo a gustarlo, ma neanche a vederlo.

Che Dio ci dia di saziarci di quel cibo perché fare la volontà di Dio è davvero l’unica cosa che può darci vera soddisfazione.

È una mensa che fa passare in secondo piano anche il menu preparato dal migliore chef di questo mondo.