La grazia di Dio insegna STUDIO DI TITO 2:11-14

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Le parole del versetto 12

 

La grazia di Dio Padre non è soltanto apparsa agli uomini, nella persona di Dio Figlio, per recare a noi una meravigliosa offerta di salvezza eterna, ma ogni giorno continua a portare avanti la sua opera, per mezzo di Dio Spirito Santo, nella vita e nel carattere dei suoi discepoli, educandoli e ammaestrandoli ad essere sempre più conformi all’immagine di colui che li ha creati.

È proprio questo il tema portante del v. 12 del secondo capitolo della lettera di Paolo a Tito:

 

“la grazia di Dio… ci insegna a rinunziare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo…”.

 

Dopo la salvezza, c’è la santificazione; dopo la conversione a Dio e il dono della vita eterna, ecco un’esistenza trasformata che vive secondo la sua volontà…

 

 

Premesse

 

La grazia di Dio si è manifestata all’umanità per consentire a ciascun uomo e a ciascuna donna di tornare in pace con il Creatore e poi per insegnare a ciascuno a vivere in modo santo. Che straordinario Dio! Ci ama così tanto che non si è limitato a salvarci dalla fiamme dell’inferno per farci comparire alla sua santa presenza per tutta l’eternità ma, una volta realizzato il suo piano di salvezza, ci insegna anche come vivere in questo mondo, qui ed ora.

Egli lo fa elargendoci delle istruzioni sia in negativo (a cosa rinunciare, che cosa non fare) sia in positivo (come condurre nel modo migliore la nostra esistenza terrena, a livello sia individuale che sociale).

 

Esaminiamo, allora, tutti gli incisi del v. 12, sottolineando in via generale che, in questo versetto, gli aspetti “positivi” seguono quelli “negativi” e che questi ultimi normalmente si manifestano, nella vita del credente, solo dopo che i primi si sono realizzati.

 

 

“CI INSEGNA”

 

Come abbiamo accennato, l’opera pedagogica di Dio nei confronti di coloro che sono diventati suoi figli è straordinaria e meravigliosa, svolgendosi ogni giorno non in senso teorico ed astratto quanto piuttosto nella concretezza della quotidianità della vita umana, in ogni tempo e in ogni luogo.

Tale opera di ammaestramento, operante in senso “conforme alla sana dottrina” (v. 1) viene sintetizzata con l’espressione “ci insegna” (altre traduzioni: “ammaestrandoci che…”“ci ammaestra”).

Il verbo nel testo originale rende l’idea dell’intero processo educativo di un fanciullo (cfr. At 7:22; 22:3) e, in riferimento al nostro brano, “implica l’insegnare la via del bene, il correggere, il castigare e soprattutto l’infondere disposizioni e sentimenti che siano i motori di una vita nuova. Questo fa la grazia col metterci in presenza della croce di Cristo e col creare in noi, per lo Spirito, un cuore nuovo penetrato dall’amore di Dio” (cfr., in tal senso, anche 1Co 11:32 ed Eb 12:6).

 

La grazia di Dio, inoltre, “ci insegna. Il Signore non fa distinzioni di persone e di ruoli, proponendo la sua attività pedagogica a tutti i suoi figli, nessuno escluso: la sua grazia “produce un cambiamento interiore che si riflette nel comportamento esteriore” di ogni discepolo di Cristo.

Anche l’apostolo Paolo sapeva di far parte di questa schiera di discepoli e non se ne sottrasse assolutamente, sapendo che il Maestro è uno solo e che la cosa migliore da fare è quella di stare alla sua scuola e di essere un suo discepolo diligente!

 

 

“A RINUNCIARE ALL’EMPIETÀ

E ALLE PASSIONI MONDANE”

 

Qual è il contenuto dell’insegnamento della grazia di Dio?

In primo luogo essa insegna, in negativo, a “rinunciare” a qualcosa. La vita cristiana e la natura divina sono in netto ed inconciliabile contrasto con la natura carnale e la vita di peccato che ognuno ha o vorrebbe avere, almeno fin quando non si converte a Cristo.

Il verbo tradotto con “rinunciare” in modo più specifico “indica un’azione che viene fatta una volta per sempre”: fa riferimento quindi ad una rinuncia totale e definitiva, al non avere più nulla a che fare con le pratiche peccaminose del passato. Naturalmente, però, questo “rinunciare” dovrà essere rinnovato quotidianamente, sia come atto di volontà di radicale rigetto sia come insieme di gesti concreti di rifiuto del peccato.

 

Ma a che cosa bisogna rinunciare, che cosa bisogna odiare e rifiutare categoricamente, ubbidendo alla grazia di Dio?

Le due espressioni che evidenziano, nel nostro versetto, gli ambiti di necessaria rinuncia per un cristiano sono “empietà e “passioni mondane o “mondane concupiscenze”.

 

La “empietà” è, nel Nuovo Testamento, un concetto presente solo nelle lettere paoline (quattro volte) e in Giuda vv. 15, 18: si tratta di una chiara antitesi alla virtù della pietà, dato che fa riferimento a quelle persone che mancano di rispetto verso Dio oppure che agiscono apertamente e malvagiamente contro di lui e contro il prossimo (cfr. Ro 1:18, 11:27; 2Ti 2:16).

 

Le “passioni mondane”, a loro volta, rappresentano tutto l’universo dei desideri incentrati nell’attuale sistema mondiale di valori morali e di cultura dominante, che non avranno alcuna parte nell’eternità e passeranno con questo mondo. Parliamo, in particolare, de “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita” (1Gv 2:16-17).

Entrambe le espressioni greche qui utilizzate sintetizzano l’immoralità e la lontananza da Dio degli uomini che non conoscono la sua grazia: ci riferiamo soprattutto ai desideri malvagi e peccaminosi nonché ad ogni tipo di sensualità e di sporcizia morale, oltre che alla brama del piacere, del potere e delle ricchezze.

 

 

“PER VIVERE IN QUESTO MONDO”

 

Non c’è solo qualcosa a cui rinunciare, nella vita cristiana. La grazia di Dio, infatti, non insegna solo a rifiutare una vita empia e dissoluta, ma anche a vivere in modo santo e diverso, diverso dal modo “normale” e comune di vivere.

In particolare il Signore ammaestra i suoi seguaci a “vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in una maniera santa”.

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Si tratta, prima di tutto, di vivere, cioè di incarnare realmente il rischio della quotidianità e di evitare, fra le altre cose, di estraniarsi dalla vita sociale, per esempio trascorrendo del tempo esclusivamente nella compagnia “protetta” di amici e conoscenti consacrati a Cristo.

In secondo luogo, la grazia di Dio insegna a vivere “in questo mondo”.

Il Signore ci chiama a caratterizzare positivamente l’intero corso della nostra esistenza terrena e, in attesa nella piena redenzione del corpo nell’era a venire, dobbiamo vivere in questo mondo perché i discepoli di Gesù sono nel mondo, pur non essendo di questo mondo.

 

La traduzione di Diodati (“nel presente secolo”) e della Nuova Diodati (“nella presente età”) fanno prevalere un significato temporale, per cui l’esortazione apostolica sarebbe quella di vivere la volontà di Dio nell’epoca “che corre dall’incarnazione fino all’avvento glorioso del Cristo, epoca di imperfezione, di lotta e di sofferenze per il popolo di Dio”.

 

 

“MODERATAMENTE, GIUSTAMENTE

E IN MODO SANTO”

 

L’apostolo Paolo sintetizza magistralmente la vita cristiana trasformata dal Signore con due avverbi ed una locuzione avverbiale che contengono altrettanti aspetti fondamentali dell’esistenza di un vero figlio di Dio. Sono rivolti, rispettivamente, alla relazione con sé stessi, con il prossimo e con Dio.

 

Innanzitutto, la grazia di Dio ci insegna a vivere “moderatamente” (altri traducono: “temperatamente”“saggiamente”).

Il termine greco utilizzato come avverbio, si riscontra solo qui nel Nuovo Testamento.

Le principali accezioni di questo vocabolo sono quelle relative alla saggezza e all’autocontrollo, che solo la grazia di Dio può produrre nel carattere dell’uomo. La temperanza, infatti, non è altro che l’equilibrio e la sobrietà che riescono ad evitare ogni eccesso e che sono frutto dello Spirito Santo, oltre che espressione della nuova vita in Cristo Gesù.

 

In secondo luogo, la vita cristiana secondo le direttive dello Spirito Santo sarà vissuta giustamente verso tutti gli uomini, cioè senza pregiudizi e senza interessi personali, facendo del bene e dando a ciascuno il suo, con un comportamento altruistico e privo di qualsiasi forma di egocentrismo, finalizzato piuttosto al bene di tutti e non a quello individualistico ed egoistico.

L’avverbio, nella lingua originale, si ritrova sia in 1Pietro 2:23, quando si parla del giusto giudizio divino al quale Gesù si è rimesso sulla croce, sia in 1Tessalonicesi 2:10, laddove Paolo descrive il suo giusto comportamento con i credenti di Tessalonica.

La “giustizia” di cui si parla qui va intesa nel senso di “conforme a ciò che è giusto secondo la volontà di Dio espressa nella Sua Parola”.

 

La grazia di Dio, in terzo luogo, ammaestra i credenti a vivere ogni giorno in modo santo (“piamente”), ad imitazione del loro Dio che è tre volte santo (cfr. 1P 1:16), con un atteggiamento positivo di profonda devozione e riverenza oltre che di amorevole obbedienza verso l’Eterno.

 

Il testo greco, nel suo significato originale, incoraggia ad avere la giusta disposizione religiosa che Dio richiede all’uomo ed è l’esatto opposto dell’empietà, alla quale il cristiano è chiamato a rinunciare: non basta, infatti, opporre un chiaro e netto rifiuto ad ogni forma di peccato, ma è necessario anche vivere ogni giorno, negli aspetti pratici dell’esistenza, una vita che possa piacere al Signore tre volte santo!

CRISTO RITORNA IN GLORIA

 

L’influenza positiva della grazia di Dio, nella vita di ogni uomo rigenerato, non si limita alla vita terrena ma si estende alla vita eterna che il Signore ha promesso ai Suoi figli ed anche alle aspettative e alle speranze che ogni credente può nutrire per il futuro.

Il v. 13 affronta questo tema e lo fa collegando strettamente l’attesa della fine di questo mondo e del glorioso ritorno di Cristo, alle rinunce ed agli atteggiamenti positivi di cui lo Spirito Santo ha parlato nel versetto precedente e che la grazia di Dio è in grado di produrre nel credente nato di nuovo, ai fini di una vita santa in questa parentesi terrena.

 

Sotto altro profilo, come disse un antico commentatore, “la vita cristiana nella temperanza, nella giustizia e nella pietà è fondata sulla fede nella manifestazione della grazia ed è rinvigorita dalla speranza di un’altra manifestazione, quella della gloria” (cfr anche 2P 3:11-12).

 

 

Premesse: le parole del versetto 13

 

Leggiamo, allora le parole del versetto 13 ricordando ciò che l’apostolo Paolo aveva precisato precedentemente:

“La grazia di Dio insegna a rinunciare all’empietà e alle mondane concupiscenze, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo…”.

 

“… aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù”.

 

È meraviglioso pensare all’ampiezza di vedute e alla completezza di scopi che la grazia di Dio contiene da sempre, prima ancora dei secoli, e che, per sua stessa natura, essa pone a disposizione e a beneficio dell’intera umanità.

Dal punto di vista che stiamo affrontando, il Signore onnipotente ci ama così tanto che non si limita a voler formare un carattere forte e santo per vivere “in questo mondo” un’esistenza terrena irreprensibile, ma desidera anche che il nostro cuore palpiti per le cose invisibili e che la nostra mente sia occupata soprattutto dalle cose eterne (cfr Cl 3:1-3), visto che presto “questo mondo” sarà sublimato completamente da quello a venire.

 

 

“ASPETTANDO LA BEATA SPERANZA”

 

L’attesa è una parte integrante e del tutto tipica della coscienza religiosa ebraica: di norma un Giudeo timorato di Dio aspetta, fiducioso e paziente, la venuta del Messia o comunque la realizzazione delle promesse di Javè nella sua vita e in quella della nazione d’Israele.

 

Non desta meraviglia, pertanto, che qui lo Spirito Santo abbia ispirato l’apostolo Paolo in merito all’aspetto escatologico dell’attesa, perché esso è tipico della pedagogia della grazia di Dio nei riguardi dei suoi figli appartenenti al popolo eletto e, nel Nuovo Testamento, esso si arricchisce dell’aspetto concernente l’amore per l’oggetto di quest’attesa, cioè l’amore per la manifestazione della gloria di Dio (cfr 2Ti 4:8).

Il verbo greco qui utilizzato è al participio presente, in una forma e in un tempo che “sottolinea quest’attesa come l’attitudine caratteristica dei credenti, sempre pronti a dare il benvenuto al Signore che ritorna”.

 

A questo punto è lecito chiedersi: che cosa aspetta il credente timorato del Signore, che si pone sotto la guida dello Spirito Santo e della grazia di Dio?

Il nostro brano ce lo rivela: egli attende innanzitutto la beata speranza, cioè quella certezza di fede (cfr. Ro 8:24) non riposta nelle cose terrene (cfr. 1Co 15:19) ma che ha come oggetto il ritorno glorioso di Gesù, con una certezza che porta benedizione e reca gioia profonda all’anima.

Sotto altro profilo, è stato evidenziato che qui “Paolo considera la speranza nel suo oggetto; la «beata speranza» rappresenta quindi l’insieme delle cose sperate dai cristiani, che li renderanno beati perché esse appagheranno le loro più profonde aspirazioni”.

 

L’aggettivo beata si riscontra nelle “Beatitudini” (Mt 5:3-11 all’inizio di ciascun versetto), ma anche ogni volta che lo Spirito Santo vuole trasmettere l’idea di una benedizione dall’Alto che conferisca felicità e pace interiore (es. Mt 11:6; 16:17).

Il significato di speranza fa pensare ad una “attesa favorevole e fiduciosa” che riguarda sia i beni futuri (es Tt 1:2), sia il fondamento della stessa speranza, cioè Gesù Cristo (es. Cl 1:27).

 

 

E L’APPARIZIONE DELLA GLORIA

 

In secondo luogo, un discepolo di Cristo aspetta l’apparizione della gloria del suo Signore e Salvatore Gesù Cristo perché è suo desiderio profondo quello di vivere eternamente alla presenza del suo Redentore, ed egli sa bene che ciò avverrà solo dopo che si verificherà il glorioso ritorno del Figlio di Dio.

Sotto altro profilo, è bene sottolineare che l’apostolo aveva parlato (v. 11) della prima apparizione di Cristo, ovvero della manifestazione della grazia di Dio per la salvezza dell’umanità, mentre ora Paolo accenna alla seconda venuta dello stesso Signore Gesù, cioè della sua manifestazione in gloria per giudicare i vivi e i morti

(cfr. Lu 9:26; 1Ti 6:14; 2Ti 4:8).

 

La parola apparizione sta a rappresentare una “manifestazione visibile di una divinità nascosta, anche in termini di apparizione fisica e personale”.

 

Dal canto suo la gloria è posta come termine di specificazione dell’apparizione del Signore Gesù Cristo e fa esplicito riferimento alla manifestazione visibile che avrà luogo al momento del suo ritorno sulla terra.

“DEL NOSTRO GRANDE DIO E SALVATORE, CRISTO GESÙ”

 

L’attesa del discepolo di Cristo, dunque, è incentrata sulla manifestazione gloriosa del suo Signore e Salvatore, il quale ha promesso di ritornare a prendere i suoi seguaci nonché di instaurare il suo Regno.

 

È significativo che Paolo usi l’aggettivo nostro perché ciò sta a raffigurare la famiglia di Dio, alla quale anche l’apostolo apparteneva. Uno solo è il Signore ed è il Signore di tutti, proprio di tutti i suoi figli: è bene che ciascuno di noi impari da Paolo l’umiltà di riconoscere il proprio stato di confratello e di membro della stessa famiglia spirituale, qualunque sia il proprio ruolo nella chiesa e qualunque sia il dono spirituale che il Signore ci abbia concesso.

Da notare che alcune traduzioni pospongono l’aggettivo “nostro” e traducono “del grande Dio e Salvatore nostro…”, senza cambiare il senso dell’inciso, mentre invece alcune versioni cattoliche rendono “del grande Iddio e del Salvatore nostro…”, seguendo alcune altre antiche versioni della Bibbia.

Entrambe queste traduzioni, oltre a quella della Nuova Riveduta da me preferita, sono senz’altro possibili.

 

Cristo Gesù non è solo un profeta o un uomo speciale!

Il credente aspetta la sua apparizione perché egli è il nostro grande Dio e Salvatore. Egli è innanzitutto Dio perché ha la natura e l’essenza di Javè (cfr. Fl 2:6; 1Gv 5:20).

In secondo luogo è il nostro Salvatore, perché solo lui è l’Agnello di Dio che ha tolto il peccato del mondo (cfr. Gv 1:29).

In terzo luogo egli è il nostro grande Dio e Salvatore perché nessuno è come lui né è a lui paragonale: il suo Nome è al di sopra di qualsiasi altro nome ed è l’unico che può salvare perfettamente tutti gli uomini di tutti i tempi (cfr. At 4:12).