Amare Dio. Sì! Ma in che modo? RIFLESSIONI PRATICHE SUL PRIMO COMANDAMENTO

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“Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene a loro, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele: il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua”. Il secondo è questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto, secondo verità, che egli è l’unico e che non v’è alcun altro all’infuori di lui; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo”.

 

(Marco 12: 28-34)

 

 

Introduzione

 

Correva l’anno 1989 quando il fratello Gaston Racine (da anni col Signore), in occasione di un campo biblico per giovani a Borgo Mezzanone, pronunciò delle parole che lasciarono il segno per lungo tempo:

“Il cristiano è colui che ha la testa sulle spalle, i piedi sulla terra e il cuore in cielo”.

Che cosa voleva dire con quelle parole? Lo vedremo più avanti.

Come dobbiamo amare Dio?

Che tipo di approccio dovremmo avere con lui? In che modo possiamo essere coinvolti con il Signore e fino a che punto?

Prima di rispondere a queste domande vogliamo dare uno sguardo al contesto in cui si trova la nostra narrazione.

 

Questo episodio storico ricorre nei Vangeli sinottici ed è inserito in un contesto in cui Gesù Cristo è sotto attacco (vedi Matteo 22:1-46; Luca 10:25-37). In Marco 12:1 leggiamo che Gesù cominciò a parlare in parabole. Dopo aver raccontato la parabola dei vignaiuoli – che aveva lo scopo di mostrare le inadempienze spirituali dei capi religiosi giudaici – leggiamo nel versetto 12 che “…essi cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla; perché capirono che egli aveva detto quella parabola per loro…”.

Così, nel versetto 13, “…gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel parlare”. Più tardi, versetto 18, vennero a lui dei sadducei. E poi, versetto 28, fu la volta di uno degli scribi.

 

Gesù non è amato in questo mondo, questo è ciò che balza subito agli occhi del lettore attento.

La gente è indignata verso di lui. Lo attacca, respinge la sua volontà, contesta la sua autorità. L’uomo ama la religione, odia il cristianesimo autentico. Perché?

Perché nel cristianesimo autentico non c’è posto per la gloria dell’uomo. Il fine supremo del vero cristianesimo è quello di esaltare la gloria di Dio e non quella dell’uomo. Qualcuno potrebbe pensare che tutto questo sia eccessivo: “Ma Dio è così narcisista da pretendere tanta attenzione dalle creature che Egli stesso ha fatto?”. Questo è vero solo in apparenza. In realtà, più esaltiamo Dio, più saremo soddisfatti in lui. Il “segreto” per sperimentare una vita piena e gioiosa risiede nella contemplazione del Dio che viene esaltato al di sopra di tutto e di tutti. Ed è proprio quel che ci viene detto in questo passo della Scrittura.

 

“Uno degli scribi… si avvicinò…” (v. 28).

Chi era uno scriba? Gli scribi a quei tempi erano persone altamente qualificate. Erano dotti e religiosi, culturalmente preparati, profondi conoscitori delle Scritture sacre, divennero importanti come insegnanti della Legge. La loro influenza religiosa e sociale era notevole.

“Uno degli scribi… si avvicinò e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?»”.

Si tratta di una questione prioritaria, qualcosa che viene prima di tutto il resto. È come se lo scriba domandasse a Gesù: “Qual è la cosa che conta di più per Dio?… Cos’è che lo rende felice al di sopra di tutto?”.

 

Gesù rispose prontamente riassumendo in poche parole alcuni passi veterotestamentari: “Il primo è: «Ascolta, Israele: il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua»” (vedi Deuteronomio 6:4-5).

Da questo primo comandamento scaturisce il secondo – “Ama il tuo prossimo come te stesso” – e da essi tutti gli altri.

Ma ci concentreremo solo sul primo. Esamineremo per prima cosa tre modi sbagliati di amare Dio. E in secondo luogo, il modo corretto di amare Dio.

Tre modi sbagliati di amare Dio

 

Vi ricordo che l’obiettivo che ci proponiamo è questo: amare Dio. Sì, ma in che modo?

 

 

L’approccio sentimentale

 

Un primo modo sbagliato di amare Dio è quando si ha con lui un approccio basato esclusivamente sui sentimenti: un tipo di amore fondato sulle sensazioni, sulle emozioni.

I sentimenti, le emozioni, le sensazioni, non sono cose sbagliate. I sentimenti, le emozioni e le sensazioni fanno parte della nostra umanità. Ma che cosa succede quando il nostro modo di amare Dio viene condizionato esclusivamente da queste cose?

Corriamo il rischio di non afferrare la verità per quel che concerne la persona di Dio.

 

La fede che è dettata unicamente dai sentimenti è debole, soggetta a continui cambiamenti, è mutevole. L’umore e la stabilità mentale di chi sperimenta un simile approccio con Dio vengono messi continuamente in discussione, sono costantemente sotto esame.

Chi si avvicina a Dio in questo modo spesso si troverà in situazioni analoghe a queste: “Signore – dirà in preghiera – oggi non avverto la tua presenza, non ti sento vicino… Signore, tu sai che ti amo, perché non rispondi?… Tu sei buono, sei amore, perché non mi liberi da questo problema: la malattia, una crisi, il fallimento?… Perché non mi dai quella cosa? Ne ho bisogno!”.

 

Il problema più grande di questo approccio è che non tiene conto del fatto che la verità sia esterna a noi. La verità non può essere afferrata unicamente dai sentimenti.

La verità non dipende da noi. Non è il nostro stato emotivo che determina la verità o che può orientarla secondo le sensazioni che proviamo in un determinato momento.

 

Immagina per un momento di essere profondamente innamorato della musica. Sei talmente preso da quella passione che decidi di imparare a suonare un violino. Ne acquisti uno, cominci ad esercitarti. La passione c’è, la senti ma ti manca la conoscenza dello strumento e della musica. Senti qualcosa dentro che ti dice che devi suonare quello strumento ma ti scoraggi perché la passione da sola non basta. Presto ti accorgi di non conoscere il violino e che la conoscenza della musica non risiede nella tua passione.

 

I seguaci di molte religioni e di tante denominazioni “evangeliche” così come molti cristiani basano il loro rapporto con Dio esclusivamente sui sentimenti.

Essi hanno con la Bibbia un rapporto strumentale: la usano per confermare le sensazioni che vogliono provare o che stanno provando. In parole povere, si ha la pretesa – sebbene ciò avvenga a volte inconsapevolmente – di imporre alla verità e a Dio un filtro che in realtà è determinato dalla nostra umanità corrotta. Non è sbagliato amare Dio con il desiderio di provare qualcosa. È sbagliato se lo amiamo fermandoci solo ai sentimenti.

 

 

L’approccio razionale

 

Un secondo modo sbagliato di amare Dio è quando si ha con lui un approccio basato esclusivamente sulla ragione.

Molti anni fa un collega di lavoro mi confidò di essere stato colpito dal mio stile di vita. Mi disse di non aver mai visto un giovane vivere con una tale integrità. Gli risposi che stava esagerando e che anche lui avrebbe dovuto esaminare la sua vita alla luce della Parola di Dio. La sua replica fu immediata:

“Non riesco a concepire Dio, perché per me è una questione astratta e poco razionale”.

Sono tanti quelli che cercano di stabilire con Dio un rapporto basato unicamente sul raziocinio. Sono costantemente alla ricerca di una logica che giustifichi il loro credo. Il pensiero che sta alla base di un simile approccio è questo: “Credo solo se comprendo”.

 

Apparentemente non sembra essere sbagliato un simile modo di pensare. Noi crediamo in quelle cose che abbiamo capito.

Ma… consideriamo più in profondità questo atteggiamento.

“Credo solo se comprendo”. L’enfasi è posta sulla parolina “solo”. In definitiva, sono io che determino la verità. La verità dipende da me. Se la verità risponde ai miei criteri razionali allora è degna di fede, se la mia ragione non è soddisfatta allora la verità è discutibile.

 

Questo atteggiamento può essere molto pericoloso. Quelli che si avvicinano a Dio unicamente sulla base della ragione corrono il rischio di allontanarsi da quella verità che pretendono di possedere con i propri ragionamenti. L’espressione “Credo solo se comprendo”, affinché non diventi una filosofia distorta che porti all’idolatria e al naufragio della fede, dovrà essere sostituita dalla seguente espressione:

“Credo perché sta scritto, perché è Dio che lo afferma!”.

Le Scritture sono sufficienti a suscitare la fede e a determinare il nostro giusto rapporto con Dio. Non è sbagliato amare Dio avvalendosi della propria razionalità, ma è sbagliato se ci fermiamo unicamente a questo.

 

 

L’approccio presuntuoso

 

Un terzo modo sbagliato di amare Dio è quando si ha con lui un approccio basato esclusivamente sulla forza di volontà.

Amare Dio è un impegno, richiede un certo sforzo, bisogna volerlo. Nessuno può dire di amare Dio se non lo dimostra con sforzi visibili in cui la volontà è fortemente coinvolta.

Amare Dio è un atto di volontà.

Ma quando si ha la pretesa e la presunzione di amare Dio pensando che le nostre sole forze siano determinanti nella nostra comunione con lui, o che tutti gli altri debbano mostrare in egual misura la nostra stessa forza di volontà, mentre è possibile che gli altri abbiano qualità spirituali differenti dalle nostre, il rischio di porre di nuovo noi stessi al centro dell’attenzione è altissimo.

 

La forza di volontà è una virtù, ma quando non viene equilibrata da fattori altrettanto virtuosi, come l’umiltà, la devozione, una vita di pietà, diventa arroganza pura. Non è sbagliato amare Dio con la forza di volontà. È sbagliato quando ci basiamo solo su essa.

John Wesley disse:

“Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete”. Per compiere queste cose ci vuole una forza di volontà di ferro, ma per compierle correttamente abbiamo bisogno dell’amore di Dio.

 

 

Il modo corretto di amare Dio

 

Amare Dio. Sì, ma come?

Ritorniamo al nostro passo biblico.

Lo scriba si rivolse a Gesù con una domanda precisa:

“Qual è il primo di tutti i comandamenti?”.

Il nodo da sciogliere è della massima importanza. Gesù rispose con altrettanta precisione: “Il primo è …”.

Osservate, il Signore non si limita a dire: “Ama il Signore Dio tuo con tutto te stesso”. In fondo, avrebbe potuto rispondere in questo modo. Ciò che poi affermerà voleva avere proprio questo significato.

 

Ma Gesù è assai più preciso, va ben oltre tutto questo. La sua dichiarazione presenta delle sfumature che orientano correttamente l’amore che dobbiamo mostrare per Dio:

“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua (v. 30).

Il modo corretto di amare Dio si esprime attraverso i sentimenti, la ragione, la volontà. Questo è ciò che il Signore vuole dire quando usa le espressioni: “…cuore, anima, mente, forza”.

 

In altri termini, l’essere umano amerà il Signore nel modo giusto quando tutti gli aspetti caratteristici della sua personalità saranno pienamente attivi. La conferma di ciò che stiamo dicendo la troviamo nelle seguenti due importanti considerazioni.

• La prima è che lo scriba dimostra di aver afferrato il ragionamento di Gesù:

“Bene, Maestro! Tu hai detto bene, secondo verità, che egli è l’unico e che non v’è alcun altro all’infuori di lui, e che amarlo con tutto il cuo-
re, con tutto l’intelletto, con tutta la forza… è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici” 
(vv. 32-33).

• La seconda considerazione è che Gesù stesso sottolinea la serietà di un tale approccio. Esso è l’unico approccio che Dio gradisce:

“Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio»” (v. 34).

 

Amare Dio. Sì, ma in che modo?

Tre implicazioni esortative che potranno dare una svolta alla nostra vita e alla nostra totale passione per il Signore.

 

Primo, non reprimere i tuoi sentimenti quando ti accosti al tuo Dio.

Fa’ in modo che le tue emozioni interiori ed esteriori, le tue sensazioni, siano sotto il pieno controllo dello Spirito Santo. Privarsi dei sentimenti equivale a vivere una spiritualità tiepida, incompleta, deficitaria.

Un cristiano che reprime i propri sentimenti davanti al suo Dio diventerà un legalista davanti agli uomini, una persona priva di passione e compassione. Non comunicherà al prossimo e ai credenti quel genere di amore che pretende di trovare quando è da solo con Dio. Non lascerà nessun segno, nessuno si ricorderà di lui.

 

Secondonon fare a meno del tuo intelletto quando ti avvicini al tuo Dio.

Non pensare che l’intelletto, in qualche modo, limiti la tua spiritualità o la tua devozione al Signore. Al contrario, usa il cervello sapendo che l’intelletto è un dono di Dio. Tu sei un essere pensante.

Sei stato creato per riflettere. Un cristiano che non userà bene le sue facoltà razionali difficilmente reggerà agli attacchi di una società che diventa sempre più complessa e subdola. Il tuo intelletto ha bisogno che sia saturo di Dio e della sua Parola.

 

Terzonon privarti della tua volontà quando ti approssimi al tuo Dio.

Non pensare che sia sufficiente avere con lui un approccio puramente mistico o razionale. La tua passione per Dio si esprime attraverso la volontà. Tu lo adori, ti rivolgi fiducioso a lui, lo supplichi, lo ami, perché lo desideri intensamente con tutte le tue forze.

 

Amare Dio è il primo comandamento.

L’approccio giusto con questo precetto ci condurrà al secondo:

“Ama il prossimo come te stesso”.

La comprensione pratica di queste due prescrizioni ci darà una visione globale di ciò che la vita cristiana significhi.

 

Come ho ricordato all’inizio, Gaston Racine disse: “Il cristiano è colui che ha la testa sulle spalle, i piedi sulla terra e il cuore in cielo”.

Il credente ama il cielo appassionatamente perché sarà il posto in cui si troverà eternamente bene, ma il cristiano è chiamato ad essere saggio. Non sarà irrazionale, non reprimerà i propri sentimenti o le emozioni, la sua volontà sarà sottomessa a Dio.

 

Per concludere: quale approccio stai vivendo con Dio?

Lo scriba disse a Gesù:

“…tu hai detto bene, secondo verità, che egli è l’unico e che non v’è alcun altro all’infuori di lui, e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza… è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.

Tale approccio ci proietterà nella presenza del Dio che ama.

È esattamente questo ciò che stiamo vivendo nelle nostre vite?