Il valore dei buoni esempi: la scelta di Rut

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Esempi buoni e cattivi

 

Quando mi trovavo in Italia qualche tempo fa, un signore mi disse che se i governanti e chi occupa posizioni importanti dessero il buon esempio la società sarebbe migliore e si potrebbero risolvere la maggior parte dei problemi esistenti.

Molti hanno questo tipo di idea. Da un lato sono d’accordo: chi si trova in posizioni di autorità ha il dovere di dare il buon esempio, e sicuramente in passato ci sono stati dei buoni esempi nelle Istituzioni o tra i responsabili di aziende. Dall’altro lato non si può delegare solo ai governanti questo compito. Tutti hanno la loro responsabilità, non solo i governanti o i capi. Un minimo di realismo ci mostra inoltre che i buoni esempi finiscono presto o tardi per essere sbiaditi dal tempo o inghiottiti dalla massa, una massa costituita da individui che cercano, ognuno a suo modo, il proprio tornaconto. Per di più, molto spesso i buoni esempi non vengono seguiti e sono presto accantonati anche perché tendiamo a seguire maggiormente i cattivi esempi. Ognuno può osservare il mondo intorno a sé e considerare quanto queste osservazioni si addicano o meno alla realtà quotidiana.

 

Il voler raggiungere una società migliore è l’utopia del genere umano e rimarrà sempre un’utopia, cioè qualcosa di irrealizzabile, se non avviene prima un cambiamento nel profondo del cuore dell’uomo. Questo cambiamento non può accadere mediante semplici sforzi umani, è solo Dio che può cambiare veramente e dal profondo il cuore dell’uomo.

 

Se diamo uno sguardo alla Bibbia, cosa potremmo dire riguardo al buon esempio? Nella Bibbia troviamo tantissimi esempi, buoni oppure cattivi perché possiamo imparare quale sia la volontà di Dio e quale no.

 

 

Dio accoglie chi sceglie di seguirlo

 

Fra i tanti buoni esempi che la Bibbia ci racconta mi colpisce in particolare quello di Rut.

La bellezza dell’esempio di Rut viene messa ancor più in risalto dal fatto che Rut non faceva parte del popolo di Israele, ma era una pagana, i pagani erano tutti coloro che adoravano gli idoli anziché l’unico e vero Dio.

Dio ha scelto Israele come popolo a cui inizialmente manifestarsi e tramite il quale farsi conoscere, ma l’aver scelto Israele era solo la parte iniziale di un piano meraviglioso che sta portando tutte le nazioni della terra ad avere la possibilità di conoscere Dio, se esse rispondono positivamente alla sua chiamata e al suo amore.

È possibile quindi entrare a far parte del popolo di Dio per la fede in lui e nel Figlio che lui ha mandato, Gesù Cristo. Ciò non avviene perché si appartiene formalmente al popolo d’Israele o perché si appartenga formalmente ad una chiesa cristiana. Non si arriva a Dio mediante le etichette umane, bensì attraverso la fede e la sottomissione alla sua volontà. Chi sceglie Dio viene da lui pienamente accolto. Rut, nel momento in cui ne ebbe la possibilità, scelse Dio. Dio non fa preferenze, non è prevenuto: ama ogni essere umano e lo aspetta.

 

 

Rut: chi era e qual era il suo popolo

 

Le vicende narrate nel libro di Rut avvennero in un periodo un po’ precedente al 1000 a.C., probabilmente al tempo dei Giudici. Una coppia israelita, Naomi e Elimelec, a causa di una carestia, decide di trasferirsi insieme ai due figli Chilion e Malon da Betlemme di Giuda nel paese confinante, Moab. Il marito di Naomi muore poco dopo il trasferimento; i due figli sposano due donne moabite, Rut e Orpa. Prima che nascano loro dei figli, anche Chilion e Malon muoiono, rimangono quindi solo le tre le donne vedove, Naomi e le sue due nuore moabite. Naomi decide quindi di tornarsene al suo paese, Orpa rimane a Moab, Rut invece decide di seguire la suocera in Israele. Lì, secondo le usanze del tempo, viene “riscattata”, cioè sposata da un lontano parente del marito. Rut ha dei figli e diviene la bisnonna del re Davide, riceve quindi il privilegio di entrare nella discendenza regale che darà i natali al Messia, cioè a Gesù.

 

Una cosa che colpisce di Rut è sicuramente la sua grande umiltà, non era pigra, sapeva lavorare duramente e umilmente. Ma per capire bene il valore dell’esempio di Rut occorre partire da lontano. Questa donna fu oggetto della benedizione di Dio di diventare la bisnonna del re Davide nonostante fosse una moabita. Chi erano i Moabiti? Per saperlo dobbiamo andare indietro al libro della Genesi.

I Moabiti (insieme agli Ammoniti) erano discendenza di Lot. Lot e le sue due figlie furono salvati da Dio dalla distruzione della città di Sodoma e dovettero fuggire sui monti. Le figlie di Lot, essendo isolate col padre sui monti, e temendo quindi di non trovare più uomini da cui avere dei figli, decisero di far ubriacare il padre e di coricarsi con lui. Entrambe concepirono e le discendenze furono appunto Moab e Ammon. È una storia spaventosa e triste allo stesso tempo (Ge 19:36 e segg.).

Nonostante il peccato delle figlie di Lot, Dio inizialmente non condannò e non maledisse Moab e Ammon. Lot, come afferma anche l’apostolo Pietro, era un giusto per Dio, i suoi figli ricevettero comunque la loro parte di eredità, appena al di fuori dei confini del futuro Israele:

 

• “Il SIGNORE mi disse: «Non attaccare Moab e non muovergli guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel suo paese, poiché ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà” (De 2:9).

• “«Oggi tu stai per passare i confini di Moab, ad Ar, e ti avvicinerai ai figli di Ammon. Non attaccarli e non muover loro guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel paese degli Ammoniti: io l’ho dato ai figli di Lot, come loro proprietà»” (De 2:19).

 

I Moabiti e gli Ammoniti avrebbero potuto quindi vivere in pace con Israele. Moab e Ammon non erano oggetto di una particolare promessa o benedizione di Dio ma non erano neanche maledetti. Avrebbero potuto starsene in pace al loro posto.

Qualche tempo dopo però questi due popoli si comportarono in maniera malvagia e ricevettero un severo giudizio e una particolare maledizione di Dio:

“L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del SIGNORE; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del SIGNORE; non vi entreranno mai, perché non vi vennero incontro con il pane e con l’acqua durante il vostro viaggio, quando usciste dall’Egitto, e perché assoldarono a tuo danno Balaam, figlio di Beor, da Petor in Mesopotamia, per maledirti. Ma il SIGNORE, il tuo Dio, non volle ascoltare Balaam; e il SIGNORE, il tuo Dio, mutò per te la maledizione in benedizione, perché il SIGNORE, il tuo Dio, ti ama” (De 23:3-6).

 

I Moabiti vollero il male del popolo di Israele e per questo motivo Dio decretò che né loro né la loro discendenza avrebbe mai potuto far parte del popolo di Dio.

Rut in qualche modo doveva confrontarsi anche con questo suo passato.

 

 

Dio non discrimina!

 

Dio non compie favoritismi e non è prevenuto. Dio sanziona il peccato ma è sempre pronto ad accogliere chi va a lui.

Di fronte a tutti questi eventi storici e al severo giudizio di Dio su Moab ci chiediamo come mai Rut, una moabita, non solo entrò a far parte del popolo di Dio, ma fu addirittura progenitrice del re Davide, dalla cui discendenza sarebbe poi nato il Messia, Gesù. Come possiamo spiegarlo? Perché una donna pagana, appartenente ad un popolo su cui Dio aveva decretato un severo giudizio a causa del male che aveva fatto al popolo d’Israele, entrò a far parte della discendenza di Gesù?

Dio sanziona il peccato ma è allo stesso tempo misericordioso e pronto ad accogliere con amore chi si pente e va a lui. Lui vede nel cuore dell’uomo molto meglio di come vediamo noi.

 

Questa realtà non cancella comunque il dato di fatto iniziale. La misericordia e perdono di Dio non cancellano la validità e importanza dei suoi comandamenti. In questo caso specifico, sposarsi con pagani era oggetto di riprensione da parte di Dio al suo popolo. Il divieto di unirsi a popolazioni pagane e quindi idolatre era un comando importante dato al popolo di Dio per far sì che esso non finisse male; Israele più volte ha dovuto pagare le conseguenze del male derivante dal non aver dato ascolto a Dio. Quando avviene un peccato infatti Dio spesso non punisce direttamente o subito, ma ce ne fa rendere conto anche mediante le conseguenze che ne derivano.

 

Allora l’ingresso di una donna moabita non poteva essere di per sé causa di benedizione per il popolo di Dio.

Potremmo forse pensare che, essendo Rut molto brava e virtuosa, Dio l’abbia per questo accettata? Rut era brava, ma basta questo? C’è un punto-chiave che cambia tutta la storia e che scopriamo nelle sue parole alla suocera:

 

“Ma Ruth rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e rinunci a seguirti, perché dove andrai tu andrò anch’io, e dove starai tu io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo DIO sarà il mio DIO» (Ru 1:16).

 

“Il tuo Dio sarà il mio Dio”. Se una persona è virtuosa è molto bello, ma la virtù senza timore di Dio non basta. Ciò che faceva di Rut una persona speciale, sebbene fosse una moabita, era la sua scelta dichiarata: “il tuo Dio sarà il mio Dio”.

 

Un esempio di questo genere è straordinario se pensiamo che si trova nel contesto dell’Antico Testamento. Questo esempio ci fa capire come la grazia di Dio fosse operante anche a quel tempo. Non c’erano forse altre donne israelite brave e timorate di Dio che potessero essere antenate del Messia, di Gesù? E invece troviamo in questa lista anche chi teoricamente non doveva avere la minima speranza. Rut, una pagana moabita.

 

La fede e l’amore di Rut per il Dio di Israele costituirono il nocciolo del suo cambiamento.

Cosa ci permette di essere riconciliati con Dio? Essere buoni, virtuosi, fare del bene, essere dei buoni cittadini, magari essere un buon esempio per qualcuno? Essere membri di una chiesa fedele?

Certo, queste sono cose buone, ma non sono la base del rapporto con Dio e della salvezza; rappresentano un tipo di frutto della fede, ma non la radice. I nostri semplici sforzi umani non saranno mai abbastanza per poterci avvicinare a Dio. Solo riconoscendo la grandezza di Dio, il bisogno che abbiamo di lui possiamo essere salvati, e Rut andò prima di tutto a Dio. E Dio vuole che tutti facciano questo:

 

“«Provo forse piacere della morte dell’empio?»”, dice il Signore, l’Eterno, «e non piuttosto che egli si converta dalle sue vie e viva? […]

Se l’empio si allontana dall’empietà che commetteva e pratica l’equità e la giustizia, rimarrà in vita. Se ha cura di allontanarsi da tutte le trasgressioni che commetteva, certamente vivrà; non morirà.[…]

Gettate via da voi tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore», dice il Signore, DIO. «Convertitevi dunque, e vivete!»” (Ez 18:27-32).

 

Tanti dicono: un Dio d’amore non può gettare nell’inferno. Certo, proprio qui lo leggiamo: “Provo io forse piacere nella morte dell’empio?”. No, Dio vuole che nessuno perisca. È per questo che ha fatto di tutto per noi, in Cristo è morto al posto nostro. E aspetta ora che tutti riconoscano quello che lui ha fatto per noi. Dio aspetta ancora oggi:

“Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2P 3:9).

 

Ma tutto questo non vuol dire che l’inferno non esista. Dio compirà il suo giudizio su questo mondo, questo avverrà al tempo stabilito. Ma è paziente ancora oggi con chi continua a rifiutarlo, con chi è orgoglioso e pensa di non averne bisogno, è paziente anche con chi, sebbene dica di appartenergli, si comporta ambiguamente. C’è un tempo stabilito, come dice anche la lettera agli Ebrei: “… è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopodiché viene il giudizio” (Eb 9:27).

Tutti coloro che in questa vita decidono per Dio non saranno respinti:

 

“Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori” 
(Gv 6:37).;

 

Rut era una moabita, apparteneva ad un popolo, su cui gravava una decisione di Dio severa ma successe qualcosa di più grande e importante. Rut decise di amare e di servire quel Dio di cui la suocera le aveva parlato e Dio non la cacciò fuori. Questo dimostra la sua giustizia e il suo amore che non esclude la giustizia. Giustizia, amore e grazia si compenetrano alla perfezione, e l’una non esclude l’altra e non contraddice la parola decretata precedentemente da Dio.

 

C’è un ulteriore aspetto nella scelta di Rut che è importante da sottolineare e che è possibile comprendere tramite le parole del Signore Gesù:

 

Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre, che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. È scritto nei profeti: «Saranno tutti istruiti da Dio». Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6:44-45).

 

Naomi, la suocera di Rut, aveva due figli e quindi due nuore. Entrambi i figli, oltre che suo marito, morirono. Nonostante il proposito iniziale di seguirla, la nuora di nome Orpa alla fine se ne tornò a casa. Un certo tipo di ragionevolezza e buon senso la spinsero a cercare di rifarsi una vita prima possibile tornando tra la sua gente (e, per la verità, anche tra i suoi idoli).

Rut sembra non avere la stessa “ragionevolezza” o lo stesso “buon senso” di sua cognata. Mi chiedo: cosa la tenne attaccata alla suocera? Era forse Rut più ingenua o irragionevole di sua cognata?

Il fatto è che l’amore di Rut per Dio era più forte della ragionevolezza di Orpa nei confronti della vita. Come il Signore stesso dice: “«Saranno tutti istruiti da Dio». Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.”

Non è espressamente scritto, ma Naomi parlò sicuramente della sua fede alle nuore, provò forse anche ad essere un buon esempio per loro. Orpa fece una scelta del tutto normale e apparentemente razionale, secondo i parametri comuni: se ne tornò indietro. Rut, oltre che a sviluppare un amore umano per la suocera, aveva udito e imparato qualcosa che la tenne stretta a lei e le fece dire: “Il tuo Dio sarà il mio Dio”. Mi sentirei di dire che Rut aveva imparato da Dio, era venuta a conoscenza di qualcosa di nuovo che non poteva più farla tornare indietro.

Per Orpa questo purtroppo non faceva la differenza, per Rut sì.

 

 

Il valore per noi dell’esempio di Rut

 

Prima di tutto l’esempio di Rut ci ricorda qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare. Ogni persona che appartiene al Signore Gesù prima non era né più né meno di un pagano, sia dal punto di vista morale sia per quello che riguarda la posizione di fronte a Dio, ognuno, senza distinzione, indipendentemente dal passato o provenienza. Leggiamo in Efesini 2:1-10:

 

“Egli ha vivificato anche voi, che eravate morti nei falli e nei peccati, nei quali già camminaste, seguendo il corso di questo mondo, secondo il principe della potestà dell’aria, dello spirito che al presente opera nei figli della disubbidienza, fra i quali anche noi tutti un tempo vivemmo nelle concupiscenze della nostra carne, adempiendo i desideri della carne e della mente, ed eravamo per natura figli d’ira, come anche gli altri. Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il suo grande amore con il quale ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (voi siete salvati per grazia), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù, per mostrare nelle età che verranno le eccellenti ricchezze della sua grazia, con benignità verso di noi in Cristo Gesù. Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. Noi infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le buone opere che Dio ha precedentemente preparato, perché le compiamo” (Ef 2.1-10).

 

L’apostolo Paolo stesso, uno zelante israelita e fariseo, include se stesso. Nessuno è escluso. Come abbiamo qui letto, ogni essere umano ha bisogno di Dio e nessuno di nessuna nazione è escluso dalla possibilità di poter credere in Dio. Dio in Cristo ha permesso questo.

Più volte nel Nuovo Testamento di fronte ad un annuncio del Vangelo le persone chiedevano: “Che dobbiamo fare?”.

Lo chiesero le persone che andavano da Giovanni Battista, lo chiesero coloro che ascoltarono la predicazione di Pietro alla Pentecoste, lo chiese il carceriere di Filippi all’apostolo Paolo dopo il terremoto nel carcere e la liberazione dei prigionieri.

 

E noi, che dobbiamo fare? Ci potrebbero essere più tipologie di persone che potrebbero chiedersi: “Che dobbiamo fare?”.

Forse qualcuno non ha ancora deciso di fare il passo verso Dio e credere in lui. Forse perché gli può sembrare un salto nel buio. Apparentemente non lo vediamo, non lo tocchiamo. Chissà dov’è? Come posso sapere se è vero oppure no? Magari queste persone immaginano che ci sarà un qualcosa lassù, ma chi lo sa? Allora si cerca di vivere una vita più o meno corretta, e come il bambino napoletano autore del tema pubblicato dal suo insegnante, si tende a dire: “Alla fine, io speriamo che me la cavo”.

Oppure molti non rifiutano l’idea di Dio, ma la razionalizzano molto. L’idea di Dio è quindi associata solo ad un concetto generale di bene che tutti desideriamo nella società, ad un benessere e giustizia sociale.

Entrambe queste categorie di persone non vogliono riconoscere la necessità profonda di aver bisogno personalmente dell’amore e della riconciliazione con Dio. Dio potrebbe essere solo un’entità superiore, non Creatore, Redentore e Padre.

Ma questo concetto di Dio non salva. Dio vuole che ogni uomo riconosca e abbandoni il peccato e vada a lui. I Moabiti e gli Ammoniti così come erano non potevano avvicinarsi a Dio. Ma cosa disse Rut invece? “Il tuo Dio sarà il mio Dio”. Rut compì la scelta più importante della sua vita e, a seguito di questa, fu benedetta nella sua vita personale e nella sua discendenza.

O forse c’è qualcuno che pur avendo fatto una confessione di fede vive nell’incertezza o nell’apatia.

La risposta, come prima, è molto simile. Guarda a Gesù. Il Nuovo Testamento ci esorta in tanti modi:

 

“Questo dunque io dico e attesto nel Signore: non comportatevi più come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri, con l’intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo dell’ignoranza che è in loro, a motivo dell’indurimento del loro cuore. Essi, avendo perduto ogni sentimento, si sono abbandonati alla dissolutezza fino a commettere ogni specie di impurità con avidità insaziabile. Ma voi non è così che avete imparato a conoscere Cristo. Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù, avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità” (Ef 4:17-24).

 

In questo passo mi tocca la precisazione dell’apostolo Paolo: “Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù”. Un credente è una nuova creatura in Cristo, ha avanti a sé un percorso da fare. Avergli dato ascolto ed essere stati istruiti secondo la verità che è in Cristo implica sempre essere coerenti col suo insegnamento.

 

Per tutti i credenti quello di Rut è un esempio di come si possa passare veramente all’azione, subito e senza vie di mezzo. Rut decide di credere in Dio e vive nella semplicità e umiltà, intesa come umiltà e mansuetudine di spirito che mostrano che è Dio a signoreggiare nel nostro cuore, non le nostre aspirazioni, progetti o le nostre paure o dubbi, egoismi, il nostro tornaconto.

 

Apparentemente quello di Rut poteva sembrare un salto nel buio. Che prospettive aveva? Che speranze? Cosa poteva offrirle Naomi? Ma Rut si dimostrò sicura, contrariamente alla cognata Orpa, non pensò subito a trovarsi un altro giovane tra la sua gente, decise come prima cosa di credere in Dio, abbandonò il suo mondo e i suoi idoli e seguì Naomi in Israele.

Mi tornano in mente le parole di Gesù:

 

“Ed egli disse loro: «Vi dico in verità che non c’è nessuno che abbia lasciato casa, o moglie, o fratelli, o genitori, o figli per amor del regno di Dio, il quale non ne riceva molte volte tanto in questo tempo, e nell’età futura la vita eterna»” (Lu 18:29-30)

 

Spero di essere riuscito a trasmettere l’importanza dell’esempio di Rut e dei buoni esempi. Essi non salvano, ma certo ci mostrano qual è la via. Rut è un bellissimo esempio che mostra come una donna, i cui antenati ricevettero un severo giudizio, decide di affidarsi a Dio, di fare un passo che i semplici criteri umani definirebbero un salto nel buio. E Dio non solo non la respinse, ma la benedì grandemente.

Per chi crede vivere una vita col Signore vuol dire affidarsi a lui senza farsi guidare dalla paura o semplicemente ed esclusivamente dal proprio cervello. Rut non disse: “Sono giovane, che dovrei fare? Vado subito a cercarmi un marito prima che sia troppo tardi”.

Prima di tutto si preoccupò di compiere la scelta più importante: “Il tuo Dio sarà il mio Dio”.