Paternità…

1286

    1. Paternità carnale

      “Se uno aspira all’incarico di vescovo desidera una attività lodevole, ma bisogna che, oltre a essere irreprensibile marito di una sola moglie, sobrio prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, né violento, sia anche mite, non litigioso, non attaccato al dena­ ro, che governi bene la sua famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi, (perché se uno non sa governare la propria famiglia come potrà aver cura della chiesa di Dio?) che non sia convertito di recente, affinché non diventi pre­ suntuoso e cada nella condanna inflitta al diavo­ lo” (1Ti 3:1­6).

      Si potrebbe fissare l’attenzione su ciascuna del­ le qualità elencate in questo brano, ma noi oggi ci concentreremo su questa: saper governare bene la propria famiglia.

      Chi aspira a un incarico importante nella chiesa non deve essere solo un buon marito ma anche un buon padre, rispettato dai figli: non deve quindi perdere la pazienza, urlare, minacciare e picchiare i figli per farsi ubbidire.

      Ogni ministero presuppone una famiglia solida e ben guidata da un padre che sappia essere un buon padre.

      Il Signore non cerca professionisti, per questo usciti da una scuola biblica, ma forma i suoi

      ministri nelle loro famiglie. Se non riescono a portare ordine e pace nella propria famiglia non possono certo insegnare agli altri a farlo.

      La famiglia è una cellula base della Chiesa e della società. Se un padre è forte in casa, sarà forte anche nella chiesa.

      Un bambino, in linea di massima, ha bisogno di una madre e di un padre. Di solito la madre svi­ luppa la sensibilità della sua natura interiore, il padre di quella esteriore insegnandogli ad affrontare la vita così com’è.

      Se il bambino cade, la mamma lo compatirà e blandirà; il padre lo inviterà ad affrontare l’inci­ dente coraggiosamente.

      Un giorno il bambino di un anziano credente confessò al padre alcune piccole marachelle commesse, pregando il Signore di diventare saggio e forte come il padre. L’anziano pregò a sua volta di diventare puro e semplice come un bambino; ma sta di fatto che la paternità dà alla persona una identità, sicurezza e autorità. Sen­ za il padre la famiglia non è completa.

      Non è detto che si debba sempre ricevere una approvazione per aver fatto bene qualche lavo­ ro, eppure il nostro Padre celeste diceva del Figlio: “Questo è il mio diletto Figliolo nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3:17).

      Oggi il mondo è in crisi, una crisi di identità

      soprattutto, che affonda le sue radici nella decadenza del concetto di famiglia. Molti padri non sono padri, molte madri non sono madri, molti figli non sono figli: sono nati nell’era della libertà ma in realtà non sono affatto liberi, non credono in nulla, non hanno nulla, né famiglia, né ideali. Alcuni di loro hanno magari due padri ma non una madre oppure due madri ma non un padre.

      La famiglia viene da Dio, che ha predisposto il patto d’amore fra uomo e donna, ha benedetto il loro amore e ha reso fonte di aiuto reciproco la loro unione, simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa (Ap 19:7­21:9). I genitori naturalmente non devono essere in contrasto fra loro.

      Paternità spirituale

      Oltre al valore, che si trasferisce dalla famiglia alla chiesa, della paternità carnale, vi è anche il valore della paternità spirituale.

      Ne costituisce un buon esempio il rapporto del­ l’apostolo Paolo per Timoteo che chiama “mio legittimo figlio nella fede” (1Ti 1:2) e “mio caro figlio” (2Ti 1:2). Anche noi però dobbiamo con­ siderarci figli spirituali dell’apostolo Paolo e dobbiamo quindi considerare le sue lettere come rivolte a ciascuno di noi.

      C’è una paternità spirituale quando c’è una fede comune e in tal caso il vincolo è più dura­ turo e profondo di qualunque altro; è una unio­ ne di spiriti, non di corpi, che ha inizio sulla ter­ ra e non termina con la morte fisica. Tale è l’u­ nione fra Paolo e Timoteo, fra Paolo e noi. Essa ci serve di esempio e ci mostra quanto sia profi­ cua l’unione fra credenti, anche se di età, tem­ peramento o carattere differenti.

      La paternità spirituale deve creare una unione di uomini forti che cerchino insieme di imitare i caratteri di Cristo e siano in grado di preparare altri uomini a servirlo.

      Da buon padre spirituale, Paolo scrive:

      “Le cose che hai udito da me in presenza di molti

      testimoni affidale a uomini che siano capaci di insegnarle ad altri” (2Ti 2:2).

      Chi accetta questo mandato non deve indie­ treggiare davanti alle fatiche e ai sacrifici con­ nessi con l’impegno di annunziare l’Evangelo. Paolo sostiene la sua esortazione con tre simili­ tudini, la prima tratta dalla vita militare (2Ti 3­4); la seconda dai giochi atletici (2Ti 2:5) e la terza dall’agricoltura (2Ti 2:6).

      Esaminiamo queste similitudini un po’ più da vicino.

      Il buon soldato di Dio non si immischia nelle fac­ cende ordinarie della vita. Anzi da esse prende le distanze, sapendo che è suo dovere ubbidire ai superiori e dedicarsi completamente alla cau­ sa di Dio, tenendosi quindi più libero possibile da tutto ciò che intralcerebbe il suo impegno spirituale.

      Un tempo i vincitori venivano incoronati. Non poteva però essere incoronato chi violava le leggi che regolavano i giochi i quali venivano puniti severamente. Anche tutti i figli spirituali di Paolo dovranno lottare rettamente, non vio­ lando le regole della dottrina di Cristo.

      Non gode dei frutti della terra chi non si è affa­ ticato di persona per produrli. Anche i figli spiri­ tuali di Paolo potranno godere delle gioie della vita terrena solo se si saranno affaticati nel campo del Signore.

      È giusto che il lavoratore laborioso goda dei frutti del terreno che coltiva, ma farlo non signi­ fica soltanto meritare il proprio salario materia­ le ma significa anche, per noi credenti, adem­ piere al proprio impegno spirituale e farlo con gioia (Mt 25:21).

      Paolo e Timoteo

      Timoteo, a cui Paolo fa davvero da padre, deve perseverare nel dono che Dio gli ha dato, per essere forte, volonteroso, padrone di sé in ogni

      circostanza, esortazione che, come sempre, vale anche per noi.

      Paolo rammenta al giovane Timoteo la sua fede sincera, la stessa della madre Eunice e della nonna Loide.

      Non parla del padre, forse perché è già morto o forse perché non è credente… La mancanza del padre comunque crea in Timoteo delle debolezze, come diventare qualche volta vitti­ ma delle pressioni esterne, trovar difficile raf­ frontarsi con gli altri, cadere facilmente in sco­ raggiamento.

      Nemmeno noi, figli spirituali di Paolo, dobbia­ mo essere bloccati dai problemi che ci sovra­ stano. La chiesa stessa ci dà veri e propri geni­ tori, che però non sono affatto sostituti di Dio: il suo amore e la sua autorità sono paterni, ed egli ne conferisce una parte ai padri naturali e un’altra, possibilmente molto più grande, a quelli spirituali, che si sentono così più sicuri e più forti.

      Paolo dice paternamente di Timoteo:

      “Ha dato buona prova di sé, perché ha servito con me la causa del Vangelo come il figlio con il proprio padre(Fl 2:22). Sarebbe bellissimo se potesse dire altrettanto di ciascuno di noi!

      Non siamo mai così adulti da non aver bisogno delle cure paterne, che ci mettono in condizioni di “…crescere in ogni cosa verso colui che è il capo cioè Cristo” (Ef 4:15).

      Dio ci farà da Padre per l’eternità. Ma ci fa da Padre anche finché siamo su questa terra, se camminiamo vicino a lui. Ci sono invece uomini e donne che, a un certo punto della vita, smet­ tono di crescere, non sono più aperti verso cose spirituali nuove.

      Timoteo era un uomo forte nella fede ma debole nel carattere. Molti sono come lui: gran­ di teorici, che sono capaci di esporre magnifica­ mente i princìpi della fede, ma che hanno diffi­ coltà ad applicarli alla loro vita e di spiegare agli altri come farlo. Il padre spirituale di Timoteo ha ritenuto necessario scrivergli ben due lette­

      re per insegnargli ad applicare le istruzioni alla pratica quotidiana!

      Timoteo si lasciava facilmente scoraggiare dalle critiche, per esempio quella di essere troppo giovane, proprio come capita anche a noi che siamo sempre considerati o troppo giovani o troppo vecchi… Di fronte alle critiche, Timoteo si chiudeva in se stesso e cadeva in crisi.

      Paolo scriveva ai Corinti esortandoli ad acco­ glierlo senza timore e a non disprezzarlo (1Co 16:10). Infatti probabilmente essi avrebbero potuto essere delusi vedendo arrivare, al posto di Paolo, Timoteo, il quale avrebbe potuto ren­ dersene conto e restarci male…

      Timoteo era anche instabile: un giorno era cer­ to della chiamata del Signore, un altro no, un giorno manifestava con potenza i doni dello spirito ricevuti, un altro era abbattuto, un gior­ no accoglieva con entusiasmo le promesse del Signore, un altro si chiedeva se fossero vere, risentendo forse della mancanza degli insegna­ menti di un padre.

      Paolo mette in guardia il suo figlio spirituale (e noi) contro il rischio di lasciarsi coinvolgere in discussioni su ogni minima sfumatura della leg­ ge (1Ti 3­4).

      Un uomo fatto a immagine di Dio è creativo, prende iniziative personali. Paolo aiuta pater­ namente Timoteo – e noi con lui – a stabilire fini pratici. È facile pregare che Dio edifichi la sua Chiesa ma non è altrettanto facile mettere in pratica delle direttive per rendere questo rea­ lizzabile. C’è comunque il pericolo di cadere nel perfezionismo di tipo dottrinale oppure nell’in­ trospezione: se questo accade fatalmente non si cresce e non si matura.

      Padre… non solo di Timoteo

      Paolo impartisce a tutti noi perle di saggezza paterna. Ci esorta a non essere deboli di carat­ tere sottraendoci continuamente alle nostre

      responsabilità, e a seguire l’esempio di Gesù, cioè a essere forti, senza essere aggressivi (Mt 21:12­13). Un vero uomo di Dio sa prendere iniziative anche se non certo allo scopo di appa­ rire migliore degli altri.

      Paolo spiega che la sua forza viene da Dio e lo ringrazia di cuore per questo dono. Anche tutti noi dobbiamo lasciare che la forza di Dio risalti potentemente nella nostra stessa debolezza.

      Il successo nel ministero per il Signore non dipende dalla nostra bontà, ma da Dio, al quale dobbiamo consentire di buon grado di farci da Padre, di darci cioè forza e capacità (Fl 4:13). Paolo nella sua seconda lettera chiama Timoteo (2Ti 1:1­2) “diletto figlio”.

      Anche noi dobbiamo sapere che, anche se non capiamo le cose spirituali immediatamente, non per questo veniamo respinti. Continuiamo ad essere amati da Dio di un amore paterno, incondizionato.

      Per Dio, con tutto il carico di umanità che ci por­ tiamo appresso, noi siamo tutt’altro che un peso! (2Ti 1:3).

      Molti servitori del Signore (2Ti 1:4) piangono in segreto, riconoscendo i propri insuccessi e cer­ cando di aggrapparsi a Dio col cuore rotto per aver commesso tanti errori.

      Quando ci capita di incontrare dei nostri fratelli in fede, magari li abbracciamo e chiediamo loro come va la loro vita. Ma il nostro è interesse reale? Piangiamo per loro se ci accorgiamo che sono in crisi?

      Impariamo da Paolo, il nostro padre spirituale: asciughiamo le loro lacrime, incoraggiamoli ras­ sicurandoli che lavoreremo con loro, con fede sincera e il Signore, il Padre, sarà con noi, non con parole ma con i fatti.

      Come un vero padre, Paolo dà anche a noi, come a Timoteo, forti e chiare direttive, insegnandoci a correggere atteggiamenti sbagliati, dandoci compiti specifici, stabilendo per noi delle priorità.

      Tutti noi abbiamo bisogno di questo tipo di disciplina, non necessariamente di essere puni­

      ti ma piuttosto di essere guidati nella vita (Eb 12:5­11).

      Apriamo dunque questa nostra vita alle cure paterne di Dio.

      Nei Proverbi si parla spesso di un figlio saggio, che rallegra il padre in ogni circostanza, capisce che il padre lo ama davvero, lo corregge e lo istruisce così che possa diventare un vero uomo.

      Un buon padre è felice se il figlio supera lui stes­ so in tutto e per tutto e ne ringrazia il Signore. Paolo all’inizio si sottomette a Barnaba e pro­ babilmente questa relazione lo trasforma (At 9:23­30), ma alla fine Paolo supera Barnaba nella vita spirituale e Barnaba ne è contento. A sua volta Paolo non è geloso sapendo che nella chiesa di Corinto c’è chi parteggia per lui, chi per altri.

      Sa che i servitori di Dio sono tutti strumenti nel­ le sue mani (1Co 3:4­8).

      A far germogliare e crescere una pianta, cioè la fede nel cuore umano è solo il Signore, col qua­ le bisogna lavorare se si vogliono ottenere buo­ ni risultati. Paolo dichiara che le chiese cresce­ ranno quando avranno ministri pronti a dar se stessi per i loro figli spirituali.

      Noi adulti, genitori, guardiamoci dal predicare noi stessi, dall’essere gelosi, dal calunniare, dal dire male del prossimo. Anche i giovani, i figli, siano saggi, e stimino e rispettino le loro guide spirituali.

      Padri e figli, giovani e vecchi si rivestano di umiltà gli uni verso gli altri, dato che Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili (1P 5:5).

      L’amore e la stima fra i credenti trasformano la chiesa e danno frutti.

      Impariamo quindi a comportarci come veri figli spirituali dell’apostolo Paolo amando e stiman­ do gli altri con sincera umiltà (Fl 2:3).

      Se lo faremo il Signore un giorno ci dirà.

      “Va bene, buono e fedele servitore. Entra nella gioia del tuo Signore!”.